Chi diceva che a Reggio non ci sono baby gang?

DI MATTEO OLIVIERI*

18/10/2020 – Circa la sparatoria nella serata di ieri mi sento di portare una testimonianza su riflessioni intercorse nell’amministrazione della città alcuni anni or sono. L’età di chi è stato coinvolto, si tratta di giovani ben armati e a quanto pare abili nel tenere in mano un’arma da fuoco, fa parlare di scontro tra baby gang. In una Commissione del Consiglio comunale del 2012 che trattava dell’educazione 0-6 anni e dell’esperienza di Reggio Children posi una domanda che scaturiva da una riflessione che molti cittadini, ma anche esponenti politici della stessa maggioranza in camera caritatis, mi rivolgevano di frequente. Quali ricadute sul tessuto sociale della nostra città, dopo tanti anni di applicazione di un modello educativo invidiatoci nel mondo?

L’allora consigliera Giliola Venturini, ora traghettatrice provinciale del PD verso il nuovo congresso, rispose con sincerità e avanzando una semplice ipotesi, dicendo: ”A Reggio, ad esempio, non ci sono baby gang”.

Ricordo una perplessità iniziale, in quanto notizie sulla presenza di piccoli gruppi, sebbene ben seguiti dai servizi sociali, giungevano da almeno due anni nei tranquilli quartieri residenziali a sud della città.  Riprendendo quel discorso, l’interrogativo dei cittadini non si concentrava tanto sull’azione dell’Amministrazione comunale nell’educazione 0-6 anni, quanto sulle ricadute finali in un percorso di educazione lungo e tortuoso, che arriva alla maggiore età.

Sappiamo benissimo che gli attori istituzionali e privati coinvolti in quel percorso sono tanti, con lo Stato a farla da padrone nell’educazione primaria, media e superiore. Così come sappiamo che i campanelli d’allarme che possono risuonare nelle aule scolastiche, o fuori di esse se si osserva il fenomeno dell’abbandono scolastico, devono essere seguiti con attenzione e precisione dai Servizi sociali e dalle Forze dell’Ordine. Almeno fino alla maggiore età, perché quando viene a mancare il legame formale con le famiglie sconfiniamo già nel campo della “presa di potere” e ogni prevenzione diventa impossibile.

Viviamo tempi in cui il diritto all’educazione è stato fortemente colpito dalla pandemia e il ritorno nella aule è stata una riconquista, speriamo non breve, per buona parte della nostra città. La crisi sociale ed economica non possono che aumentare il carico sulle situazioni di disagio familiare e giovanile. Approfittiamone per ricordarci che una persona e un cittadino si formano in un lungo percorso dove evidentemente va fatto qualcosa in più. Fenomeni come l’abbandono scolastico, il bullismo, le attività illegali che ruotano attorno alle scuole vanno ritenuti un grave problema su cui investire risorse maggiori.

Infine mi sento di poter esprimere un desiderio che condivido con tanti cittadini: lasciamo la retorica dei risultati raggiunti al secolo scorso, e appassioniamoci alle sfide nuove e di lungo termine che ci pone il nuovo millennio.

*ex consigliere comunale di Reggio Emilia

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