Camera dei Deputati seduta del 2 Ottobre
Interpellanza sul processo per la strage di Bologna con richiesta di libero accesso ai documenti: deputato Federico Mollicone e risposta del sottosegretario Manzella
Resoconto stenografico

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XVIII LEGISLATURA

Resoconto stenografico dell’Assemblea

Seduta n. 402 di venerdì 2 ottobre 2020

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FABIO RAMPELLI

La seduta comincia alle 9,35.

[…]

(Elementi e iniziative di competenza in relazione alla riapertura delle indagini sulla strage di Bologna e per una riforma complessiva dell’istituto del segreto di Stato – n. 2-00898)

PRESIDENTE. Passiamo all’interpellanza urgente Mollicone ed altri n. 2-00898 (Vedi l’allegato A). Chiedo al deputato Federico Mollicone se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica. Illustra, immagino.

FEDERICO MOLLICONE (FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, sottosegretario Manzella, l’interpellanza in oggetto chiede al Governo verità: è dal 2 agosto che aspettiamo la risposta a questa interpellanza, poi abbiamo condiviso con il sottosegretario alla Giustizia il rinvio per avere una risposta più approfondita, che speriamo sia arrivata; quella verità storica e giudiziaria che da sempre cerchiamo e che, più di un anno fa, ci spinse a fondare l’intergruppo “La verità oltre il segreto”, con componenti di quasi tutto l’arco parlamentare. Sono presenti molti aspetti non chiari della strage del 2 agosto, proviamo a fare un quadro di quella maledetta mattina. Quel 2 agosto del 1980 a Bologna erano presenti terroristi internazionali e italiani, legati al gruppo Separat di Carlos, detto “lo sciacallo”, esperti in trasferimenti di esplosivo per lo più per il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ma non solo, frangia marxista dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e in connessione con il KGB e i libici; esplosivo simile a quello esploso a Bologna o sugli attentati ai treni come quelli ad una stazione francese, come evidenziato anche dall’inchiesta Bruguière.

Ovviamente queste connessioni con il KGB e i palestinesi emersero nella Commissione Impedian, di cui fui anche consulente. Come emerso nel processo Cavallini, grazie al lavoro della difesa, dopo quarant’anni i familiari di Maria Fresu, una delle vittime della strage di Bologna, non hanno ancora ritrovato il corpo della propria congiunta, dato che i resti si sono dimostrati appartenenti a un’altra donna, una vittima ulteriore, probabilmente la trasportatrice dell’ordigno. Il corpo della Fresu, quindi, risulta scomparso e il reperto facciale attribuito appartiene a persona ignota, l’ottantaseiesima vittima, non essendo attribuibile, per le sue caratteristiche, ad alcuna vittima conosciuta appunto, come dimostrato dai verbali espletati dall’Istituto di medicina legale dell’Università di Bologna. Quindi, dopo quarant’anni non hanno più certezze, non ci sono più certezze per i familiari e per tutti noi, neanche dove sia finito il corpo della propria figlia. Nemmeno noi italiani abbiamo più certezze, non crediamo più in alcuni magistrati, in altri sì, in quelli che a Bologna, ad esempio, hanno omesso il proprio dovere, come risulta dagli atti.

Poi, un secondo punto: la presenza mai chiarita a Bologna dei terroristi delle cellule rivoluzionare Service e il terrorismo appunto citato Separat, terrorismo internazionale, Thomas Kram, Christa-Margot Frohlich, detta Heidi, appurata nel corso della prima inchiesta sulla strage e ribadita da un articolo pubblicato su il Giornale il 6 settembre 2012, entrambi esperti, questi, di esplosivi. Ma a Bologna non ci sarebbero stati solo Kram e Frohlich: nell’Hotel Milano, accanto a quell’hotel Jolly dove alloggiavano i terroristi di Carlos, si sono registrate tre donne con passaporti cileni, guarda caso prassi identica a quella in uso per le coperture proprio del gruppo Separat, come risulta in atti in altre inchieste internazionali anche americane e in generale ai terroristi dell’estremismo palestinese. C’era a Bologna anche Francesco Marra, brigatista che partecipò al rapimento del generale Sossi e che alcuni brigatisti dicono essere un infiltrato. Incredibilmente, però, nessuno indaga su questo e nessuno ha indagato, incredibilmente in questi anni continua una sorta di fiction a puntate fatta di processi con esiti inverosimili.

Adesso parliamo dei mandanti, un vecchio plot trito e ritrito, riproposto da un ex parlamentare della sinistra, un fantasy giudiziario smentito dagli avvocati, dall’avvocato di Gelli in persona, dal processo a Cavallini, in particolare sui soldi, i presunti soldi che i NAR avrebbero ricevuto dalla P2, come denunciato anche dal giornalista Massimiliano Mazzanti, del Il Secolo d’Italia già tempo addietro, con una inchiesta investigativa molto documentata. Tutte favole e trame già smontate nei diversi dibattimenti. Come ricostruito anche da Romoli, su il Riformista, il dossier dell’associazione delle vittime, rifiutato inizialmente – e correttamente – dalla Procura di Bologna, si basa su un prospetto contabile di Gelli e la destinazione dei finanziamenti a un misterioso “zafferano”, finanziamenti che però, essendo in contanti, non sono tracciabili in dossier, inoltre, peraltro, come detto, già smentito in dibattimento. Ma parliamo del protagonista di questa vicenda, di Abu Saleh: diventa una figura chiave anche di Bologna, quando incrocia sulla sua strada il giudice Gentile, istruttore proprio nel processo per la strage di Bologna, che lo frequenta, come lui stesso ammette, cioè il giudice, e riceve anche regali dal capo delle operazioni speciali palestinese su cui dovrebbe indagare. Non solo, ma viene mandato a Roma da Gentile, con una sua autorizzazione, a fare non si sa esattamente che cosa. Ha confermato, grazie anche alla rogatoria con il giudice Bruguière e ai documenti fatti acquisire dall’infaticabile e coraggioso lavoro di Gian Paolo Pellizzari, Lorenzo Matassa e di molti altri consulenti della Commissione Impedian, di cui mi onoro di essere stato consulente e di aver letto e lavorato con il compianto e indimenticato capogruppo di Alleanza Nazionale, Vincenzo Fragalà, e con gli altri ex colleghi Alfredo Mantica ed Enzo Raisi, che ancora combattono la battaglia per la verità. Vede, sottosegretario, i magistrati bolognesi, alcuni magistrati, hanno omesso di indagare su questa pista di scenario internazionale legata alle dinamiche della guerra fredda. Il patto segreto e allora inconfessabile, ma dimostrato dalla stretta attualità, per cui l’Italia era sì alleata e inserita nel contesto delle alleanze politico-militari occidentali, ma si teneva al riparo da attentati, da parte del mondo arabo, grazie a quello che viene definito comunemente dagli addetti ai lavori il “lodo Moro”, stipulato con i palestinesi dal colonnello Stefano Giovannone, capocentro, grande capocentro di Beirut dei servizi italiani, soprannominato appunto, per le sue capacità, “il maestro”, per la sua bravura nella tessitura di accordi di diretta connessione con Aldo Moro, cioè un capocentro che, invece di rispettare la gerarchia del servizio, riferiva direttamente a un massimo esponente di un Governo politico, per far capire l’importanza di questo accordo. Ad oggi, gli unici dati certi sono la presenza di terroristi internazionali legati alla sinistra internazionale terrorista, a Carlos e ai servizi dell’Est a Bologna, ma tutte le inchieste e tutti i processi hanno sentenziato un’altra cosa, andando esattamente in direzione simmetrica e opposta. La strage, vede, segue di pochi giorni quella di Ustica e anche lì i cablogrammi di Giovannone, pubblicati da La Stampa con uno scoop con Francesco Grignetti e dall’Adnkronos, sempre in prima linea nella ricerca della verità, e da un’analitica ed esplosiva ricostruzione comparata dal 1979 al 1981 di Pellizzaro e Paradisi su Reggio Report, in questi mesi, ci raccontano di minacce esplicite per la rottura del lodo Moro, in seguito all’arresto proprio di Abu Saleh, la vera figura chiave che lega Ustica a Bologna, città dove abitava e da dove partì l’aereo Itavia e degli autonomi con due lanciamissili di fabbricazione sovietica arrestati e processati. In seguito a questo processo, c’è, ci sarà ed è agli atti una protesta ufficiale dell’Autorità palestinese, che in buona fede, avendo fatto un accordo con lo Stato italiano, chiede, attraverso l’avvocato Mellini, esponente indimenticato radicale, chiede che vengano liberati, perché facevano parte dell’accordo e avevano questo scudo, sia Abu Saleh sia gli inconsapevoli – questo dicono i palestinesi – esponenti dell’Autonomia. Lo stesso Francesco Cossiga lo disse apertamente: “Un incidente ha provocato la strage di Bologna: un ordigno è esploso volutamente o incidentalmente durante il trasporto verso il reale obiettivo”. I documenti che proverebbero questi rilievi sono inaccessibili, bloccati e prorogati dal segreto di Stato, inspiegabilmente, visto che il Premier Conte si era battuto il petto, in tutte le ricorrenze, dicendo che avrebbe desecretato tutto e invece i servizi hanno risecretato fino al 2029. Per questo, formato il complesso puzzle della vicenda, mancano altri pezzi. Nell’interpellanza, però, inseriamo dei rilievi per completarlo.

Chiediamo se il Governo sia a conoscenza dell’attività svolta dalla Procura della Repubblica di Bologna e dall’Ufficio Istruzione negli anni tra il 1980 e il 1986 sulla persona di Thomas Kram e sulle ragioni della sua presenza a Bologna. Chiediamo se il Governo sia a conoscenza dell’attività svolta dalla magistratura di Bologna sulle persone dei sedicenti Juanita Jaramillo, Maria Quintana e Ramon Gacitu, tutti alloggiati all’Hotel Milano Excelsior di Bologna e forniti di passaporti falsi cileni, simili a quelli utilizzati da terroristi filopalestinesi in attentati commessi negli anni Settanta. Chiediamo se al Governo risultano essere stati acquisiti elementi in relazione alle ragioni della permanenza in alberghi di Bologna, il primo e il 2 agosto 1980, di Francesco Marra e Brunello Puccia. Chiediamo se il Governo non ritenga necessario adottare iniziative per una riforma complessiva dell’istituto del segreto di Stato. Chiediamo se non si ritenga urgente, per il raggiungimento della verità storica e giudiziaria a favore dei parenti delle vittime, dare libero accesso a tutti i documenti relativi alla strage di Bologna, alle vicende connesse al “lodo Moro”, alla rete Separat di Carlos, ai report trasmessi del colonnello Giovannone dal Libano tra il novembre 1979 e il 31 dicembre 1981, conservati presso gli archivi dei sistemi informativi e di sicurezza, al fine di permettere anche agli inquirenti maggiore solidità probatoria in relazione alla riapertura dell’inchiesta. Vedete, con questa interpellanza non difendiamo solo la storia della destra, che questa nuova indagine grottesca su trame e complotti tenta di infangare, coinvolgendo anche il senatore missino Tedeschi e il Movimento sociale italiano tutto; noi qui difendiamo la sovranità nazionale e il diritto dei parenti delle vittime di conoscere la verità, non una verità. Vedete, in Italia è stata giocata una partita a scacchi tra Ovest ed Est, che ha causato molti morti. L’interpellanza che abbiamo presentato è uno strumento di verità e vi preghiamo di utilizzarla. Lo dobbiamo alle vittime, ai loro familiari e lo dobbiamo alla storia della nostra Nazione.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato, Gian Paolo Manzella, ha facoltà di rispondere.

GIAN PAOLO MANZELLA, Sottosegretario di Stato per lo Sviluppo economico. Premessa la ricostruzione basata anche su notizie stampa circa alcuni eventi relativi alle indagini in merito alla strage di Bologna del 2 agosto 1980, l’interpellante chiede di sapere se il Ministro della Giustizia e la Presidenza del Consiglio dei ministri siano a conoscenza di essi e degli esiti delle piste investigative seguite, nonché se si ritenga necessario adottare iniziative per una riforma complessiva dell’istituto del segreto di Stato, oltre che dare accesso a tutti i documenti relativi a quella strage.

Preliminarmente, occorre riferire quanto comunicato dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Bologna in ordine alla ricostruzione di taluni eventi. In particolare, va evidenziato che la cosiddetta pista palestinese, secondo gli inquirenti, è stata già ampiamente investigata nell’ambito del procedimento 13225/1121 nei confronti di Kram Thomas e Fröhlich Christa Margot, sottoposti alle indagini preliminari per l’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980. Tale procedimento, iscritto a seguito della sollecitazione della Commissione parlamentare “Mitrokhin”, è stato archiviato con ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Bologna in data 9 febbraio 2015 per infondatezza della notizia di reato.

Successivamente, la corte d’assise, intervenuta ad occuparsi della questione, riteneva che l’attività di indagine sulla cosiddetta pista palestinese, svolta nel citato procedimento 13225 e definito con decreto di archiviazione del GIP in data 9 febbraio 2015, fosse stata “esaustiva, assai complessa e non ha trascurato nulla, né lasciato alcunché di intentato”, così da giungere alla conclusione che non vi fossero elementi per assumere ulteriori iniziative istruttorie al riguardo.

Con riguardo, poi, agli accertamenti peritali svolti sul DNA dei resti umani trovati nella bara di Maria Fresu, deve osservarsi che la perizia svolta il 21 ottobre 2019 permetteva di accertare che i resti umani trovati all’interno della bara di Maria Fresu, morta a seguito dell’esplosione avvenuta il 2 agosto 1980 all’interno della sala di attesa di seconda classe della stazione di Bologna, non sono riferibili, per il DNA, a Maria Fresu, ma a due soggetti di sesso femminile. Sul punto è intervenuta, inoltre, la relazione peritale, depositata all’udienza 30 ottobre 2019 dal tenente colonnello Adolfo Gregori e dal dottor Danilo Coppe, che, con ampia motivazione, spiegavano come i resti trovati all’interno della bara di Maria Fresu appartenessero, logicamente, a due delle altre 41 vittime dell’esplosione di sesso femminile.

Sulla base degli esiti delle perizie suddette, la corte d’assise, con ordinanza 30 ottobre 2019, rigettava la richiesta dei difensori dell’imputato Cavallini di disporre altre perizie sul DNA delle altre vittime di sesso femminile sul rilievo che: “la perizia sul DNA delle presunte spoglie di Maria Fresu non ha dato esiti univoci e sicuri, quali, ad esempio, la riconducibilità di tali resti ad una sola persona, eventualmente, di etnia semita (rectius araba), ragione per la quale, per scrupolo di completezza dell’istruttoria, la perizia è stata disposta”.

Inoltre, la Corte ha argomentato sul punto che: “L’eventuale espletamento di altre perizie sul DNA porterebbe, comunque, ad un binario morto, insuscettibile di alcuna ipotesi realmente apprezzabile, essendo pacifico l’immediato contesto post-strage, ossia la mescolanza di corpi, brandelli di corpi e macerie in uno scenario apocalittico, ove sarebbe stato impossibile individuare e selezionare un corpo da far sparire”, avendo ribadito “che qui non si versa in un giudizio di revisione e che il giudice del dibattimento fonda il proprio giudizio su elementi di prova concreti raccolti nel corso del processo, eventualmente combinandoli e confrontandoli con le risultanze di altri processi (questo, soprattutto, se ci si trova in presenza di giudicati), per cui, eventuali ipotesi, al momento puramente astratte, relative all’esistenza di vittime non identificate vanno correttamente rappresentate a un’autorità inquirente” e avendo ritenuto “in via logica, che non è ragionevole ipotizzare l’organizzazione di un inquinamento delle prove estemporaneo e immediato a seguito di un evento del tutto accidentale e, quindi, non assolutamente preventivato”.

Tanto premesso in punto di fatto, considerato che, allo stato, non sono in corso iniziative legislative di modifica della disciplina vigente sul segreto, deve chiarirsi che, nell’ambito delle indagini per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, non è mai stato apposto o, comunque, opposto il segreto di Stato. D’altro canto, i fatti in parola rientrano nei casi di esclusione del segreto previsti dall’articolo 204 del codice di procedura penale, ovvero quando l’autorità giudiziaria procede per i delitti previsti dagli articoli 285 (devastazione, saccheggio e strage), 416-bis (associazione di tipo mafioso), 416-ter (scambio elettorale politico-mafioso) e 422 (strage) del codice penale.

Gli atti inerenti la strage della stazione di Bologna, custoditi presso il comparto Intelligence, sono stati versati all’Archivio centrale dello Stato. Il versamento è terminato nell’aprile 2017, a seguito dell’attività di declassifica e versamento straordinario all’Archivio centrale dello Stato, disposta dal Presidente del Consiglio dei ministri pro tempore con la direttiva 22 aprile 2014, cosiddetta direttiva Renzi, che ha riguardato la documentazione in possesso delle amministrazioni centrali dello Stato relativa ad eventi di matrice stragista verificatasi da almeno un trentennio: 1969-1984. Tutti i restanti atti sono a disposizione delle autorità giudiziarie e delle Commissioni parlamentari di inchiesta interessate.

PRESIDENTE. Il deputato Federico Mollicone ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza.

FEDERICO MOLLICONE (FDI). Grazie, Presidente. Intendo replicare, e intendo replicare con la mia assoluta insoddisfazione, che venga, ovviamente, trascritta a verbale. Ci dichiariamo insoddisfatti, sottosegretario Manzella: lei è incolpevole, perché sappiamo non essere neanche, ovviamente, del comparto Giustizia, quindi, evidentemente, il Governo non ha avuto neanche il coraggio di mandare i rappresentanti del Ministero della Giustizia e, quindi, della Presidenza del Consiglio a rispondere a questa interpellanza, molto circostanziata e datata.

Innanzitutto, siamo insoddisfatti, perché alcune delle cose che lei riferisce per conto degli uffici del Ministero della Giustizia non sono corrette, perché, quando si riferisce di un’inchiesta sulla cosiddetta pista teutonico-palestinese, come correttamente, da una relazione di Pelizzaro e Matassa, è stata, per la prima volta, depositata nella Commissione Impediam – il nome corretto rispetto a quello definito comunemente “Mitrokhin” -, in realtà, abbiamo scoperto che la procura, di fatto, aveva frettolosamente esaminato le posizioni di Kram e Fröhlich, che, poi, sarà arrestata successivamente mentre trasportava, all’aeroporto di Fiumicino, una analoga valigetta con analogo esplosivo, ma questo, evidentemente, per alcuni giudici non è sufficiente. Veniva appunto frettolosamente archiviata, nonostante ci fosse una Commissione parlamentare d’inchiesta che ha, come sappiamo, gli stessi poteri della magistratura; perché noi rappresentiamo – lei sottosegretario, lo sa bene – il potere legislativo, che non è – è il caso di dire – sub iudice di quello giudiziario, ma sono paritetici. Per cui, motu proprio, la Commissione d’inchiesta aveva svolto delle inchieste e aveva trovato documenti, grazie non certo alla collaborazione dei nostri apparati – che, peraltro, hanno sempre collaborato quando è stato possibile, ma ci sono delle ombre anche lì – ma, soprattutto, alla collaborazione degli apparati del servizi dell’est e i loro eredi, che hanno mandato e versato in Commissione documenti che sono ancora lì e sono, di fatto – e anche su questo smentiamo questa ridicola risposta -, sottoposti a segreto funzionale.

E il Ministero della Giustizia lo dovrebbe sapere bene, perché il segreto funzionale impedisce, per cinquant’anni, di riutilizzare documenti versati negli archivi delle Commissioni d’inchiesta, per cui è superiore addirittura in alcuni casi al segreto di Stato. Poi noi facevamo riferimento ai cablogrammi trapelati sulla stampa e visti in maniera trasversale anche da esponenti del suo stesso partito – che sono rimasti basiti e stupefatti, e lo hanno dichiarato pubblicamente alla stampa, facendo parte della Commissione Moro 2 – del capocentro Giovannone di Beirut del SISMI, nei quali trapela – perché sono usciti sui giornali – esplicitamente una rottura dell’accordo del “lodo Moro” tra i palestinesi e l’Italia, e la minaccia della ripresa di attività attive sul territorio.

Per cui ci dichiariamo sicuramente insoddisfatti per questo, ma esiste una verità nascosta per anni e scoperta solo grazie a giornalisti, consulenti, studiosi, storici, avvocati, non certo grazie ai giudici di Bologna, che è uscita fuori e che sta emergendo nonostante tutto e tutti, che conferma invece la pista palestinese o comunque l’esistenza di un quadro internazionale all’interno della guerra fredda sul nostro territorio nazionale, ed è questo il convitato di pietra della strage di Bologna, della strage di Ustica e di molte altre pagine strappate della nostra storia repubblicana.

Per cui noi siamo qui a urlare la nostra insoddisfazione e riteniamo che, anche per le evidenze presenti nei segreti di Bologna dell’ex giudice Rosario Priore, che è anche parte in causa perché ha avuto una sua cugina vittima della strage di Bologna, e l’avvocato Valerio Cutonilli ipotizzano che la strage sia stata un attentato organizzato dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ed eseguito materialmente dal gruppo Separat o, come diceva Cossiga, un incidente in un trasporto di esplosivo, magari indotto o diretto.

Ma su questo, sottosegretario, non riusciamo a capire e non comprendiamo per quale ragione i documenti trasmessi dai servizi di sicurezza degli Stati del Patto di Varsavia, ora conservati presso gli archivi della Commissione Impedian, appunto, che sono sotto segreto funzionale – quindi non è vero che sono liberi e tutti i documenti sono accessibili -, e delle altre Commissioni d’inchiesta, “stragi”, “Moro” e così via, sono documenti che confermano la pista del terrorismo internazionale palestinese attraverso questa service internazionale, come la rogatoria del giudice Bruguière, già emersa nei lavori delle medesime Commissioni. Pertanto la richiesta di desecretazione degli atti delle Commissioni è trasversale. Persino il presidente della Commissione Moro 2, Fioroni, che certo non è un esponente di Fratelli d’Italia, ha rivelato nel suo libro su Moro che il lodo Moro e la pista internazionale dimostrano che il terrorismo italiano, soprattutto quello brigatista, non era un terrorismo endogeno, ma che era inserito come parte di ingranaggio in una macchina micidiale del terrorismo internazionale, strumento della guerra fredda italiana, perché noi dobbiamo capire e accettare il concetto e il principio che in Italia c’è stata la guerra fredda, come in tutte le altre nazioni europee, e che noi eravamo una scacchiera prioritaria per la guerra fredda, perché avevamo l’affaccio sul Mediterraneo e, ovviamente, i rapporti mediorientali.

Noi pensiamo che la verità e la desecretazione di questi documenti debba essere effettuata al più presto. Lo chiediamo noi, lo chiede Giovanardi, lo chiede Marilotti, presidente della “Commissione archivi” del MoVimento 5 Stelle, senatore che ha lavorato per la verità. È un impegno trasversale dell’Intergruppo che ho fondato insieme alla collega Frassinetti, “la verità oltre il segreto”. Lo chiede Giuliana Cavazza dell’associazione delle vittime di Ustica. Per cui faremo di tutto affinché possa emergere la verità, ma soprattutto, sottosegretario Manzella, tralascio la replica che mi ero scritto per denunciare in quest’Aula che la risposta del Ministero della Giustizia, anche per conto della Presidenza del Consiglio, è fortemente omissiva perché non ha detto e non ha speso una parola su un fatto e su uno scoop straordinario e gravissimo che è emerso su Reggio Report a firma dei giornalisti Pelizzaro e Paradisi sulle relazioni accertate a verbale del giudice istruttore Gentile con Abu Saleh, che era il capo delle operazioni speciali palestinesi in Italia. Quindi, siete omissivi: purtroppo, lei oggi è qui a rappresentare il Governo, e quindi deve prendersene carico, anche se so che lei è incolpevole su questo tema, però siete omissivi come Governo, siete reticenti, state nascondendo la verità e non vi daremo tregua come Intergruppo parlamentare. Abbiamo già chiesto la costituzione di una Commissione d’inchiesta perché magicamente, per la prima volta nella storia repubblicana, non è stata più ricostituita quando si era a un passo anche con la Commissione Moro 2 dallo svelare e da unire il “lodo Moro” alla vicenda internazionale dell’Italia. Chiediamo la Commissione di inchiesta, chiediamo la desecretazione di tutti i documenti, compresi quelli che, in maniera contraddittoria, il Presidente del Consiglio ha prima annunciato che avrebbe desecretato per poi farli risecretare dai servizi fino al 2029. Per cui o non conta niente lui, e quindi questa è una nazione governata dai servizi, oppure fa due parti in commedia, come spesso gli riesce bene.

C’è la vicenda del giudice istruttore Gentile, molto anziano, ma tuttora vivo e vegeto, di cui risultano i verbali agli atti in cui lui dice “io conoscevo Abu Saleh, lo frequentavo, mi mandava dei regali”, e lo sapeva tutta la procura, aveva coinvolto anche gli altri giudici. Addirittura lo manda, pur non avendone la facoltà, a Roma a svolgere chissà quale missione. Quindi è chiaro che c’è stato un intervento dei servizi e dello Stato nella gestione del processo sia di Bologna sia quello relativo ad Abu Saleh e al sequestro dei missili. È talmente chiaro ed evidente, e questi verbali stanno lì a dimostrarlo. Questo Governo è reticente e omissivo, e non vi daremo tregua perché l’unica cosa che ci muove è la ricerca della verità; lo dobbiamo alle vittime della strage di Bologna, della strage di Ustica e di tutte le stragi italiane.

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze urgenti all’ordine del giorno.

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