Strage di Bologna, la vera storia. Capitolo finale
Una gigantesca montatura di Stato tra Sismi,
magistratura, armi palestinesi,
l’uomo di Habbash e il giudice suo amico

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI*

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

9/9/2020 – L’operazione “terrore sui treni”, preparata attraverso quegli appunti della fonte del maresciallo Sanapo e sollecitati dai magistrati dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna tra ottobre e novembre 1980, viene lanciata ufficialmente ai primi di gennaio del 1981, appena pochi giorni dopo il deposito della perizia chimico-esplosivistica sull’ordigno esploso alla stazione di Bologna il 2 agosto.

Nei primi giorni di gennaio 1981, il generale Pietro Musumeci consegnava brevi manu al giudice istruttore Aldo Gentile titolare dell’inchiesta sulla strage un appunto in cui si tiravano in ballo vecchi arnesi arrugginiti dell’estremismo di destra: Stefano Delle Chiaie e altri ex di Avanguardia nazionale, l’ingegnere Eliodoro Pomar (coinvolto nell’inchiesta sul presunto golpe Boghese), Franco Freda, Giovanni Ventura, Marco Affatigato, l’ordinovista Elio Massagrande, l’ex ispettore della polizia francese, Paul-Louis Durand, militante del Fane (Federazione di azione nazionale europea), e alcuni tedeschi del gruppo paramilitare capeggiato dall’enigmatico Karl-Heinz Hoffmann (quelli che, secondo Abu Ayad, si sarebbero addestrati nei campi delle destre maronite in Libano). La pista nera internazionale è così confezionata.

Tutto è ormai pronto.

MUSUMECI CONSEGNA UN APPUNTO A NOTARNICOLA

Il 9 gennaio 1981, il direttore del SISMI Giuseppe Santovito rientra in Italia dalla Francia, accompagnato dal suo consulente personale Francesco Pazienza (il quale, come abbiamo visto, mai partecipò agli incontri riservati preparatori fra Ugo Sisti, Pietro Musumeci e Aldo Gentile). Nella sala Vip dell’aeroporto di Ciampino il generale Giuseppe Santovito era atteso dal colonnello Musumeci e dal direttore della Seconda Divisione del SISMI, colonnello Pasquale Notarnicola.

Giuseppe Santovito

Alla presenza del direttore del Servizio e di Pazienza, Musumeci consegna a Notarnicola un appunto con l’allarmante notizia sull’imminente attuazione di un piano eversivo, con attentati dinamitardi sui più importanti tronchi ferroviari, progettato da una “direzione strategica” costituita da Franco Freda e Giovanni Ventura e portato avanti dall’organizzazione di Stefano Delle Chiaie, che si sarebbe avvalsa di aderenti alla Fane di Durand (anche tedeschi).

«Sembrava che gli ordigni fossero già pronti in Italia», in attesa della consegna a un nucleo di terroristi composto da quattro o sei elementi, fra cui un parigino di nome Philippe e un tedesco di nome Horst di 40-45 anni. La consegna degli esplosivi sarebbe avvenuta a bordo di un treno.

Questa era l’operazione “terrore sui treni” che avrebbe dovuto dare l’impulso decisivo per evitare che il teorema alla base delle indagini sulla strage crollasse come un castello di carte.

Il 10 gennaio 1981, la notizia riguardante questo trasporto di esplosivi viene trasmessa al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri e all’UCIGOS. Il giorno seguente, l’11 gennaio, il SISMI allerta gli stessi uffici, riferendo che secondo ulteriori notizie apprese dalla fonte, l’esplosivo sarebbe stato consegnato a due cittadini francesi (fra cui il citato Philippe) a bordo di un treno in transito in una delle seguenti località: Bologna, Forlì, Ancona.

Giuseppe Belmonte

La sera del 12 gennaio 1981, il SISMI trasmette un marconigramma al Comando Generale dei Carabinieri e all’UCIGOS in cui si riferisce che la consegna degli esplosivi sarebbe avvenuta nel corso della notte tra il 12 e il 13 gennaio a bordo di un treno ad Ancona. Alle ore 2 e 55 del 13 gennaio 1981, perveniva al SISMI una telefonata in cui un anonimo riferiva che la consegna dell’esplosivo sarebbe avvenuta ad Ancona, verso le ore 5 e 30, sul treno espresso 514.

Non dobbiamo dimenticare che la “fonte” del maresciallo Francesco Sanapo che portò poi alla scoperta dell’esplosivo dell’operazione “terrore sui treni” sarebbe stata gestita e manipolata più volte sulla base dei quesiti che proprio l’ex capo della Procura di Bologna Ugo Sisti aveva in più occasioni scritto e passato brevi manu al generale Musumeci.

Ugo Sisti

LE DUE FILIERE TRA GIUDICI BOLOGNESI E SERVIZIO SEGRETO

Per riassumere, dalla fine di settembre 1980 (siamo al volgere del primo governo presieduto da Francesco Cossiga), proprio quando Ugo Sisti lascia la guida della Procura di Bologna per andare al ministero di via Arenula a capo della direzione generale gli Istituti di Prevenzione e di Pena, si attivano due filiere informative che dal SISMI penetreranno direttamente all’interno dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna:

  • La prima, quella composta da Stefano Giovannone, Rita Porena, Abu Ayad, Abu Anzeh Saleh e Aldo Gentile.
  • La seconda, quella formata da Ugo Sisti, Giuseppe Santovito, Pietro Musumeci e Aldo Gentile.
Stefano Giovannone

Quel gigantesco dirottamento delle indagini sulla strage assunse dimensioni tali da costituire una barriera invalicabile per la ricerca della verità sull’attentato del 2 agosto 1980. Il titolare dell’istruttoria, Aldo Gentile, era al centro delle due cordate di questa grande montatura e i suo ruolo fu centrale e determinante nell’aver portato tutto il peso del SISMI dentro le indagini. E se consideriamo che il SISMI dipendeva dal punto di vista politico-funzionale dal ministero della Difesa e dalla Presidenza del Consiglio, se ne deduce che attraverso il servizio segreto vi era, di fatto, un controllo da parte degli organi di governo dell’attività dell’autorità giudiziaria. Tutto quello che la legge di riforma 801 del 1977 aveva dettato sul ruolo e sulle funzioni dei riformati servizi segreti venne disatteso e violato.

E il risultato fu quello che abbiamo visto.

Abu Ayad

Resta il quesito più importante: il riformato servizio segreto militare deviò da suoi compiti istituzionali o rispose soltanto alle enormi sollecitazioni e pressioni che – dalla fine di settembre 1980 – provenivano sia dal governo sia dagli uffici giudiziari di Bologna? La risposta a questa domanda è nelle testimonianze dei diretti interessati, primo fra tutti il dott. Ugo Sisti che a Bologna aveva un po’ il peso, il ruolo e l’influenza che alla Procura di Roma aveva Domenico Sica. Una volta si sarebbe detto, l’eminenza grigia.

“SALEH E’ VENUTO CON TE IN LIBANO?”

Quando Aldo Gentile è stato sentito dal pubblico ministero Enrico Cieri e dal capo della Sezione Antiterrorismo della DIGOS di Bologna Antonio Marotta il 7 novembre del 2012 (33° anniversario del sequestro dei missili terra-aria Sam 7 Strela ad Ortona), tutta l’attenzione degli inquirenti era concentrata sull’ipotesi che Gentile fosse andato in Libano, nel corso della seconda missione, insieme ad Abu Anzeh Saleh.

Abu Anzeh Saleh

Questo avrebbe potuto spiegare quelle strane richieste «per fini di giustizia» che il giudice istruttore titolare delle indagini sulla strage di Bologna aveva inoltrato ai colleghi della Corte d’Appello de L’Aquila per autorizzare l’allora detenuto ai domiciliari Abu Anzeh Saleh a lasciare Bologna dove aveva l’obbligo della firma in Questura per recarsi a Roma (una prima volta dal 15 al 24 settembre 1981 e una seconda volta nel novembre dello stesso anno, così come è emerso dalla risposta fornita dall’allora sottosegretario al ministero dell’Interno, prefetto Carlo De Stefano a una interpellanza urgente presentata dopo la pubblicazione del primo articolo sugli strani viaggi a Roma di Saleh).

C’era insomma il fondato sospetto che Gentile e Saleh fossero andati in missione a Beirut insieme nel novembre del 1981.

Il giudice Aldo Gentile fece due missioni in Libano, ambedue organizzate dal servizio segreto militare e alle quali parteciparono attivamente il colonnello Stefano Giovannone e il colonnello Francesco Delfino della Seconda Divisione del SISMI.

Francesco Delfino

La prima si svolse dal 22 al 27 luglio 1981:

«Nella speranza di risolvere, in modo chiaro e definitivo il caso di Alfredo (Alfredo era il fantomatico italiano citato dal SISMI che si sarebbe addestrato nei campi delle destre maronite in Libano insieme ai membri del gruppo neonazista tedesco Hoffmann, nda). e dei suoi complici, già segnalato dal SISMI, parto per Beirut, il giorno 12.7.1981. Con l’impegno del più rigoroso riserbo onde la notizia non trapeli nell’ambiente dell’OLP».

La seconda missione si svolse il 18, 19 e 20 novembre 1981. Queste che seguono sono le annotazioni che il giudice Gentile ha lasciato agli atti dell’istruttoria di Bologna:

«Sempre allo scopo di chiarire la vicenda di Alfredo, mi rivolgo all’Ufficio di Roma dell’OLP e al SISDE enunciando il proposito di sollecitare di persona, in loco, informazioni dall’OLP pel tramite di Giovannone. Il ministero degli Esteri e il SISMI, per le sfere di rispettiva competenza, appoggiano la missione, incaricando l’Ambasciata di Beirut e il col. Giovannone per la necessaria assistenza. Si ripete la raccomandazione della massima riservatezza al fine di evitare che vengano informati gli organismi della Falange. Nei giorni 18-19 e 20 novembre, il Giovannone tiene colloqui, in francese, in mia presenza, con il vice capo della polizia libanese, e con due membri dell’OLP. Sulla base di tali colloqui e di suoi ricordi personali, non scaturenti da incarichi di servizio, ho redatto gli appunti allegati in copia, mentre ho trasmesso gli originali al SISDE».

Come ammesso dal diretto interessato, il giudice istruttore di Bologna si trasforma perfino in informatore del SISDE, trasmettendo al servizio segreto civile appunti, note e rapporti contenenti informazioni desunte dall’attività d’indagine.

Ecco cosa ricorda Aldo Gentile 31 anni dopo (il 7 novembre 2012, quando è stato sentito dai magistrati di Bologna) di quelle due missioni in Libano (una presso il quartiere generale della Falange cristiano maronita e l’altra presso il quartier generale dell’OLP di Arafat).

Il racconto dell’ex giudice istruttore di Bologna è a tratti confuso e stranamente nebuloso. Quel viaggio in Libano doveva nascondere qualcosa di inconfessabile:

“Io sono andato da solo la prima volta, ma avevo l’appoggio presso Giovannone. La seconda volta sono andato con un carabiniere che poi è diventato generale… ed è stato compromesso, nel senso che si è fottuto i soldi di un riscatto… di un sequestro di persona… come si chiamava… l’ho conosciuto da colonnello… e mi era stato sempre affidato… era stato addetto del SISMI per accompagnarmi… ma come si chiamava?”.

Francesco Delfino, appunto, che poi – come ben ricorda Gentile – venne coinvolto nelle indagini sul sequestro dell’imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini e poi condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione per truffa aggravata. Venne peraltro condannato a restituire il miliardo di lire sottratto con l’inganno alla famiglia del rapito.

«Anzeh Abu Saleh è venuto con te in Libano?», domanda Enrico Cieri. La risposta dell’anziano ex giudice istruttore di Bologna è ermetica: «No, assolutamente no».

Eppure quella incredibile coincidenza di date e circostanze che è emersa proprio nel corso degli accertamenti di polizia scaturiti a seguito della presentazione (il 25 settembre 2012) dell’interpellanza parlamentare urgente in merito alle notizie del nostro articolo pubblicato il 17 settembre 2012 sulla testata online www.segretidistato.it non riesce ad essere fugata dai lapidari dinieghi di Gentile. «Ti ricordi perché hai autorizzato che lui andasse a Roma, per vederlo tu, perché lo vedessero altri, perché lo sentissero altri», domanda il pubblico ministero.

«Non mi ricordo», risponde l’ex giudice istruttore.

  • Cieri: «Non ti ricordi nulla?»
  • Gentile: «Assolutamente non mi ricordo… ma perché poi non so perché avrei dovuto autorizzare io… perché io non avevo giurisdizione. Non è un mio testimone, non era un mio imputato. Non era niente. Parlando con il fiduciario dell’OLP a Roma era venuto per caso fuori… fa… siccome sapevo che era palestinese lui… lo nominai e lui mi disse che era il loro fiduciario a Bologna. Basta! Mai contestato niente a questo signore».
  • Cieri: «Abbiamo detto che la ragione di questa richiesta tu non la ricordi?»
  • Gentile: «No, assolutamente no».

La circostanza è quanto mai controversa e inspiegabile, poiché – anche se anziano – l’ex giudice istruttore sembra ricordare un po’ tutto quello che ha fatto in quel periodo, tranne la faccenda delle richieste di autorizzazione a favore di Abu Anzeh Saleh. Tutto molto strano. E sospetto. E questo sospetto traspare soprattutto dalle domande che il capo della Sezione Antiterrorismo della DIGOS di Bologna rivolge all’ex giudice istruttore. Il punto centrale è che agli atti dell’istruttoria sulla strage, a parte quei pochi fonogrammi tra Gentile e i colleghi aquilani, non ci sono altri documenti che possano spiegare quelle richieste.

UNA RAFFICA DI DOMANDE POLIZIESCHE

Dopo l’offerta da parte di Gentile di quel bicchierino di acquavite brasiliana nel tentativo di alleggerire la tensione, il dott. Antonio Marotta, che sembra aver capito tutto di questa incredibile vicenda, inizia a incalzare il vecchio giudice istruttore di Bologna con una raffica di domande poliziesche.

  • Marotta: «Volevo dire questo Anzeh Abu Saleh viene arrestato nel novembre 1979».
  • Gentile: «Può darsi».
  • Marotta: «Glielo dico io come dato».
  • Gentile: «Fatto storico».
  • Marotta: «Fatto storico poiché vennero trovati questi missili Strela».
  • Gentile: «Sì».
  • Marotta: «… insieme ai cittadini italiani e poi le indagini portarono…».
  • Gentile: «Sul Gargano, sul Gargano…».
  • Marotta: «Vicino Vasto, vicino…».
  • Cieri: «Ortona».
  • Marotta: «Ortona, Ortona. Dopodiché le indagini portarono ad Anzeh Abu Saleh e venne arrestato due giorni dopo anche Abu Anzeh Saleh. Venne arrestato e lui rimase in carcere per le indagini svolte poi dalla Procura di Chieti prima e de L’Aquila dopo, fino all’agosto del 1981 quando venne scarcerato il 14 agosto 1981. Quindi le volevo chiedere questo, lei ricorda di averlo incontrato al bar prima del ’79 o dopo?».
  • Gentile: «Tutto dopo… dopo la sua scarcerazione non l’ho più visto perché è scomparso da Bologna».
  • Marotta: «Lui venne scarcerato il 14 agosto dell’81 da Roma, perché era in carcere a Roma».
  • Gentile: «Sì».
  • Marotta: «… e venne a Bologna perché il Tribunale de L’Aquila lo autorizzò ad essere… a stare… ad abitare a Bologna con l’obbligo di firma presso la Questura».
  • Gentile: «Allora si vede che l’ho frequentato anche allora. Io… io ricordavo che lui fu arrestato per l’affare dei missili e che da allora non avevo saputo più niente, Invece dopo è tornato?».
  • Marotta: «Sì, dopo è tornato a Bologna e quando lui venne autorizzato con quel fonogramma che abbiamo visto a firma sua, lui era a Bologna?».
  • Gentile: «Sì, che data è quel fonogramma?».
  • Marotta: «Il fonogramma è quello che abbiamo visto prima ed è del 12 settembre… lui venne scarcerato…».
  • Gentile: «Di che anno?».
  • Marotta: «Dell’81, lui venne scarcerato il 14 agosto 1981».
  • Gentile: «Eh! E viene a Bologna».
  • Marotta: «Torna a Bologna e continua ad abitare a Bologna avendo l’obbligo della firma presso la polizia».
  • Gentile: «Sempre in via Tovaglie?».
  • Marotta: «Sempre in via Tovaglie. Dopodiché a settembre viene autorizzato dal Tribunale de L’Aquila su richiesta a sua firma, su quel fonogramma che abbiamo visto prima l’11 settembre. Lei poi il 12 settembre comunicava alla Questura che è stato autorizzato ad allontanarsi da Bologna per recarsi a Roma. Ecco, volevo sapere se lei l’aveva frequentato in questo mese che va dal 14 agosto ’81 al 12 settembre?».
  • Gentile: «Un minuto fa le ho detto che io avevo la netta convinzione di averlo frequentato prima che fosse arrestato».
  • Marotta: «Sì, ho capito».
  • Gentile: «Se lui è tornato a Bologna, vuol dire che l’ho frequentato anche dopo… perché non c’era nessuna ragione…».
  • Marotta: «Questo le dico, perché poi dopo lui rimane a Bologna, viene autorizzato una prima volta a settembre per andare a Roma».
  • Gentile: «Sì».
  • Marotta: «Ma dopo quella [autorizzazione] di settembre… quei dieci giorni di autorizzazione, lui torna a Bologna…».
  • Gentile: «Sì».
  • Marotta: «… e rimane a Bologna fino a novembre. Poi a novembre viene di nuovo autorizzato dal Tribunale de L’Aquila a recarsi a Roma dove rimane anche qualche settimana. In queste due assenze da Bologna non ci sono motivi, non ci sono rapporti con nessuno, c’è scritto solo una circostanza che era autorizzato a seguire un processo a L’Aquila».
  • Gentile: «Quanti… [incomprensibile]… questo signore?».
  • Marotta: «Questo non possiamo… noi non possiamo… per questo siamo qui a sentire lei. Ci ponevamo questo tipo di ragionamento, se era per il processo o c’erano altre ragioni… poi lei dice però che ha avuto anche rapporti con il SISMI a Bologna dove ha incontrato poi il rappresentante dell’OLP a Roma, questo…?».
  • Gentile: «Sì, ma Saleh non c’entra niente».
  • Marotta: «Ma lei incontra il rappresentante dell’OLP a Roma per quale (motivo)… sempre in ragione delle indagini che svolgeva?».
  • Gentile: «Sì, sì».
  • Marotta: «E glielo danno come indicazione, i rappresentanti… diciamo gli agenti del SISMI? Come fa ad arrivare… ecco questo mi chiedevo».
  • Gentile: «Come ho saputo che era il signore che rappresentava l’OLP a Roma?».
  • Marotta: «Ecco! Sì, esatto. E da lì… no… perché lei dice poi “da lui ho saputo che Anzeh Abu Saleh era un agente del Fronte di liberazione della Palestina”…».
  • Gentile: «Sì, questo me lo ricordo. Ma come ho preso contatto con questo signore… aveva l’ufficio con tutti quegli sgherri paurosi in via Nomentana…».
  • Marotta: «O comunque chi è del SISMI che comunque ha avuto rapporti con lei per arrivare poi a questo rappresentante del Fronte di liberazione della Palestina…».
  • Gentile: «Io ricordo che ci andai con il capitano Pandolfi che comandava l’Anticrimine di Bologna e che mi ha aiutato molto in questa indagine. Però da chi abbia saputo…».
  • Marotta: «Non lo ricorda».
  • Gentile: «È passato tanto tempo. Ogni giorno si apprendeva centinaia di cose che poi il 99,99% non aveva nessuna importanza».
  • Marotta: «No, perché facevo questo tipo di valutazione, nel senso che lei aveva conosciuto il rappresentante del Fronte di liberazione della Palestina a Roma che gli aveva detto che Anzeh Abu Saleh…».
  • Gentile: «Era un loro agente».
  • Marotta: «… che era un loro agente… e cercavo di collocarlo temporalmente in maniera tale da capire se era avvenuto prima del suo arresto o dopo il suo arresto… questa notizia che lei aveva appreso…».
  • Gentile: «Ah! Prima… che io non sapevo… io non…».
  • Marotta: «Quindi prima dell’arresto di Anzeh Abu Saleh sapeva già che era un militante del Fronte…».
  • Gentile: «Sì, questo sì, perché se a quel tempo fosse stato detenuto me ne sarei ricordato… no, no, a quel tempo quando io ho conosciuto questo losco signore, Anzeh Abu Saleh, frequentava il bar di via Tovaglie… era un palestinese e basta».
  • Marotta: «Quindi quando venne arrestato lei sapeva già che lui era un militante del Fronte… venne arrestato ad Ortona, diciamo… quando Anzeh Abu Saleh venne arrestato ad Ortona lei già sapeva che era un militante del Fronte…».
  • Gentile: «Sì, sì, perché… quando io ho parlato con il rappresentante dell’OLP, la faccenda dei missili non era ancora venuta fuori».
  • Marotta: «Non era venuta fuori, quindi stiamo parlando prima del ‘79».
  • Gentile: «Sì».

Gentile cade in contraddizione e poi si chiude nei «non ricordo»

Qui l’ex giudice istruttore cade nell’ennesima contraddizione, che per un magistrato sarebbe anche una cosa grave. Mentire o fornire false informazioni a verbale avendo l’obbligo di dire la verità e nulla tacere di quanto è a sua conoscenza è molto rischioso. Il passo tra persona informata sui fatti e indagato è molto breve. Ma nel caso di Aldo Gentile, il passaggio scivoloso viene risolto in qualche modo, cercando di evitare all’anziano ex giudice un guaio con la giustizia.

Prima aveva detto che, nell’ambito delle indagini sulla strage, aveva preso contatto con il rappresentante dell’OLP a Roma e che da questi aveva saputo che Abu Anzeh Saleh era un loro agente. Poi, incalzato dal capo della DIGOS, Aldo Gentile rivela che venne a conoscenza di questo importante particolare prima dell’arresto di Saleh, è cioè prima del 13 novembre 1979. Ricordiamo che nella perquisizione effettuata nell’abitazione del giordano in via delle Tovaglie in occasione del suo arresto i militari dell’Arma trovarono l’annotazione del numero 06 6799421, seguita dal nome Stefano. Questo era il telefono personale del colonnello Stefano Giovannone del SISMI.

A questo punto, il sostituto procuratore Enrico Cieri intuisce subito lo scollamento delle differenti versioni fornite da Gentile e così decide di intervenire per chiarire la circostanza.

  • Cieri: «Però scusa, tu con il rappresentante dell’OLP a Roma… tu ci parli per la strage alla stazione di Bologna o per altre cose?».
  • Gentile: «No, no, per la strage».
  • Cieri: «E quindi dici di aver parlato dopo il 2 agosto ’80?».
  • Gentile: «Perché… sì, certo».
  • Cieri: «E quindi in quel periodo Anzeh Abu Saleh era già incarcerato… era già detenuto, già sottoposto al procedimento penale».
  • Gentile: «Non era a Bologna?».
  • Cieri: «Eh! Lui venne arrestato nel novembre…».
  • Gentile: «L’affare dei missili è antecedente?».
  • Marotta: «Sì».
  • Cieri: «Sì».

LA MEMORIA INTERMITTENTE DELL’EX GIUDICE ISTRUTTORE DI BOLOGNA

Le date non mentono e non possono essere cambiate o scambiate. Il dialogo ha un che di surreale, qualcosa di mistificatorio. Quando il discorso si fa più spigoloso, penetrante, quando le date non tornano, quando c’è da capire per quale motivo vennero richieste quelle autorizzazioni per Saleh, quando gli inquirenti cercano di sapere in che momento l’allora giudice istruttore titolare delle indagini sulla strage frequentava il responsabile della struttura clandestina dell’FPLP in Italia, Gentile diventa di colpo smemorato, i suoi ricordi sfumano e si ripara dietro o soliti “non ricordo”.

Il dott. Marotta della DIGOS cerca di riprendere il filo del discorso.

  • Marotta: «Cioè, lui venne arrestato nel ’79… nel novembre del ‘79».
  • Gentile: «Ah beh, allora la mia visita all’OLP è avvenuta nell’81 penso».
  • Marotta: «La strage, siamo nell’agosto ’80…».
  • Gentile: «La strage è del 2 agosto 1980… io ho avuto l’istruttoria dopo il periodo della sommaria… quindi la devo averla avuta a novembre… ottobre, novembre».
  • Marotta: «Dell’80?».
  • Gentile: «Dell’80».
  • Marotta: «Quindi ha saputo di Anzeh Abu Saleh dopo la strage di Bologna che era un militante del Fronte di liberazione della Palestina?».
  • Gentile: «Sì, sì, certo. Sarà stato nell’81… e aveva già subito l’arresto?».
  • Marotta: «Sì, era stato arrestato nel ’79… novembre ‘79».
  • Gentile: «Mi ricordo vagamente che costui scomparve per un po’ di tempo».
  • Cieri: «Ma tu non puoi non averlo saputo che era stato arrestato, per forza».
  • Gentile: «Io non mi ricordo».

L’anziano ex giudice istruttore sente tutto il peso di quel colloquio che fruga nei suoi antichi ricordi e che rischia di metterlo in seria difficoltà per una vicenda tenuta all’oscuro, sepolta nel mare magnum delle carte dell’istruttoria, per 32 anni. Gentile sa, capisce bene che quello snodo è una delle attività più riservate e delicate dell’indagine, tanto che agli atti non è rimasto praticamente nulla. Un buco. Un vuoto incomprensibile, anche per inquirenti allenati, scafati ed esperti come Cieri e Marotta.

  • Gentile: «Vedi, quando io ho parlato con il rappresentante dell’OLP era l’81 inoltrato certamente…».
  • Cieri: «Dopo la strage quindi?».
  • Gentile: «Dopo la strage. E di Saleh sapevo soltanto che era un palestinese, frequentava il bar di via Tovaglie, basta. Non sapevo niente dell’affare dei missili. Di questo sono sicuro».
  • Cieri: «Ma come è possibile?».
  • Gentile: «Eh!».
  • Cieri: «Sarei stato… quando… sarà stato pure arrestato prima che io parlassi con il rappresentante dell’OLP, però la notizia non fu diffusa, almeno io non venni… sparì da Bologna e non sapevo perché».

Un’altra, ennesima, macroscopica contraddizione che rasenta il falso. L’arresto di Saleh avvenne proprio a Bologna e la storia dei missili sequestrati ad Ortona il 7 novembre 1979 era finita su tutti i giornali. Peraltro le indagini e l’arresto del giordano erano effettuate dai carabinieri. E Gentile poco prima, a verbale, aveva detto che un aiuto significativo alle indagini lo aveva avuto proprio dal capitano Paolo Pandolfi, comandante della Sezione Anticrimine del Nucleo Operativo della Legione Carabinieri di Bologna. Possibile che il capitano Pandolfi non informò il giudice istruttore Gentile che Saleh era stato arrestato a Bologna per un traffico di armi da guerra?

  • Cieri: «Cioè, voglio dire… adesso io ovviamente… non è che stiamo facendo il processo ai tuoi ricordi, io volevo sapere questo: il tuo ricordo è che quando tu senti Anzeh Abu Saleh, quando tu contatti Anzeh Abu Saleh…».
  • Gentile: «Sì».
  • Cieri: «… su indicazione di questo esponente OLP di Roma, tu non sai che Anzeh Abu Saleh era stato…».
  • Gentile: «No, io Anzeh Abu Saleh l’ho conosciuto prima che parlassi con il rappresentante dell’OLP…».
  • Cieri: «Sì».
  • Gentile: «… tanto che ne parlammo io e questo signore. E lui mi disse che era un loro agente».
  • Marotta: «E quindi lo ha conosciuto prima del [novembre 1979]».
  • Cieri: «E quindi lo ha conosciuto prima e ci sta perché è una sua conoscenza privata. Io ti dico, però, quando poi tu lo ricontatti su indicazione di questo signore dell’OLP di Roma…».
  • Gentile: «No, io non l’ho più ricontattato».
  • Cieri: «E ma tu nell’81… ci sono questi fonogrammi con cui autorizzi, chiedi che Abu Anzeh Saleh sia autorizzato a lasciare Bologna, quindi un qualche rapporto lo devi aver avuto con Anzeh Abu Saleh».
  • Gentile: «Dunque, dopo che io parlai con questo… come si chiama, questo qui dell’OLP lì a Roma, in quel periodo se ben ricordo Saleh non era già più a Bologna e per aver scritto quella autorizzazione significa che poi è tornato a Bologna e l’ho rivisto… è tornato a Bologna ed io sono stato sollecitato ad emettere un certo certificato, autorizzazione a… presumibilmente dovrei averlo rivisto».
  • Cieri: «Eh!».
  • Gentile: «E non mi ricordo».
Illich Ramirez Sanchez detto Carlos

IL MURO DI GOMMA DELL’EX GIUDICE ISTRUTTORE

Un muro di gomma. Domanda: ma se il giudice istruttore di Bologna Aldo Gentile venne sollecitato a chiedere quelle autorizzazioni per Saleh al fine di recarsi a Roma «per fini di giustizia» e che questi fonogrammi sono agli atti dell’istruttoria della quale era il titolare, tutto ciò significa che la figura e il ruolo del giordano dell’FPLP sono entrati – in qualche modo e per qualche oscura ragione – nelle indagini sulla strage. Ma senza lasciare ulteriori tracce, tranne quei quattro laconici fonogrammi agli atti dell’inchiesta.

Perché Aldo Gentile venne «sollecitato»?

Chi lo sollecitò?

Qual era il legame tra il trasporto dei missili di Ortona, l’arresto Abu Anzeh Saleh e le indagini sulla strage alla stazione ferroviaria?

Un dato è certo: Gentile era il titolare delle indagini sulla strage e Gentile venne «sollecitato» per permettere a Saleh di andare a Roma a non si sa bene cosa fare. E questo è largamente sufficiente per dimostrare che c’era un accordo, un “lodo” con la dirigenza palestinese e che questo “lodo” aveva un impatto sulle indagini sull’attentato del 2 agosto 1980.

Se non vi fosse stato alcun legame tra il sequestro dei missili di Ortona, l’arresto di Saleh e la strage, per quale motivo la richiesta di autorizzazione per Saleh venne sollecitata proprio al titolare delle indagini sull’attentato? Da qui non si esce.

Il punto è questo. Qual è il nesso tra Ortona, l’arresto del capo dell’FPLP in Italia, la rottura dell’accordo tra autorità italiane e dirigenza palestinese e la strage? Eppure un nesso, un punto di contatto, una spiegazione ci dev’essere perché esistono questi quattro fonogrammi tra Gentile e i colleghi della Corte d’Appello de L’Aquila agli atti dell’istruttoria del 2 agosto.

  • Cieri: «E non ti ricordi nemmeno se queste richieste di autorizzazione ti vennero da questo rappresentante dell’OLP?».
  • Gentile: «Quella… dici quel provvedimento? No… perché non avrei mai, lo dico per convinzione non perché possa avere elementi per escludere… perché non avrei mai aderito ad una richiesta di un … di un… chi è? Non era…».
  • Cieri: «Non lo so! Magari per finalità investigative, per favorire un colloqui investigativo».
  • Gentile: «Non era un soggetto con cui fraternizzare, stringere un accordo… non aveva… questo era un rappresentante, ma diplomaticamente non era niente».
  • Cieri: «Certo».
  • Gentile: «Non mi sarei mai sognato di prendere delle iniziative, dare delle autorizzazioni in favore di una persona, chi era questo!».
  • Marotta: «Questo era legato al fatto che comunque un qualche contatto ci deve essere stato perché poi lei chiede l’autorizzazione a far sì che Anzeh Abu Saleh si possa allontanare da Bologna».
  • Gentile: «Sì».
  • Marotta: «… che può essere nata da un rapporto diretto di Anzeh Abu Saleh che magari si è rivolto…».
  • Gentile: «A me…».
  • Marotta: «… si è rivolto, sì, all’Ufficio Istruzione, diciamo, del giudice istruttore oppure da qualche altra…».
  • Gentile: «Sarà partito da qualche altro ufficio giudiziario».

Ma se Abu Anzeh Saleh, all’epoca imputato con l’obbligo di firma alla Questura di Bologna, dipendeva dalla Corte d’Appello de L’Aquila, perché viene sollecitato il giudice istruttore titolare dell’inchiesta sulla strage? Che senso ha tutto questo? Saleh, se aveva necessità di lasciare Bologna per recarsi a Roma, avrebbe dovuto presentare formale richiesta al giudice de L’Aquila, non a quello di Bologna. Tant’è che l’autorizzazione viene rilasciata dai giudici aquilani, non viceversa. Tutto il castello di carte sta per crollare.

Tutte le giustificazioni vengono spazzate via dalla logica dei fatti. Se Gentile è intervenuto in favore di Saleh vuol dire che venne sollecitato a farlo e che il ruolo del giordano aveva a che fare con le indagini sull’attentato alla stazione. Altrimenti il fonogramma nel quale si informava la polizia che l’imputato con l’obbligo di firma in commissariato poteva lasciare Bologna dal 15 al 24 settembre 1981 sarebbe partito dalla Corte d’Appello de L’Aquila per essere trasmesso alla Questura di Bologna. Non c’era nessun bisogno di invertire la procedura e passare dall’Ufficio Istruzione di Bologna, non competente su Saleh, imputato nel processo per il traffico dei missili di Ortona.

Il dirigente dell’Antiterrorismo della DIGOS di Bologna coglie immediatamente il punto e incalza.

  • Marotta: «Che è arrivata la richiesta… però lui per essere autorizzato doveva comunque rivolgersi a L’Aquila, perché solo L’Aquila poteva autorizzarlo».
  • Gentile: «È questo?».

Ma qui il sostituto procuratore interviene, suggerendo in qualche modo la risposta alla persona informata sui fatti. Siamo al limite del consentito.

  • Cieri: «Sì, possiamo escludere che tu lo abbia fatto per ragioni, come dire, abusive, no? No, lo dico… cioè non è pensabile che tu lo abbia fatto perché Anzeh Abu Saleh te l’abbia chiesto in virtù…».
  • Gentile: «Come favore personale?».
  • Cieri: «Esatto! Non è pensabile perché non lo avresti fatto, credo».
  • Gentile: «Questo assolutamente no».

I COMMENTI BENEVOLI DEL MAGISTRATO CHE INTERROGA GENTILE

Ma come fa questo magistrato a essere così sicuro, così certo nel credere che una persona non abbia fatto una tal cosa? Siamo in sede di sommarie informazioni testimoniali, quindi si tratta di un atto formale, regolamentato dal Codice Penale e dal Codice di Procedura Penale.

Come fa un pubblico ministero che sta indagando su uno degli aspetti più controversi di tutta la vecchia inchiesta sulla strage di Bologna a suggerire alla persona da sentire a verbale, attraverso una serie di commenti basati su convincimenti personali, che il testimone non abbia fatto proprio quello che lui sembra escludere a priori? Come fa a scartare la circostanza senza scavare fino in fondo? Che indagine è mai questa?

Letta in questo modo, la verbalizzazione della testimonianza di Aldo Gentile appare più un maldestro tentativo di rimettere le cose a posto, piuttosto che un’indagine seria e disinteressata.

Ma perché? Cosa c’era da occultare e dissimulare ancora?

Un fatto è certo: l’intervento diciamo benevolo del dott. Cieri ottiene il risultato sperato. Gentile si sente in qualche modo protetto, sicuro, non troppo esposto alle insidie di questa nuova indagine e quindi può tranquillamente rispondere come previsto. Nella domanda del sostituto procuratore era già contenuta, in sostanza, la risposta per il testimone.

  • Cieri: «Eh! Quindi devi averlo fatto per una qualche esigenza».
  • Gentile: «Qualcuno me lo ha chiesto».
  • Cieri: «O qualcuno te lo ha chiesto…».
  • Gentile: «Qualcuno me lo ha chiesto, ma non certamente l’OLP perché l’OLP non aveva…».
  • Cieri: «E te lo può aver chiesto il SISMI?».
  • Gentile: «… non aveva competenza a chiedere niente».
  • Cieri: «Il SISMI può avertelo chiesto?».
  • Gentile: «Il SISMI sì, ma non credo però… come dice qua… “richiesta a questo Ufficio”… quale?».
  • Cieri: «Questo Ufficio sarebbe il tuo, l’Ufficio Istruzioni».
  • Gentile: «Ah sì! “A richiesta”… io sono stato richiesto di autorizzare Saleh ad andare… ad assentarsi da Bologna… mh…».
  • Cieri: «Ma non ti ricordi nulla?».
  • Gentile: «No!».

Per l’ennesima volta, il sostituto procuratore Enrico Cieri, invece che procedere con le domande e le eventuali contestazioni, interviene e commenta in modo da fornire al testimone uno spazio di manovra per la risposta. Perché? Qual è il motivo di questa specie di ingerenza nel processo verbale del testimone?

  • Cieri: «Perché poi era un personaggio che a noi non interessava».

GENTILE E SALEH, COME DUE AMICI AL BAR

Ma a quel punto, quasi in modo inaspettato, rientra in gioco il responsabile dell’Antiterrorismo della DIGOS di Bologna, Antonio Marotta, il quale non sembra avere alcun timore reverenziale nei confronti dell’ex giudice istruttore e lo incalza con le domande.

  • Marotta: «E che personaggio era, lei che lo ha conosciuto?».
  • Gentile: «Un bonaccione».
  • Marotta: «Un bonaccione?».
  • Gentile: «Mi ha regalato quella… quel quadro lì… quel bassorilievo in ottone, che rappresenta il tempio di Gerusalemme. Questo me lo ha regalato lui».
  • Cieri: «Ma con Anzeh Abu Saleh hai avuto… ti sei visto a cena, a pranzo?»
  • Gentile: «No, a cena no… compagni di bar».
  • Cieri: «Compagni di bar… Vi siete visti al bar?».
  • Gentile: «Sì! Lui era un giovialone…».
  • Cieri: «Come si faceva a Bologna, si parlava…».
  • Gentile: «Si parlava, si chiacchierava… e mi regalò quell’affare lì».

All’epoca dei fatti, il giudice istruttore Aldo Gentile frequentava il capo dell’FPLP in Italia, il contatto di Carlos con la struttura clandestina palestinese a Bologna. Saleh fa persino dei regali a magistrato che diventerà titolare dell’istruttoria formale sulla strage. Abu Anzeh Saleh, «il bonaccione, il giovialone» compagno di bar di Gentile, ha in tasca il numero di telefono personale del colonnello Stefano Giovannone, capo stazione SISMI a Beirut. Non solo: nella sua agenda personale ha annotato il numero della casella postale presso le Poste di Bologna con la quale mantiene i collegamenti segreti con la rete Separat di Carlos e Johannes Weinrich e si occupa di traffico di armi da guerra da e per l’Italia. Al bonaccione e giovialone giordano di origini palestinesi il giudice istruttore Aldo Gentile fa ottenere una stranissima e misteriosa autorizzazione per andare in missione per una settimana a Roma nel settembre 1981.

Verso la fine dell’esame testimoniale, il sostituto procuratore Cieri riferisce a Gentile che nel corso di quel procedimento penale loro avevano ascoltato anche Carlos, Ilich Ramirez Sanchez, il capo di Separat, tramite rogatoria in Francia.

  • Cieri: «… abbiamo interrogato anche Carlos, Ilich Ramirez…».
  • Gentile: «Sì».
  • Cieri: «Sai…».
  • Gentile: «So chi è… poi… è risultato che lui nei giorni della strage era a Bologna».
  • Cieri: «Lui… non lui… un suo…».
  • Gentile: «Un suo adepto».
  • Cieri: «Un suo adepto».

L’«adepto» è il tedesco Thomas Kram, l’uomo legato a Johannes Weinrich il numero due del gruppo Carlos, l’esperto di esplosivi che era in Italia durante il trasporto dei missili Sam 7 Strela di Ortona ed era a Bologna il giorno dell’attentato. Quante strane coincidenze.

Thomas Kram
  • Marotta: «Lei prima aveva detto dopo qualche… tra il primo e il secondo viaggio [in Libano] c’è qualche mese di distanza».
  • Gentile: «Sì, sì, sì, alcuni mesi».
  • Marotta: «Per questo dicevo che magari non si è… coincidente con il viaggio e potrebbe essere legato proprio al suo viaggio in Libano la sua [richiesta di autorizzazione per Saleh, nda]…».
  • Gentile: «No, no, perché con Saleh non ho mai parlato…».
  • Marotta: «Ma il secondo viaggio in Libano per quale ragione è avvenuto? Il primo era legato al…».
  • Gentile: «Dunque, è avvenuto sempre per il fatto che, da notizie del SISMI, c’erano questi opposti schieramenti di fascisti e comunisti, gli uni appoggiavano l’OLP, gli altri appoggiavano…».
  • Marotta: «I cristiano maroniti».
  • Gentile: «La Falange dei cristiano maroniti… ebbi ulteriori notizie dal SISMI che alcuni rifugiati fascisti presso l’organizzazione dei cristiano maroniti, ci fosse… questa notizia… aspetti che mi ricordo… ci fossero tre tedeschi se mi ricordo… non mi ricordo gli altri… che avevano proprio partecipato alla strage».
  • Marotta: «Questo nel secondo viaggio?».
  • Gentile: «Sì».
  • Cieri: «Tre tedeschi?».
  • Gentile: «Tre tedeschi della Rote Armee Fraktion».
  • Cieri: «La RAF. Senti, ma…».
  • Gentile: «Una palla, perché io poi seppi che uno di questi tre indicati dal SISMI, al tempo della strage di Bologna, era in galera».
  • Cieri: «Mh!».
  • Gentile: «Quindi fu proprio una…».
  • Cieri: «Senti, dimmi un’altra cosa, noi…».
  • Gentile: «Roba di deviazioni».

Resta un vero mistero capire chi fossero questi tre tedeschi della RAF evocati da Gentile, anche perché agli atti dell’istruttoria sulla strage non compare alcun riferimento a questa circostanza.

QUEI LEGAMI TRA “IL BONACCIONE” SALEH E CARLOS LO SCIACALLO

Il sostituto procuratore di Bologna a questo punto fa un collegamento diretto tra «il bonaccione, il giovialone» di Abu Anzeh Saleh e Ilich Ramirez Sanchez (alias Carlos lo Sciacallo), il capo della rete Separat, il terrorista più ricercato al mondo all’epoca dei fatti.

  • Cieri: «E nella agenda di questo Carlos c’è anche il nome di Anzeh Abu Saleh».
  • Gentile: «No, questo non l’ho mai saputo perché questo Carlos è una chimera che è comparsa così, nel corso delle indagini».
  • Cieri: «Cioè non ti sei mai occupato di Anzeh Abu Saleh come adepto del gruppo Carlos?».
  • Gentile: «No, mai! Tant’è che io sapevo che era detenuto in Francia, ma non ho mai chiesto di vederlo».
  • Cieri: «Carlos?».
  • Gentile: «Mh!».
  • Cieri: «Senti, visto che hai fatto questo riferimento al tedesco che era a Bologna il occasione della strage, anche di questo aspetto…».
  • Gentile: «No, che si assume dal fatto del SISMI, da parte del SISMI, che fosse stato a Bologna. In realtà era in galera».
  • Cieri: «No, questo il tedesco… questo che dicevi che ti era stato detto in occasione di questo viaggio in Libano, questo tedesco della RAF… cioè tu hai detto che avevi saputo…».
  • Gentile: «Sì».
  • Cieri: «… in Libano, in occasione di uno di questi viaggi in Libano…».
  • Gentile: «Sì».
  • Cieri: «… che tre tedeschi erano coinvolti nella strage di Bologna…».
  • Gentile: «Sì».
  • Cieri: «… ed erano tre tedeschi che appartenevano alla Rote Armee Fraktion».
  • Gentile: «Sì».
  • Cieri: «… e hai saputo successivamente…».
  • Gentile: «Che a quel tempo era in carcere».
  • Cieri: «… che era in carcere».
  • Gentile: «Sì».
  • Cieri: «Poi mi hai detto pure, quando ti ho fatto un riferimento a Carlos, mi hai detto che hai saputo che un suo adepto… che hai detto che Carlos o un suo adepto di Carlos…».
  • Gentile: «Ah! Ma questo…».
  • Cieri: «… era a Bologna il giorno della strage».
  • Gentile: «Sì, ma questo almeno dieci anni dopo».
  • Cieri: «Ah!».
  • Gentile: «Cioè indiscrezioni dei giornali che io ho letto quando da tempo non stavo più nemmeno alla Sorveglianza».
  • Cieri: «Ho capito! Quindi non te ne sei mai occupato dal punto di vista investigativo giudiziario?».
  • Gentile: «Nessuno ha mai pensato a Carlos, abbiamo pensato a tante persone, a tante organizzazioni, ma Carlos… è una notizia che venne sui giornali, ma parecchio tempo dopo la strage che io ho appreso come lettura di giornale».
  • Cieri: «Va bene».
  • Gentile: «Vi prendo il whisky?».

Aldo Gentile venne a conoscenza, attraverso i suoi rapporti con i funzionari del SISMI (soprattutto della Seconda Divisione), che il terrorista internazionale Carlos aveva preso contatti con George Habbash nelle settimane successive al sequestro dei missili terra aria di proprietà dell’FPLP di Ortona per i quali era stato arrestato il suo amico Abu Anzeh Saleh?

La risposta potrebbe nascondersi in questa criptica frase, quasi un lapsus freudiano, fornita dall’ex giudice dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna:

  • «Questo Carlos è una chimera che è comparsa così, nel corso delle indagini».

Un flash. E poi, buio pesto.

E così, uno dei più grandi e sconvolgenti segreti dell’intera storia delle indagini sulla strage di Bologna evapora in modo scoraggiante nei fumi dell’alcool di qualche bicchiere di whisky, nel salotto di casa di un anziano magistrato in pensione, nel 33° anniversario del trasporto dei missili di Ortona.

(terza e ultima parte)

*Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi sono giornalisti investigativi e saggisti, studiosi del terrorismo internazionale

GLI AUTORI DI QUESTA INCHIESTA

Gian Paolo Pelizzaro

Gian Paolo Pelizzaro, nato a Roma nel 1964, giornalista investigativo, ricercatore e saggista, esperto di terrorismo internazionale e intelligence.

È stato consulente delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (XIII legislatura) e sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura).

Ha pubblicato i saggi:

Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia, Settimo Sigillo 1997;

I segreti di San Macuto, intervista con il senatore Vincenzo R. Manca, Bietti 2001;

Libano. Una polveriera nel Mediterraneo, Bietti Media, 2008.

_____________

Gabriele Paradisiingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Gabriele Paradisi

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
– una edizione estesa del Dossier Strage di Bolognaintegrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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    .

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