Il Sismi e la strage di Bologna: la vera storia, cap. 2
Sisti – Santovito – Gentile
Così prese forma il depistaggio. Via Olp-Beirut

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI *

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

4/9/2020 – «Dal SISMI avevo saputo che a Beirut c’era… come si chiama quella tizia… la terrorista palestinese che aveva partecipato a un attentato all’aeroporto di Tel Aviv, aveva a suo seguito dei fuoriusciti italiani fascisti. Allora fra i motivi questo fu… fu uno dei motivi che mi spinsero ad andare lì in Libano, praticamente a spese mie come la sorta di… il colonnello che era l’addetto militare dell’Ambasciata italiana a Beirut».

E’ il 7 novembre 2012. L’ex giudice istruttore Aldo Gentile viene ascoltato dal sostituto procuratore Enrico Cieri, e dal capo della Sezione antiterrorismo della Digos di Bologna, Antonio Marotta.

Leila Khaled a Damasco dopo il suo rilascio nel 1970. Con lei è ritratto anche il dott. Mohammad al-Fadel, l’avvocato (e futuro Rettore dell’Università di Damasco) che l’aveva, tra gli altri, difesa nel processo.(da Wikipedia)

Gentile – anche se in modo molto zoppicante e confuso – prima fa riferimento a Leïla Khaled, 76 anni oggi, la terrorista membro del Fronte per la liberazione della Palestina divenuta famosa in tutto il mondo per aver partecipato a due drammatici e spettacolari dirottamenti aerei (il volo Boeing 707 TWA 840 del 29 agosto 1969 e il volo LY 219 della compagnia di bandiera israeliana El Al del 6 settembre 1970) e poi cita il colonnello Stefano Giovannone come l’uomo del SISMI a Beirut che lo avrebbe dovuto accompagnare nel groviglio libanese.

La terrorista «era palestinese – prosegue Gentile a verbale – aveva partecipato all’attentato a Tel Aviv in cui erano morte pure parecchie persone. Mi era stata indicata dal SISMI come una delle organizzatrici di formazioni paramilitari in cui c’erano dei fascisti fuoriusciti.

Tu sai [rivolgendosi al pubblico ministero Enrico Cieri, nda] che l’orientamento generale a quel tempo fu… sono stati i fascisti… quindi l’orientamento era verso queste bande che poi da una parte andarono in Libano». Gentile era entrato in un gigantesco banco di nebbia che avrebbe avvolto l’intera istruttoria sulla strage: «In quel coacervo cercai informazioni, se ci fossero dei fascisti che erano stati segnalati dal SISMI o alla DIGOS come possibili autori non direttamente dell’attentato, ma dell’area in cui era maturato l’attentato».

L’aspetto che rasenta l’inverosimile è che il giudice istruttore titolare dell’inchiesta sulla strage da una parte frequenta Abu Anzeh Saleh, poi arrestato per la faccenda dei missili di Ortona, e dall’altra entra in contatto con i vertici del SISMI che avrebbero dovuto aiutarlo nelle indagini sull’attentato alla stazione ferroviaria.

Abu Anzeh Saleh

Un corto circuito che solo oggi è possibile documentare nella sua interezza e gravità. A dire il vero, l’ex capo della Procura di Bologna Ugo Sisti quando affermava davanti alla Commissione che il generale Pietro Musumeci lo conosceva «come rappresentante del Sismi», perché lo aveva «già visto una volta in occasione di una mia visita all’ufficio del Sismi; me lo presentò il generale Santovito, sapevo quindi che lavorava nel Sismi», non diceva tutta la verità.

I due, infatti, Sisti e Musumeci, si conoscevano dalla fine degli anni Cinquanta: «Fisicamente l’ho conosciuto trent’anni fa, quando era capitano dei carabinieri a Pesaro. Ho fatto delle indagini e l’ho conosciuto in quell’occasione. Comandava la Compagnia e io ero sostituto procuratore della Repubblica. Poi l’ho rivisto, con grande sorpresa, anche perché non mi sembrava avesse la taglia per diventare generale, nell’ufficio del generale Santovito».

Un altro paradosso è che le “relazioni pericolose” tra Ugo Sisti e Pietro Musumeci non vennero stigmatizzate dai magistrati di Bologna, ma dal giudice istruttore napoletano che aveva indagato sul sequestro Cirillo.

Ugo Sisti

A pagina 1.444 della sentenza ordinanza di Carlo Alemi si legge infatti che «Ugo Sisti, che aveva lasciato l’ufficio di procuratore capo della Repubblica di Bologna per assumere la direzione generale degli Istituti di Prevenzione e di Pena, stabiliva un contatto fra i magistrati inquirenti (strage di Bologna) e Musumeci, dopo di che nella sede del Sismi iniziava l’elaborazione – per così dire – delle notizie relative alla strage, trasmesse poi all’Ufficio Istruzione di Bologna». Fu il deposito della sentenza-ordinanza Alemi ad aver innescato l’interesse dell’allora Commissione Stragi. E in quella sede emerse per così dire la filiera che portò al grave inquinamento delle indagini sull’attentato del 2 agosto 1980 e che passava attraverso queste quattro persone: Ugo Sisti, Giuseppe Santovito, Pietro Musumeci e Aldo Gentile.

SANTOVITO, MUSUMECI E BELMONTE

Sarà il colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte, stretto collaboratore del generale Pietro Musumeci, capo dell’Ufficio Controllo e Sicurezza del SISMI, a sintetizzare meglio di altri come funzionava quella filiera che dall’ex capo della Procura della Repubblica di Bologna passava per il vertice del servizio segreto militare per poi ritornare a Bologna, all’Ufficio Istruzione del Tribunale dove il giudice istruttore Aldo Gentile coordinava le indagini sulla strage da quando Ugo Sisti aveva chiesto la prosecuzione dell’istruttoria con rito formale:

«Fu il generale Musumeci [a chiedermi] di occuparmi della strage di Bologna, dopo l’appunto di ottobre. So che a Musumeci una richiesta di indagini sulla strage di Bologna era pervenuta dal gen. Santovito e che al gen. Santovito la richiesta era stata fatta dal dott. Sisti. So che la richiesta del dott. Sisti fu fatta sempre dopo l’inoltro dell’informativa di ottobre. Di fronte alla richiesta del Musumeci fui io stesso a pregarlo di sollecitare la Prima Divisione a formulare un vero e proprio questionario. Infatti mi furono poi forniti dei quesiti che solo in un secondo momento seppi provenire direttamente dai giudici di Bologna».

Il generale Santovito

Alla fine del suo interrogatorio – del 15 dicembre 1985, davanti ai giudici istruttori di Bologna, Vito Zincani e Sergio Castaldo – Belmonte aggiunse che «i quesiti del dott. Sisti furono formulati a cavallo del novembre 1980».

Cinque mesi prima, il 23 luglio del 1985, Pietro Musumeci era detenuto nel carcere militare di Forte Boccea a Roma.

Quel giorno venne interrogato dal giudice istruttore di Bologna, Sergio Castaldo. Ecco cosa dice Musumeci in ordine ai rapporti intercorsi con l’autorità giudiziaria bolognese nell’ambito delle indagini sulla strage:

«Nel novembre del 1980 venni convocato nell’ufficio del generale Santovito dove era presente il dott. Ugo Sisti, che avevo già conosciuto durante il servizio da me prestato a Pesaro quale comandante di Compagnia CC. Il generale Santovito mi disse il Sisti gli aveva rappresentato l’esigenza che il Servizio si interessasse attivamente in stretta collaborazione con la magistratura alle indagini sul 2 agosto. Io in un primo momento espressi un’opinione negativa in quanto secondo il mio giudizio era passato troppo tempo tra la commissione dell’attentato e la richiesta di fornire notizie. Il Sisti insistette asserendo che i magistrati di Bologna si trovavano in una situazione di difficoltà e avevano bisogno di collaborazione. Il gen. Santovito ritenne di concludere la discussione invitandomi a fornire collaborazione ai giudici. Una settimana dopo circa questo incontro nell’ufficio di Santovito, vennero a Roma i giudici Gentile e Floridia i quali parteciparono a una colazione di lavoro in una sala riservata del ristorante Boston di Roma con me, il gen. Santovito e il dott. Sisti. Nel corso della colazione, i giudici istruttori mi espressero e espressero al gen. Santovito la pressante richiesta di un attivo intervento del Servizio per l’acquisizione di dati e notizie. I due giudici sottolinearono anche l’urgenza dell’intervento del SISMI».

Qui siamo nel cuore di quello che poi passerà alla storia come il depistaggio delle indagini sulla strage. Ma ad un esame più approfondito, il cosiddetto depistaggio fu pensato e ideato non tanto per deviare le indagini, quanto per cercare di aiutare i giudici bolognesi alle prese con un’istruttoria che faceva acqua da tutte le parti.

LA SCOMODA VERSIONE DI MUSUMECI, CHE DECIDE DI VUOTARE IL SACCO

Il colonnello Pietro Musumeci, tirato in ballo, messo in mezzo e arrestato per questa brutta storia, decide di vuotare il sacco per far capire chi fossero i veri burattinai di tutta la vicenda. È il 16 dicembre del 1985 e l’alto ufficiale dei carabinieri in forza al SISMI è detenuto nel carcere militare di Forte Boccea a Roma

«Qualche giorno dopo venne da me il dott. Sisti negli uffici del SISMI a Palazzo Baracchini ed ebbe con me un colloquio non nel mio ufficio, ma in un altro. Nel corso di questo colloqui io espressi al Sisti l’opportunità che fosse lui a scrivere i quesiti che andavano posti alla “fonte” (quando parlo di fonte mi riferisco al noto informatore del colonnello Belmonte). Il dott. Sisti aderì alla richiesta che era dettata da motivi di opportunità, celerità e possibilità di futuro controllo sui contenuti delle notizie. Infatti il magistrato prese la penna e su di un blocco notes formulò i quesiti concernenti le notizie già fornite dall’informatore di Belmonte […] Il dott. Sisti come del resto i giudici istruttori non erano a conoscenza per quanto ne so io della prima informativa della fonte di Belmonte. Al mio discorso va fatta una premessa: dopo l’arrivo della prima informativa della fonte del Belmonte, trasmessa per le opportune valutazioni alla Prima Divisione del Servizio, pervenne da questa Divisione una valutazione negativa sul contenuto della notizia stessa. Perciò, quando dopo il primo colloquio con il dott. Sisti ricevetti dal gen. Santovito l’ordine di incaricare Belmonte di attivare nuovamente la fonte, mi sentii rispondere dal Belmonte che la cosa non gli sembrava opportuna perché vi era stata una valutazione negativa della Prima Divisione. Riferii la circostanza al gen. Santovito, il quale insistette perché io ordinassi al Belmonte di attivare in ogni modo la fonte. Questa è anche la ragione per la quale io chiesi al dott. Sisti di volere lui stesso predisporre i quesiti perché il Servizio potesse cercare di acquisire notizie in merito».

Tre settimane dopo quell’incontro tra Sisti e Musumeci a Palazzo Baracchini a Roma, «pervenne a Belmonte la risposta della fonte contenente ulteriori notizie e che rispondevano ai quesiti formulati dal dott. Sisti. Il Belmonte mi consegnò l’appunto e io lo feci vedere al gen. Santovito il quale apprezzò positivamente il contenuto dell’informativa e mi ordinò di trasmetterla per quanto di competenza alla Prima Divisione, cosa che io feci immediatamente. Debbo chiarire che i giudici di Bologna, mi riferisco ai giudici istruttori, seppero dell’esistenza della fonte solo successivamente alla redazione dei quesiti da parte del dott. Sisti. I quesiti in sostanza rappresentavano il pensiero dei giudici su ciò che il Servizio avrebbe dovuto svolgere come attività a livello informativo. Il Sisti, infatti, a quanto mi risulta, veniva in nome e per conto dei giudici istruttori di Bologna all’epoca impegnati per l’istruttoria della strage del 2 agosto. Questo mi risulta perché fu lo stesso Sisti, parlando con il gen. Santovito, a dire che rappresentava le esigenze dei giudici istruttori di Bologna».

Strage di Bologna, una vittima sul primo binario

GENTILE E FLORIDIA PREMONO SUL SISMI

Fu così che Aldo Gentile e Giorgio Floridia da quel momento in poi divennero esasperatamente pressanti nei confronti della dirigenza del SISMI:

«Qualche tempo dopo l’arrivo della notizia trasmessa alla Prima Divisione mi pervennero telefonate da parte dei giudici istruttori di Bologna che mi chiedevano Se il Sismi avesse acquisito notizie rilevanti per le indagini. Io risposi negativamente dicendo in occasione di una di queste telefonate che la fonte interessata ancora non aveva dato risposta. Fu questa l’occasione in cui misi al corrente i giudici istruttori di Bologna dell’esistenza della fonte. Per qualche tempo negai ai giudici istruttori l’arrivo della informativa proveniente dalla fonte di Belmonte al fine di dare tempo alla Prima Divisione di eseguire gli accertamenti e i riscontri necessari. Ciò nonostante i giudici istruttori vennero a Roma e insistettero con me perché io riferissi loro le acquisizioni del Servizio. Io dissi loro che le notizie, della fonte erano arrivate ma che io avevo curato la trasmissione delle stesse alla Prima Divisione del Servizio e che pertanto bisognava attendere la trasmissione dell’elaborato da parte della sunnominata Divisione».

L’insistenza e le continue pressioni sul SIMSI da parte di Aldo Gentile e del collega Giorgio Floridia si fecero così pesanti da apparire come delle vere e proprie ingerenze che finirono col provocare tutta una serie di disfunzioni sulle procedure interne delle principali articolazioni del servizio segreto militare.

Giuseppe Belmonte

I magistrati bolognesi, messi direttamente in contatto con un organismo che non aveva compiti di polizia giudiziaria, crearono un vero e proprio corto circuito istituzionale:

«Qualche tempo dopo i giudici, poiché dalla Prima Divisione ancora non era giunto nulla, si lamentarono con me di questo ritardo, vennero a Roma e mi chiesero se era possibile ricevere direttamente l’appunto della fonte per cominciare a lavorare. Io risposi negativamente dicendo ai giudici che la cosa non era possibile e che solo il direttore Santovito poteva eventualmente autorizzare una cosa del genere. Aggiungevo che io peraltro rimanevo di parere contrario alla consegna diretta dell’appunto. Successivamente ancora dopo un paio di giorni da questo ulteriore incontro, ricevetti dal generale Santovito, al quale relazionavo continuativamente sui rapporti con l’autorità giudiziaria bolognese, la disposizione di “collaborare al meglio” e di fornire ai giudici istruttori l’appunto ricevuto dalla fonte di Belmonte. Aggiunse il Santovito di ricordare ai magistrati che le notizie contenute nell’appunto non potevano essere giuridicamente utilizzate e che si trattava di notizie riservatissime non ancora sottoposte a vagli e a riscontri. So che qualche giorno dopo arrivò ai magistrati un rapporto dei Carabinieri contenente l’informativa della fonte di Belmonte». Questo accade il 2 novembre 1980.

GENTILE E L’APPUNTO DELLA “FONTE” DEL MARESCIALLO SANAPO

Alla fine, l’incessante pressing del giudice istruttore Aldo Gentile finì con il determinare, direttamente o indirettamente, una serie di infrazioni, violazioni e forzature nelle varie procedure di controllo e verifica interna delle informazioni all’interno del SISMI. Il legislatore aveva, infatti, previso questa eventualità e per questa ragione la legge di riforma 801 aveva proibito ogni contatto diretto tra magistratura e servizi segreti, delegando la polizia giudiziaria a svolere questo delicatissimo compito di diaframma. Ma nel caso delle indagini sulla strage di Bologna, ogni norma fu violata e sottoposta a inedite e gravissime torsioni.

Abu Ayad

Il famoso (o famigerato) appunto della fonte del maresciallo dei carabinieri Francesco Sanapo di stanza a Vieste entrerà ufficialmente nell’inchiesta sull’attentato alla stazione di Bologna e – insieme alle pseudo rivelazioni di Abu Ayad al Corriere del Ticino – andrà a costituire il pilastro del grande inquinamento delle indagini sulla strage.

Il generale Musumeci non ricorda se la consegna del famoso appunto della fonte del maresciallo Sanapo avvenne a Roma oppure a Bologna, ma dopo aver consegnato quella nota ai giudici istruttori bolognesi, i rapporti tra Ufficio Istruzione e SISMI si diradarono per un po’ per poi riprendere sempre più intensi quando Aldo Gentile decise di andare in missione all’estero, in Germania e in Libano.

Anche in quella circostanza, il giudice istruttore di Bologna chiese supporto a Pietro Musumeci:

«Io risposi che non potevo provvedere direttamente perché la cosa non era di mia competenza e girai la richiesta al gen. Santovito al quale rappresentai le esigenze dei giudici. Mi risulta che il gen. Santovito ha interessato per la richiesta la Seconda Divisione», quella diretta dal colonnello Armando Sportelli.

E così, nel volgere di qualche settimana, grazie ai buoni uffici e alle conoscenze del dott. Ugo Sisti, tutte le principali articolazioni del SISMI (Direzione, Ufficio Controllo e Sicurezza, Prima Divisione e Seconda Divisione) furono coinvolte nei rapporti con l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna e in particolare con le attività istruttorie delegate al giudice Aldo Gentile.

L’appunto (o rapporto) di cui parla il direttore dell’Ufficio Controllo e Sicurezza Pietro Musumeci venne firmato dal direttore del SISMI in persona, generale Giuseppe Santovito, e venne trasmesso alla Procura della Repubblica di Bologna il 10 ottobre del 1980. Il 2 novembre, come abbiamo già accennato, la Legione Carabinieri di Bologna trasmetteva alla Procura della Repubblica un secondo rapporto del SISMI, anche questo confezionato sulla base dei quesiti consegnati brevi manu personalmente dal dott. Sisti al colonnello Musumeci. Da qui in poi, un fiume in piena di appunti del servizio segreto militare investì l’ufficio del giudice istruttore Aldo Gentile.

UGO SISTI E QUELLE INCREDIBILI COINCIDENZE

Il groviglio di rapporti diretti e personali tra i giudici bolognesi e gli uomini del servizio segreto militare, un organismo che per legge non ha alcuna funzione di polizia giudiziaria, si sviluppa e si dilata tra la fine di settembre e dicembre 1980. In pratica, da quel momento in avanti, su delega personale e diretta del giudice istruttore di Bologna, la responsabilità dell’attività investigativa venne rovesciata direttamente sul SISMI, esautorando di fatto la polizia giudiziaria. Questa è una delle anomalie più gravi e fatali per l’avvio dell’istruttoria formale sulla strage. E non furono certo Licio Gelli e la Loggia P2 che determinarono questo corto circuito letale tra magistratura e servizi.

I contatti con i vertici del SISMI li teneva personalmente Ugo Sisti, ma quando questi – tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre 1980 – lasciò la guida della Procura della Repubblica di Bologna per andare al ministero di Grazia e Giustizia come direttore generale degli Istituti di Prevenzione e di Pena, il collegamento diretto con i servizi segreti si interruppe bruscamente, lasciando i giudici istruttori emarginati e sconfortati fra le macerie di un’inchiesta che stava per collassare.

La grande retata scaturita dal mandato di cattura emesso da Ugo Sisti il 27 agosto 1980 nei confronti di 26 estremisti e militanti della galassia dell’estrema destra per «concorso ispirativo nel delitto di strage, banda armata, associazione sovversiva e altro» (il provvedimento firmato da Sisti si basava essenzialmente sul rapporto di denuncia trasmesso il 22 agosto 1980 dalla DIGOS di Roma, a firma del vice questore aggiunto Alfredo Lazzerini, alla Procura della Repubblica di Bologna a carico di Sergio Calore e Dario Pedretti e altre 24 persone) non era altro che una falsa svolta.

C’era il rischio, infatti – come ha spiegato lo stesso Sisti alla Commissione Stragi nel maggio 1989 – che tutti gli indagati venissero scarcerati per l’insufficienza degli elementi di prova raccolti e la carenza di solidi riscontri oggettivi. C’era soltanto quell’orientamento generale, quel sospetto, quel convincimento apodittico secondo il quale l’attentato alla stazione ferroviaria bolognese fosse maturato nel mondo dell’estrema destra.

Il 19 settembre 1980, due giorni prima di formalizzare l’inchiesta, il procuratore della Repubblica Ugo Sisti emetteva l’ultimo ordine di cattura, contestando i delitti di associazione sovversiva aggravata e banda armata anche nei confronti di Valerio Fioravanti, Giorgio Vale (che poi sarà tirato in ballo nell’operazione “terrore sui treni”), Piergiorgio Diluvio, Alessandro Alibrandi, Stefano Procopio, Giuseppe Brancato e Giovanni Melioli. Il teorema generale era stato costruito, ma serviva un “colpo grosso” per sigillare e mettere al sicuro quelle traballanti accuse.

QUELLA STRANA COINCIDENZA

Sarà una coincidenza, ma con rarissimo tempismo, lo stesso giorno in cui Ugo Sisti emetteva il suo ultimo ordine di cattura, «compariva – come hanno scritto i giudici della Corte d’Assise di Bologna nella sentenza dell’11 luglio 1988 – sul Corriere del Ticino un’intervista rilasciata da Abu Ayad, esponente dell’OLP, alla giornalista Rita Porena».

Il “colpo grosso” erano proprio le rivelazioni che il capo del servizio di sicurezza di Fatah aveva fatto la giornalista militante dell’FPLP collaboratrice di Giovannone a Beirut. Un “colpo grosso” che tutti attendevano e che avrebbe finalmente impresso una svolta decisiva a quell’inchiesta sgangherata e traballante.

Il 20 settembre 1980, il capo della Procura della Repubblica, Ugo Sisti, come ultimo atto dell’inchiesta sulla strage prima di trasmettere gli atti all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna per la prosecuzione con rito formale, trasmette al SISDE, al SISMI e al CESIS una riservata urgente «mediante corriere» con oggetto “Richiesta di notizie. Attività illegale di cittadini italiani in Libano. Attentato di Bologna del 2 agosto 1980“. Riportiamo il testo della richiesta del dott. Sisti per far comprendere quale fu il peso delle “rivelazioni” di Abu Ayad nell’inchiesta che stava passando dalla Procura della Repubblica all’Ufficio Istruzione:

«In relazione alla notizia Ansa che appare su molti quotidiani italiani di oggi, concernente la dichiarazione di tale Abu Ayad appartenente al gruppo Al Fatah, secondo la quale le Autorità italiane sarebbero state tenute al corrente dei progetti criminosi prospettati da cittadini italiani in Libano, in campi di addestramento, ai sensi dell’art. 9 comma 3°, e 12 ult. com. Legge 24.10.1977 n° 303 [il dott. Sisti confonde il numero della legge, la 801 di riforma dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, con il numero della Gazzetta Ufficiale, il 303 appunto del 7 novembre 1977, in cui venne pubblicata tale legge, nda] e dell’art. 342 C.P.P. mi pregio richiedere la trasmissione urgentissima di quanto segue:

  1. «Documenti originali dei Servizi in indirizzo su cui furono annotate le notizie pervenute dai canali, cui accenna la stampa, o comunque da ogni altra fonte, che evidenziassero i progetti criminosi di cittadini italiani all’estero (Libano in particolare) contro obiettivi italiani in genere e contro obiettivi siti in Bologna».
  2. «Documenti dei Servizi in indirizzo che evidenzino gli accertamenti compiuti e le iniziative adottate, si dagli stessi Servizi, sia da organi di Polizia».

«Con ogni utile notizia di corredo ed esplicazione».

Questa richiesta riservata e urgente del dott. Sisti inviata ai vertici dell’intelligence riformata con la legge 801 del 1977 può essere considerata come l’atto ufficiale, la genesi da cui si sviluppò quel groviglio di interessi e rapporti irrituali tra magistratura bolognese e servizi segreti, soprattutto con i vertici del SISMI, all’epoca diretto dal generale Giuseppe Santovito, nel momento più delicato dell’inchiesta sulla strage alla stazione ferroviaria.

UN COLPO GROSSO DA BEIRUT

Il bandolo di questa matassa si dipana proprio da Beirut, in Libano, alla vigilia della trasmissione degli atti dell’inchiesta all’Ufficio Istruzione per la prosecuzione con rito formale. Le indagini fino a quel momento non avevano prodotto alcun risultato credibile e convincente. Un ammasso disorganizzato di accuse vaghe e inconsistenti nei confronti di una generica e multiforme galassia dell’estremismo di destra.

Il castello di accuse messo in piedi rischiava di crollare da un momento all’altro. Ecco perché c’era vitale bisogno, in quel preciso momento storico dell’inchiesta, di una spinta, di una svolta, di un colpo sensazionale per far ripartire le indagini. E quel colpo, magicamente, arrivò con singolare tempestività.

Tutto ha inizio, come abbiamo già accennato, con le “rivelazioni” di Abu Ayad, numero due dell’OLP dopo Arafat e capo dei servizi segreti di Fatah. È proprio Ayad a lanciare la cosiddetta pista libanese per la strage di Bologna. Le parole del dirigente palestinese si abbattono sull’inchiesta di Bologna come un meteorite.

Italo Toni e Graziella De Palo

È lo stesso Armando Sportelli, ex direttore della Seconda Divisione del SISMI, a rivelare questa circostanza:

«Poco tempo dopo la strage mi fu chiesto dal capo del SISMI… Allora, era stato il generale Santovito… di verificare quanto era stato sentito in Libano da informatori o da giornalisti, che non era mia gente, relativamente ad un “colpo grosso” che sarebbe stato fatto in Italia… in relazione alla strage di Bologna». Quando i sostituti procuratori di Bologna, Enrico Cieri e Antonio Gustapane, ascoltano le parole “colpo grosso” sobbalzano sulla sedia. «Cosa vuol dire “un colpo grosso”», domandano. E Sportelli risponde: «Questo fu detto… non fu detto “mettiamo una bomba”, ma “un colpo grosso” e siccome noi eravamo molto sensibili chiaramente noi del Servizio a questo argomento “un colpo grosso” posto in atto… in Libano a noi ci allarmava».

Il colonnello Stefano Giovannone

Insomma, il generale Sportelli – che sembra avere memoria di ferro, ma quasi mai disposto a metterla a disposizione per quell’antico giuramento di fedeltà e riservatezza nei confronti dei poteri dello Stato – non poteva non sottolineare il fatto che le persone della filiera che portava al “colpo grosso” (in particolare Rita Porena e Abu Ayad) non erano gente sua, cioè non erano contatti o informatori suoi diretti, ma del suo capo stazione a Beirut, Stefano Giovannone. E Giovannone gestiva direttamente e personalmente Rita Porena, sotto la copertura di addetta stampa dell’Ambasciata d’Italia in Libano. La Porena svolgeva il ruolo di diaframma attraverso una doppia delicatissima funzione: da una parte era “agente a rendimento” del SISMI e dall’altra militava nell’FPLP di George Habbash e Abu Anzeh Saleh, il capo del Fronte popolare per la Liberazione della Palestina residente a Bologna e arrestato per il traffico dei missili di Ortona.

Il colonnello Giovannone, da parte sua, godeva di grande indipendenza e questo disturbava molto il capo della Seconda Divisione dalla quale il capo stazione SISMI a Beirut dipendeva sotto il profilo gerarchico e funzionale:

«Giovannone faceva tante… era un mio dipendente, però molte sue azioni erano fatte senza che io lo sapessi. Perché aveva molta indipendenza», spiega Sportelli. E chi dava a Giovannone tutta questa libertà di manovra? «Il direttore del SISMI», generale Giuseppe Santovito. «Io so che – sottolinea Sportelli a verbale – che hanno fatto viaggi insieme, Gentile e Giovannone… ecco! Forse, sì, perché Giovannone si è interessato molto alla sorte di De Palo, famosi giornalisti… eccetera… Ha parlato forse pure un po’ troppo, tanto è vero che sono sorti degli equivoci sull’argomento. Giovannone godeva di grande indipendenza. Una volta che feci un appunto che non gli stava bene a Giovannone… era difficile gestire Giovannone perché era un competente dell’area, però voleva godere di tanta autonomia meritata… ed ecco il discorso. Una volta scrissi e dissi che a lui non stava nemmeno bene che dipendesse direttamente dal direttore del Servizio, ma che la sua aspirazione era quella di dipendere direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Quindi questi erano i personaggi che abbiamo».

Yasser Arafat

E chi erano i principali contatti di Giovannone nella dirigenza palestinese? Risposta di Sportelli: «L’interlocutore di Giovannone, diciamo così, perché dopo è… anche Arafat… ma inizialmente l’interlocutore era il capo dell’intelligence palestinese che era… che io ho conosciuto spesso… credo che sia stato ucciso anche lui… adesso il nome mi sfugge».

Carlos

Glielo ricordiamo noi, è proprio Abu Ayad, alias Salah Khalaf, il numero due di Fatah intervistato da Rita Porena, assassinato a Tunisi il 15 gennaio 1991 da una guardia di sicurezza palestinese manipolata dal Mossad. Quindi questa seconda filiera, della quale parla Armando Sportelli, era composta da Stefano Giovannone, Rita Porena e Abu Ayad. Quest’ultimo era il responsabile politico dei contatti segreti tra Fatah e Carlos in persona e il suo gruppo terroristico Separat. L’antenna italiana di questi contatti era proprio quell’Abu Anzeh Saleh arrestato a Bologna perché coinvolto nel trasporto dei missili dell’FPLP sequestrati a Ortona il 7 novembre 1979.

(SECONDA PUNTATA/ CONTINUA)

*Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi sono giornalisti investigativi, saggisti e studiosi delterrorismo internazionale

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    DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI

    Ma come atterrò con tutto il suo peso, sulle indagini per la strage di Bologna, il nuovo servizio segreto militare riformato con la legge 801 del 1977, legge concepita quando era ancora in vita Aldo Moro dopo gli scandali del vecchio SID e che venne approvata col pieno appoggio della dirigenza del PCI, Ugo Pecchioli in testa, che pretendeva il controllo e una presenza attiva con propri uomini negli apparati della sicurezza e dell’intelligence?

    Furono Licio Gelli e i suoi più influenti affiliati piduisti come Giuseppe Santovito, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del SISMI, l’ex capo poliziotto con la passione per la gastronomia Federico Umberto D’Amato o giornalisti di destra come Mario Tedeschi ad aver tramato per ostacolare e far deragliare il lavoro dei magistrati bolognesi?


    Fu veramente di Gelli & Co. l’iniziativa di penetrare nelle indagini per intossicare l’accertamento della verità?
    Le cose andarono veramente così? Oppure quello che viene definito il grande depistaggio non fu altro che un piano ben studiato, articolato e orchestrato nel quale tutti furono coinvolti a vario titolo, direttamente e indirettamente (piduisti, non piduisti, politici, magistrati e uomini dei servizi segreti), finalizzato a tutelare gli interessi e la sicurezza dello Stato di fronte a una serie di minacce gravissime?
    Sembra una domanda retorica, ma non lo è.
    La storia infatti – se si ricollocano al loro posto tutti i tasselli del mosaico in modo corretto, completo, preciso e senza furori ideologici – è ben diversa da quel teorema (semplicistico e puerile) che ancora oggi alcuni settori della magistratura e della politica vogliono imporre alla coscienza del Paese, calpestando il corso degli eventi e la verità dei fatti.

    Una storia in cui non ci sono tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Una storia ricostruita fedelmente sulle testimonianze e sui documenti, senza censure o omissioni, che dimostra quante menzogne e quante manipolazioni sono state operate sulla narrazione delle indagini relative all’attentato del 2 agosto 1980
    .

    Lo scenario che viene fuori è qualcosa di inedito e sconvolgente .
    QUI COMINCIA UN NUOVO CAMMINO VERSO LA VERITA’ SULLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA. BUONA LETTURA

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