Aemilia, Pennisi indagò sui politici
Ma il suo lavoro non arrivò al giudice
“Con Mescolini divergenze su chi arrestare”
Gli “altri livelli” rimasero al riparo dal processo

DI PIERLUIGI GHIGGINI

3/9/2020 – Il sostituto procuratore della Dna Roberto Pennisi lasciò l’indagine di Aemilia e Bologna – dove era stato alla chiamato alla Direzione distrettuale antimafia dall’allora Procuratore Roberto Alfonso – non per “contrasti personali” con il collega Marco Mescolini (oggi procuratore a Reggio Emilia) ma perchè le sue indagini, compreso uno “stralcio” di eccezionale importanza “su altri livelli” della ndrangheta emiliana (vale a dire i i livelli politici, economici e delle relazioni finanziarie), non entrarono nell’informativa finale inviata da Mescolini al gip con la sintesi dell’inchiesta e le richieste cautelari (arresti) . I contrasti ci furono, eccome, ma di ben altra consistenza, ad esempio sulle persone da incarcerare.

Del gran lavoro di Pennisi entrò, a quanto pare, ben poco, e per questa ragione il magistrato che aveva indagato per anni nella Locride e sulla ndrangheta di Gioia Tauro, decise di non chiedere la conferma a Bologna e tornare alla sua sede naturale, a Roma, con discrezione e “senza fare alcun problema”.

L’intervista a Roberto Pennisi

E’ quanto dichiara il dottor Pennisi (lui stesso si definisce “uno dei magistrati più anziani d’Italia“) in un’intervista che il quotidiano Il Riformista pubblica oggi, e che è disponibile on line. Una nuova, clamorsoa intervista del giornale diretto da Piero Sansonetti che – a partire dalle vicenda della chat Mescolini Palamara, ha aperto il vaso di Pandora sul “salvacondotto giudiziario” di cui avrebbe beneficiato la sinistra (sino al Pd) in Emilia-Eomagna, per effetto del quale la rete politica-amministrativa che governa da 75 anni a Reggio, e che ha fatto prosperare i costruttori calabresi, è rimasta al riparo del processo Aemilia.

In una intervista precedente Roberto Alfonso, procuratore della Dda a Bologna sino al 2013, aveva spiegato il mancato rinnovo dell’applicazione di Pennisi alla più grande indagine mai svolta sulla ndrangheta al Nord, a causa di contrasti personali insorti con Mescolini. Invece l’anziano magistrato offre una spiegazione dettagliata molto diversa, e piuttosto inquietante.

Se le parole hanno un senso, le indagini curate da Pennisi al momento buono finirono nel cassetto. Il suo “stralcio” sugli intrecci de sistema mafioso con la politica emiliana – che avrebbe potuto illuminare di una luce ben diversa la storia dell’Emilia degli ultimi 30 anni – non entra nella relazione finale di Mescolini. A un certo punto l’indagine Aemilia è a un bivio, come in certi vecchi videogame, e viene scelta la strada che esclude lo “stralcio Pennisi”. La conseguenza è che il sistema politico, economico e finanziario resta di fatto fuori dall’orizzonte del mxiprocesso, e gli unici due politici che patiscono imputazioni, requisitorie e anche carcere sono esponenti dell’opposizione che non hanno ami concesso un metro cubo edificabile ai costruttori cutresi impastati con la ndrangheta, e anzi loro promotori della “locale” reggiana. Gli altri politici, quelli di sinistra, al più sono persone informate dei fatti: come Delrio, e non solo.

Le dichiarazioni calme e argomentate di Pennisi lasciano stupefatti per la loro gravità, e offrono spunti decisivi a chi da anni sostiene l’esistenza di un patto persistente e inossidabile tra il “partito” e la magistratura, o almeno quella parte di essa che attraverso le correnti manovra nomine e destinazioni.

Di certo il dottor Pennisi non potrà essere accusato di “leucemia democratica”, e neppure di voler screditare o affossare il processo Aemilia. Gli affossatori, se esistono, vanno cercati altrove.

La prima pagina del Riformista

L’INTERVISTA DI PENNISI AL RIFORMISTA

Per spiegare la dinamica che ha portato all’esclusione del suo stralcio sui politici dal processo Aemilia, nell’intervista al Riformista il magistrato Roberto Pennisi utilizza una metafora:

“Ha in mente il camino? Per accendervi il fuoco serve un innesco, una miccia, altrimenti la legna non arde. Nelle indagini penali è eguale: se si vuole proseguire nelle investigazioni è necessario che non venga bruciato tutto subito, ma che qualcosa rimanga fuori”.

Poi dichiara:

Voglio dire subito che non c’è stato alcun contrasto personale, almeno da parte mia,con il dottor Mescolini, un collega molto preparato. Io ho sempre svolto il mio lavoro senza condizionamenti di alcun tipo

Sono alla fine della mia carriera, penso di essere uno dei magistrati più anziani d’Italia. Sono sempre rimasto un soldato semplice e sono fiero di esserlo.

Però con Mescolini c’erano divergenze di altro tipo, chiede il Riformista.

Si esatto, diciamo delle difformità di vedute nel tirare le somme dell’indagine e stabilire la strategia ulteriore.

E’ il punto nodale di tutta l’indagine

Io avevo predisposto una mia informativa e Mescolini la sua in ordine all’individuazione delle persone da colpire o meno col provvedimento restrittivo.

E poi avevo tenuto da parte la miccia, cioè qualcosa da lasciar fuori per proseguire. Il collega mise solo in parte alcuni aspetti della mia informativa. E fu la sua ad andare al gip. Avevo stilato anche uno stralcio che consentiva il passaggio delle investigazioni ad altri livelli.

Col mancato stralcio, si spegneva anche la miccia?

Se si vogliono proseguire le indagini qualcosa deve restare fuori: serve l’innesco.

Lei aveva già operato in quel modo.

Sempre. ed era anche il metodo di Alfonso. Facevo nascere l’indagine dagli esiti di una precedente. Ottimi i risultati.

Pennisi aggiunte una coinsiderazione illuminante:

Tenga presente che la criminalità organizzata di stampo mafioso si contraddistingue pe rl’amplissima rete di rapporti col mondo economico, finanziario e politico. Sono i rapporti con questi poteri che determinano la competenza alle procure del Nord.

Quindi se non ci fossero stati questi rapporti l’indagine andava a Catanzaro, trattandosi di cutresi?

In assenza di rapporto con il territorio emiliano, la competenza sarebbe passata ale Procure del sud.

Prima dell’indagine Aemilia, tutto andava a Catanzaro?

Erano fenomeni che per tale via sfuggivano all’ufficio disgtrettuale di Bologna.Qui rimanevano solo le indagini sugli effetti del fenomeno mafioso, mentre io ho sempre detto che si trattava di ndrangheta delocalizzata.

Quindi, preso atto di queste divergenze, lasciò Bologna?

Il magistrato della Dna è applicato all’indagine e al processo. Non all’ufficio. Terminata l’indagine, tornai al mio lavoro, Erano finiti i due anni di applicazione e non essendo stato fatto stralcio vennero meno i presupposti della mia permanenza a Bologna: non feci alcun problema e tornai alla mia sede naturale.

Grazie alla sforzo organizzativo di Alfonso il clima era migliorato pur non essendo ottimo.

Il procuratore Roberti ci è sempre stato vicino. Non ho alcuna censura da fare, la sua una condotta sempre impeccabile.

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2 risposte a Aemilia, Pennisi indagò sui politici
Ma il suo lavoro non arrivò al giudice
“Con Mescolini divergenze su chi arrestare”
Gli “altri livelli” rimasero al riparo dal processo

  1. Filippo Rispondi

    03/09/2020 alle 11:19

    Sia fatta luce, sia fatta verità’. Non si può e non si deve insabbiare la verità. La politica locale non si nasconda dietro teoremi che postulano l’infondatezza di quanto sta emergendo. Se la politica e le amministrazioni locali sono pulite, conviene prima di tutto a loro che si vada al fondo di quanto sta emergendo. Verità deve essere fatta, per il bene della magistratura, della politica e delle amministrazioni locali. Non e’ possibile, non e’ giusto, girare la testa di fronte a tali evidenze. Si stanno esponendo alto profilo della magistratura e della politica, diretti interessati nei fatti. Si abbia il coraggio di fare luce, il coraggio della verità. Basta difendere le proprie posizioni, il proprio orto di potere. Chi deve indagare, lo faccia. Chi e’ coinvolto, metta da parte l’io e il proprio interesse, e dica la verità, per il bene comune. Esistono un bene E una giustizia comune da tutelare. Chi non lo farà, si porterà nella tomba questo scempio di menzogna. Abbiate coraggio!!! Basta ipocrisie!!!

  2. Federica Rispondi

    03/09/2020 alle 12:21

    A fronte di tali testimonianze scatta l’obbligo dell’azione penale, non opinabile. Questo soprattutto a tutela dell’innocenza dei presunti indagati. L’unico modo di difendere davvero l’operato di chi ha agito correttamente e’ avviare l’indagine, per altro non bypassabile. Se questo obbligo viene eluso, e’ un fatto gravissimo. E un indizio altrettanto grave.

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