“Quel deficiente comunista…”
Il procuratore Mescolini
tra goliardia e bingo delle nomine

DI PIERLUIGI GHIGGINI

19/8/2020 – Sono le 17,48 del 28 marzo 2018. E’ il mercoledì della settimana di Passione. Domenica sarà Pasqua. Marco Mescolini, pubblico ministero di quel processo Aemilia destinato a restare nella storia come il più grande a memoria d’uomo contro la ndrangheta al Nord, manda un messaggio WhatsApp all’amico Luca Palamara, il potente tessitore delle nomine nella magistratura per conto di Unicost, grossa corrente di un’area articolata della magistratura che fa riferimento al Pd (soprattutto ex Margherita) e all’universo prodiano. E uno dei tanti con i quali Mescolini bombarda Palamara per perorare la causa della sua nomina a Procuratore della Repubblica di Reggio Emilia, che in quel momento non è affatto scontata e sulla quale è in corso un braccio di ferro all’interno del Csm. Tuttavia quel WhatsApp intercettato dai magistrati di Perugia è particolare, molto confidenziale e persino sconcertante nel fraseggio.

Ecco cosa scrive Mescolini a Palamara: “Quando puoi aggiornami… tanto io sono sempre in udienza con quel deficiente del presidente del tribunale che fissa pure il 3 aprile… comunista...“.

Marco Mescolini

A essere gratificato dell’epiteto di “deficiente comunista” non è, come ha azzardato qualcuno, la presidente del tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti, peraltro insediata da pochi giorni, bensì il presidente del collegio giudicante di Aemilia Francesco Maria Caruso.

Perchè Mescolini lo bersaglia? Perchè il 3 aprile è il martedì dopo Pasquetta, e per lui significa passare i due giorni di festa a studiare come un forsennato sulle carte del kolossal processuale da lui stesso istruito. D’altra parte Caruso impone il tour de force non per capriccio personale: la sua è una corsa contro il tempo per portare a compimento il processo prima che scatti la decorrenza dei termini di carcerazione di imputati al vertice del ramo reggiano della cosca Grande Aracri, la più potente e micidiale della Calabria ionica. E infatti il processo Aemilia va avanti a marce forzate, anche tra le inutili proteste di un esercito di avvocati difensori, sino ai 1.300 anni di carcere comminati con la sentenza pronunciata a fine ottobre 2018.

Processo Aemilia, il collegio giudicante presieduto da Caruso

In fondo il linguaggio di Mescolini è tipicamente romagnolo nella sua goliardia, però non malevolo come potrebbe apparire. Quel “deficiente” è un po’ come la botta “di scemo” con cui ogni moglie che si rispetti rende periodicamente omaggio al marito. Quale moglie non ha mai detto una volta nella vita alzano gli occhi al cielo, anzi molte volte, “ho sposato uno scemo” ?

Ecco, il senso di quel deficiente è grosso modo quello lì. La differenza, certo sostanziale, è che il mènage non è famigliare, ma processuale: uniti per la vita da un procedimento memorabile. Nel quale ci si sopporta, si litiga e si sacramenta, ma si va avanti insieme finchè sentenza finale non ci separi.

Considerazione analoga vale per il “comunista“. Il fatto che Caruso sia un magistrato di sinistra è pacifico: indimenticabile il suo discorso di insediamento al tribunale di Bologna, quando dichiarò “sui diritti politici siamo in precario equilibrio e rischiamo, è la mia opinione, un arretramento storico; sui diritti sociali l’arretramento è evidente“. Però nel caso in questione quel “comunista” vuole significare stakanovista, o se volete a talebano del lavoro, in sostanza uno che impone agli altri di correre ai propri ritmi forsennati. Non troviamo altra spiegazione, considerato che lo stesso Mescolini – per due anni capo ufficio a Roma del viceministro dell’economia Pinza, conterraneo della Margherita, nel secondo governo Prodi – anche lui ha qualcosa a che fare con la sinistra.

Ma allora, cosa rivela sotto sotto quel “deficiente comunista” all’indirizzo di Caruso? Forse Mescolini avrebbe preferito che scattassero decorrenze dei termini e prescrizioni? Non pare proprio: in realtà il pm, letteralmente travolto dalle dimensioni e dalle incombenze dell’accusa al processo Aemilia (in un altro WhatsApp aveva detto: “non immaginavo una cosa simile, neanche agli orali…“, dell’esame per entrare in magistratura) è sotto stress, e si sfoga con l’amico maneggione del Csm attraverso iperboli riservate di solito a qualcuno con cui hai grande confidenza, talmente “di fiducia” che non riferirà mai a nessuno il tuo giudizio grossolano.

Eppure il Mescolini pm, affogato dal lavoro, trova comunque il tempo per stalkizzare Palamara (comunque è in buona compagnia) ricordandogli a ogni più sospinto che il procuratore di Reggio dovrà essere lui. E il potente Palamara, che non è un tonno qualsiasi ma è figlio di un famoso magistrato di Cassazione e nipote del celebre sarto di via Condotti, lo tiene buono e si dà da fare sino a risultato acquisito.

Luca Palamara

Il messaggio è comunque rivelatore di rapporti non idilliaci, per così dire, tra moglie e marito. Si sente che Mescolini ne ha le tasche piene della conduzione di Caruso, e d’altra parte ciò depone a favore del corretto andamento del processo: quel “deficiente comunista“, inteso come affettuosa quanto virile invettiva, testimonia che accusa e collegio giudicante procedevano come si conviene ciascuno in piena autonomia.

Per inciso, ora si comprendono meglio certi fatti accaduti in aula, come la considerazione, in apparenza sorprendente, del presidente Caruso quando il pentito Salvatore Muto rivelò che in una cena del febbraio 2014 Eugenio Sergio, poi condannato fra i principali gli esponenti della cupola cutrese di Reggio, aveva chiesto al boss Lamanna di procacciare voti per “il marito della cugina” (per cugina intendeva Maria Sergio il cui marito era Luca Vecchi sindaco di Reggio). Di fronte a tale osservazione, che poteva dare una svolta a 180 gradi al processo Aemilia, Caruso tagliò corto e disse in piena udienza: “Non ci sono tracce di queste cose”. La storia dei voti per Vecchi finì lì.

Ma chi avrebbe dovuto cercare “le tracce di queste cose”, se non la parte inquirente, l’accusa? Possibile che Mescolini si fosse lasciato sfuggire un summit ndranghetista come quello? Possibile, perché molte sono le cose della ndrangheta reggiana rimaste in ombra.

Tuttavia alla luce del “deficiente comunista“, oggi possiamo ipotizzare che il presidente Caruso avesse parlato in quella circostanza “a suocera perchè nuora intenda“: forse un rimprovero sotto forma di considerazione oggettiva, una velata richiesta di chiarimenti agli investigatori e ai rappresentanti dell’accusa. Comunque uno stato di tensione sotto traccia riemerso qualche mese dopo proprio in quel goliardico WhatsApp a Palamara.

Da ultimo, non si può non convenire come l’uso di termini camerateschi e non ripetibili di fronte alle signore o a colleghi qualsiasi, fosse la spia non di una semplice complicità di corrente tra Mescolini e Palamara, bensì di un’ amicizia di lungo corso e granitica come quelle che si formano tra guerriglieri della stessa squadra in missione impossibile. Altro che marito e moglie.

Sono decine e decine (parliamo solo di quelli trapelati) i messaggi scambiati nell’arco di pochi mesi intorno al mercato delle nomine nelle sedi giudiziarie (QUI), alla voracità di Unicost in Emilia-Romagna, alla mobilitazione per “blindare” Mescolini a Reggio Emilia: operazione poi riuscita sgombrando la strada dalla candidatura forte di D’Avino, dirottato all’ultimo momento alla Procura di Parma. Un pressing cominciato il 21 febbraio con i messaggi in po’ inquietanti su “Reggio importante e vitale per tutto” e concluso in luglio a risultato ottenuto, con l’esultante “ti porto la maglietta di Pal Re di Roma“. Dove Pal, naturalmente, sta per Palamara.

Nella sua breve lettera alla stampa, il procuratore Mescolini si è difeso con orgoglio affermando testualmente di non aver mai mendicato favori a nessuno. Dal suo punto di vista potrebbe avere ragione: con i WhatsApp a raffica rivendicava ciò che riteneva come un diritto acquisito. Niente di strano e neppure di nuovo, in una magistratura largamente dominata dalla politica organizzata. Quanto ciò sia compatibile con i pilastri portanti della democrazia e soprattutto con una indipendenza sostanziale della magistratura, è tutto da vedere. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia che merita di essere raccontata a parte.

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7 risposte a “Quel deficiente comunista…”
Il procuratore Mescolini
tra goliardia e bingo delle nomine

  1. Gian Franco Riccò Rispondi

    19/08/2020 alle 16:10

    Caro Ghiggini, se pensi che la ‘ndrangheta abbia portato voti al candidato Luca Vecchi dillo apertamente invece di ributtare nel cortile l’odore maleodorante portato dall’articolo sconclusionato de La Verità, del resto come fai a sapere che il PM Mescolini non abbia cercato dei riscontri a quanto detto in aula dal collaboratore di giustizia Salvatore Muto? Ricordo anche a te che ci vorrebbe più impegno concreto della destra politica contro la ‘ndrangheta cutrese-reggiana, ci sarebbe da coinvolgere maggiormente la società civile per impedire la prosecuzione degli affari criminali che a suo tempo aprirono tante brecce nel reggiano. Non è salutare che le forze politiche, tutte, pensino solo ai voti da prendere ed abbiano poca cura del bene comune.

    • Pierluigi Rispondi

      19/08/2020 alle 17:05

      Io delle dichiarazioni ripetute in aula da Muto ho scritto nel 2017, quindi non posso rispondere di ciò che scrive la Verità con un leggero ritardo. La questione è rimasta in sospeso da allora e mai chiarita, xchè Muto fu dichiarato attendibile al di là di ogni dubbio. È un fatto incontrovertibile che a spalancare le porte alla ndrangheta a Re sia stata la cementificazione prodotta dalle amministrazioni di sinistra, non certo la destra che non ha mai comandato né fatto piani regolatori né distribuito lottizzazioni e concessioni edilizie a mazzi. Eppure dovresti ricordare l’ostracismo subito da Bini proprio dal suo mondo di riferimento. Sarebbe l’ora, caro Riccò, di rivedere tante ma tante narrazioni. Intanto comincia tu a sollecitare una bella confessione collettiva, visto che il prosciuttone è spolpato ma il vecchio sistema si difende sempre con le unghie e con i denti.

  2. Fabio Massimo Addarii Rispondi

    19/08/2020 alle 17:10

    Il commento di Ricco è veramente squallido forse se non leggesse solo i “giornaloni” potrebbe avere una migliore visione della realtà!

  3. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    20/08/2020 alle 07:19

    Gianfranco Riccò, chi era costui? Ex segretario Cgil, camera del lavoro di Reggio. (Per i tanti che come per Carneade, se lo dovessero chiedere …)
    Il suo intervento credo sia dovuto ad un riflesso pavloviano. È stato quell’epiteto: “Deficiente … comunista” a chiamarlo in causa … pardon a intervenire per difendere una causa … persa.
    “Comunista”, si sente tanto poco ormai … anche il termine è in via d’estinzione, una parola rara, rimossa, come di cosa della quale ci si vergogna. Oh, ma perché poi? Voglio quindi ripeterla, per la gioia di un drappello di settanta-ottantenni: “comunista, comunista, comunista…” . L’ironia è che pochi lettori capiranno … e ancor meno ne godranno.
    Buon lavoro, Ghiggini. Bravo. I tuoi colleghi reggiani …”non pervenuti” … mah?! Puvrett …
    Saluti,
    Alessandro Raniero Davoli

    Pd: il Riccò mi sta simpatico, anche solo per essere un interessante reperto, un testimone dell’era dei dinosauri della politica reggiana, un sopravvissuto, a margine dell’attuale allegra compagnia, (Delrio, Vecchi, ecc.) che dei vecchi compagni non sa che farsene, non ne comprende più il lessico e forse se ne vergogna pure … “o tempora o mores”

  4. Umberto Rispondi

    20/08/2020 alle 07:27

    Marco Mescolini
    A essere gratificato dell’epiteto di “deficiente comunista” non è, come ha azzardato qualcuno, la presidente del tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti, peraltro insediata da pochi giorni, bensì il presidente del collegio giudicante di Aemilia Francesco Maria Caruso

    (ma quanti ce ne sono? 🤔)

  5. Gian Franco Riccò Rispondi

    20/08/2020 alle 18:17

    Lascio perdere gli squallori e le deficienze degli Addarii e Raniero Davoli che se rappresentassero l’impegno della destra politica reggiana contro la ‘Ndrangheta noi reggiani staremmo freschi. Mi interessa l’argomento scritto da Pierluigi: a spalancare le porte alla ‘Ndrangheta è stata la cementificazione prodotta dalle amministrazioni di sinistra. Certamente tanta cementificazione è stata sbagliata,ne convengo, però l’insediamento della ‘Ndrangheta avviene con il mercato della droga che ha permesso alla cosca di Antonio Dragone di reinvestire soldi raccolti dalle estorsioni nei confronti degli imprenditori cutresi. Alcuni dei quali erano arrivati a Reggio a partire dalla metà degli anni ’60 e sopratutto ’70 e ’80.
    Buona serata a tutti.

  6. fabio benazzi Rispondi

    21/08/2020 alle 15:47

    Cosa c’è che non va in Calabria ? Perchè A Mantova dove sono nato, a Trento, a Verona, Modena, Cuneo etc etc etc.non nascono mafiosi ? Dobbiamo riflettere e parlare senza tabù o bavagli.

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