I misteri di Bologna Il depistaggio? Cominciò a Beirut
Così il Sismi entrò nelle indagini
La vera storia della strage, cap. 1

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI*

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

27/8/2020 -Ma come atterrò con tutto il suo peso il nuovo servizio segreto militare riformato con la legge 801 del 1977 – concepita quando era ancora in vita Aldo Moro dopo gli scandali del vecchio SID e che venne approvata col pieno appoggio della dirigenza del PCI, Ugo Pecchioli in testa, che pretendeva il controllo e una presenza attiva con propri uomini negli apparati della sicurezza e dell’intelligence – sulle indagini relative alla strage di Bologna?
Furono Licio Gelli e i suoi più influenti affiliati piduisti come Giuseppe Santovito, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del SISMI, l’ex capo poliziotto con la passione per la gastronomia Federico Umberto D’Amato o giornalisti di destra come Mario Tedeschi ad aver tramato per ostacolare e far deragliare il lavoro dei magistrati bolognesi?

Fu veramente di Gelli & Co. l’iniziativa di penetrare nelle indagini per intossicare l’accertamento della verità?

Le cose andarono veramente così? Oppure quello che viene definito il grande depistaggio non fu altro che un piano ben studiato, articolato e orchestrato nel quale tutti furono coinvolti a vario titolo, direttamente e indirettamente (piduisti, non piduisti, politici, magistrati e uomini dei servizi segreti), finalizzato a tutelare gli interessi e la sicurezza dello Stato di fronte a una serie di minacce gravissime?
Sembra una domanda retorica, ma non lo è.

La storia infatti – se si ricollocano al loro posto tutti i tasselli del mosaico in modo corretto, completo, preciso e senza furori ideologici – è ben diversa da quel teorema (semplicistico e puerile) che ancora oggi alcuni settori della magistratura e della politica vogliono imporre alla coscienza del Paese, calpestando il corso degli eventi e la verità dei fatti.

Una storia in cui non ci sono tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Una storia ricostruita fedelmente sulle testimonianze e sui documenti, senza censure o omissioni, che dimostra quante menzogne e quante manipolazioni sono state operate sulla narrazione delle indagini relative all’attentato del 2 agosto 1980.

Lo scenario che viene fuori è qualcosa di inedito e sconvolgente.

Stazione di Bologna, 2agosto 1980


Per iniziare questo viaggio negli orrori dell’inchiesta sulla strage di Bologna, ripartiamo proprio dal tanto famigerato, vituperato e diffamato servizio segreto militare del 1980. Per capire come andarono veramente le cose, bisogna osservare lo scandire degli eventi e la dinamica dei fatti dalla giusta prospettiva. Soprattutto, occorre ricostruire questa complessa vicenda senza omettere


I RIFORMATI SERVIZI SEGRETI “DEMOCRATICI” VOLUTI DAL PCI


Il riformato, normalizzato e «democratico» SISMI, nel quale – per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale – entrarono schiere di uomini di fiducia scelti da Botteghe Oscure che rispondevano direttamente ai vertici del partito di Enrico Berlinguer con il quale Aldo Moro aveva iniziato la sua sponda nel compromesso storico, venne trascinato nelle sabbie mobili delle indagini sull’attentato del 2 agosto 1980 dagli stessi vertici della magistratura bolognese che in quel momento brancolava nel buio di una indagine profondamente inquinata, confusa e senza alcun elemento di prova.

Le nomine dei vertici dei servizi segreti (SISDE e SISMI) e dell’UCIGOS furono concordate con la dirigenza del Partito comunista di Enrico Berlinguer. Stabilito e approvato il nuovo quadro normativo, la scelta cadde su Giulio Grassini, Giuseppe Santovito e Gaspare De Francisci.

Giuseppe Santovito

Queste nomine furono il risultato di un complesso negoziato tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista all’esito del quale fu trovato un compromesso bipartisan sottoscritto e accettato da ambedue le parti contraenti. Fu un non semplice accordo politico – nel quadro della legge di riforma 801 – che permise al PCI, per la prima volta dalla nascita della Repubblica, di entrare ufficialmente nelle tanto ambite stanze dei bottoni dell’intelligence e della sicurezza.
Sulla base di queste intese, fu creato un doppio sistema di vigilanza sull’attività dei riformati servizi segreti: uno interno, attraverso l’arruolamento di personale di fiducia selezionato dal PCI, e uno esterno attraverso l’istituzione di un comitato parlamentare di controllo (COPACO) sull’attività di SISDE e SISMI (poi riformato nel 2007 in COPASIR, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica).

Quindi immaginare che i nuovi servizi segreti nati con la legge 801 del 1977 fossero un covo di massoni golpisti, fascisti e depistatori è quanto di più lontano dalla realtà dei fatti.


Per avere un’idea concreta, lo stesso tanto discusso Ufficio Controllo e Sicurezza del SISMI (la struttura alla quale appartenevano i colonnelli dei carabinieri Musumeci e Belmonte) venne creato proprio sulla base dei nuovi principi dettati dalla legge 801 per garantire massima trasparenza e fedeltà alle istituzioni democratiche da parte del reclutando personale dei nuovi apparati segreti. Incredibile, ma fu proprio così.

Giuseppe Belmonte

Nel vecchio SID (nato dalle ceneri del tanto famigerato SIFAR), infatti, questo ufficio non esisteva e molti degli ufficiali che furono arruolati nell’allora servizio segreto militare – nei convincimenti della dirigenza comunista – avrebbero avuto ancora troppe nostalgie per il passato regime. Massoni, golpisti, fascisti. Con queste infamanti accuse e sulla base di questi fumosi sospetti, furono epurati e professionalmente eliminati sistematicamente decine di uomini dei servizi segreti, attraverso il loro coinvolgimento in quasi ogni inchiesta per terrorismo e stragi. Un copione che si è ripetuto per oltre un decennio.

E a colpi di scandali, inchieste e arresti, nell’ottobre del 1977 si arrivò appunto all’approvazione della legge 801 che avrebbe dovuto – una volta per tutte – sistemare e normalizzare il comparto dell’intelligence secondo le draconiane direttive di Botteghe Oscure. E per la Direzione nazionale del PCI, l’uomo che aveva l’incarico e la responsabilità di coordinare queste delicatissime attività era proprio il torinese Ugo Pecchioli, il ministro dell’Interno ombra del Partito comunista italiano, colui che aveva in mano le sorti dei nostri 007.

Ugo Pecchioli


L’ALTRO LATO OSCURO DELLA VERITA’: LA MAGISTRATURA

Sul versante giudiziario, dal 2 agosto al 21 settembre 1980, l’inchiesta era stata trattenuta (oltre i limiti di tempo fissati dal vecchio codice di procedura penale) con rito sommario dal capo della Procura della Repubblica, Ugo Sisti.

Ugo Sisti

Le prime settimane, le più delicate e importanti ai fini dello sviluppo delle indagini, vennero segnate da una serie di incongruenze, omissioni, depistaggi e stranezze inspiegabili che hanno profondamente compromesso l’esito futuro dell’inchiesta. Basti ricordare cinque circostanze abnormi e gravissime:

  1. Il mancato sequestro dell’area interessata dall’esplosione dell’ordigno con la conseguente (incredibile) perdita, rimozione o sottrazione di reperti fondamentali per le indagini.
  2. Il ritrovamento e la successiva sparizione di reperti relativi al meccanismo di innesco dell’ordigno così come riportato dall’Ansa il 5 agosto 1980: «Mezz’ora prima della visita di Pertini alla stazione è stato ritrovato un pezzo dell’innesco della bomba con spezzone di miccia combusta. Un vigile del fuoco l’ha consegnato alla polizia».
  3. La spaccatura del collegio peritale medico-legale nominato dalla Procura della Repubblica, con la stranissima defezione di uno dei più brillanti docenti di medicina legale dell’Università di Bologna, il prof. Piergiorgio Sabattani.
  4. La scomparsa della giovane donna Maria Fresu dopo l’esplosione e il conseguente mancato ritrovamento del cadavere di giovane donna al quale apparteneva quel lembo di volto strappato ritrovato fra i binari della stazione nella giornata del 2 agosto 1980, poi attribuito arbitrariamente alla stessa Fresu.
  5. L’insabbiamento della notizia della presenza a Bologna il giorno della strage dell’estremista tedesco Thomas Kram militante di spicco dell’organizzazione terroristica Cellule Rivoluzionarie. La DIGOS di Bologna già cinque giorni dopo la strage fu in grado di scoprire il nome di Kram fra le persone che avevano pernottato in città la notte tra il 1° e il 2 agosto 1980. Lo scambio informativo tra DIGOS e UCIGOS con la polizia criminale tedesca (BKA), con la Criminalpol e l’Interpol delineò immediatamente un quadro indiziario inquietante. Kram risultava in contatto con il pericoloso terrorista tedesco Johannes Weinrich, dirigente delle Cellule Rivoluzionarie, braccio destro del terrorista internazionale Carlos e numero due della sua organizzazione terroristica Separat. Nonostante queste informazioni, la Procura della Repubblica di Bologna diede disposizione alla Questura di trascurare la posizione di Kram, seppellendo il nome del terrorista tedesco in una nota generica della DIGOS – datata 16 settembre 1980 – contenente accertamenti su lettere, telefonate anonime e accertamenti svolti da altre Questure.
Thomas Kram


Dunque, senza nessun punto di riferimento oggettivo e concreto dal punto di vista scientifico e investigativo, senza nessun riscontro diretto o indiretto su ipotetici mandanti ed esecutori, senza alcuna testimonianza affidabile e con una scena del crimine irrimediabilmente inquinata e ripulita, l’inchiesta sulla strage viene condotta dalla Procura della Repubblica ben oltre i tempi previsti dal codice di procedura penale vecchio rito. Questa forzatura determinerà tutta una serie di lacune e fallimenti ai quali – il giudice istruttore che si assegnò l’istruttoria formale, Aldo Gentile – mai riuscì a porre rimedio, essendo lui stesso parte di quel sistema di potere che aveva portato le indagini, al di là di ogni riscontro o elemento di fatto, sul binario morto dell’estremismo di destra. Ma quello era l’orientamento del governo dell’epoca e rispetto al quale la magistratura bolognese era totalmente allineata: la strage «era» fascista e quindi era in quell’area che andavano trovati i responsabili. Ogni altra ipotesi venne scartata fin dalle prime battute di un’indagine che faceva acqua da tutte le parti. Lo scempio che venne fatto, a livello investigativo, non ha eguali in nessun’altra indagine per terrorismo.

LA FILIERA DIMENTICATA


Questo è lo spaventoso contesto nel quale matureranno le condizioni del grande depistaggio che portò alla famigerata operazione “terrore sui treni” del gennaio 1981 e che finì con il travolgere soltanto quella metà della filiera che portava ai vertici del SISMI. L’altra metà di questa filiera, quella che partiva direttamente dagli uffici giudiziari di Bologna, è sempre stata tenuta in disparte, al riparo da eventuali scandali e azioni giudiziarie.

Gli inquirenti si sono concentrati – per ovvi motivi di cordata e interesse – soltanto sul versante del servizio segreto militare.

Mai nulla è stato fatto, invece, sull’altra metà di questa filiera, e cioè quella della magistratura bolognese, per valutare la condotta dei magistrati che si sono occupati delle prime fasi delle indagini, le fasi più importanti e delicate.

Gli uffici giudiziari di Bologna furono letteralmente sopraffatti e schiacciati dal peso delle enormi responsabilità alle quali erano chiamati per dare risposte serie, rapide e credibili alla pressante domanda di giustizia che proveniva dai vertici delle istituzioni (Quirinale in testa), dai parenti delle vittime, dai feriti e dalle loro famiglie e dall’intera opinione pubblica.

UFFICIO ISTRUZIONE E PROCURA DELLA REPUBBLICA IN ROTTA DI COLLISIONE

Mentre il governo premeva per imprimere alle indagini una svolta decisiva, i vertici dell’Ufficio Istruzione di Bologna entravano in rotta di collisione con la Procura della Repubblica. Due giorni dopo la strage, scoppia una violenta polemica tra Angelo Vella, capo dell’Ufficio Istruzione (lo stesso magistrato che aveva firmato il rinvio a giudizio per l’attentato al treno Italicus), e Ugo Sisti, capo della Procura della Repubblica.

Vella aveva rilasciato una intervista al Resto del Carlino, pubblicata domenica 3 agosto 1980, nella quale aveva fra l’altro affermato: «Dipendesse da me, indagherei nell’area delle formazioni clandestine extraparlamentari di destra: fra questi individui che si sono dimostrati comprimari e gregari nelle varie indagini svolte in occasione dei processi che ad Arezzo, Firenze e Lucca sono stati istruiti e celebrati dal 1974 fino ad oggi e che hanno consentito di delineare i confini di quell’area eversiva, le finalità di azione dei componenti e i mezzi cui questi hanno sempre fatto ricorso». La conclusione di Vella era una vera dichiarazione di guerra: «Se l’inchiesta giungerà a me, saprò dove andare a cercare». Il guanto di sfida era lanciato.


Incalzato dai cronisti, il capo della Procura Sisti replicava così alle insinuazioni di Vella, confermando pubblicamente l’esistenza di un gravissimo scontro tra uffici giudiziari:

«Non conosco le dichiarazioni del dott. Vella, il quale deve avere informazioni che io non possiedo. Non vi resta altro – rivolgendosi ai giornalisti – che rivolgervi al dott. Vella il quale, naturalmente, magistrato molto sensibile e acuto, se le ha sono sicuro che verrà a deporre dal Procuratore della Repubblica».

L’esito di questo scontro portò all’estromissione di Vella, come responsabile dell’Ufficio Istruzione al quale, per prassi, doveva essere trasmessa da parte della Procura l’inchiesta per la prosecuzione con rito formale.
Il 5 settembre del 1980, il colpo di scena. Ugo Sisti nella sua veste di procuratore della Repubblica di Bologna trasmette (in busta chiusa riservata personale) una comunicazione giudiziaria al capo dell’Ufficio Istruzione, consigliere istruttore Angelo Vella, con questa motivazione:
«Se durante l’istruttoria formale del procedimento concernente l’attentato del 4 agosto 1974 al treno Italicus, ed in particolare di recente, tra il deposito finale degli atti e il deposito della ordinanza-sentenza conclusiva, mediante scritti o messaggi di altra natura, ignoti abbiano diretto alla Sua persona o al suo Ufficio minacce, avvisi o inviti a ritardare le deliberazioni di competenza, con l’ammonimento che, ove non fossero stati ampiamente ritardati i termini del deposito della decisione finale, sarebbero stati compiuti atti di ritorsione in Bologna».


SCONTRO AL VERTICE: SISTI CONTRO VELLA


Partendo dalle gravi insinuazioni di Vella, Ugo Sisti voleva sapere se il capo dell’Ufficio Istruzione di Bologna fosse in possesso di informazioni o notizie fondate circa l’ipotesi di un attentato ritorsivo proprio a Bologna da parte dei neofascisti di Ordine Nero, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale ritenuti responsabili – in base all’ordinanza-sentenza di Vella – dell’attentato compiuto nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 sul treno espresso 1486 Roma-Monaco di Baviera via Brennero Italicus (l’esplosione avvenne nella Grande galleria dell’Appennino tra Emilia Romagna e Toscana nei pressi di San Benedetto Val di Sambro) che provocò 12 morti e oltre quaranta feriti.
Il 21 settembre 1980, l’inchiesta passa dalla Procura della Repubblica all’Ufficio Istruzione, ma Angelo Vella – proprio a causa dello scontro con Sisti poi cristallizzato nella comunicazione giudiziaria del 5 settembre 1980 – sarà costretto ad astenersi.

La strage dell’Italicus

Questo colpo di scena permetterà al consigliere aggiunto Aldo Gentile di assegnarsi da solo il fascicolo dell’istruttoria per la prosecuzione con rito formale.

E qui c’è un incredibile corto circuito: il giudice Gentile frequentava Abu Anzeh Saleh, il capo della struttura clandestina dell’FPLP in Italia, prima del suo arresto per il trasporto dei missili terra aria Sam 7 Strela sequestrati nei pressi del porto di Ortona (Chieti) la notte tra il 7 e l’8 novembre 1979.

Abu Saleh Anzeh

Il numero due dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna riceveva anche dei regali dall’uomo di fiducia di George Habbash: Saleh, attraverso la casella postale 904 presso le Poste di Bologna, teneva per conto del Fronte popolare per la liberazione della Palestina i contatti segreti con Carlos, all’epoca il terrorista internazionale più ricercato al mondo.

George Habbash

Carlos aveva come braccio destro il tedesco Johannes Weinrich, alias Steve, proveniente dalle Cellule Rivoluzionarie, responsabile delle operazioni militari dell’organizzazione Separat. Weinrich aveva a sua volta un suo uomo di fiducia per le attività clandestine più delicate, anche lui delle Cellule Rivoluzionarie, il berlinese Thomas Kram, presente a Bologna il giorno della strage.

Come copertura legale, Kram aveva preso il posto di Weinrich nella gestione della Libreria Politica di Bochum, città universitaria di 300mila abitanti della Renania Settentrionale-Westfalia.
Parallelamente, il 16 settembre 1980 – cinque giorni prima di trasmettere gli atti dell’inchiesta all’Ufficio Istruzione – come abbiamo già accennato, la Questura di Bologna, presumibilmente su indicazione dei vertici della Procura della Repubblica, sistema la delicata posizione Thomas Kram seppellendo il nome del terrorista tedesco in una nota generica della DIGOS contenente vaghi cenni su lettere, telefonate anonime e accertamenti svolti da altre Questure.


UN DEPISTAGGIO CHE VIENE DA LONTANO


Tornando alla genesi del cosiddetto depistaggio (ma a ben vedere si trattò di ben altro e più grave), la macchinazione era partita da lontano ed esattamente da Beirut: precisamente dal quartier generale di Arafat. Il 19 settembre 1980, il quotidiano elvetico in lingua italiana Corriere del Ticino pubblicava in prima pagina un’ampia e articolata intervista ad Abu Ayad, nome di battaglia di Salah Khalaf, membro del Consiglio centrale dell’OLP, responsabile per Fatah dell’apparato per la sicurezza nazionale palestinese. Ad intervistare il braccio destro di Arafat, il potente capo del servizio segreto palestinese e mente delle operazioni speciali, venne scelta una controversa giornalista italiana, militante della resistenza palestinese, anche lei coperta dal SISMI, sotto l’ala protettrice del colonnello Stefano Giovannone: Rita Porena.

Sposata con un dirigente dell’FPLP, la Porena teneva i piedi in due staffe: da una parte lavorava sotto copertura del nostro servizio segreto militare in Libano come addetta stampa dell’ambasciata d’Italia a Beirut, e dall’altra serviva la causa palestinese come militante dell’FPLP di George Habbash. Abu Ayad, nell’intervista rilasciata alla Porena, come corrispondente del Corriere del Ticino a Beirut, affermava che il partito della Falange (Kataeb) fosse coinvolto nella strage di Bologna e che nei campi di addestramento delle destre maronite libanesi il servizio segreto palestinese aveva scoperto la presenza di estremisti di destra italiani e tedeschi.

Abu Ayad


«Dai tedeschi abbiamo appreso che circa undici mesi fa [ottobre 1979, nda] nel campo di Aqura il loro gruppo aveva discusso con gli italiani la strategia per restaurare il nazifascismo nei loro Paesi ed erano arrivati alla conclusione che l’unica via sarebbe stata l’attacco contro le istituzioni più importanti. I fascisti italiani hanno affermato che il loro maggior nemico è rappresentato dal Partito comunista e dalla sinistra in generale e che perciò avrebbero cominciato le loro operazioni con un grosso attentato nella città di Bologna, amministrata dalla sinistra. Quando è avvenuta la strage abbiamo subito messo in relazione l’attentato con quanto avevamo appreso sui progetti degli italiani nel campo di Aqura. Al momento opportuno faremo in modo che i tedeschi rendano pubblico tutto quello che hanno visto e udito nei campi di addestramento, compresi i nomi e il numero degli italiani che erano con loro.

Da parte nostra abbiamo provveduto a tenere al corrente le autorità italiane, alle quali abbiamo dato i nomi degli italiani di Aqura. I nomi, probabilmente, non sono precisi perché i tedeschi li hanno citati basandosi solamente sulla loro memoria, ma credo che per le autorità italiane non sia difficile riuscire a identificare le persone. È certo che si tratta di fascisti che appartengono a organizzazioni conosciute. Se le autorità italiane avessero messo in relazione le informazioni avute da noi con le altre in loro possesso avrebbero avuto un quadro chiaro della situazione».


LA MACCHINA DELLE DEVIAZIONI SI METTE IN MOTO


Questa intervista di Rita Porena al capo dei servizi di sicurezza di Fatah costituisce la genesi della grande manovra messa in piedi dalla nostra intelligence militare a tutela del lodo Moro, deviando l’attenzione sulla destra maronita libanese e sui gruppi di estrema destra tedeschi e italiani. Il 21 settembre 1980, due giorni dopo la pubblicazione dell’intervista del Corriere del Ticino (19 settembre 1980), il capo della Procura della Repubblica di Bologna, il dott. Ugo Sisti, trasmetteva gli atti dell’istruttoria all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna affinché l’inchiesta proseguisse con rito formale. E così il fascicolo sulla strage viene assegnato al consigliere aggiunto Aldo Gentile, come titolare, e ad altri due giudici istruttori che compongono il pool, Giorgio Floridia e Vito Zincani.

Il passaggio delle consegne è cruciale. Anche perché le gravissime accuse di Abu Ayad sono piombate sulle indagini come un meteorite. E visto che le allarmanti rivelazioni del braccio destro di Arafat arrivano dal Libano, qualcuno pensa che sia arrivato il momento di fare entrare in gioco il SISMI, il servizio segreto militare, che proprio a Beirut ha la sua stazione affidata nelle vellutate mani del colonnello Stefano Giovannone e della sua stretta collaboratrice d’ambasciata, Rita Porena.

Da quel momento preciso, la macchina delle deviazioni si mette in funzione a pieno ritmo. Le coincidenze temporali fanno sospettare di una regia ben pianificata e organizzata.

L’intricata vicenda dell’arresto di Abu Anzeh Saleh e la conseguente perdita di contatto di quest’ultimo con l’arsenale strategico palestinese che Mario Moretti ha trasportato dalle coste del Libano in Veneto con la barca a vela dello psichiatra anconetano Massimo Gidoni, nell’agosto-settembre 1979, è il dossier più delicato che Giovannone ha sul tavolo in quel momento.

Il colonnello Stefano Giovannone

Deve assolutamente trovare una qualche soluzione, perché dal giorno dell’arresto del capo dell’FPLP in Italia al giorno dell’attentato alla stazione, il capo stazione SISMI a Beirut ha trasmesso alla centrale di Roma una serie sempre più fitta di note, rapporti e fonogrammi segreti e segretissimi in cui si metteva in guardia il governo circa la seria probabilità di un attentato ritorsivo dei palestinesi contro l’Italia.

Dalla fine del 1979 e per tutti i primi sette mesi del 1980, il colonnello Giovannone ha letteralmente inondato la Seconda Divisione del SISMI, diretta dal coriaceo tarantino colonnello Armando Sportelli, di allarmi scritti nero su bianco circa la mancata liberazione di Saleh.

L’organizzazione del Fronte popolare per la liberazione della Palestina in territorio italiano era ancora acefala, perché il giordano di origini palestinesi residente a Bologna restava ostinatamente in carcere per la storia del traffico dei missili terra-aria Sam 7 Strela di Ortona. Il suo arresto e soprattutto la sua mancata liberazione avevano messo in allarme tutta la catena di comando del SISMI.

SPORTELLI VA DAI GIUDICI AQUILANI PER EVITARE RITORSIONI PALESTINESI


I ripetuti segnali di pericolo di Giovannone circa la concreta possibilità di una grave ritorsione palestinese in Italia avevano messo in agitazione il direttore del Servizio, il generale Giuseppe Santovito, e preoccupato perfino l’imperturbabile e algido Sportelli tanto da spingerlo a recarsi d’urgenza a L’Aquila dove – il 2 luglio del 1980 – avrebbe dovuto iniziare il processo di appello a Saleh e altri tre militanti dell’autonomia romana per i missili di Ortona.

Il colonnello Sportelli, nel rispondere alle domande dei magistrati viene indotto in errore, perché la sua prima risposta riferisce L’Aquila come destinazione della sua missione presso la Corte d’Appello del capoluogo abruzzese per chiedere ai magistrati che sostenevano l’accusa di essere prudenti con le misure nei confronti del capo dell’FPLP in Italia.

Poi si corregge e dice Chieti, presso il Tribunale dove si era celebrato il processo di primo grado. Ma – stando alla testimonianza dell’allora procuratore generale de L’Aquila, Vincenzo Basile – la visita di quell’ufficiale del SISMI avvenne proprio presso la Corte d’Appello alla vigilia dell’apertura del dibattimento.

Gli allarmi lanciati da Giovannone erano valutati molto seriamente, ma il capo della stazione SISMI di Beirut spesso scavalcava il suo diretto superiore, il capo della Seconda Divisione Sportelli, e per questo i suoi fonogrammi arrivavano direttamente sul tavolo del direttore del Servizio, del ministro della Difesa o addirittura a Palazzo Chigi, senza previa valutazione e analisi da parte della competenti articolazioni dell’intelligence militare.

Ma tant’è. Resta il fatto, sconvolgente, che Armando Sportelli parte da Forte Braschi e si dirige una prima volta a Chieti e poi – un mese prima della strage – a L’Aquila per cercare di ammorbidire la posizione dei pubblici ministeri nei confronti di Saleh.

“QUELLA BENEDETTA LETTERA DI MINACCE”


Ecco cosa ha riferito Armando Sportelli al pubblico ministero di Bologna Enrico Cieri il 24 febbraio 2014 nel corso del suo esame testimoniale.


Le minacce dell’FPLP furono così pesanti ed esplicite «tant’è che io stesso sono andato a parlare con il Pubblico ministero de l’Aquila mi pare… di Chieti inizialmente perché mi interessava… avevamo in mano sempre questa benedetta lettera carica di minacce alla quale noi credevamo. E quindi si trattava di vedere un pochettino che si poteva fare. Io andai a parlare, questo me lo ricordo bene, con il presidente del Tribunale il quale disse “parla con il Pubblico ministero”. Parlai con il Pubblico ministero il quale non mi mandò a quel paese, ma siamo lì… va bene! Disse: “No, assolutamente ci vediamo al processo”. Quindi la condotta della magistratura è stata semplicemente perfetta, sotto un certo punto di vista anche la nostra perché noi siamo lì, il nostro problema era la sicurezza dell’Italia. Noi avevamo paura di questi attentati».


L’ex capo della Seconda Divisione del SISMI conferma, a distanza di tanti anni, la testimonianza resa dall’allora Procuratore generale presso la Corte d’Appello de L’Aquila, Vincenzo Basile, al professor Stelio Marchese e riportata nel suo libro I collegamenti internazionali del terrorismo italiano, pubblicato nel lontano 1989, e cioè che un ufficiale dei servizi di sicurezza si presentò in borghese ai magistrati della Corte d’Appello dell’Aquila, «chiedendo indulgenza per i quattro detenuti, al fine di non provocare rappresaglie sanguinose in Italia».

Questa circostanza era stata ben documentata nella Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980, depositata da Gian Paolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa in Commissione Mitrokhin il 23 febbraio 2006, ma all’epoca non si sapeva il nome e il grado di quell’ufficiale del SISMI che andò dai magistrati abruzzesi per evitare il peggio, un mese prima della strage e costituisce un elemento di prova, un riscontro straordinario all’esistenza di un accordo segreto tra il governo italiano e la dirigenza palestinese.

Se non vi fosse stato questo accordo segreto, questo “lodo”, perché mai i vertici dell’intelligence militare avrebbero dovuto mobilitarsi per ottenere la liberazione del capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina in Italia? Ma a questo punto, occorre rispondere alla domanda principale, alla quale nessuno – fino ad oggi – è riuscito a fornire una risposta credibile e adeguata.

Chi decise di far entrare di peso il SISMI dentro l’inchiesta sulla strage?

Fu un’iniziativa autonoma e sconsiderata della direzione del servizio segreti militare, oppure fu la stessa Procura della Repubblica di Bologna a chiedere aiuto e assistenza per cercare di risolvere lo stallo nelle indagini sull’attentato alla stazione ferroviaria?


È proprio Ugo Sisti, l’ex capo della Procura della Repubblica di Bologna, a spiegare come andarono esattamente le cose. E lo spiega nel corso della sua audizione davanti alla Commissione parlamentare sulle Stragi, presieduta all’epoca dal senatore repubblicano Libero Gualtieri. È il 2 maggio del 1989, Palazzo San Macuto, Roma.


Il dottor Sisti, che dopo aver lasciato gli uffici giudiziari bolognesi venne promosso direttore generale degli Istituti di prevenzione e di pena, svela per la prima volta come andarono le cose a Bologna prima che lui lasciasse il posto di procuratore capo per assumere il nuovo incarico al ministero di Grazia e Giustizia a Roma. Il passaggio è molto preciso e cade nel momento più delicato dell’inchiesta madre sull’attentato del 2 agosto 1980 e cioè immediatamente dopo la trasmissione da parte della Procura della Repubblica dell’inchiesta all’Ufficio Istruzione per la prosecuzione con il rito formale. Ugo Sisti lasciò la carica di procuratore capo di Bologna «nel mese di settembre 1980». Era arrivato a Bologna alla fine dell’ottobre del 1977 proveniente da Roma, dove aveva ricoperto l’incarico di sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione.

UGO SISTI RIVELA COME IL SISMI ENTRO’ NELLE INDAGINI DI BOLOGNA


«Quando i magistrati di Bologna mi chiesero un contatto col SISMI io andai dal generale Santovito e in quella occasione il generale Santovito mi presentò Musumeci».

Uno dei membri della Commissione Stragi legge un brano della sentenza-ordinanza del giudice istruttore del Tribunale di Napoli Carlo Alemi sulla trattativa Stato-Camorra per la liberazione dell’assessore regionale ai Lavori Pubblici della Regione Campania, Ciro Cirillo (DC), rapito dalle Brigate Rosse la sera del 27 aprile 1981.

Pietro Musumeci

Il giudice Alemi nella sua ordinanza-sentenza, depositata al termine dell’istruttoria formale il 28 luglio del 1988, scriveva: «Ugo Sisti, che aveva lasciato l’ufficio di procuratore capo della Repubblica di Bologna per assumere la direzione generale degli Istituti di Prevenzione e di Pena, stabiliva un contatto fra i magistrati inquirenti (strage di Bologna) e Musumeci, dopo di che nella sede del SISMI iniziava l’elaborazione – per così dire – delle notizie relative alla strage, trasmesse poi all’ufficio istruzione di Bologna».
E Ugo Sisti, tirato in ballo, risponde stizzito: «Si dice “stabiliva un contatto” perché i magistrati di Bologna mi avevano chiesto il contatto. I colleghi di Bologna mi hanno chiesto, visto che le indagini andavano male, di rivolgermi al SISMI per un contatto».

Dunque fu proprio il consigliere aggiunto Aldo Gentile e i suoi colleghi ad aver chiesto aiuto all’ex collega della Procura di Bologna per stabilire questo contatto con i vertici del servizio segreto militare. Un contatto diretto che peraltro era anche proibito ai sensi della stessa legge 801 del 24 ottobre 1977. Ma in quel preciso momento storico, prevalse la valutazione che i servizi segreti fossero gli unici apparati istituzionali che avrebbero potuto aiutare e assistere i giudici istruttori bolognesi titolari dell’inchiesta sulla strage a orientarsi nell’inestricabile labirinto della pista libanese, lanciata con la nota intervista al numero due di Fatah, Abu Ayad.

ME LO CHIESERO I GIUDICI ISTRUTTORI CHE INDAGAVANO SULLA STRAGE


«Loro me lo hanno chiesto, sono fatti loro. Io mi rivolsi a Santovito e Santovito mi presentò Musumeci», replica duro Ugo Sisti. Poi riprende il filo del discorso, entrando nel vivo di uno dei passaggi più controversi della storia dell’inchiesta sull’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna: «I giudici istruttori di Bologna Gentile e Floridia mi telefonarono più volte a Roma al ministero dicendo che le indagini andavano male. Non riuscivano a ricavare una conclusione e temevano di dover scarcerare tutti. Essendo per loro impossibile arrivarci direttamente – così dicevano – volevano essere messi in contatto con il Sismi. Io ritenni di fare un’opera buona andando dal generale Santovito a dirgli: c’è questa situazione. A dire il vero, Santovito rispose che non era materia di sua competenza. Ma io ho detto: di fronte alle vittime, ai morti, alla tragedia, di fronte al comportamento di certe persone che si fanno medicare e poi scappano, competenza o non competenza, se voi avete le strutture e i mezzi dovreste interessarvene. Fu allora che Santovito mi disse: ecco, questo è il generale Musumeci; lui potrà occuparsi della cosa. Ho messo Musumeci in contatto con i due magistrati di Bologna. Questa è la situazione di fatto».


Ugo Sisti afferma che i giudici istruttori Aldo Gentile e Giorgio Floridia, che avevano ereditato l’istruttoria per la prosecuzione con rito formale, si lamentavano perché le indagini andavano male.

Andavano male? È un eufemismo. Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Bologna – nel periodo che va dal 2 agosto al 21 settembre 1980 – non erano altro che un ammasso di carte disordinate, senza alcun filo conduttore, gran parte delle quali rastrellate in modo frenetico e caotico da tutte le Questure d’Italia e riguardanti l’intera galassia dell’estrema destra italiana. Un coacervo di atti, rapporti, documenti nei quali quasi nessuno era più in grado di trovare un qualsiasi nesso casuale o causale con lo scenario della strage.

C’era soltanto quell’orientamento generale – peraltro sostenuto pesantemente dall’allora governo – di attribuzione delle responsabilità all’estrema destra. Ma oltre questo orientamento, questa convinzione fideistica, come un atto di fede, senza alcun collegamento con la realtà dei fatti, senza alcuna logica.
In quell’immane confusione investigativa, perfino il numero delle vittime non era ancora certo e definitivo.
C’era poi, come abbiamo visto, la questione di quel corpo di giovane donna, Maria Fresu, scomparso nel nulla dopo l’esplosione e un brandello di volto di giovane donna il cui cadavere non verrà mai ritrovato.

Maria Fresu con la sua bambina

L’unico dato certo di quei mesi di indagini condotte proprio dall’ufficio diretto dal dott. Sisti era uno e uno soltanto: l’attribuzione in termini indiscutibili, dogmatici e apodittici della responsabilità della strage agli ambienti dell’estrema destra. Nessun riscontro, nessun elemento di prova, solo generici sospetti sui quali l’attività della Procura di Bologna cristallizzò le proprie convinzioni investigative. Nessun’altra pista poteva o doveva essere presa in considerazione perché l’orientamento anche del governo era quello: strage fascista. Punto.
E così, quando il fascicolo delle indagini passò all’Ufficio Istruzione di Bologna, la frittata era ormai fatta. Di fatto, sul piano investigativo i risultati erano inesistenti e catastrofici. Quando i giudici istruttori si rivolgono a Sisti per chiedere aiuto al SISMI, siamo nell’ottobre del 1980.

Sull’istruttoria già gravavano le gravissime accuse lanciate da Abu Ayad e i presunti sviluppi della cosiddetta pista libanese venivano considerati il “colpo grosso” dell’inchiesta. In quella grande confusione, Gentile ebbe l’illusoria impressione di essere arrivato a un punto di svolta nelle indagini, ma senza l’appoggio del servizio segreto militare, temeva che non sarebbe andato da nessuna parte. Il labirinto libanese lo attirava e lo inquietava allo stesso tempo.

(1/CONTINUA)

*Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi sono giornalisti investigativi e saggisti, studiosi del terrorismo internazionale

*GLI AUTORI

Gian Paolo Pelizzaro

Gian Paolo Pelizzaro, nato a Roma nel 1964, giornalista investigativo, ricercatore e saggista, esperto di terrorismo internazionale e intelligence.

È stato consulente delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (XIII legislatura) e sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura).

Ha pubblicato i saggi:

Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia, Settimo Sigillo 1997;

I segreti di San Macuto, intervista con il senatore Vincenzo R. Manca, Bietti 2001;

Libano. Una polveriera nel Mediterraneo, Bietti Media, 2008.

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Gabriele Paradisiingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Gabriele Paradisi

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
– una edizione estesa del Dossier Strage di Bolognaintegrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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2 risposte a I misteri di Bologna Il depistaggio? Cominciò a Beirut
Così il Sismi entrò nelle indagini
La vera storia della strage, cap. 1

  1. Ettore Rispondi

    27/08/2020 alle 19:41

    Ottimo articolo.

  2. Gilberto Cavallini Rispondi

    28/08/2020 alle 09:36

    Complimenti per l’articolo, spero di potere leggere presto il seguito. Poi, che dire? Sappiamo bene a cosa ci troviamo di fronte, al governo e agli eredi del PCI che sosterranno fino alla morte (e oltre, tramite i loro successori) la tesi che finora ha trionfato nelle sentenze, nonostante tutto, contro tutto e tutti coloro che vogliono negarla, all’occasione chiamati negazionisti o depistatori.
    Arrivemo alla verità?
    Lascio la domanda in sospeso ma non ci scommetterei un euro!
    Grazie per l’impegno.
    Cordiali saluti
    Gilberto Cavallini

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