I misteri di Bologna/ Esclusivo “Gelli, lei è un bugiardo senza onore”: spunta lettera di Pazienza al capo della P2 Complici? No, nemici: pubblichiamo il testo integrale
“10 anni di carcere da innocente: chiedo la revisione del processo”

DI PIERLUIGI GHIGGINI

15/8/2020 – E’ la fine del gennaio 2007: Francesco Pazienza, condannato a dieci anni per “depistaggio” delle indagini sulla strage di Bologna in combutta col capo della Loggia P2 Licio Gelli, torna in permesso premio da sua madre nella casa nelle colline di Lerici: il primo permesso dopo anni di carcere trascorsi in gran parte in isolamento. Anni persino di carcere duro a Parma al 41 bis in mezzo a killer e boss mafiosi, perchè qualche manina aveva scritto in un documento che lui, il brillante brasseur d’affaire collaboratore del Sismi di Santovito, braccio destro di Calvi, custode di innumerevoli segreti e artefice di quel Billygate che costò la rielezione a Carter, era stato condannato per “associazione mafiosa”. Non era vero, qualcuno aveva scritto il falso per murarlo vivo in una botola come il conte di Cagliostro alla rocca di San Leo. E forse qualcuno, consegnandolo all’universo separato della “massima sicurezza” dove tutto può accadere come in certi film sulle carceri americane, contava certamente di murarlo, però non vivo: possibilmente morto, avebbe detto Clint Eastwood.

Francesco Pazienza nella sua casa di Lerici

Tuttavia il “depistatore” riesce a sopravvivere anche al 41bis ingiustamente subito.

“A Parma non vedevo neppure la luce del sole – ricorda oggi – Mi tirò fuori il dottor Pavarani , inorridito dalle mie condizioni di detenzione. Tanto che scrisse: “Oggi un carcere che mi è coevo mi sono ritrovato nel Medio Evo“. E a Livorno fu il nuovo magistrato di sorveglianza, dottoressa Boni, a concedermi il primo permesso premio”.

Così, dopo dieci anni da incubo , in un fredda giornata di gennaio, Pazienza torna a rivedere un rosso tramonto nelle colline di Lerici, dalla casa di località Catene: anche la toponomastica sembra fatta apposta per lui. Ma è solo l’ennesima, piccola beffa del destino.

E qui sulla strada per la Serra, punteggiata da uliveti e ville che raccontano di ricchezze antiche, una delle prime cose che fa è scrivere una lunga lettera a Licio Gelli: la prima in assoluto scritta fuori dal carcere.

Pazienza aveva l’urgenza di esternare tutto il proprio disprezzo, covato dentro per anni, nei confronti dell’ex venerabile della Propaganda 2 che – dall’esilio dorato in Svizzera al riparo della condanna a 10 anni – sparge menzogne con un’intervista dietro l’altra, senza mai chiarire che Pazienza neppure lo volle incontrare, e che con il “depistaggio” della valigetta sul treno Taranto Bologna, l’ex enfant prodige di servizi segreti, Stati e finanza internazionale, non c’entrava niente.

Dopo tredici anni, quella lettera di cinque pagine datata Lerici 31 gennaio 2007 – in cui rinfacciava a Gelli di essere sfacciatamente “smemorato” e di raccontare molte bugie, comprovate anche dalle dichiarazioni rese dal senatore Mario Tedeschi ai giudici di Milano nel 1986 – è uscita dal cassetto: Francesco Pazienza l’ha inviata con un plico raccomandato alla Procura Generale di Bologna, che ha accusato quattro morti come presunti mandanti della strage alla stazione: appunto Gelli e Tedeschi, insieme al finanziere Umberto Ortolani e a Federico Umberto D’Amato.

Oggi Reggio Report è in grado di pubblicarla in esclusiva nel testo integrale.

“E’ la prima lettera che scrissi nel primo permesso premio dopo anni interminabili di galera, in isolamento diurno e notturno, che ho scontato da innocente – dice oggi Pazienza – Se vogliono possono analizzare la carta e controllarne l’età: vedranno che non me la sono inventata oggi. E poi Gelli è morto, però l’avvocato Giorgetti, al quale indirizzai la missiva, è vivo e può testimoniare”.

Licio Gelli con i paramenti di Gran Maestro della P2

Una lettera cruciale, che attesta come Pazienza e Gelli non fossero sodali, bensì avversari, se non veri e propri nemici. Come scrisse nel 2002 la corte d’Appello di Milano: ” Il Pazienza non ebbe mai collaborazione con il Gelli… non solo non (era) iscritto alla Loggia Propaganda 2, ma addirittura avversario dei
relativi vertici
” . E se questo è vero, crolla il pilastro fondamentale della condanna per depistaggio (nella sequenza condanna-assoluzione-condanna in Cassazione), vale a dire la complicità con Licio Gelli. La conclusione della lettera, del resto, è perentoria: “Lei è una persona veramente molto biasimevole”.

E tuttavia, prima di leggerla, bisogna rispondere a una domanda: perchè solo oggi? Perchè non prima?

Il fatto è che, dopo anni di ricerche condotte in proprio, Pazienza ha deciso di presentare richiesta di revisione del suo processo: l’istanza è già scritta – ne pubblichiamo il frontespizio – e sarà depositata alla corte d’Appello competente, quella di Ancona. E questa lettera a Gelli del 2007 è uno dei tanti documenti allegati: la prova che il sodalizio con l’uomo di Villa Vanda era inesistente.

“Ne ho viste di tutti i colori, e confesso ho pensato per molto tempo che ogni sforzo fosse inutile. Ma ora è arrivato il momento. Io – ribadisce oggi – con la bomba alla stazione di Bologna non c’entro proprio niente. D’altra parte, nonostante continuino a mentire sul mio conto affermando che ero iscritto alla Loggia P2 – e dovrei decidermi a querelare un bel po’ di persone – prendo atto del fatto che nell’inchiesta sui mandanti non vengo neppure menzionato. Mentre hanno accusato il defunto Federico Umberto D’Amato, che a suo tempo fu chiamato a testimoniare al processo contro Mambro e Fioravanti“.

Concetti espressi già prima del lockdown in un’intervista di febbraio all’agenzia Adn Kronos:

“Per come la vedo io – aveva affermato – i 40 anni di misteri su Bologna nascono dal fatto che fin dal primo momento si è deciso di indirizzare le indagini verso un teorema dal quale poi non ci si è mai discostati. Se ci si riflette, per esempio, D’Amato era stato sentito come testimone al processo di Fioravanti e Mambro… Oggi, poi, viene fuori che D’Amato, tutta questa gente qui, sarebbero coinvolti… Io non so se sia vero o no, ci sarà un processo. L’unica cosa di cui prendo atto è che il mio nome non viene menzionato neanche per sbaglio in questa indagine, anche se sono stato condannato in via definitiva come promotore del depistaggio… “Tra l’altro – aggiunge – “nella sentenza di condanna c’è scritto di fatto che a me della strage non me ne fregava niente, però, siccome mi volevo fare bello con Gelli, lo volevo conoscere, e avevo saputo che lui voleva depistare, gli avrei dato una mano… Ma vi sembra una cosa normale?”.

“Due tribunali di Milano – aggiungeva l’ex 007, mostrando le carte – hanno stabilito che io non avevo mai visto Gelli e, anzi, che addirittura ero ‘nemico’ dell’ex numero 1 della P2. E c’è perfino una sentenza che dice che a Bologna non ho fatto nulla. Però mi sono fatto dieci anni di galera”.

LA LETTERA AL SIGNOR LICIO GELLI

Leggiamo finalmente la lettera a Gelli del 31 gennaio 2007. E’ inedita, e viene resa pubblica per la prima volta.

L’abbiamo trascritta rispettando i blocchi originari delle pagine, e ne pubblichiamo le foto originali con l’ultima pagina firmata di pugno dallo stesso Pazienza.

DR. FRANCESCO PAZIENZA D.

Signor Licio Gelli

presso Avv. Raffaello Giorgetti

Arezzo

Signor Licio GELLI,

Mi è stato comunicato da una penalista romana mia conoscente che in un
pregevole tomo di memorie da Lei scritto ed apparso anche a puntate
sul sito web
Dagospia, ha sostenuto che ad una mia supplica per
poterLa incontrare e conoscere Lei risposte negativamente
.

Credo che la Sua memoria sia alquanto fallace.

Mi spiace infatti doverLa contraddire sul punto ma gli eventi si
svolsero in maniera diametralmente opposta.

Era Lei il postulante e fui io a rifiutare l’incontro.

Si pone adesso il problema di stabilire chi tra noi due non dica la
verità non pretendendo affatto che la mia parola sia più autorevole
della Sua.

E’ sempre comunque mia regola, prima di esternare, poter dimostrare
per tabulas quanto sostengo ricorrendo all’aulico principio della “
carta canta “. altrimenti non fiato.

Orbene, il 17 luglio 1986 (ore 15) dinanzi ai Magistrati inquirenti di
Milano
Dr. Pizzi, Dr. Marra e Dr. Dell’Osso fu ascoltato un Suo amico
nonchè iscritto alla Loggia Propaganda Due: l’ex senatore
Mario
Tedeschi
, direttore del settimanale ” Il Borghese ” .

Non so come Lei avesse saputo che io lo conoscessi e che egli potesse
farsi latore di un Suo messaggio nei miei confronti.

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Il Sen. Tedeschi ebbe a riferirmi di essere stato da Lei incaricato di
propormi un incontro perché voleva conoscerm
i e che Lei era altresì
pronto
con grembiulino e spada ad includermi tra i suoi discepoli
massonici.

Verbalizzava quel teste dinanzi ai Magistrati ambrosiani che “
Pazienza mi disse chiaro e tondo che non aveva alcun desiderio di
conoscere Licio Gelli, per la precisione disse testualmente che << non
gliene fregava niente
>>. A mia volta comunicai al Gelli che il
Pazienza non era disponibile all’incontro “.

Questo avveniva, ovviamente, prima del 17 marzo 1981, data fatidica
che segnò l’atto di morte della Loggia P2.

Non è sufficiente ? Allora andiamo avanti.

Presso la Corte di Assise di Appello di Ancona esiste la dichiarazione
di un fiorentino
signor Giulio Rocconi, Suo amico e frequentatore di
Villa Wanda negli anni ‘ 90. Le propalazioni di questo signore
combaciano perfettamente con quelle del Sen. Tedeschi.

Il Suo amico dichiarava mercoledì 15 luglio 1998 di aver appreso
proprio da Lei come fossi stato io a rifiutare un incontro da Lei
propostomi.

Non le basta ancora? Allora continuiamo.

Il 7 maggio 2002 il Dr. Sergio SILOCCHI, presidente della Terza Corte
d’Appello di Milano scriveva testualmente che: ”
Il Pazienza non ebbe
mai collaborazione con il Gelli
, mai lo conobbe ed anzi fosse non solo
non iscritto alla Loggia Propaganda 2, ma addirittura avversario dei
relativi vertici
” .

Lei comprenderà che su tali presupposti è alquanto difficile
sostenere, come Lei ha fatto, un mio ardente desiderio di conoscerLa .

Il curioso è che alle stesse identiche conclusioni giungeva il giudice
romano dr.
Otello Lupacchini in un voluminoso atto relativo al

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procedimento penale Nr. 1164/87 A di cui era titolare e depositato in
data 13 agosto 1994.

Alla luce dei fatti succitati appare del tutto evidente, quindi, che
se esiste un mentitore, tra di noi, quello non sono sicuramente io.

In verità Lei si sentì molto ferito nel Suo orgoglio per quel mio gran
rifiuto ed ordinò ad un
giornalista RAI iscritto alla P2 di invitarmi
ad una sua trasmissione per bistrattarmi e ridicolizzarmi.

Il Suo amico eseguì immediatamente i Suoi ordini ma, informato di
quanto Lei aveva architettato ,
non caddi nella trappola rifiutando di
partecipare alla trasmissione.

Almeno questo lo rammenta Signor Gelli ?

Non mi è peraltro mai zampillato in testa di regalarLe un telefono
d’oro zecchino
per impreziosire le nostre conversazioni via filo come
fece quel
grande capitano d’industria non iscritto alla Sua Loggia ma,
evidentemente,
Suo grande quanto discreto estimatore.

Sono impreciso ? Racconto fanfaluche ? Me lo dica Lei, Sig. Gelli.

Colgo l’occasione, però , per levarmi per la prima volta e
direttamente un sassolino, anzi un macigno, dalla scarpa.

Io sono stato svillaneggiato, perseguitato , processato , condannato
ed imprigionato per lungo temp
o, come Lei sa benissimo , perchè avrei
asseritamente concorso, strettamente con Lei, a depistare le indagini
sulla
bomba alla stazione di Bologna.

Da galeotto , dopo lunghi anni di totale isolamento carcerario durante
i quali non ho potuto parlare con nessuno
, mi fu una volta negato un
beneficio penitenziario con la onirica motivazione di essere stato un
iscritto alla Sua Loggia Propaganda Due .

Pensi un po’ !

Secondo i signori magistrati felsinei io e Lei eravamo, come si suol
dire , <<culo e camicia>> .

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Anzi , secondo la Magistratura petroniana, io ero il Suo delfino , il
nuovo capo della Loggia P2 in pectore perchè così avevano voluto la
C.I.A. e gli americani .

Mutuando il Macbeth di Shakespeare un racconto falso pieno di odio e furore .

Lei sapeva benissimo che tutto ciò non fosse assolutamente vero e
mentre io dovevo difendermi, in catene, come un forsennato da
un’accusa infame e risibile Lei non ha sentito mai il bisogno , o la
necessità morale, di apparire in un’ aula di Tribunale per deporre sui
nostri assolutamente inesistenti rapporti .

Lei era troppo occupato ad auto candidarsi al Premio Nobel della
letteratura e ad annaffiare miracolose fioriere
che invece di stami,
corolle e pistilli producevano il metallo caro a Creso e Mida.

Prodigio di un organismo geneticamento modificato!

Lei , forte dell’immunità derivanteLe dalla negazione di estradizione
della Svizzera
, si è sempre rifiutato di presentarsi dinanzi ai
Magistrati bolognesi se non altro per raccontare che con me non avesse
mai nulla da spartire.

In quel frangente mi sarebbe andato benissimo persino il Suo racconto
fantasioso che Lei avesse rifiutato d’incontrarmi.

Nè Le è mai balenato in mente , nelle sue tonitruonanti interviste
rilasciate dal pelago ligure di
Bordighera sino alle Dolomiti
cortinesi
, di far rimarcare che ci fosse un povero disgraziato nei
guai fino al collo a causa Sua e che non c’entrava assolutamente nulla
con Lei .

Mi permetta allora di concludere che Lei è veramente una persona molto
biasimevole.

Se mai mi fosse accaduto di causare , anche se incolpevolmente , anni
di galera ed inaudite sofferenze ad una persona che sapeva
completamente estranea a rapporti di contiguità con me , chiarire tale
circostanza avrebbe potuto esserle di grande aiuto e mi

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sarei adoperato in tutti i modi per dimostrare l’assurdità dell’accusa
dinanzi alla Magistratura competente.

Lei non ha fatto mai niente.

Lei non possiede la più pallida idea di quello che gli antichi Samurai
definivano Kiri e Bushido.

Ovvero il senso dell’onore e il codice di comportamento etico relativo.

D’altronde, parafrasando Alessandro Manzoni , l’onore chi non ce l’ha
non se lo può dare.

Mi accomiato da Lei

FRANCESCO PAZIENZA

Lerici, 31 Gennaio

______________———————————-

Qui si conclude la lettera a Gelli del 2007. Il testo è chiaro, circostanze e citazioni sono comprovate. E gli spunti numerosi: dall’accusa alla magistratura di un racconto “pieno di odio e di furore” nei suoi confronti, al giudizio sprezzante nei confronti di Gelli “privo di onore”, sino al particolare curioso – ma autentico – del telefono d’oro zecchino regalato a Licio Gelli da un celeberrimo capitano d’industria: si chiamava Giovanni Agnelli, come risulta da una deposizione della segretaria del capo della P2 all’autorità giudiziaria di Firenze. Il materiale qui pubblicato è ora a disposizione della magistratura, come di storici, studiosi e giornalisti che continuano a investigare sui misteri di Bologna e nella nostra Italia.

LE DICHIARAZIONI DI MARIO TEDESCHI AI GIUDICI DI MILANO

In conclusione vale la pena riportare testualmente, perchè non sussistano dubbi, cosa dichiarò il sen. Mario Tedeschi nel corso di un confronto diretto con Francesco Pazienza davanti al giudice istruttore Antonio Pizzi e ai p.m. Marra e Dell’Osso di Milano, avvenuto il 17 luglio 1986.

Dichiara Tedeschi: “…DEVO anzitutto osservare che il particolare della telefonata di Licio Gelli a casa mi durante una colazione a cui partecipò Pazienza è vera. Non rammento per la verità se proprio a quella colazione partecipò l’avvocato Duft. Ricordo bene invece che mi giunse una telefonata di Licio Gelli il quale mi disse che desiderava conoscere Francesco Pazienza. Si trattò di una telefonata brevissima e di lì a qualche giorno, in una visita che feci a Gelli al Grand Hotel di Roma, ne approfondii lo scopo. Il Gelli mi disse nell’occasione che era piuttosto dispiaciuto del fatto che il Pazienza andava smentendo per Roma i contati e i rapporti privilegiati esistenti fra il predetto Gelli e la nuova amministrazione Reagan, che si sarebbe insediata in Usa di lì a poco. Nell’occasione il Gelli mi esibì gli inviti della cerimonia di insediamento.

Il verbale con la dichiarazione del sen. Tedeschi

Tutto ciò posto, il Gelli mi disse che desiderava conoscere e incontrare il Pazienza per chiedergli spiegazioni del suo comportamento. Io mi feci latore di tale messaggio del Gelli a Pazienza e costui mi disse chiaro e tondo che non aveva alcun desiderio od interesse di conoscere Licio Gelli, per la precisione disse testualmente che “non gliene fregava niente“. A mia volta comunica al Gelli che il Pazienza non era disponibile all’incontro…“.

La parola, ora, alla magistratura, al processo ai “mandanti” di Bologna e all’istanza di revisione del processo a Francesco Pazienza.

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Una risposta a 1

  1. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    16/08/2020 alle 07:00

    Forse oggi si può dire di certi magistrati “bastardi senza gloria”? Sicuro che nessuno risponderà, e lor signori si continueranno a godere una sostanziosa quanto immeritata pensione. Un tempo avevo fiducia nella magistratura italiana, oggi, dopo aver promosso svariate denunce contro politici corrotti, tutte cestinate, non è più così. Ero ingenuo, ero giovane, ero un idealista. La mia vita personale ne è stata sconvolta. Ma da quanto si vede: “misteri italiani”, “stragi impunite”, “verità negate”, anche la vita di un intero Paese, l’Italia, è stata deviata e ferita, a partire per esempio dalla strage di “Portella della Ginestra”, dove secondo un personaggio come Gaspare Pisciotta, (che pur qualcosa ne sapeva avendovi preso parte, reo confesso), un deputato siciliano, tale Bernardo Mattarella aveva “qualcosa da rendere conto”, ma il magistrato sorvolò, archiviò, silenzio’ …
    E ne’ il tempo, ne’ un ravvedimento di Procure e Tribunali, sono intervenuti per fare giustizia. “La vendetta è mia dice il Signore” … mi pare però che se la stia prendendo un poco comoda, per così dire …
    Alessandro Raniero Davoli

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