Esclusivo Così si tortura nell’Italia democratica
Francesco Pazienza, 5 anni di isolamento senza vedere la luce del sole
La sconvolgente relazione del medico del carcere di Parma

PIERLUIGI GHIGGINI

22/8/2020 – Quanto si può resistere murati vivi, senza mai vedere la luce del sole, in un cubicolo di cemento nel quale dopo due passi ti fermi contro il muro? E mangiando se va bene una volta al giorno?

Il conte di Cagliostro, gettato in una cuba di pietra della Rocca di San Leo. la cui botola si apriva solo per far calare una scodella di zuppa e ritirare il bogliolo, resistette quattro anni sino a quando, una notte, si gettò nel vuoto da un’apertura priva di inferriate che dava sull’abisso.

Francesco Pazienza

Otto mesi resistette invece in isolamento l‘anarchico Bresci, il regicida di Umberto I: lo avevano condannato all’ergastolo e a sette anni di completo isolamento diurno e notturno, e per lui costruirono appositamente una tomba dei vivi di tre metri per tre a Ventotene. Lo trovarono impiccato, ma si disse che in realtà era stato massacrato di botte a morte da una squadra di secondini.

C’è invece chi ha resistito più di cinque anni. Cinque anni di isolamento totale senza mai vedere la luce del sole e senza parlare con nessuno, se non con il personale medico del carcere (buongiorno e grazie) e le guardie carcerarie, che hanno salvato l’onore dello Stato sostenendo il disgraziato con qualche parola di incoraggiamento e, alla fine, aiutandone in modo determinante la liberazione dall’inferno.

Quel disgraziato è Francesco Pazienza: cinque anni di isolamento totale trascorsi al 41bis nel carcere di massima sicurzza di Parma, in mezzo ai mafiosi, sulla base di un ordine diramato dall’allora direttore del trattamento detenuti al ministero della Giustizia, quel Salvatore Cirignotta poi implicato nella “scandalo dei pannoloni” della sanità siciliana. Il ministro Guardasigilli era Oliviero Diliberto.

Pazienza era stato condannato per “depistaggio” a dieci anni insieme a Licio Gelli (che però non fece un giorno di carcere) al processo per la strage di Bologna. Per quella condanna oggi, l’uomo d’affari del Billygate ha preparato con i suoi avvocati una istanza di revisione del processo e ha già inviato ai magistrati una mole non indifferente di documenti. Alla Procura Generale di Bologna – che ha promosso il procedimento contro i cosiddetti “mandanti” della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (comunque tutti morti) e al killer collaboratore di giustizia Paolo Bellini – ha fatto recapitare per raccomandata la copia di una lettera a Licio Gelli del 2007 – scritta proprio dall’isolamento di Parma – il cui contenuto è inequivocabile: Pazienza e il capo della P2 erano nemici, comunque avversari, di conseguenza non potevano essere complici nel depistaggio dell’operazione Terrore sui treni.

Ma il punto che qui interessa è che Francesco Pazienza non fu mai condannato per reati di mafia, però fu mandato egualmente a marcire al 41bis in spregio alla legge e attraverso la falsificazione di una nota attribuita dalla Digos di Bologna.

Il progetto, visto 25 anni dopo alla luce degli eventi, dei documenti e delle ricerche su Ustica e Bologna, era chiaro: impedire di pensare al cervello di Pazienza – proprio come chiese la pubblica accusa per Antonio Gramsci, sotto il fascismo – e farlo impazzire, ridurlo a una larva e possibilmente farlo uscire orizzontale dal carcere di Parma.

Francesco Pazienza oggi

Su Pazienza si è esercitata la più crudele e cinica tortura di Stato, dello Stato democratico. Il fatto che ne sia uscito vivo e oggi possa raccontarla, si deve solo alla forza eccezionale della persona (che cominciò a scrivere Il Disubbidiente, libro di memorie oggi introvabile, proprio in quel cubicolo di cemento), e nulla toglie alle dimensioni di una ferocia scientificamente attuata con la quale si cercò eliminare dalla scena un personaggio scomodo, che sapeva troppe cose, magari attraverso la manina di qualche killer vicino di cella…

Comunque lo si giudichi, autore di un infame depistaggio oppure vittima di una persecuzione giudiziaria, la tortura di Stato prolungata, progettata e ordinata nei corridoi di un ministero, non solo non può essere ammessa, ma costituisce il liquame terminale nel quale una democrazia si estingue per soffocamento.

UN DOCUMENTO AGGHIACCIANTE

Di ciò che ha subito il “brasseur d’affaire” consulente del Sismi e di non pochi governi, sepolto vivo nel carcere di Parma dopo una vita brillante e avventurosa, esiste un documento agghiacciante nella sua oggettività: una relazione sanitaria di due pagine e mezza, redatta il 17 giugno 2000 dal dottor Giorgio Pavarani, all’epoca dirigente sanitario degli istituti carcerari di Parma.

Un documento di cui Pazienza riuscì ad avere un estratto, debitamente bollato, degno del Beccaria e e dei Delitti e delle Pene (ma 250 anni dopo) e e che oggi Reggio Report è in grado di pubblicare integralmente, nel quale il medico dichiara la situazione di Pazienza “inaccettabile oltreché incompatibile con i principi umanitari e della medicina“.

Il dottor Paravani, dopo aver visitato il detenuto (che all’epoca pesava 74 chili, piuttosto magro per la sua altezza) nei descrive inorridito le condizioni di detenzione sino a concludere: “oggi in un carcere a me coevo mi sono ritrovato nel Medioevo“. Non servirebbero altre parole.

Il dirigente medico denunciò “un regime di isolamento assoluto che a detta dell’interessato si protrae da cinque anni (!) e che indubbiamente a prescindere dalla veridicità presenta i primi segni con profonde modificazioni sulle condizioni di salute nel senso dello stato di equilibrio fra benessere fisico e psichico oggi assai labile”.

E aggiunse: “Urgono colloqui e socializzazioni, auspicandone l’accettazione da parte del detenuto… Dice che mangia una volta al giorno alle 18,30, dorme o legge per il resto. Non esce mai di cella e non vede la luce del sole. Gli spiego come il perdurare di questo stato non mi trova concorde pur disconoscendo io se ciò è conseguenza di una ordinanza oppure di una decisione dello stesso detenuto”.

E Francesco Pazienzarisponde che è sottoposto a regime 41/bis ingiustamente e che non intende socializzare con i detenuti del crimine organizzato qui ristretti“.

Il dottor Pavarani denunciò ancora: “Il detenuto muove 1 passo, due e poi incontra il muroLa visuale oltre le sbarre della finestra è rappresentata da un muro che, dista circa 1 metro e non consente l’irraggiamento solare nel modo più assoluto in alcuna parte della cella; la vista, traguardata nella posizione più favorevole, in piedi aderendo alle inferriate e attraverso una rete esterna dello spazio in cielo, è di cm 40×70 (ritorno in cella per non scrivere inesattezze)”.

Il carcere di alta sicurezza di Parma

“E’ una situazione che dal punto di vista tecnico professionale e secondo scienza e coscienza io ritengo totalmente inaccettabile oltreché incompatibile con i principi umanitari e della medicina. – si legge ancora nella relazione sanitaria – E’ una situazione che deve trovare uno sbocco perché non può durare oltre”.

Questa la conclusione : “Dichiaro incompatibili le sue condizioni di salute a sopportare ulteriormente il regime cui è sottoposto in totale isolamento, indipendentemente dalla volontà che le ha determinate”.

Però le cose, per Pazienza, non cambiarono subito: continuo per un certo tempo ad avere come panorama un muro, in una cella più piccola di quella di Bresci. La direzione del carcere di Parma ignorò il rapporto, o forse avviò qualche pratica di troppo lunga durata, sino a quando una guardia penitenziaria non consegno di nascosto al detenuto quel famigerato ordine del ministero in cui era scritto il falso, cioè che era condannato per mafia con detenzione al carcere duro del 41bis.

Da lì, dopo che Pazienza riuscì a sbattere il documento sul tavolo del direttore ( il quale non poteva non sapere) si mise in moto la macchina burocratica che lo tolse dalla tomba dei vivi, col trasferimento a Livorno – ma sempre in condizioni di massima sicurezza, perché temevano che qualcuno portasse a compimento il disegno non riuscito a Parma – sino alla completa espiazione della pena.

E’ bene leggere sino in fondo, la relazione del dottor Giorgio Pavarani di Parma, che oggi possiamo e dobbiamo ricordare come una persona di coscienza, un professionista fedele al suo giuramento a costo di danneggiare la propria posizione personale, un uomo giusto come pochi.

E’ un documento terribile, ma istruttivo. E dopo averlo letto, chiediamoci quanti siano i detenuti che ancora oggi, in Italia – indipendentemente dai reati commessi – sopravvivono come larve umane, e per lo più muoiono, nelle condizioni descritte in una relazione medica di soli 20 anni fa, ma che sembra ricopiata da un incunabolo medievale.

LA RELAZIONE DEL DIRIGENTE SANITARIO GIORGIO PAVARANI: TESTO INTEGRALE

La prima pagina della relazione del medico dottor Giorgio Pavarani

DIREZIONE ISTITUTI PENITENZIARI

UFFICIO SANITARIO

PARMA

ESTRATTO DAL Mod. 99 REP. EX FEMM. DEL 17.06.2000

REDATTO DAL DIRIGENTE SANITARIO dott. Giorgio PAVA

AL DAP

AL MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA


OGGETTO: det. PAZIENZA Francesco

P.A. (pressione arteriosa) 135/85 peso Kg 74 vestito.

Riferisce oggettività buona e ostenta benessere.

In realtà il paziente non svolge alcuna attività fisica e, contrariamente a quanto refertato nel passato il tono muscolare appare assai ridotto come pure la circonferenza delle cosce.

Sintonia e adeguatezza non sono le stesse, mi mostra un libro scritto da lui medesimo e chiede di potermelo imprestare affinchè io lo legga, io non rifiuto ma ne faccia richiesta.

Ancora cerca di raccontarmi il suo iter giudiziario che tutt’ora è al centro dei suoi pensieri. Il suo reato sarebbe la calunnia, per tanto gli sarebbero stati comminati undici anni.

Ciò che a me interessa è la sopportazione di un regime di isolamento assoluto che a detta dell’interessato si protrae da cinque anni (!) e che indubbiamente a prescindere dalla veridicità presenta i primi segni con profonde modificazioni sulle condizioni di salute nel senso dello stato di equilibrio fra benessere fisico e psichico oggi assai labile.

(pagina 2)

A mia domanda risponde in modo errato sia su riferimenti temporali remoti che presenti. Come già detto in passato urgono colloqui e socializzazioni, auspicandone l’accettazione da parte del detenuto.

Chiedo spiegazioni sul perché il cibo delle 11,30 non sia stato toccato e sono le ore 16. dice che mangia una volta al giorno alle 18,30, dorme o legge per il resto. Non esce mai di cella e non vede la luce del sole. Gli spiego come il perdurare di questo stato non mi trova concorde pur disconoscendo io se ciò è conseguenza di una ordinanza oppure di una decisione dello stesso detenuto.

Risponde che è sottoposta a regime 41/bis ingiustamente e che non intende socializzare con i detenuti del crimine organizzato qui ristretti.

Eppure questa è una situazione che dal punto di vista tecnico professionale e secondo scienza e coscienza io ritengo totalmente inaccettabile oltreché incompatibile con i principi umanitari e della medicina.

E’ una situazione che deve trovare uno sbocco perché non può durare oltre.

Il detenuto muove 1 passo, due e poi incontra il muro.

Il personale sanitario va in cella e “buongiorno e grazie” sono le uniche parole che consta vengono proferite nell’intera giornata. La visuale oltre le sbarre della finestra è rappresentata da un muro che, dista circa 1 metro e non consente l’irraggiamento solare nel modo più assoluto in alcuna parte della cella; la vista, traguardata nella posizione più favorevole, in piedi aderendo alle inferriate e attraverso una rete esterna dello spazio in cielo, è di cm 40×70 (ritorno in cella per non scrivere inesattezze).

Il detenuto è disteso sul letto e ne approfitto per chiedergli come mai, contrariamente a quanto avviene per gli altri detenuti, lui non ha mai chiesto una infermiera o chiesto un medico.

Mi risponde: “Perchè non ne ho bisogno”.

Questo rimarrà memorabile nella casistica che ho accumulato in oltre 25 anni di medicina penitenziaria; ma una cosa io ritengo di dovere notificare alla Direzione del Carcere per opportuna trasmissione agli Organi Competenti.

(pagina 3)

A prescindere dalle richieste del detenuto ho disposto che questi venisse regolarmente seguito dal personale medico e paramedico dell’area sanitaria, cosa che è stata fatta.

Oggi in un carcere che mi è coevo, mi sono trovato nel medioevo.

Per le considerazioni su esposte e la rilutanza del detenuto a seguire le mie prescrizioni di igiene di vita dichiaro incompatibili le sue condizioni di salute a sopportare ulteriormente il regime cui è sottoposto in totale isolamento, indipendentemente dalla volontà che le ha determinate.

IL DIRIGENTE SANITARIO

F.to Dott. Giorgio PAVARANI

Be Sociable, Share!

2 risposte a Esclusivo Così si tortura nell’Italia democratica
Francesco Pazienza, 5 anni di isolamento senza vedere la luce del sole
La sconvolgente relazione del medico del carcere di Parma

  1. fausto poli Rispondi

    24/08/2020 alle 14:41

    State esagerando. Credo che abbia fatto volontariato. Lo conobbi a ponte taro.

  2. Giovanna Ferrero Rispondi

    23/02/2021 alle 17:24

    Ho letto “IL DISUBBIDIENTE” CHE HO ACQUISTATO ANNI FA.
    l’uomo é stato al servizio di personaggi più o meno in vista e discutibili. Ha operato a fianco di altri a volte indegni delle cariche pubbliche che ricoprivano e che lui descrive un poco ridicolizzandoli. Ma l’inestricabile intreccio di pericolose azioni lo hanno coinvolto in scandali di grande dimensione mediatica (a torto o a ragione) fino a subire condanne per reati
    commessi o meno che pesarono sulla qualità della pena comminata, ritenuta incredibilmente dura più per la sua qualità che per la durata. Giusta ? Ingiusta?
    Leggendo IL SISTEMA descritto da Palamara e vigente tuttora in magistratura sorge il dubbio che sia stata eseguita “secondo il sistema ” e bisognerebbe capire a vantaggio di chi. Certamente a svantaggio di Pazienza che ora mi pare voglia rimettere le cose in chiaro. Comunque diamoci una regolata! giovanna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *