Aemilia: è Maria Curcio , moglie di Giuseppe Giglio, la prima donna pentita della ndrangheta

8/7/2020 – Nel processo Aemilia, di cui e’ in corso l’appello a Bologna, si registra la prima donna di ‘ndrangheta pentita.

Si tratta di Maria Curcio, moglie di Giuseppe Giglio (diventato collaboratore di giustizia nel 2016) considerato la “mente economica” degli affari illeciti della cosca Grande Aracri in Emilia. Proprio ieri la posizione della donna, 47 anni, che in primo grado a Reggio Emilia aveva riportato una condanna a cinque anni e sei mesi per distrazione di beni societari e intestazioni fittizie, e’ stata affrontata nell’aula bunker del carcere bolognese della Dozza. La Procura generale ha chiesto la conferma della condanna, mentre la difesa ha ribadito la richiesta di assoluzione.
Ma la vera novitá è una lettera che i legali di Curcio hanno consegnato a mano al presidente della Corte d’Appello di Bologna Alberto Pederiali, che guida il collegio nel secondo grado di giudizio. Una missiva che porta la data del 28 febbraio scorso e messa nero su bianco in una “localita’ protetta”, scritta dall’imputata per “illustrare alla Corte la nuova situazione
nella quale attualmente mi trovo”. Vale a dire “di persona ammessa allo speciale programma di protezione della legge 82 del
1991″, che tutela appunto i testimoni e i collaboratori di giustizia.

Giuseppe”Pino” Giglio

Curcio, che secondo la sentenza di condanna riportata dal marito (nel rito abbreviato) risultava amministratrice e titolare di importanti quote nella galassia di societa’
riconducibili al consorte, non lo nega.

“Intendo ammettere gli addebiti che mi sono stati mossi nel presente processo e riconosco di avere posto in essere le condotte indicate nei capi
di imputazione”. Tuttavia specifica “di aver partecipato ai fatti in questione con un ruolo assolutamente marginale” e “convinta nell’occasione di fornire aiuto al coniuge anche al fine di preservare il patrimonio familiare, in un periodo in cui si erano manifestate difficolta’ economiche che potevano portare alla crisi delle attivita’ gestite da mio marito”. Che non a
caso, poiche’ al fisco dichiarava di essere nullatenente, la donna vedeva “molto preoccupato”.

Tuttavia, si legge ancora nella
lettera di Maria Curcio, “neppure per un momento ho pensato di favorire altri soggetti, che solo successivamente ho appreso appartenere ad associazioni di tipo mafioso e con i quali non ho mai avuto alcun rapporto ne’ personale, ne’ di altro genere”.
E in ogni caso “da molti anni ho rescisso qualsiasi legame con la localita’ di origine e con l’ambiente in cui vivevo
(Montecchio Emilia, ndr). Ho abbracciato con convinzione la scelta collaborativa di mio marito e anzi proprio io stessa ho spinto affinche’ intraprendesse questa strada”. Sebbene possano nascere dubbi sul fatto che Maria Curcio non conoscesse i legami con la ‘ndrangheta del marito, e’ da notare che la sentenza di primo grado di Aemilia ha escluso per la donna l’aggravante mafiosa del 416 bis, chiesta dall’accusa. La lettera rivolta ai
giudici conclude quindi con l’auspicio di “un sereno giudizio della eccellentissima Corte a cui affido con fiducia il mio futuro, sicura che sappiate riconoscere ed apprezzare la mia
consapevole volonta’ di cambiamento e di recupero dei valori di vita condivisi”.

FONTE:AGENZIA DIRE

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