Intrigo a Bologna: le relazioni pericolose tra il giudice della strage e il capo dell’Fplp in contatto con Carlos
Aldo Gentile tentò di coinvolgere i colleghi Floridia e Zincani, ma lo smentirono. PUBBLICHIAMO I VERBALI

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI*

25/7/2020Aldo Gentile, l’allora primo giudice istruttore titolare delle indagini sulla strage di Bologna, ha cercato di coinvolgere anche gli ex colleghi dell’Ufficio Istruzione, Giorgio Floridia e Vito Zincani, in ordine ai contatti e alle frequentazioni con Abu Anzeh Saleh, il giordano di origini palestinesi responsabile dell’organizzazione clandestina del Fronte popolare per la liberazione della Palestina in Italia. Ma i due ex giudici istruttori che componevano il pool che indagava sull’attentato alla stazione ferroviaria del 2 agosto 1980 lo hanno clamorosamente smentito, lasciando l’anziano magistrato in pensione solo con le sue gravi responsabilità circa i suoi rapporti personali con l’uomo di Carlos a Bologna.

2 agosto 1980, la stazione di Bologna dopo l’eslosione


Alla domanda del sostituto procuratore Enrico Cieri se Gentile «di questo Anzeh Abu Saleh, rappresentante bolognese dell’OLP» ne avesse mai parlato con i colleghi Floridia e Zincani, l’ex giudice istruttore – nel suo verbale si sommarie informazioni del 7 novembre 2012 – risponde in questo modo: «Sì, lo conoscevamo tutti. Che stava sempre lì in via delle Tovaglie. Ci si incontrava, si scherzava… era un personaggio conosciuto un po’ da tutti.

Abu Anzeh Saleh

Noi nell’intervallo, la cosiddetta pausa caffè, si andava tutti in quel bar lì. Era conosciuto da tutti. Floridia un po’ meno perché Floridia era… era di costumi molto morigerato, dove non pigliava niente, non faceva intervalli, ma Zincani ci veniva».
Secondo Gentile, tutti conoscevano e frequentavano Abu Anzeh Saleh al bar di via delle Tovaglie, sotto la sua abitazione e poco distante da Palazzo Baciocchi, sede degli uffici giudiziari bolognesi.

La chiamata in correità, più pesante per Zincani un po’ meno per Floridia, è inquietante e sembra voler insinuare che, in fondo, quella conoscenza pericolosa, diciamo borderline per un giudice dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna, era un fatto noto e condiviso con i colleghi.

Seppur con grande difficoltà, agli inquirenti che lo hanno sentito su quella inspiegabile richiesta per autorizzare Abu Anzeh Saleh a recarsi a Roma «per fini di giustizia» nell’ambito dell’istruttoria sulla strage per un periodo di dieci giorni (dal 15 al 24 settembre 1981, neanche un mese dopo la sua scarcerazione, unico fra gli imputati del processo per il trasporto dei missili terra-aria Sam 7 Strela di proprietà dell’FPLP sequestrati dai carabinieri nei pressi del porto di Ortona, il 7 novembre del 1979, ad aver lasciato il carcere), l’anziano magistrato in pensione ha spiegato che conosceva il rappresentante dell’FPLP in Italia, residente a Bologna, da prima del suo arresto per la vicenda dei missili di Ortona. Saleh venne arrestato dai carabinieri circa una settimana dopo il sequestro dei missili, il 13 novembre 1979, nella sua abitazione in via delle Tovaglie poco distante dal bar dove si vedeva e dove frequentava il giudice Gentile.

Via delle Tovaglie a Bologna

Nella sua abitazione, nel corso della perquisizione, i militari dell’Arma sequestrarono un’annotazione con il numero personale del colonnello Stefano Giovannone, capo stazione del SISMI a Beirut, due passaporti (uno libanese e uno della Repubblica popolare dello Yemen del Sud), numerosi documenti, scritti di varia natura ed agende: in particolare, l’agenda del 1977 che conteneva l’indicazione del numero telefonico di Roma di uno degli autonomi arrestati insieme a Saleh per il traffico dei missili (Giorgio Baumgartner) accanto al nome “Giorgio”, l’agenda del 1979 (a cui erano stati strappati i fogli corrispondenti ai giorni 8 e 9 novembre e cioè le date corrispondenti al trasbordo dei missili nel porto di Ortona), vari bollettini periodici dell’FPLP, due bandiere e quattro gagliardetti del Fronte popolare di Habbash, fotografie, biglietti di visita, appunti, e rubriche telefoniche.

Via delle Tovaglie 33, dove abitava Saleh (da Google Street)

LA MISTERIOSA CASELLA POSTALE 904

In particolare, nel corso della medesima perquisizione, sempre nell’agenda dell’anno 1979, nella pagina corrispondente al 22 luglio, era testualmente trascritto a mano: “P.O. Box 904” (Post Office Box)
Su tale casella postale si concentrarono subito le attenzioni investigative anche della magistratura bolognese, nella persona del sostituto procuratore Claudio Nunziata, così come viene documentato nel rapporto del Nucleo Operativo del Gruppo di Bologna, a firma del capitano Claudio Rosignoli, datato 24 novembre 1979. Questo dimostra che ai vertici degli uffici della Procura della Repubblica di Bologna, retta in quel momento da Ugo Sisti, c’era già una conoscenza molto approfondita dell’attività di Abu Anzeh Saleh e del suo ruolo di fiduciario dell’FPLP di George Habbash in Italia.

Carlos, terrorista
internazionale


Si trattava di una casella postale attiva presso gli uffici postali centrali di Bologna attraverso la quale Saleh teneva i contatti (delicatissimi e riservatissimi) con il capo dell’organizzazione terroristica internazionale Separat, Ilich Ramirez Sanchez, alias Carlos, già capo delle operazioni militari speciali dell’FPLP ai tempi di Wadi Haddad. Il riscontro, straordinario, di questo contatto tra Abu Anzeh Saleh e Carlos attraverso la casella postale bolognese 904 è contenuto nei documenti contraddistinti dai numeri 214/845-1/2005 dell’Ufficio di Sicurezza Nazionale della Repubblica Ungherese.

Documenti, questi, trasmessi dalla Procura Generale di Ungheria (Divisione Affari Riservati) a seguito di rogatoria internazionale presso le autorità di quel Paese e pervenuti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin il 15 luglio 2005.

In questi documenti dei servizi di sicurezza ungheresi è ricostruito, in sintesi, il quadro delle attività e dei contatti del gruppo Carlos in Ungheria e all’estero. Fra i nominativi delle persone collegate al gruppo Carlos e attive in Italia, figura il nome di Abu Anzeh Saleh, via delle Tovaglie 33, Bologna, il numero di telefono della sua abitazione e l’indicazione della casella postale: P.O. Box 904.
I dati riferiti al giordano, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sul traffico dei due missili Sam-7 Strela, figurano nelle annotazioni personali di Carlos, acquisite al tempo dai servizi segreti del disciolto regime ungherese e trasmesse agli omologhi apparati d’intelligence tedesco-orientali. Tali annotazioni furono esaminate da personale del SISMI e riassunte in un rapporto del 2 ottobre 1996, con oggetto “contatti e collegamenti a livello internazionale del gruppo Carlos” e indirizzato al Dipartimento della Pubblica Sicurezza (ministero dell’Interno), al CESIS, al Gabinetto del ministero della Difesa, al Comando Generale dell’Arma dei carabinieri, al 2° Reparto della Guardia di Finanza e al SISDE.

TRA SALEH E CARLOS CONTATTI DIRETTI STABILI E PERMANENTI


Questo doppio riscontro documentale dimostra, in modo inequivocabile, che tra Saleh e Carlos in persona esistevano contatti diretti, stabili e permanenti che furono poi bruscamente interrotti con l’arresto del giordano a Bologna il 13 novembre 1979.

IMMAGINIAMO LA SCENA

Dunque, immaginiamo la scena: Abu Alzeh Saleh è l’uomo di George Habbash in Italia, coperto dal SISMI nel contesto del Lodo Moro. Saleh tiene i contatti riservatissimi, per conto dell’FPLP, con il terrorista internazionale più ricercato al mondo in quel momento, Carlos, attraverso la casella postale 904 attiva presso le Poste Centrali di Bologna, e nello stesso tempo frequenta il giudice istruttore del Tribunale di Bologna che diventerà titolare delle indagini sull’attentato del 2 agosto 1980.

E quando Saleh sarà scarcerato un anno dopo la strage, sarà proprio quel giudice istruttore in persona, sollecitato da qualche oscura entità, a chiedere ai colleghi della Corte d’Appello de L’Aquila (che stavano giudicando Saleh e gli altri tre autonomi per la storia dei missili di Ortona) di autorizzare il giordano – «per fini di giustizia» nell’ambito delle indagini sulla strage alla stazione ferroviaria – a recarsi a Roma per oltre una settimana nel settembre del 1981.

SOLO POCHI FONOGRAMMI SU QUEL MISTERIOSO VIAGGIO A ROMA
Su quel misterioso viaggio, tranne i pochi fonogrammi tra gli uffici giudiziari bolognesi e aquilani, non esiste nessun altro documento agli atti dell’istruttoria che possa spiegare le ragioni alla base di quell’interessamento di Aldo Gentile in favore di Abu Anzeh Saleh che lui conosceva da prima che venisse arrestato: «Avevo la netta convinzione di averlo frequentato prima che fosse arrestato».


«Guarda, io ricordo dai Saleh – afferma Gentile, rispondendo a una domanda di Cieri – Saleh stava a Bologna. Abitava in via delle Tovaglie e frequentava il bar che era di fronte alla sua abitazione. Ci si vedeva… si familiarizzava…».
E poi aggiunge: «Perché poi la vicenda dei missili di Ortona non ebbe mai una connessione sia pure indiretta con la strage di Bologna».

E allora perché lui, come giudice istruttore titolare dell’inchiesta sulla bomba alla stazione, il 10 settembre del 1981 trasmetteva questo fonogramma ai colleghi della Corte d’Appello de L’Aquila?

«Ai fini procedimento relativo attentato stazione ferroviaria Bologna 2 agosto ‘80 rendesi necessario convocazione in Roma Saleh Abu Anzeh periodo 15 – 21 settembre. Prego pertanto autorizzare detto periodo assenza Bologna predetto imputato sottoposto codesta Corte obbligo dimora Comune Bologna et presentazione periodica Questura Bologna». Firmato: il consigliere istruttore aggiunto Aldo Gentile.

Il punto è tutto qui.
Qual è il collegamento tra questo fonogramma e le indagini sulla strage? Eppure un collegamento doveva esserci e anche pesante perché, se non ci fosse stato alcun collegamento, il consigliere aggiunto titolare dell’inchiesta sulla strage non avrebbe avuto alcun titolo per trasmettere quella richiesta ai colleghi de L’Aquila. Eppure lo fece, firmando quel fonogramma agli atti dell’istruttoria madre sul 2 agosto 1980.
Ciò dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che qualche entità dello Stato si mobilitò subito dopo la scarcerazione del giordano per sollecitare Aldo Gentile a intervenire in favore di Saleh proprio nell’ambito delle indagini che lui stava conducendo sull’attentato. Dietro le quinte di questa inquietante vicenda, in trasparenza, si intravede l’ingranaggio della ragion di Stato, del supremo interesse nazionale, che si mette in moto per regolare un qualcosa, una lite, una violazione di un accordo ed evitare la conseguente sanzione da parte di chi si sentì tradito: l’FPLP. I missili terra-aria erano di proprietà del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash e Abu Anzeh Saleh era il suo fiduciario in Italia, responsabile della loro struttura clandestina, in contatto con Carlos e il suo gruppo terroristico del quale faceva parte anche quel tedesco esperto di esplosivi di Bochum, Thomas Kram, presente in stazione al momento dell’esplosione.

Il sequestro dei missili e l’arresto del loro fiduciario costituirono la violazione di quell’accordo tra governo italiano e FPLP che va sotto il nome di Lodo Moro.

L’Italia, dal punto di vista di Habbash, aveva tradito l’accordo, non aveva mantenuto le promesse fatte, non aveva restituito i missili né aveva subito scarcerato Saleh, decapitando di fatto la rete clandestina dell’FPLP nel nostro Paese.

George Habbash


Aldo Gentile a verbale, tra un bicchierino di cachaça (distillato di succo di canna da zucchero brasiliano, nda.) e uno di whisky, fa capire di essere stato messo anche al corrente del Lodo Moro, ma sul punto risponde sempre in modo criptico:

«Indubbiamente agli atti non c’è niente. Poi le chiacchiere, sai, le chiacchiere. Si chiacchiera…. Siamo stati insieme con Giovannone, sia con Giovannone che con quell’altro colonnello dei carabinieri (si riferisce a Francesco Delfino, poi promosso generale dell’Arma dei Carabinieri, condannato per truffa aggravata nei confronti della famiglia Soffiantini, nda.) e… ‘ste chiacchiere… si dicono tante cose, ma sfuggono alla memoria perché non hanno nessuna importanza. È puro chiacchiericcio, quindi può darsi che me ne sia stato parlato».

Gentile, seppur con grande imbarazzo e difficoltà, ammette di essere stato messo al corrente dell’esistenza del Lodo Moro. Ma anche qui, l’anziano giudice istruttore in pensione non intende andare oltre, tenendo comunque a specificare che quei rapporti tra governo italiano e resistenza palestinese «non sono mai entrati nell’istruttoria nostra». Questa informazione «non ha mai fatto parte dei nostri atti».

Eppure, quell’informazione, indirettamente, entrò ufficialmente negli atti dell’istruttoria formale sulla strage proprio attraverso quello scambio di fonogrammi tra gli uffici giudiziari di Bologna e de L’Aquila.


CHI SPINSE GENTILE A INTERVENIRE A FAVORE DI SALEH?

Ma torniamo alla domanda cruciale.

Chi può aver «sollecitato» Gentile ad intervenire in quel modo in favore di Saleh? L’OLP, il SISMI, il governo, qualche collega magistrato con importanti entrature negli apparati segreti?

Gentile sul punto è quanto mai reticente. Non esclude che possa essere stato il servizio segreto militare, ma anche qui diventa vago e incerto, aggiungendo «ma non credo però».

E dunque chi fu a sollecitare il giudice istruttore dell’inchiesta sulla strage? Una risposta indiretta può essere cercata da una serie di importanti coincidenze.

Abu Anzeh Saleh nelle ultime settimane prima della sua scarcerazione era stato detenuto a Roma Rebibbia. Il 14 agosto 1981, venne scarcerato su provvedimento della Corte di Cassazione e sottoposto a libertà vigilata a Bologna con obbligo di firma presso la Questura di Bologna.
Quindi dal 13 novembre 1979 al 14 agosto 1981, il capo dell’FPLP in Italia era stato un detenuto nelle carceri italiane.

E chi era il direttore generale degli Istituti di Prevenzione e di Pena nel periodo di detenzione di Saleh? Il dott. Ugo Sisti, l’ex capo della Procura della Repubblica di Bologna, dal quale Aldo Gentile ricevette il fascicolo dell’istruttoria sull’attentato del 2 agosto 1980 per la prosecuzione con rito formale. Era il 21 settembre 1980. Qualche giorno dopo questo passaggio di consegne, Sisti lascerà la Procura di Bologna per andare a dirigere gli Istituti di Prevenzione e di Pena al ministero di Grazia e Giustizia in via Arenula a Roma.

Ugo Sisti, all’epoca

Quindi non si può escludere che sia stato proprio Ugo Sisti ad aver sollecitato il collega Gentile a muoversi in favore di Abu Anzeh Saleh, forse su diretto interessamento proprio dei vertici del SISMI che erano in fibrillazione dal giorno dell’arresto del giordano.

L’INTERVISTA DI RITA PORENA AD ABU AYAD: IL PRIMO DEPISTAGGIO CONFEZIONATO DAI PALESTINESI


Non va dimenticato che il 19 settembre 1980 – due giorni prima la trasmissione degli atti da parte di Sisti all’Ufficio Istruzione di Bologna – usciva sul quotidiano elvetico in lingua italiana Corriere del Ticino la famosa intervista di Rita Porena (la controversa giornalista protetta da Stefano Giovannone a Beirut e militante dell’FPLP) ad Abu Ayad, il numero due di Fatah e capo del servizio segreto dell’OLP , nella quale venivano accusati per la strage un gruppo di estremisti di destra tedeschi e italiani, addestrati nei campi delle destre maronite in Libano. Dunque, nel momento in cui Sisti chiedeva al Tribunale di Bologna di procedere con rito formale, il primo depistaggio palestinese era già entrato ufficialmente nell’inchiesta.

Stefano Giovannone

Le “rivelazioni” di Ayad costituiranno la molla che fece scattare l’interesse di Aldo Gentile nell’organizzare le sue trasferte in Libano. Due missioni, ambedue organizzate con il colonnello Stefano Giovannone, che si svolsero alla fine di luglio e novembre del 1981.
L’attenzione degli inquirenti bolognesi si concentrò proprio sul secondo viaggio di Gentile a Beirut (18, 19 e 20 novembre 1981) poiché proprio nello stesso periodo Abu Anzeh Saleh ottenne dalla Corte d’Appello de L’Aquila una seconda autorizzazione ad assentarsi da Bologna per recarsi a Roma per un periodo di otto giorni, a partire dal 12 novembre.

Questa coincidenza di date ha alimentato il sospetto degli inquirenti sull’ipotesi che l’allora giudice istruttore di Bologna fosse partito per Beirut portandosi dietro Saleh. Ma Gentile ha smentito.

Cieri: «Senti, ma in queste… questo… diciamo l’ambito della tua… uno degli ambiti della tua attività, Anzeh Abu Saleh è venuto con te in Libano?».

Gentile: «No, assolutamente no».

Cieri: «Ti ricordi perché hai autorizzato che lui andasse a Roma, per vederlo tu, perché lo vedessero altri, perché lo sentissero altri?».

Gentile: «Non mi ricordo».

Cieri: «Non ti ricordi nulla?».

Gentile: «Assolutamente non mi ricordo… ma perché poi non so perché avrei dovuto autorizzare io… perché io non avevo giurisdizione, non era un mio testimone, non era un mio imputato, non era niente. Parlando con il fiduciario dell’OLP a Roma era venuto per caso fuori… siccome sapevo che era palestinese lui… lo nominai e lui mi disse che era il loro fiduciario a Bologna. Basta! Mai contestato niente a questo signore».

Palazzo Baciocchi a Bologna

Eppure, proprio lui, Aldo Gentile, nella sua veste di giudice istruttore titolare dell’inchiesta sull’attentato alla stazione ferroviaria, il 10 settembre del 1981 (a neanche un mese dalla scarcerazione di Saleh) trasmette ai colleghi della Corte d’Appello de L’Aquila quella richiesta di autorizzazione, agli atti dell’istruttoria.

Quindi, gli interrogativi ai rilievi che Gentile pone nella sua risposta dovrebbero trovarsi custoditi nella sua memoria. Purtroppo, però, i ricordi dell’anziano magistrato diventano difettosi e selettivi solo quando si sfiora questo argomento.

Perché? Cosa c’era da nascondere? Qual è il segreto inconfessabile dietro quegli strani viaggi di Abu Anzeh Saleh a Roma, tra settembre e novembre 1981? Di certo, se Gentile è andato in Libano con Saleh non lo avrebbe mai potuto ammettere, vista la cornice in cui quelle missioni vennero svolte.


Se si trattò di un’operazione coperta del SISMI, ovviamente non hanno lasciato molte tracce.

Se la missione in Libano è stata organizzata dal servizio segreto militare, è quasi certo che Gentile sia partito da Roma Ciampino il 18 novembre del 1981 a bordo di un aereo della CAI, la compagnia aerea della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Purtroppo, però, i magistrati non hanno voluto proseguire con gli accertamenti, richiedendo tutti gli atti conservati negli archivi dei servizi a corredo di quella missione, né hanno fatto richiesta dei log (i giornali di bordo) dei velivoli CAI in servizio in quel periodo.

Una grande occasione persa per fare finalmente chiarezza su questo capitolo cruciale della storia dell’istruttoria sulla strage.


Ma torniamo alla chiamata in correità di Gentile nei confronti degli ex colleghi dell’Ufficio Istruzione di Bologna, Giorgio Floridia e Vito Zincani.

Forse per stornare da sé un po’ del peso di quei pericolosi rapporti con il capo dell’FPLP in Italia, l’anziano magistrato in pensione ha cercato di banalizzare quella singolare frequentazione dicendo che parlò di Saleh ai colleghi, che lo conoscevano e lo frequentavano tutti.

LE DICHIARAZIONI DEL MAGISTRATO GIORGIO FLORIDIA

Vero? Falso?
Vediamo come hanno risposto i due diretti interessati.
Andiamo per ordine cronologico.
Il primo ad essere stato sentito a verbale è stato Giorgio Floridia, il 6 febbraio 2013.

Il magistrato in pensione è in Procura a Bologna per rispondere alle domande del procuratore della Repubblica Roberto Alfonso e del sostituto Enrico Cieri: «All’epoca della strage di Bologna del 2 agosto 1980, l’Ufficio Istruzione di Bologna era diretto dal dott. Angelo Vella. Il consigliere Aldo Gentile era consigliere aggiunto ed era unico titolare dell’istruttoria relativa alla strage di Bologna. Io affiancavo il dott. Gentile nell’istruttoria per il procedimento per la strage con delega per singoli atti, di volta in volta assegnatimi dal presidente. Anche il giudice istruttore dott. Zincani ricopriva analogo ruolo, e come me veniva delegato per singoli atti di volta in volta».

Giorgio Floridia


Alla domanda se avesse mai visto, conosciuto o frequentato Abu Anzeh Saleh, Floridia dichiara:

«È la prima volta che sento parlare di Abu Anzeh Saleh di cui le signorie loro mi chiedono, ed escludo che il dott. Gentile me ne abbia neppure parlato. Prendo visione delle foto che la signoria vostra mi esibisce, ma insisto nel dire che si tratta per me di un volto assolutamente sconosciuto e nulla so di questa vicenda».


E qui, Floridia va giù duro, spazzando via tutte le illazioni e le congetture derivanti dalla versione dei fatti fornita agli inquirenti da Aldo Gentile:

«Escludo in maniera categorica di aver incontrato in una qualsiasi occasione il soggetto in questione nel bar presso il Palazzo Baciocchi vicino a via delle Tovaglie o altrove, ove il soggetto, secondo quanto mi riferite, abitava. In 40 anni di servizio, raramente mi sono recato presso il bar sito nei pressi di Palazzo Baciocchi e meno che mai mi sono intrattenuto a chiacchierare con persone che non fossero di mia personale conoscenza e frequentazione».


«Nulla sapevo – aggiunge Floridia – delle frequentazioni, come voi mi riferite, che il dott. Gentile intrattenesse con Abu Anzeh. È vero che il dott. Gentile mi ha parlato di suoi viaggi in Libano, non più di due, con riferimento alle indagini sulla strage, avendo egli dei collegamenti, per tale medesima ragione, con un ufficiale del SISMI, tale col. Giovannone. In realtà, il dott. Gentile non mi informò mai dell’esito dei suoi viaggi, né mi disse per quali specifiche ragioni vi si fosse recato, se per verificare luoghi o per sentire persone, oppure soltanto per raccogliere informazioni. Debbo ritenere che il dott. Gentile non avesse acquisito in Libano alcuna notizia rilevante perché altrimenti ne sarei stato messo a conoscenza. Così almeno suppongo».


A questo punto, Floridia fa una digressione sulle indagini sulla strage:

«Debbo precisare che nella prima fase delle indagini non avevamo una pIsta precisa da seguire e quindi si raccoglievano informazioni da ogni dove.

Ricordo esattamente che non ho mai avuto notizia formale del processo che si era celebrato a Chieti in relazione al sequestro di missili destinati ai palestinesi, in seguito al quale, come voi mi dite, il Saleh fu condannato.

Anzi, aggiungo che, in realtà non avendo mai avuto notizia di questi fatti, essi non furono messi in collegamento con la strage di Bologna; quindi non fu mai approfondita una pista palestinese in questo senso. Aggiungo ancora che intorno al 1983-1984 io mi astenni dal processo perché un avvocato di Firenze, tale Federici, mi aveva denunciato per il reato di violenza privata e falso ideologico ai danni di un imputato nel procedimento per la strage. Preciso che non ho mai avuto rapporti con col. Giovannone, né l’ho mai conosciuto di persona. Ne conoscevo il nome perché indicatomi dal dott. Gentile».


«All’inizio – prosegue Floridia – ci occupavamo dell’indagine io, il dott. Gentile e il dott. Zincani. Ognuno di noi curava uno specifico filone, ma io e Zincani sempre per atti delegati. Ricordo che Zincani esaurì ben presto il suo compito ed uscì dall’indagine, da cui chiese di essere esonerato. Quindi fino a quando non mi astenni, restammo a gestire le indagini io e il dott. Gentile».


I due viaggi a Beirut di Aldo Gentile sono rimasti impressi nella memoria, lucida e precisa, dell’ex giudice istruttore:

«I viaggi in Libano del dott. Gentile fecero molto scalpore anche perché la stampa ne diede notizia; tanto che ne nacque un procedimento disciplinare a carico del dott. Gentile e di altri magistrati di Bologna. All’esito del suddetto procedimento, per tali fatti e per altri ancora, il CSM trasferì d’ufficio il dott. Aldo Gentile, il dott. Luigi Persico, sostituto procuratore della Repubblica, il dott. Guido Marino, procuratore della Repubblica, e il dott. Angelo Vella, consigliere istruttore. Per quanto io possa ricordare, si parlava della pista palestinese in termini molto generici, nel senso che il Libano veniva indicato come luogo ove si addestravano elementi appartenenti alla destra eversiva italiana. E noi avevamo già indagini nei confronti di soggetti romani appartenenti a quella fazione politica. Se mal non ricordo, non avevamo notizia processuale di questi fatti, probabilmente si trattava di notizie veicolate dai servizi. Questa è, a mio giudizio, la ragione per cui il dott. Gentile si recò in Libano».

LE DICHIARAZIONI DEL MAGISTRATO VITO ZINCANI


Una settimana dopo l’audizione di Giorgio Floridia, viene sentito Vito Zincani. Questa volta sono presenti il procuratore della Repubblica Roberto Alfonso, il sostituto Enrico Cieri e il capo della Sezione Antiterrorismo della DIGOS di Bologna, Antonio Marotta. Zincani, come Floridia, rievoca come entrò in veste di giudice istruttore nell’inchiesta sulla strage:

«Mi sono occupato da giudice istruttore della formale istruzione del procedimento riguardante la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Debbo però fare sul punto alcune precisazioni: il giorno della strage, 2 agosto 1980, mi trovavo in ferie fuori Bologna, in Abruzzo. Appresa la notizia, sono immediatamente rientrato in ufficio, mettendomi a disposizione per il caso vi fosse necessità di una immediata attività istruttoria. In realtà, il processo sebbene riguardasse fatti così gravi e fosse particolarmente complesso, non venne immediatamente formalizzato dalla Procura della Repubblica, i cui magistrati (leggi il procuratore capo Ugo Sisti e il sostituto Luigi Persico, nda) continuarono ad indagare fino allo scadere del quarantesimo giorno. Il dott. Angelo Vella, capo dell’Ufficio Istruzione, poco prima della formalizzazione del processo se ne era andato in ferie, lasciando al consigliere istruttore aggiunto, dott. Aldo Gentile, l’onore e la responsabilità dell’assegnazione del processo. In vero, devo dire, che nell’ufficio fra tutti i magistrati vantavi una specifica competenza per indagini di questo tipo, avendo istruito diversi processi per attentati ai treni. Devo fra l’altro aggiungere che in ufficio, sebbene non vi fosse una formale direttiva in tal senso, esisteva un orientamento in virtù del quale le indagini riguardanti attentati dovevano essere affidati a un pool di magistrati, seguendo l’esperienza di altri uffici giudiziari».


Vito Zincani spiega come venne assegnata l’istruttoria per la prosecuzione con rito formale, dopo la trasmissione degli atti da parte del capo della Procura della Repubblica, Ugo Sisti:

«Poiché il dott. Vella era assente dall’ufficio nel momento in cui giunse il procedimento con la richiesta di formale istruzione, il dott. Gentile assegnò a se stesso il processo, riservandosi di delegare singoli atti istruttori a me, perché vantavo dell’esperienza di cui ho detto, e al dott. Floridia perché era un buon magistrato. Per la verità, io non condivisi appieno la scelta in quanto il dott. Gentile non vantava alcuna esperienza per procedimenti di questo tipo. Aggiungo che il dott. Gentile non lasciò l’istruttoria unica per tutto il procedimento, ma affidò a ciascuno di noi specifici fatti delittuosi, trattenendo per sé l’istruttoria sulla strage vera e propria, affidando in particolare a me l’indagine per il delitto di banda armata, fatto per il quale fra l’altro vi era già un’indagine romana».

Vito Zincani


Dunque, stando a quello che afferma Zincani, il giorno in cui Ugo Sisti trasmise il procedimento all’Ufficio Istruzione con la richiesta di formale istruzione, Aldo Gentile (che conosceva e aveva frequentato Abu Anzeh Saleh da prima del suo arresto per la vicenda dei missili dell’FPLP sequestrati ad Ortona) assegna a se stesso il processo sulla strage, trattenendo per sé il fascicolo dell’istruttoria.


«Ciò mi mise nella condizione – prosegue Zincani a verbale – di non avere piena conoscenza degli atti istruttori da loro compiuti con riferimento alla strage. Tale scelta mi indusse a uscire dal processo. Diedi comunicazione della mia decisione al capo dell’ufficio, dott. Vella, il quale mi pregò di abbandonare il processo senza clamore per evitare ripercussioni negative all’istruttoria, e di farlo dopo avere adottato il provvedimento di trasmissione degli atti del procedimento relativi al delitto di banda armata alla Procura di Roma per competenza territoriale. Ciò accadde nei primi mesi del 1981».

Insomma, si trattò di una vera rottura degli equilibri interni all’Ufficio Istruzione di Bologna, proprio nel momento più delicato delle indagini. «Da allora non mi sono più occupato del processo, interrompendo tra l’altro i miei rapporti personali con il dott. Gentile, senza ovviamente fare la benché minima polemica».

Lo scontro all’interno di quel gruppo di magistrati fu durissimo. L’Ufficio Istruzione di Bologna, come peraltro accadde per altre ragioni a Palermo più o meno nello stesso periodo, era diventato un covo di veleni, scontri, tensioni e colpi bassi. Ma all’epoca non trapelò quasi nulla sulla stampa. La vicenda venne gestita con pugno di ferro, per evitare catastrofiche polemiche che avrebbero rischiato di far spostare il processo altrove per incompatibilità ambientale. Ma questo era il clima che si respirava a Palazzo Baciocchi in quel determinato periodo storico, tra la fine di settembre 1980 e gli inizia del 1981.


«Tornando al procedimento e rispondendo a un a precisa domanda – prosegue Zincani – affermo con certezza di non avere mai conosciuto Abu Anzeh Saleh. Escludo di averlo mai incontrato da solo o in compagnia del dott. Gentile nei pressi del vecchio palazzo di giustizia (Palazzo Baciocchi), in un bar lì vicino. Se ciò è accaduto è accaduto a mia insaputa nel senso che al bar si possono incontrare molte persone assolutamente sconosciute. Resta fermo il fatto che io non ho mai conosciuto il soggetto di cui la signoria vostra mi chiede. Escludo anche di essermi occupato di Saleh nell’ambito del procedimento per la strage di Bologna».


Zincani smentisce la versione dei fatti rassegnata dall’ex collega Gentile:

«Escludo che io sia stato informato dal dott. Gentile che egli si era recato in Libano in compagnia di Saleh. Escludo che il dott. Gentile mi abbia mai riferito confidenze o dichiarazioni del Saleh da lui stesso raccolte. Escludo che il dott. Gentile mi abbia informato di avere richiesto all’autorità giudiziaria de L’Aquila di autorizzare Saleh a recarsi a Roma per essere lui stesso sentito. Escludo che il dott. Gentile mi avesse informato dei suoi viaggi in Libano quando egli vi si recò. Mentre, debbo precisare, che di questi viaggi io ebbi conoscenza quando mi fu riassegnato il processo. Infatti, dopo circa due anni da quando avevo abbandonato l’istruttoria, fui incaricato nuovamente di occuparmi del processo per razionalizzare l’enorme quantità di atti istruttori, per organizzarlo e portarlo a conclusione sulla base delle risultanze istruttorie fino a quel momento acquisite. Proprio svolgendo questa attività di ricognizione del materiale istruttorio, trovai degli appunti informali che facevano riferimento ai viaggi in Libano del dott. Gentile, tant’è che di essi do atto nella sentenza ordinanza istruttoria (l’ufficio dà atto che il riferimento fatto dal dott. Zincani è riportato a pag. 804 della sentenza-ordinanza). Al di là di questi riferimenti informali rinvenuti tra il materiale cartaceo del processo null’altro ho saputo delle ragioni e degli esiti dei viaggi effettuati in Libano dal dott. Gentile il quale, insisto, non me ne parlò mai».


Riassumendo: Aldo Gentile conosceva e frequentava Abu Anzeh Saleh da prima che questi venisse arrestato a Bologna (il 13 novembre 1979) per la vicenda dei missili dell’FPLP sequestrati a nei pressi del porto di Ortona.

Gentile ha mentito al pubblico ministero quando ha affermato che parlò di Saleh ai colleghi Giorgio Floridia e Vito Zincani e che tutti loro lo conoscevano e lo frequentavano.

IL CONSIGLIERE ISTRUTTORE GENTILE ASSEGNO’ IL PROCESSO A SE STESSO

Gentile, quando il 21 settembre 1980 il procuratore capo di Bologna Ugo Sisti trasmise all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna il fascicolo dell’inchiesta sulla strage con la richiesta di prosecuzione con rito formale, assegnò a se stesso il processo.

Gentile non parlò mai con nessuno, soprattutto con Floridia e Zincani, dei suoi due viaggi in Libano. Quindi anche in questo caso ha mentito al pubblico ministero quando ha affermato di averlo fatto.
Ma andiamo avanti.


«Mi risulta – sottolinea Zincani a verbale – che il dott. Gentile, per le iniziative da lui adottate nell’ambito del procedimento, ebbe delle conseguenze, sia penali che disciplinari. Di esse non ho mai voluto approfondire la natura anche perché, come ho prima detto, dopo la mia fuoriuscita dal processo mantenni con il dott. Gentile soltanto rapporti formali di colleganza».


Quando il giudice Zincani venne richiamato ad occuparsi di nuovo dell’istruttoria sull’attentato alla stazione ferroviaria, ripartì dal caso di Elio Ciolini, il faccendiere fiorentino, 74 anni ad agosto, condannato a nove anni di reclusione per calunnia per aver depistato le indagini sulla strage di Bologna.

Ciolini entrò come un meteorite nell’inchiesta sull’attentato alla stazione ferroviaria condotta dal giudice istruttore Aldo Gentile nel novembre del 1981 attraverso un memorandum indirizzato al Consolato d’Italia di Ginevra.

In quel periodo, il pataccaro fiorentino era detenuto per truffa nella prigione di Champ Dollon a Thônez poco distante da Ginevra, in Svizzera. Secondo Ciolini, l’attentato sarebbe stato ideato dalla fantomatica loggia massonica Montecarlo, emanazione della Loggia P2, e da personaggi facenti capo a Stefano Delle Chiaie.

La strage, secondo il faccendiere fiorentino, sarebbe stata eseguita da un tedesco e un francese e sarebbe servita per coprire l’operazione Eni-Petronim.

Sempre secondo Ciolini, la Loggia Montecarlo sarebbe stata inserita nella Trilateral che lui definì come una organizzazione terroristica. Il giudice Aldo Gentile correndo dietro queste farneticazioni, finì con il travolgere l’intera attività istruttoria della quale era titolare, correndo dietro a ombre, fantasmi, illazioni e congetture per mesi.

Elio Ciolini


«Quando ho ripreso l’attività istruttoria nel procedimento – prosegue Zincani – sono ripartito dalla cosiddetta pista Ciolini, pista che in realtà ne aveva determinato il blocco nel senso che trattandosi di pista priva di alcun riscontro non consentiva alcuno sviluppo delle indagini. Fra l’altro, emergendo rapporti confidenziali intrattenuti tra il dott. Gentile e Ciolini, il primo fu costretto ad abbandonare l’istruttoria, la quale fu riaffidata a me e al collega Castaldo. Nella sentenza-ordinanza io do conto della inconsistenza e del valore depistante delle dichiarazioni di Ciolini».

Abu Ayad


Ma vi fu un’altra e ben più articolata deviazione delle indagini che avvenne appena due giorni prima la trasmissione degli atti all’Ufficio Istruzione da parte della Procura della Repubblica di Bologna. Si tratta della nota intervista di Rita Porena al capo del servizio segreto dell’OLP, Abu Ayad, pubblicata il 19 settembre 1980 sul giornale elvetico in lingua italiana Corriere del Ticino.

Qui Vito Zincani conserva nitido il ricordo di quel fatto che costituì il momento iniziale della manovra messa in atto per deviare le indagini sull’estrema destra, per evitare un ulteriore aggravarsi dei rapporti tra autorità italiane e dirigenza palestinese.

L’intervista venne raccolta dalla Porena proprio a Beirut dove lavorava con la copertura di addetta stampa dell’Ambasciata d’Italia in Libano e agiva sotto tutela del colonnello Stefano Giovannone. La Porena da una parte operava come «agente a rendimento del SISMI» e dall’altra militava nell’FPLP (era sposata con un dirigente del Fronte di George Habbash).

“INTERROGAI IL COLONNELLO GIOVANNONE E MI RESI CONTO DELL’INCONSISTENZA DELLA PISTA LIBANESE DI RITA PORENA”


«Nello stesso provvedimento – conclude Zincani – do pure conto della cosiddetta pista libanese dell’epoca, cioè di quella emersa fin da settembre 1980. Di essa aveva parlato la giornalista Rita Porena in una intervista rilasciata da Abu Ayad e pubblicata sul Corriere del Ticino. Per far ciò, procedetti all’interrogatorio del col. Stefano Giovannone, dipendente del SISMI, capo area per il Medio Oriente. Sentii tale soggetto perché veniva indicato come profondo conoscitore delle questioni libanesi. Agli atti del processo esiste il relativo verbale a cui rimando. Sulla base di quelle acquisizioni mi resi conto della infondatezza della pista libanese. Per tali ragioni nella sentenza-ordinanza conclusi nel senso che sia la pista libanese offerta da Abu Ayad sia la pista Ciolini erano completamente infondate e depistanti».

UN QUADRO A DIR POCO INQUIETANTE


Il quadro che scaturisce da queste dichiarazioni in riferimento alle indagini sulla strage è a dir poco inquetante.

E tutto ruota intorno alla figura dell’ex giudice istruttore Aldo Gentile, vero dominus dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna fino al giorno in cui venne estromesso dalle indagini.

Fu lui a gestire il periodo più buio dell’inchiesta formale dopo la trasmissione degli atti dalla Procura della Repubblica retta da Ugo Sisti. Fu durante il periodo Gentile che vennero messi in atto i principali depistaggi delle indagini, primo fra tutti quello partito da Beirut con Rita Porena e Abu Ayad.

È sempre lui, il giudice Gentile, a mantenere rapporti personali con Abu Anzeh Saleh, il capo della rete clandestina dell’FPLP in Italia. L’uomo che traffica in armi da e per il Libano e tiene i contatti con Carlos in persona.

I due, Gentile e Saleh, sono in contatto fin da prima dell’arresto del giordano per i fatti di Ortona e sarà sempre lui, Gentile, nella sua veste di giudice titolare dell’inchiesta sulla strage, a richiedere ai colleghi de L’Aquila l’autorizzazione per Saleh a recarsi in missione a Roma per una settimana-dieci giorni a settembre del 1981.
Gentile ha mentito agli inquirenti quando ha cercato di stornare da sé i gravi sospetti circa i suoi rapporti con il capo dell’FPLP in Italia, chiamando in causa i sue due ex colleghi Floridia e Zincani, dicendo che lo conoscevano e lo frequentavano tutti al bar di via delle Tovaglie. Falso.

Floridia e Zincani hanno smentito categoricamente Gentile su queste circostanze. Così come lo hanno smentito quando egli ha affermato di aver parlato con loro di Saleh. Tutto falso.

È sempre Gentile a ricevere regali da parte del trafficante di armi da guerra palestinese residente a Bologna (Saleh).

Ma nonostante tutto questo, nonostante questo terrificante quadro probatorio, la posizione dell’anziano magistrato in pensione è rimasta quella di semplice testimone. Nei suoi confronti non verrà preso alcun provvedimento.
Incomprensibilmente, nella richiesta di archiviazione depositata il 30 luglio 2014 dal procuratore di Bologna Roberto Alfonso e dal sostituto Enrico Cieri tutto questo non viene riportato

. Hanno deciso di omettere tutto quello che poteva costituire un problema ai fini dell’archiviazione.

CALA LA CENSURA SULLE MISSIONI ALDO GENTILE, I REGALI RICEVUTI DA SALEH, E SULLE DICHIARAZIONI DI FLORIDIA E ZINCANI

Nel paragrafo 12 “Le missioni di Aldo Gentile” l’intera vicenda viene riassunta in modo sbrigativo e impreciso, censurando tutti i punti salienti e qualificanti della storia: non si parla dei regali che Gentile riceveva da Saleh e soprattutto non si dà conto delle gravissime dichiarazioni di Giorgio Floridia e Vito Zincani nei confronti di Aldo Gentile.

L’anziano magistrato, già titolare dell’istruttoria formale sull’attentato del 2 agosto 1980, era l’unico fra i tre giudici che indagavano sulla strage ad avere rapporti personali, diretti, diciamo amichevoli con l’uomo che costituiva uno dei perni del cosiddetto Lodo Moro e che proprio con il suo arresto a Bologna, il 13 novembre 1980, si scatenarono le minacce di ritorsione di George Habbash nei confronti dell’Italia.
Queste minacce sono state messe nero su bianco in due lettere che il Comitato Centrale dell’FPLP spedì al Tribunale di Chieti e al governo italiano agli inizi del 1980. Il braccio di ferro andò avanti per mesi, fino alla vigilia dell’apertura del processo di secondo grado presso la Corte d’Appello de L’Aquila. Quel giorno – era il 2 luglio 1980 – sarebbe scaduto l’ultimatum.

Nonostante l’intervento di Armando Sportelli, capo della Seconda Divisione del SISMI, presso il procuratore generale presso la Corte d’Appello de L’Aquila al fine di chiedere clemenza per Abu Anzeh Saleh, prevalse la linea della fermezza. Nessuno sconto per il capo dell’FPLP in Italia. Saleh resta chiuso in carcere. Il 2 agosto 1980, c’è l’attentato.
L’inchiesta su Thomas Kram e Christa-Margot Fröhlich che avrebbe potuto finalmente svelare i principali misteri dietro la strage alla stazione di Bologna, evapora così, fra i fumi dell’alcol di qualche bicchierino di cachaça brasiliana e di whisky.
Anche questo è a verbale…

*Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi sono giornalisti investigativi, saggisti e studiosi del terrorismo internazionale

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    DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI

    Il giudice istruttore Aldo Gentile, titolare dell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna, frequentava Abu Anzeh Saleh, il capo dell’organizzazione clandestina dell’FPLP in Italia. I due avevano rapporti personali ancor prima dell’arresto di Saleh per la vicenda dei missili di Ortona.
    Gentile ha ricevette anche regali dal trafficante di armi giordano di origini palestinesi in contatto diretto con il terrorista internazionale più ricercato al mondo in quel periodo, Ilich Ramirez Sanchez noto col nome di battaglia di Carlos.
    La permanenza in carcere di Saleh e la mancata restituzione dei missili dell’FPLP sequestrati a Ortona il 7 novembre 1979 furono per la dirigenza palestinese la rottura del Lodo Moro di cui era rimasto primo garante il colonnello Stefano Giovannone, capo centro SISMI in Libano. Da quel momento, George Habbash inizia a minacciare il governo italiano di ritorsioni. Le minacce furono così gravi che spinsero addirittura il capo della Seconda Divisione del SISMI, Armando Sportelli, a recarsi d’urgenza a L’Aquila, agli inizi di luglio 1980, alla vigilia del processo di secondo grado per i missili di Ortona, per chiedere clemenza per Saleh. Prevalse la linea della fermezza. Il 2 agosto 1980, ci fu l’attentato.
    Neanche un mese dopo la sua scarcerazione (avvenuta il 14 agosto 1981, un anno dopo l’attentato), sarà proprio il giudice istruttore Gentile a far ottenere all’imputato Saleh un permesso speciale al fine di allontanarsi da Bologna (dove aveva l’obbligo di firma in Questura) e recarsi a Roma per una settimana-dieci giorni «per fini di giustizia», proprio nell’ambito dell’istruttoria sulla strage.

    L’ex giudice istruttore, interrogato nel novembre del 2012, non solo non ha voluto spiegare il motivo di quell’inquietante interessamento per il capo dell’FPLP in Italia, ma ha anche mentito agli inquirenti quando ha cercato di tirare in ballo gli ex colleghi dell’Ufficio Istruzione di Bologna, Giorgio Floridia e Vito Zincani, dicendo che Saleh «lo conoscevano e lo frequentavano tutti». I due ex giudici istruttori, infatti, sentiti a verbale, lo hanno smentito duramente.

    Gentile, come titolare dell’istruttoria sull’attentato alla stazione, era l’unico fra i giudici istruttori di Bologna ad avere quel rapporto diretto, personale e riservato con l’emissario di George Habbash. Tuttavia, queste ultime gravissime circostanze sono state omesse nella richiesta di archiviazione del procedimento penale contro i terroristi tedeschi Thomas Kram e Christa-Margot Fröhlich. Perché?

    E’ un altro stupefacente tassello, qui ricostruito dai giornalisti investigativi Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi, dei misteri di Bologna che da 40 anni attendono ancora una risposta. L’ultimo groviglio di un’inchiesta di ampiezza e profondità straordinarie, i cui autori nelle scorse settimane hanno scoperto un altro incredibile collegamento: quello del killer Paolo Bellini – oggi imputato come co-autore materiale della strage – con Thomas Kram, esperto in esplosivi «adepto» del gruppo Carlos. I due, infatti, il 22 febbraio 1980 si ritrovarono nello stesso albergo del centro di Bologna.
    L’inchiesta di Pelizzaro e Paradisi su quella terribile estate italiana è già entrata nei libri di storia: rappresenta un eccezionale contributo alla ricerca della verità su Bologna, anche attraverso questo ultimo tassello relativo a quella “amicizia pericolosa” tra il giudice istruttore di Bologna Aldo Gentile e Abu Anzeh Saleh: a riprova che la “trama palestinese” veniva seguita segretamente già all’indomani del 2 agosto 1980. Ma su di essa doveva calare il silenzio di Stato. Buona lettura.
    (Pierluigi Ghiggini).

    P.S.- Il consigliere istruttore Aldo Gentile frequentava Abu Anzeh Saleh e il capo della Procura di Bologna Ugo Sisti andava dai Bellini alla Mucciatella: davvero accadde tutto per caso?

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Una risposta a 1

  1. don Egizio Rispondi

    25/07/2020 alle 16:04

    Embé? qualcuno doveva pur tenere i contatti tra lo stato e la centrale palestinese, diciamo dall'”HUB”, di Bologna (perché era a Bologna). Magari un magistrato, magari anche altri. Ma erano al servizio dello Stato e della ragion di stato, che è la stessa nei regimi democratici e in quelli non democratici, ed è l’unica cosa che li accomuna. Uno Stato è uno Stato, al di là del regime, almeno dal XVI secolo. E bisognava pur evitare che questo affollamento a Bologna in coincidenza colla strage, se divulgato, andasse a devastare la rete diplomatica (messa su con tanta fatica da Moro, che Giovannone gestiva dal Libano, altri da Roma) coi palestinesi e i loro sponsor mediorientali. La ragion di stato era evitare una guerriglia palestinese in italia contro gli italiani.
    Inoltre, una questione di metodo: Allontanare i palestinesi e i loro sponsor in Europa dell’est (DDR ecc.) dalla strage di Bologna, non significa ipso facto che questi fossero responsabili della strage. Significa che (innocenti o colpevoli) non si voleva coinvolgerli per non mandare alle ortiche una strategia mediterranea. SE erano innocenti solo per questo. Se erano colpevoli, per evitare che questo atto, in quanto “comunicazione diplomatica” trovasse una risposta diplomatica, non una risposta giudiziaria (mescolando mele e pere, dal punto di vista diplomatico) che rendesse impossibile una trattativa diplomatica. A un atto (terroristico) diplomatico uno stato risponde sul piano diplomatico, con le trattative, con una ritorsione, con la guerra (se è previsto).
    Però c’è una dissonanza grande come una casa: perché l’HUB palestinese-bolognese dovrebbe per ritorsione “diplomatica”, per mandare un messaggio, fare una strage a casa propria, ossia a Bologna? Questo non torna. Ma a Roma c’era chi aveva decifrato il messaggio, anche parlandone con i Palestinesi: e la verità, non su chi è stato, ma almeno su chi non è stato, è lì (o era lì, se non hanno scritto nulla e sono morti).

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