7 luglio: il fallimento del sessantesimo
Perché quei morti sono tornati nella fossa

DI PIERLUIGI GHIGGINI

9/7/2020 – I morti di Reggio Emilia hanno sessant’anni, e li dimostrano tutti. E lunedì, giorno del sessantesimo, hanno salutato Fausto Amodei e sono tornati per sempre nella fossa.

Chiedo scusa per la brutalità da social, non è mio costume, però non trovo altro modo per scuotere la città (sempre che ne abbia voglia, e io ne sia in grado) e farle aprire gli occhi sonnacchiosi di fronte al sostanziale fallimento della manifestazione di lunedì pomeriggio, in piazza della Vittoria e al parco del Popolo, con Maurizio Landini ed Ezio Mauro, per commemorare l’eccidio e i martiri del 7 luglio 1960.

Trecento persone in piazza, compresi i sindaci le autorità e i molti precettati (qualcuno dirà cento di più, ma la sostanza non cambia) 60 anni dopo una delle giornate più importanti, tragiche e grandi della storia di Reggio Emilia, sono un fallimento. Le immagini sono impietose. Inutile rigirarsela, inutile prendersela con il Covid, il distanziamento, il caldo umido ( fa sempre caldo il 7 luglio). Inutile invocare il destino cinico e baro, come ha fatto un giornale che in locandina ha strillato “La destra boicotta i martiri del 7 luglio“. Ma quale destra, quale boicottaggio.

Manifestazione al Parco del Popolo: parla Maurizio Landini

La verità da guardare in faccia è che i morti di Reggio Emilia oggi lasciano indifferenti i reggiani, e che quell’evento che segnò col sangue innocente la storia e la politica rimane oggi solo nelle corde di una parte ristretta di una sinistra per lo più in preda al settarismo, quella appena rinfrescata di pesce azzurro, quella che strilla al fascismo montante di fronte a qualsiasi voce critica o non intruppata nel sistema politico-mediatico. In questo senso, politicamente, Reggio appare come una riserva indiana: una città irrimediabilmente in declino, nutrita di subculture, e incapace persino di ricordare e rinnovare i propri monumenti. E per carità, non si parli di revisioni critiche: roba per altre galassie.

Di tutto questo non possiamo tacere, e tantomeno rallegrarci. Non può rallegrarsi neppure la destra, che pure da 75 anni soffre l’oblio beffardo e arrogante calato per sempre sui suoi morti innocenti macellati nel dopoguerra. Perchè quando una città perde il senso della propria memoria, e non sa più neppure il chi e il perchè del 7 luglio 1960, e lascia che a ricordare siano poche persone del solito giro, per lo più burocratizzato, della sinistra di potere, vuol dire che siamo pericolosamente in prossimità del buco nero, del punto di non ritorno.

E’ doveroso ora chiedersi se a questo infelice approdo non abbiano contribuito, e in quale misura, le narrazioni monche di una parte della verità, funzionali a una visione settaria e in buona misura bugiarda della storia politica italiana, che hanno raccontato Reggio Emilia come l’ultimo invalicabile baluardo di un risorgente fascismo. Narrazioni come quella pronunciata da Federico Amico in consiglio regionale, una vertiginosa cavalcata luminosa e progressiva dal 7 luglio sino alle Sardine: ma per coerenza, in tanto pantheon avrebbe dovuto piazzare al posto giusto anche il busto di Lenin, e soprattutto le Brigate Rosse nate a Reggio Emilia. Del resto la canzone dei morti del 7 luglio veniva letta e cantata (molto probabilmente contro la stessa ispirazione dell’autore) come il primo manifesto pop di una disperata rivolta armata, nel solco della guerra partigiana e della “Rivoluzione tradita” di Pietro Secchia: “Il solo vero amico/che abbiamo al fianco adesso/ è sempre quello stesso/ che fu con noi in montagna…” . Quell’amico per molti doveva essere il mitra, e anni più tardi fu quella pistola passata come una sorta di testimone dal vecchio partigiano a Franceschini, furono le pallottole destinate al commissario Calabresi (Calabresi ti suicideremo, scriveva tutti i giorni a tutta pagina il quotidiano di Lotta Continua) e a una Dc identificata col nuovo fascismo, e che alla fine, diciotto anni dopo, toglieranno la vita terrena ad Aldo Moro.

Si dirà che i morti hanno sempre ragione. E’ vero. Ancora oggi morti di Reggio Emilia invocano ancora giustizia. Quel giorno lo Stato diede il peggio di sè nella storia di questa Repubblica: mai in 75 anni la Repubblica democratica ha rivolto così tanta feroce violenza contro i suoi cittadini, come fece quel maledetto giorno e senza neppure l’interposizione di bande paramilitari com’ era accaduto a Portella della Ginestra. Tremila colpi sparati in gran parte ad altezza d’uomo contro la massa intrappolata in una piazza, o addirittura con la ricerca intenzionale dell’omicidio come nel caso di Afro Tondelli, dimostrano che quello Stato accecato dall’anticomunismo – e certo, i tempi erano duri – voleva la mattanza. La cercò e la ebbe, però quei morti anzichè piegare il comunismo, si rivolsero contro lo stato coperto d’infamia. Purtroppo il loro sacrificio segnò anche la genesi dell’eversione e del terrorismo italiano, ma questa è un ‘altra storia, terribile e molto complicata.

Certo, viene la pelle d’oca ad ascoltare il racconto di Silvano Franchi, fratello di Ovidio: il momento più alto, lunedì, dal palco dei giardini. Ha ragione Franchi a parlare di strage di Stato, a ricordare che il vescovo Socche fece chiudere le porte dei templi, e che la chiesa non ha mai chiesto scusa per questi due morti falciati sul sagrato di San Francesco: una porta aperta li avrebbe salvati. E ha ragione ha invocare un nuovo processo “non perchè cerchiamo soldi”, ha voluto precisare, ma per la verità e la dignità dei morti.

Silvano Franchi

Ma si dimentica sempre che quel giorno anche il Pci, l’Anpi, la Cgil (che aveva proclamato lo sciopero generale contro il governo nato con l’astensione dal Msi) scrissero una delle pagine più brutte della loro storia, responsabili di aver creato nella loro follia politica una situazione pre-insurrezionale, seminando la città di covi di armi in vista dello scontro – cercato, immaginato e drammaticamente ottenuto – incitando all’odio contro il governo Tambroni e contro lo Stato migliaia di giovani mandati consapevolmente allo sbaraglio. E’ la parte della storia taciuta dalle narrazioni dominanti: quella che riguarda l’egemonia dell’ala insurrezionalista all’interno del Pci reggiano – l’ultima federazione ad essere destalinizzata, e mai sino in fondo. Lo ha spiegato bene Vincenzo Bertolini a Nexstopreggio, e non si venga a dire ora che l’ultimo segretario provinciale del Pci è diventato un bieco fascista…

La commemorazione in piazza Martiri

Sono troppi i buchi delle narrazioni propagandistiche, troppi i silenzi e le distorsioni. Perchè se i morti e i feriti reclamano giustizia, reclamano verità e giustizia anche gli agenti e i carabinieri feriti, bersagliati dai tetti, aggrediti selvaggiamente, con la volontà di uccidere, anche nei giorni successivi al 7 luglio. Come il padre di Marco Eboli: era un partigiano entrato nei ranghi della polizia, e restò cieco per il resto della sua vita. Se oggi Reggio ostenta indifferenza, lo è anche per i troppi silenzi, per le ricostruzioni a senso unico, per il continuare a ignorare le vittime dell’altra parte della barricata .

Ora, di fronte al fallimento sostanziale della manifestazione di lunedì, di fronte all’indifferenza montante di una città verso la propria storia ,sarebbe bene riprendere in mano il filo della vicenda, bonificarla dello spesso strato di propaganda ideologica che ha finito per soffocarla e restituirla alle nuove generazioni nella sua verità e nella sua tragica grandezza, anche con gesti unitari e condivisi tra destra e sinistra. Ma bisogna fare presto, prima che persino le tombe siano dimenticate.

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4 risposte a 7 luglio: il fallimento del sessantesimo
Perché quei morti sono tornati nella fossa

  1. PLG Rispondi

    09/07/2020 alle 11:44

    Articolo fazioso, fallimentare, farlocco, fascista, fanculo va.

  2. Ivaldo Casali Rispondi

    09/07/2020 alle 16:11

    Complimenti Direttore per il suo articolo sui tragici fatti del 7 luglio 1960, preciso e coraggioso, dopo gli interventi, obiettivi, di Eboli (da destra) e Bertolini (da sinistra).

  3. gioi Rispondi

    09/07/2020 alle 16:22

    …nutro sconfinato rispetto e ammirazione per coloro che rilasciano lapidari commenti, rafforzati pure da volgare arroganza. Garbate prerogative mai disgiunte da un profilo anonimo anagraficamente e somaticamente…

  4. gioi codeluppi Rispondi

    09/07/2020 alle 16:24

    …nutro sconfinato rispetto e ammirazione per coloro che rilasciano lapidari commenti, rafforzati pure da volgare arroganza. Garbate prerogative mai disgiunte da un profilo anonimo anagraficamente e somaticamente…

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