I misteri della strage di Bologna/ Un museo degli orrori
per coprire la scomparsa del cadavere di Maria Fresu

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI *

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

15/6/2020 – Lo chiamano scalpo. Macabra maschera facciale. Lembo o residuo di volto. Testa di donna.

Si tratta di una parte di faccia di essere umano di sesso femminile ritrovato sabato 2 agosto 1980 sotto una delle carrozze del treno Schweiz Adria Express 13534 Ancona-Basel, fermo sul binario 1, proveniente da Rimini. Era il treno sul quale viaggiava il misterioso turista tedesco Harald Polzer che con la sua cinepresa Super 8 a colori filmò la Stazione Centrale di Bologna pochi minuti prima e dopo l’esplosione.

Quel volto strappato dalla faccia di una misteriosa persona non solo ha una storia molto controversa e piena di stranezze, ma venne in poche ore subito associato al corpo introvabile di una giovane donna di 24 anni, Maria Fresu, mamma di una bambina di tre anni di nome Angela.

Maria, infatti, sparì letteralmente nel nulla dopo lo scoppio della bomba nella sala d’aspetto di seconda classe.

La conferma che mancava all’appello il cadavere di una delle vittime avvenne quando i genitori di Maria arrivarono a Bologna e andarono a cercare la figlia e la nipotina negli ospedali cittadini e, non trovandole fra i feriti ricoverati, non ebbero altra scelta che recarsi all’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale dove fecero la ferale scoperta del corpicino senza vita di Angela.

A quel punto, distrutti dal dolore, iniziarono a chiedere dove fosse la madre della piccola. Dal quel momento, iniziò il loro calvario. Nessuno sapeva che fine avesse fatto la mamma di Angela. Nessuno aveva notizie affidabili. Credibili. Tante supposizioni, tante chiacchiere. Nessuna certezza.

La notizia che la piccola Angela Fresu di tre anni e l’amica della mamma, Verdiana Bivona, erano fra le vittime della strage venne battuta dall’Ansa la sera di lunedì 4 agosto:

«In serata è stato possibile apprendere alcune precisazioni sulle generalità delle salme portate dopo l’esplosione all’Ospedale Maggiore. Angela Fresu risulta nata il 3 settembre 1977 ad Empoli e residente a Montespertoli (Firenze); Verdiana Bivona, nata il 2 giugno 1958 a Castel Fiorentino, era residente nella stessa cittadina della provincia di Firenze».

L’altra loro amica, Silvana Ancillotti, era viva. Era stata ritrovata gravemente ferita fra le macerie della sala d’aspetto di seconda classe e poi ricoverata in rianimazione all’Ospedale Maggiore. Mentre di Maria Fresu, nessuna notizia. Nessuna traccia. La donna fu data per dispersa dal momento che i parenti, avendo riconosciuto la salma della nipotina all’obitorio, iniziarono a domandare che fine avesse fatto la madre della bambina, Maria.

Maria Fresu con la figlioletta

QUANDO COMINCIA IL DEPISTAGGIO

Da quel preciso momento, qualcuno iniziò a ipotizzare che quel lembo di volto di donna trovato fra i binari potesse essere parte della faccia della donna scomparsa. Da semplice congettura, in poche ore questa ipotesi si trasformò in una sorta di soluzione obbligata al giallo della scomparsa Fresu.

«Il cadavere, di cui al numero 75 dell’elenco, del quale furono reperiti solo alcuni resti portati all’Istituto di Medicina Legale insieme alle altre vittime, fu poi identificato come appartenente a Fresu Maria». La laconica citazione è tratta dalla relazione medico-legale redatta dai periti d’ufficio nominati verbalmente «in via d’urgenza dal piazzale centrale della stazione ferroviaria, durante il primo sommario sopralluogo eseguito dal sostituto procuratore della Repubblica, Luigi Persico, in qualità di reggente dell’Ufficio in quel momento».

Strage di Bologna: un corpo sotto il treno fermo al binario 1

La nomina dei dieci periti d’ufficio della Procura venne formalizzata, per iscritto, lunedì 4 agosto, mentre la nomina del collegio peritale, composto da cinque docenti sempre dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Bologna, avvenne soltanto il 12 settembre 1980. Il collegio peritale era così composto: prof. Clemente Puccini, direttore dell’Istituto di Medicina Legale, dal prof. Pierludovico Ricci, dal prof. Maurizio Fallani, dal prof. Giuseppe Pappalardo e dal prof. Pier Giorgio Sabattani.

La relazione del collegio medico-legale – depositata in un giorno imprecisato del novembre 1980 – venne firmata soltanto da quattro su cinque periti: dal prof. Puccini, dal prof. Ricci, dal prof. Fallani e dal prof. Pappalardo, al quale la Procura della Repubblica aveva affidato lo specifico incarico peritale di attribuire quel misterioso brandello di volto alla povera Maria Fresu. Il quinto componente del collegio peritale, il prof. Pier Giorgio Sabattani, non firmò in calce la relazione finale poi trasmessa alla Procura della Repubblica. I motivi per i quali Sabattani non firmò la perizia sono ancora oggi sconosciuti.

La perizia del collegio Puccini, che aveva recepito le conclusioni della relazione medico-legale del prof. Pappalardo «sulla identificabilità di una parte di volto umano rinvenuto fra le macerie della stazione ferroviaria di Bologna dopo l’esplosione del 2 agosto 1980» e cioè che fosse della scomparsa Maria Fresu (nonostante il gruppo sanguigno della vittima fosse risultato diverso da quello dello scalpo), riporta una valutazione tanto macroscopica quanto inverosimile.

Il nome di Maria Fresu, infatti, compare nella tabella C (pagina 33) dove sono elencati i «i casi con lesioni da crollo». Quindi, secondo il collegio peritale, quel lembo di volto umano sarebbe stato strappato dalla faccia di Maria Fresu a seguito del crollo dell’ala sinistra della stazione. Un evento, questo crollo di edificio, così violento che avrebbe addirittura disintegrato totalmente il corpo della povera donna tanto da non lasciare più nessuna traccia. È accettabile, coerente e logico tutto questo?

UNA SOLUZIONE ILLOGICA, E LA TESTIMONIANZA DELL’AMICA SOPRAVVISSUTA ALL’ESPLOSIONE

La risposta ad alcuni di questi interrogativi può essere desunta dalla testimonianza dell’amica della Fresu sopravvissuta all’attentato, Silvana Ancillotti, la quale – dal suo letto del reparto di Medicina dell’Ospedale Maggiore dove era stata ricoverata in rianimazione in gravi condizioni la mattina del 2 agosto 1980 – il 6 agosto riusciva a mettere a verbale i suoi ultimi ricordi prima e immediatamente dopo l’esplosione:

«Mi sono trovata alla stazione di Bologna il giorno 2 corrente verso le ore 9 del mattino. Mi trovavo in compagnia di due amiche e della figlia di una di queste. Le predette mie amiche si chiamano Bivona Verdiana, abitante a Vallecchio (FI), e l’altra Maria di cui non ricordo bene il cognome, ma credo che sia Fresu e la bambina di nome Angela è la figlia di anni 3 della citata Maria. Come dicevo, con le suddette mie amiche mi sono trovata alla stazione di Bologna e per sapere quale treno dovevamo prendere per Rovereto, ci siamo dapprima attardate presso i cartelloni indicanti gli orari dei treni e quindi siamo andate all’Ufficio Informazioni presso la biglietteria, dove venivamo a sapere che il treno per Rovereto sarebbe per le ore 11. Forse verso le ore 9,45, stanche di girare per la stazione, abbiamo deciso di aspettare il treno presso la sala di attesa. Non ricordo se ci siamo sedute in quella di prima o seconda classe. Posso precisare che ci siamo sedute tutte e tre insieme alla bambina e ai rispettivi bagagli, nell’angolo sinistro rispetto a chi entra. Preciso nell’angolo sinistro posto di fronte all’ingresso della sala di aspetto. Nell’attesa, siamo andate anche ad acquistare dei panini, tornando però sempre nella sala di attesa e prendendo posto nel luogo dinanzi detto. Allorché si è verificata l’esplosione, tanto io che le mie amiche e la bambina eravamo insieme nella sala di aspetto. Subito dopo la deflagrazione, appena mi sono ripresa, ho visto accanto a me fra le macerie Bivona Verdiana e la piccola Angela, le quali ancora respiravano anche se perdevano sangue. Non ho visto in quella occasione Maria e ricordo di avere pensato che fosse sotto i calcinacci nascosta alla mia vista. Subito dopo sono stata estratta dalle macerie e portata in ospedale».

Un corpo viene caricato sull’autobus 37 subito dopo la strage

Lo stesso giorno dell’interrogatorio di Silvana Ancillotti, trapela la notizia che una delle vittime risulta dispersa. Viene battuta dall’Ansa e – per la prima volta su fonti aperte – si mette in relazione la vicenda di Maria Fresu con il misterioso brandello di volto umano:

«Alla Polizia Ferroviaria nessuno si è presentato per riferire su volti di giovani in fuga – ha testualmente detto un funzionario – E tanto meno per disegnare identikit. Sull’ipotesi che lo scoppio sia avvenuto accidentalmente e contro la stessa volontà dell’attentatore, o semplice “portaborse”, lo stesso funzionario ha espresso seri dubbi. Il discorso, fatto sul piano del semplice scambio di opinioni, è interrotto dall’arrivo di due giovani di Montespertoli di Empoli, in provincia di Firenze. Sul volto hanno i segni della rassegnazione, ma ancora una sottile traccia di speranza li porta a continuare la peregrinazione. Risultano fra le vittime la piccola Angela Fresu, di tre anni, e Verdiana Bivona, di 22 anni. All’Ospedale Maggiore è Silvana Ancillotti, di 22 anni, ricoverata in prognosi riservata. Dello stesso gruppo faceva parte Maria Fresu, di 24 anni, madre della piccola Angela, la quale appunto i due parenti non riescono a trovare. “Sono passati ormai quattro giorni dall’esplosione – dicono – e non riusciamo a trovarla”. Viene loro assicurato tra le vittime, tutte identificate, tranne quattro di sesso maschile, la donna non c’è anche se restano dubbi poi sfumati su alcuni resti e parte di un volto. Ma negli ospedali loro non riescono a trovarla».

Tornando al racconto della Ancillotti, la scena che riferisce agli investigatori è nitida e precisa. La donna è lucida e puntuale nei suoi ricordi. Le tre amiche (Maria, Silvana e Verdiana) e la piccola Angela erano tutte insieme nella sala d’aspetto di seconda classe in attesa di prendere un treno diretto a Rovereto quando esplose la bomba. La bimba e Verdiana Bivona morirono sul colpo. La Ancillotti, anche se riportò una grave contusione polmonare, riuscì a sopravvivere. Mentre Maria Fresu scomparve nel nulla.

La causa della morte della Bivona non fu desumibile dalla semplice ispezione esterna del cadavere e per questo fu necessario procedere all’autopsia. Il corpo della donna, infatti, era integro, senza particolari traumi o lesioni visibili esternamente. La diagnosi medico-legale stabilisce quale causa della morte della Bivona «traumatismo complesso cranio facciale, cervicale, toraco-addominale» con tracce di ustioni e lesioni compatibili con effetto d’onda d’urto.

La piccola Angela, invece, morì all’istante a causa della «frattura del rachide cervicale». Anche sul corpicino della bimba vennero trovate tracce di bruciature, soprattutto sulle braccia e sulle gambe.

TRAVOLTE DAL CROLLO: MARIA FRESU ERA CON LA FIGLIA E LE AMICHE, MA LEI NON SI TROVA PIU’

Appare dunque evidente che le tre donne e la bimba vennero investite dall’onda d’urto e dalla fiammata dell’esplosione e poi furono travolte dal conseguente crollo dell’edificio.

Nessuna di loro, neanche Angela la più piccola e fragile, fu fatta a pezzi dalla bomba. Addirittura, per determinare la causa della morte di Verdiana Bivona fu necessaria l’autopsia poiché il suo cadavere dall’esterno non presentava ferite o traumi evidenti. E allora perché Maria Fresu, che si trovava con la sua figlioletta insieme alle due amiche nella sala d’aspetto di seconda classe, si sarebbe dovuta disintegrare al punto di lasciare fra le rotaie del binario 1 nient’altro che una parte del suo volto?

La relazione medico-legale del collegio peritale presieduto dal prof. Clemente Puccini aggiunge ai tanti dubbi ulteriori elementi di confusione.

Ma per cercare di capire meglio la complessa storia di quei resti di volto umano, occorre fare un ulteriore approfondimento rispetto agli elementi desumibili dagli atti dell’indagine della Procura della Repubblica e poi quelli dell’istruttoria formale condotta dai giudici istruttori del Tribunale di Bologna nel 1980.

UN DOCUMENTO STRAORDINARIO

«Già segnata all’arrivo in Obitorio il 3 agosto 1980 al n° 57 come “testa di donna”, annotazione poi cancellata. Il medico di turno, il prof. Pappalardo, ne è venuto a conoscenza il 14 agosto ed in tal giorno si è eseguito processo verbale di sommarie informazioni con l’ausilio della carta d’identità con i seguenti connotati: statura m 1,48 capelli e occhi castani. Successivamente è stata affidata perizia». Questo è quanto riporta la scheda 16775 assegnata alla vittima 75 e intestata a Maria Fresu, compilata dall’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Bologna.

Si tratta di un documento straordinario, non acquisito agli atti dell’istruttoria sulla strage di Bologna, e serve per effettuare una serie di riscontri incrociati con la perizia-medico legale sul cosiddetto scalpo redatta dal prof. Pappalardo successivamente rispetto alla scheda intestata a Maria Fresu.

«Abbiamo esaminato i tegumenti del volto di donna mostratici e rileviamo la concordanza dei seguenti elementi:

  • Colore castano dell’iride dell’occhio residuo sinistro.
  • Sottigliezza delle labbra e corrispondenza delle linee del mento e della piega trasversale tra questi e il labbro inferiore.
  • Sopracciglia sottili e depilate rappresentate soprattutto all’estremo interno.
  • Colore castano dei capelli residui.
  • Compatibilità della forma del naso.
  • A livello dei denti inferiori residui, posizione un po’ obliqua convergente superiormente degli incisivi centrali in modo che tra loro rimane un piccolo spazio triangolare con l’apice rivolto verso l’alto.
  • Nient’altro utile ai fini del riconoscimento.

Prendiamo atto che ci viene riferito che trattasi di residui del volto di soggetto di sesso femminile (a cute glabra, come da noi stessi osservato), di giovane età e di statura bassa come desunto dal frammento di femore originariamente trasportato insieme al residuo di volto all’Ospedale Malpighi. L’insieme di questi elementi – scrivevano i medici dell’Istituto di Medicina Legale di Bologna – pur non consentendo un riconoscimento diretto, fa rilevare elementi di compatibilità con quelli contrassegnati a Maria Fresu».

E concludono:

«Prendiamo atto che su questi resti verrà tentata la ricerca del gruppo sanguigno per il sistema AB0 e noi stessi facciamo presente allegando certificazione che durante un ricovero per parto della Fresu Maria risultò presso l’Ospedale Generale di Empoli gruppo sanguigno 0».

Si tratta della nascita della figlia Angela, nata a Empoli il 3 settembre 1977. Durante il ricovero di Maria vennero fatte le analisi del sangue e vennero determinati i gruppi sanguigni di madre e figlia: rispettivamente 0 Rh positivo e A Rh positivo, certamente ereditato dal padre.

Il 22 agosto 1980, il sostituto procuratore della Repubblica di Bologna, Riccardo Rossi, «ritenuto necessario ai fini dell’identificazione dei resti di un volto giacente alla Medicina Legale di Bologna», ordinava di «procedere al prelevamento di campioni ematici dei prossimi congiunti di Fresu Maria».

Il magistrato delegava per questo adempimento «il brigadiere Ceccarelli del nucleo di Polizia Giudiziaria a recarsi presso l’Ospedale di Castiglion Fiorentino onde portare presso l’Istituto di Medicina Legale i campioni colà prelevati». Quattro giorni prima, il 18 agosto, sempre il brigadiere Ceccarelli aveva presieduto alle «operazioni di riconoscimento di Fresu Maria», attraverso la carta d’identità della giovane donna, rilasciata dal Comune di Montespertoli dove risiedeva con la sua famiglia di origini sarde. Al riconoscimento parteciparono il padre di Maria, Salvatore, nato a Nughedu San Nicolò (in provincia di Sassari) il 20 dicembre 1919, e la sorella minore Giuseppina, anche lei di Nughedu San Nicolò, di 22 anni, «i quali concordemente» dichiararono esattamente quanto abbiamo già riportato dalla scheda 16775 dell’Istituto di Medicina Legale intestata a Maria Fresu.

COME UN FILM DELL’ORRORE

«Secondo quanto riferisce il brigadiere Ceccarelli – si legge nella relazione Pappalardo sui resti di volto umano – la carta d’identità fu rivenuta presso la stazione ferroviaria e portata alla polizia ferroviaria che la trasmise al nucleo di P.G.; mentre non è mai stata acquisita la borsetta della Fresu. Sono stati trovati altri effetti personali di questa (una borsa da viaggio, una valigia e anche una giacchetta che doveva essere contenuta in valigia)».

Tutta la famiglia di Maria si sottopose al prelievo di campioni di sangue: il padre Salvatore e la madre Rosina Piliu, le sorelle Isabella, Giovanna Giuseppa, Francesca, Filomena, Paolina e il fratello Bellino. Tutti con gruppo sanguigno 0 Rh positivo. Non solo.

«Dai suddetti componenti la famiglia Fresu (eccezion fatta per Fresu Giovanna e Fresu Francesca) vennero prelevati, con il loro consenso, verso la metà di settembre 1980, ad opera del brigadiere Ceccarelli recatosi appositamente a Montespertoli, un campione di saliva in provetta di plastica e alcuni capelli in buste, trasferiti poi all’Istituto di Medicina Legale». Ulteriori campioni di saliva vennero prelevati di nuovo, un mese dopo, agli stremati genitori di Maria, Salvatore e Rosina.

Ma qual era il gruppo sanguigno dei resti di volto di donna? «Netta positività per gruppo A», lo stesso riscontrato nella polpa di un dente incisivo rimasto attaccato a quella macabra maschera facciale.

Per un crudele gioco del destino, il gruppo sanguigno del brandello di volto femminile era lo stesso di quello della piccola Angela: A Rh positivo.

Il prof. Pappalardo, di fronte a quella insuperabile incongruenza tra gruppi sanguigni (quello della Fresu e quello del cosiddetto scalpo), fu costretto a trovare una rapida soluzione al problema. Si arrampicò sugli specchi e tirò fuori dalla letteratura scientifica internazionale la strampalata teoria della “secrezione paradossa” «quale causa di errore di determinazioni di gruppo sanguigno AB0 effettuate su secreti e su sangue disseccato».

QUEL PERITO AVEVA CAPITO TUTTO?

Il perito sapeva di correre su un crinale abbastanza scivoloso. Ma – non si sa bene per quale motivo superiore – si intuisce da ciò che scrive che anche lui sembrava nutrire larvati sospetti sulla soluzione che doveva prospettare ai magistrati della Procura di Bologna. Infatti, Pappalardo, nel capitolo delle “considerazioni” della sua perizia medico-legale sul brandello di volto umano, si lascia andare a una serie di ragionamenti scritti con stile quasi esoterico, involuto, contorto, nell’intendo di dire quello che non avrebbe mai potuto dire e cioè che, partendo dalla inspiegabile scomparsa di Maria Fresu, ci si trovava inevitabilmente di fronte all’ipotesi di una vittima in più.

«Appressandoci a trarre le conclusioni dell’insieme dei numerosi e ripetuti esami praticati, è bene premettere che l’indagine che si è a un certo punto sviluppata sul piano immunoematologico non è certamente in grado di sostituirsi a quel complesso di elementi (connotati e contrassegni corporei) che soli autorizzano un sicuro riconoscimento individuale e che nella specie sono invece andati irreversibilmente perduti o sono stati compromessi a tal punto da venir resi inutilizzabili».

E qui il perito inizia il suo contorto ragionamento quasi per lasciare traccia delle sue inconfessabili perplessità sulla vicenda che è stato chiamato a peritare.

Lo stile è volutamente criptico.

Pappalardo parla in terza persona: «Suo compito è stato piuttosto quello di attingere elementi che, incentrandosi la ricerca, in base alle notizie circostanziali, sulla persona di Maria Fresu, valessero o a escludere una tale derivazione dei resti di volto umano (a questo punto la relazione di Pappalardo espone una nota a piè di pagina, ndr.) ovvero a sostanziare una siffatta origine per la quale si pongono non trascurabili elementi storici e morfologici».

a questo punto

In quella nota a piè di pagina, il perito lascia traccia, nero su bianco, dell’ipotesi agghiacciante che nessuno voleva prendere in considerazione perché avrebbe destabilizzato l’intera inchiesta sulla strage:

«Conseguendone che alla scomparsa, senza lasciar tracce, della Fresu – la quale sicuramente trovavasi al momento dello scoppio nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria – corrisponderebbe la presenza tra le vittime di un altro soggetto, pur esso di sesso femminile e di giovane età».

Pappalardo sembra aver capito tutto. Ma il suo ruolo e la sua carriera non gli permettono di dire o fare altro. E alla fine chiude la faccenda in questo modo:

«Pur nella impossibilità materiale di una diretta identificazione personale, può concludersi che i dati della osservazione morfoscopica e dell’indagine immunologica, estesa anche a componenti la famiglia Fresu, valutati alla luce degli elementi circostanziali, testimoniali e delle caratteristiche somato-biologiche della scomparsa Fresu Maria, depongono a favore dell’appartenenza a quest’ultima della suddetta parte di cadavere rinvenuta tra le macerie della stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980».

Fallito il riscontro dei gruppi sanguigni tra il cosiddetto scalpo e Maria Fresu, l’asse delle conclusioni della perizia Pappalardo finisce col ruotare soltanto intorno alla presunta compatibilità tra le fattezze del viso di Maria e quelle ricavabili dall’osservazione dei macabri resti di volto e, soprattutto, al riconoscimento che i poveri familiari della giovane mamma scomparsa furono costretti a fare quell’orribile giorno del 18 agosto 1980.

L’ ATROCE VERITA’

La verità, brutale e atroce, di come andarono veramente le cose lo spaventoso giorno del riconoscimento della figlia davanti a quei brandelli umani è tutta nelle durissime parole del papà di Maria, Salvatore Fresu, intervistato un anno dopo la strage dal settimanale Epoca.

Una vera tragedia:

«La mattina le avevo accompagnate alla corriera per Firenze, lei, la piccola, era tutta eccitata, ciao nonnino, stai tranquillo, torno presto, mi aveva detto, e poi dal lago ti telefono e te e alla nonna. E io, ad Angela, mia figlia, mi ero raccomandato come le anime del Purgatorio, stai attenta alla bimba, non la perdere di vista un solo istante. Chi me l’avrebbe detto mai che la mattina dopo (domenica 3 agosto 1980, ndr) sarei, insieme a Rosina, mia moglie, dovuto andare a cercarle in quel macello umano che era l’obitorio dell’ospedale di Bologna».

UN PADRE DISTRUTTO: “MIA FIGLIA E’ QUELLA ROBA LI’?”

I ricordi del vecchio pastore sardo emigrato con la sua famiglia in Toscana si fanno sempre più cupi e amari:

«La morte si è abbattuta sulla mia famiglia d’improvviso ed io non riesco a scordarmi, a perdonare chi ha ucciso mia figlia e mia nipote. Così, il giorno seguente (sempre il 3 agosto, ndr) io e la mia Rosina arrivammo a Bologna; all’obitorio, in mezzo a una scena apocalittica, riconoscemmo, orrendamente straziato, il corpicino di Angela. Di quello di Maria, mia figlia, invece nessuna traccia: così in me e mia moglie si accese un filo di speranza. Vuoi vedere, ci dicemmo, che l’esplosione le ha causato uno choc violento, le ha fatto magari perder la memoria, e ora, in piena confusione, la nostra Maria gira per l’Italia?

Solo un paio di settimane dopo un funzionario mi convocò nel suo ufficio e mi disse: “Guardi, signor Fresu, di sua figlia non c’è traccia. Non possiamo continuare a considerarla dispersa. Quindi siccome tutti i resti umani sono ormai stati identificati, restano soltanto da assegnare questa ciocca di capelli, questo occhio sinistro, questo labbro inferiore, queste tre dita. Secondo lei, appartengono a sua figlia?”. A me cadde il mondo addosso: mia figlia era quella roba lì?

Purtroppo in mezzo all’angoscia, mi parve di riconoscere l’occhio come quello di Maria. “Metta quella roba in una cassetta”, dissi al funzionario dell’obitorio: la presi e, ora, ciò che resta della mia ragazza riposa accanto alla nipotina, qui, nel cimitero di Montespertoli».

Il traballante castello di carte costruito all’epoca per dimostrare, in ogni modo anche in assenza dei fondamentali riscontri scientifici, che di Maria Fresu restava soltanto quel brandello di volto e qualche altro resto umano (come una parte di femore e una piccola mano mozzata con sole tre dita), crollerà definitivamente il 21 ottobre del 2019, durante il processo a carico dell’ex Nar Gilberto Cavallini davanti alla Corte di Assise di Bologna.

A dire il vero, il primo a sollevare dubbi su tutta la tragica storia di Maria Fresu e sul misterioso scalpo di donna è stato l’avvocato e saggista Valerio Cutonilli nell’ultimo capitolo del suo libro scritto a quattro mani con l’ex giudice Rosario Priore, I segreti di Bologna – La verità sull’atto più grave della storia italiana (Chiarelettere, 2016).

Fu proprio grazie a quella brillante intuizione che i difensori di Cavallini chiesero al presidente della Corte d’Assise, Michele Leoni, di svolgere ulteriori accertamenti sui resti umani tumulati al cimitero di Montespertoli e attribuiti a Maria Fresu.

Quel giorno di ottobre dello scorso anno, la dottoressa Elena Pilli, ufficiale del RIS dei Carabinieri, biologa genetico-forense dell’Università di Firenze, mise nero su bianco – nella sua relazione di perizia tecnico-biologica forense – le sue conclusioni sugli esami di laboratorio svolti per «identificare il Dna sui resti trovati in occasione della riesumazione della salma di Maria Fresu e su possibili altri resti umani di interesse».

IL VERDETTO DEVASTANTE DELLA BIOLOGA DEL RIS

Il verdetto fu devastante. Nessuna “secrezione paradossa”. I profili mitocondriali dei resti umani (il cosiddetto scalpo) conservati nella bara della povera Maria «sono risultati non sovrapponibili».

In altre parole, sono di due donne diverse: il Dna del cosiddetto scalpo è diverso da quello della Fresu e quello della piccola mano con sole tre dita è addirittura di una terza persona ancora.

Per chiarezza, va detto che il Dna mitocondriale va a identificare un numero di persone che discendono dalla stessa linea femminile, mentre il Dna nucleare definisce un solo unico soggetto.

La dottoressa Pilli ha analizzato il seguente materiale organico contenuto in cinque diverse buste chiuse ermeticamente (quattro contenenti i resti umani trovati nella bara di Maria Fresu):

  • Scalpo 1 – reperti «acquisiti al momento della riesumazione della salma di Maria Fresu».
  • Scalpo 2 – reperti «acquisiti al momento della riesumazione della salma di Maria Fresu».
  • Mano – reperti «acquisiti al momento della riesumazione della salma di Maria Fresu».
  • Dente-frammento osseo – reperti «acquisiti al momento della riesumazione della salma di Maria Fresu».
  • Reperto n° 5 – campioni ossei acquisiti dal perito Danilo Coppe «nel periodo giugno-luglio 2018 presso le macerie ai Prati di Caprara».

Come si vede, sono stati sottoposti ad analisi anche alcuni frammenti ossei rinvenuti fra le macerie della stazione di Bologna e conservate presso il deposito militare dei Prati di Caprara dal perito esplosivista, Danilo Coppe. La dottoressa Pilli, analizzando i polimorfismi del Dna nucleare, ha stabilito che «quegli elementi scheletrici» sono riconducibili «ad un unico soggetto di sesso maschile».

NELLA TOMBA DI MARIA FRESU I RESTI DI TRE PERSONE DIVERSE, TRA CUI UN UOMO: MA LEI DOV’E’?

Quindi parliamo di un’ulteriore quarta persona. Mentre il famoso frammento di femore rinvenuto all’epoca insieme al lembo di volto umano nella cella frigorifera dell’Istituto di Medicina Legale di Bologna e poi utilizzato dal prof. Giuseppe Pappalardo nella sua perizia medico-legale per il riconoscimento di Maria Fresu, è sparito. Non è stato, infatti, ritrovato fra i resti umani tumulati nella bara di Maria Fresu al cimitero di Montespertoli.

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*Gian Paolo Pelizzaro Gabriele Paradisi sono giornalisti investigativi, autori di saggi, studiosi delle stragi e del terrorismo internazionale

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    Pubblichiamo in esclusiva un video girato sul posto, all’epoca, dalla troupe di Radio Punto Tv.
    Sono immagini rintracciate da Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi: in un frame di pochi secondi hanno individuato una persona che assomiglia in modo stupefacente all’uomo filmato dal tedesco Polzer all’interno della stazione, prima dell’esplosione, e che sarebbe proprio Paolo Bellini, secondo la testimonianza della ex moglie Maurizia Bonini.
    Bellini o no, I due uomini sembrano proprio la stessa persona, con i baffi, la capigliatura a ricci e la maglia azzurra (che nella nuova immagine appare come lacerata sul petto).
    L’uomo ha una paletta in mano, e sembra voler fare strada a un camion dei vigili del fuoco che esce dal lato est del piazzale della stazione.

    Il mistero si aggiunge al mistero, l’ultima scoperta dei giornalisti investigativi Pelizzaro e Paradisi può dare un contributo decisivo alle indagini e al processo in cui Bellini è imputato come esecutore materiale della strage.
    Perchè se non è lui, non lo è nemmeno il giovane del filmino di Polzer; se è lui, perchè ha la paletta per dirigere il traffico? Chi gliel’ha fornita?
    REGGIO REPORT LANCIA UN APPELLO
    SE QUALCUNO SI RICONOSCE NEL GIOVANE CHE CORRE CON LA PALETTA, SI FACCIA AVANTI.

    SE QUALCUNO HA VISTO E RICORDA QUALCOSA, SI FACCIA AVANTI.

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    DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI*
    Paolo Bellini e Thomas Kram si ritrovarono a Bologna nello stesso albergo.
    È giovedì 21 febbraio 1980. Bellini, 26 anni di cui gli ultimi tre latitante sotto la copertura della falsa identità brasiliana di Roberto Da Silva, entra nella hall dell’Hotel Lembo in via Santa Croce 26 e si dirige verso la reception. Chiede una stanza per due notti, con check-out sabato 23 febbraio. Al concierge la “primula nera”, come lo chiamano i giornali, consegna come documento di riconoscimento un «libretto dell’aviazione civile n° 4357, rilasciato a Roma nel 1978».
    Con lui non c’è nessuno ad accompagnarlo, come invece era capitato venti giorni prima, sempre a Bologna, quando prese una stanza nell’Albergo Atlantic di quarta categoria in via Galliera 46 con una donna del frusinate di 39 anni residente a Bologna «dedita alla prostituzione».
    La sua presenza all’Hotel Lembo tra il 21 e il 23 febbraio 1980 costituisce un fatto che anche Bellini non ha mai voluto chiarire. Lo ha taciuto agli inquirenti in tutti i suoi interrogatori. A volte anche mentendo.
    Perché? Il 22 febbraio 1980 Bellini era all’albergo Lembo quando arrivò Thomas Kram, il terrorista tedesco dirigente delle Cellule Rivoluzionarie (RZ) e membro «a pieno titolo» del gruppo Carlos. Kram, nato a Berlino il 18 luglio 1948, braccio destro del terrorista tedesco Johannes Weinrich, anche lui membro di spicco delle RZ e numero due della rete Separat.
    Lo stesso Thomas Kram sorvegliato speciale come pericoloso terrorista e che il 2 agosto 1980 è alla stazione di Bologna…

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