RIVELAZIONI/ Due donne scomparse, la verità sepolta
e il primo infame depistaggio: perchè la storia
della strage di Bologna va riscritta da zero

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI*

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

6/6/2020 – Non c’è. Non si trova. È sparita. Il suo nome non è fra quelli dei feriti ricoverati in ospedale. Il suo corpo è introvabile, non si trova in nessun obitorio. Dopo l’esplosione dell’ordigno, lei è svanita nel nulla. Fra le macerie troveranno soltanto la sua carta d’identità, qualche indumento e un suo bagaglio. Sparita anche la sua borsetta. Dal giorno in cui i suoi genitori hanno ritrovato e riconosciuto il corpo straziato della nipotina Angela, lei, la madre, per gli inquirenti è ufficialmente dispersa. I parenti sono disperati. Vengono sballottati a destra e a manca, ma non hanno nessuna traccia. Nessun aiuto. Nessuna informazione attendibile. Nulla di credibile. Tutte ipotesi. Alcune oltre l’inaudito. Tante chiacchiere. Ma nessuno la cerca. Nessuno indaga sull’incomprensibile sparizione di quella giovane mamma. Maria è sparita.

La storia sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 va riscritta da zero.

Partendo proprio da qui…

SI CERCANO I RESTI DI MARIA FRESU: “SUSSISTE IL RISCHIO CHE SIANO SOTTO LE MACERIE”

«Sussiste il rischio che i poveri resti della donna siano rimasti tra le macerie. Per ora posso solo dire che con la collaborazione dell’Autorità Militare, che ha messo a disposizione mezzi tecnici e uomini, è in corso un accuratissimo setacciamento dell’enorme cumulo di macerie». Rispondeva così Luigi Persico, sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Bologna, nel primo pomeriggio dell’8 agosto 1980, durante il consueto incontro con la stampa, alle domande dei cronisti che volevano sapere che fine avesse fatto Maria Fresu, la giovane donna di 24 anni, madre della piccola Angela di 3 anni, trovata senza vita nella stazione devastata dall’esplosione di sei giorni prima.

La conferenza stampa del magistrato era di appena due giorni dopo il rito funebre celebrato nella Basilica di San Petronio a Bologna per una parte delle vittime, durante il quale sfilò anche la tragica bara bianca della piccola Angela. La notizia di quel candido feretro allineato insieme ad altri sette vicino all’altare maggiore della chiesa e della misteriosa sparizione della mamma fece il giro del mondo.

Ne riferirono anche le cronache dei funerali pubblicate in Spagna sul El Pais, in Austria sul Neue Tiroler Zeitung e negli Stati Uniti sul Daily American.

Nella stessa mattinata dell’8 agosto, Silvana Ancillotti – amica di Maria Fresu e Verdiana Bivona, rimasta uccisa insieme alla piccola Angela – sopravvissuta all’esplosione, non era più in prognosi riservata all’Ospedale Maggiore. «Non sa ancora – scriveva il cronista dell’Ansa – la terribile notizia della morte delle due sue amiche (Maria Fresu, appunto, con la figlia, e Verdiana Bivona, anche questa fra le vittime), con le quali doveva trascorrere qualche giorno di serena vacanza sul Lago di Garda. “Come stanno le altre?”, chiede ogni tanto ad infermieri e medici e visitatori. Nessuno ha avuto ancora il coraggio di darle la triste notizia».

I vertici della Procura della Repubblica di Bologna spingevano per avvalorare l’ipotesi che Maria Fresu era stata fatta a pezzi dalla bomba e che i suoi resti sarebbero poi finiti nelle oltre 250 tonnellate di macerie rimosse dalla stazione e trasportate in un’area demaniale denominata Prati di Caprara, nella periferia di Bologna a poca distanza dall’Ospedale Maggiore, utilizzata dal Genio Militare.

Maria Fresu con la sua bambina

“SI CERCA FRA LE MACERIE DEPOSITATE A PRATI DI CAPRARA”

«Si cerca fra le macerie depositate in un cortile dell’Esercito – scriveva l’Ansa l’8 agosto – periti giudiziari e tecnici dell’esercito stanno lavorando per riuscire a trovare qualche brandello di corpo umano, qualche frammento di ossa. L’ipotesi è che Maria Fresu, la giovane scomparsa nella tragedia della stazione (ufficialmente è dispersa dal momento dello scoppio) si sia letteralmente disintegrata per l’esplosione».

Le parole che filtrano dagli uffici della Procura sono pesanti come macigni. C’è una persona, certamente presente nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione, con sua figlia e due amiche, nel momento in cui esplode la bomba e che poi sparisce letteralmente nel nulla, ma qualcuno alla Procura di Bologna inizia a manovrare per evitare di indagare su quella misteriosa sparizione di cadavere.

«La sua figlioletta, Angela, di tre anni, è morta sul colpo, e la sua piccola bara è stata portata l’altro pomeriggio, assieme ad altre sette, nella Basilica di San Petronio per la cerimonia funebre. Anche i parenti di Maria Fresu hanno poche speranze: qualcuno pensa a un improvviso quanto comprensibile stato di choc della giovane madre; uno choc che l’avrebbe portata a salire su un treno qualsiasi e a scendere non si sa dove. Qui, smemorata, potrebbe ora vagare senza sapere chi è e dove si trova. Il padre fornisce una breve serie di dati anagrafici di Maria: nata a Nughedu San Nicolò, in provincia di Sassari, il 6 febbraio 1956, residente a Montespertoli (Firenze). La giovane è alta un metro e 55, capelli castani».

Il giorno prima della conferenza stampa, il 7 agosto 1980, Luigi Perisco aveva conferito incarico a due marescialli dell’Esercito e uno dell’Arma dei carabinieri di esaminare le macerie della stazione a Prati di Caprara alla ricerca dei resti di Maria Fresu. Le attività peritali di ricerca terminarono un mese dopo, il 6 settembre. Nelle oltre 250 tonnellate di materiale setacciato, i tre periti non trovarono i resti di Maria Fresu.

Fra i reperti poi consegnati alla polizia giudiziaria, però, c’erano le seguenti parti corporee (nessuna delle quali riconducibile alla donna dispersa):

  • Un pezzo osseo e di capillizio.
  • Una mano destra incompleta, rappresentata dalle ultime tre dita, esili, di tipo terminale, con unghie allungate, con tracce come di lacca chiara che poi venne erroneamente (o sbrigativamente) tumulata nella bara di Maria Fresu insieme al noto lembo facciale.

TROVARONO LA CARTA D’IDENTITA’, MA NON IL CORPO DI MARIA FRESU

Tuttavia, nella relazione tecnica dell’8 settembre 1980 consegnata al sostituto procuratore Luigi Persico dal maresciallo ordinario Bartolomeo Gasperoni della Legione Carabinieri di Bologna, oltre a una serie di libretti di lavoro e tessere ferroviarie di personale delle FS e della società che gestiva il bar-tavola calda all’interno della stazione, si scoprì che nel materiale setacciato erano state ritrovate soltanto tre carte di identità di due vittime (Angelina Marino e Salvatore Seminara) e di una donna ferita: Silvana Ancillotti.

La notizia è sorprendente se pensiamo che fra le macerie della stazione era stata ritrovata anche la carta di identità della sua amica Maria Fresu, qualche suo indumento e un suo bagaglio. Mentre lei era sparita insieme alla sua borsetta.

Dunque, la presenza di questi due documenti di riconoscimento, se vogliamo escludere l’ipotesi che tutte e due le donne al momento dell’esplosione avessero le loro carte di identità in mano, dimostrerebbe che qualcuno – dopo lo scoppio – iniziò a frugare nelle tasche, nei portafogli e nelle borse dei feriti e delle vittime alla ricerca di qualcuno. O qualcuna.

2 agosto 1980: stazione di Bologna, nel macerie nel primo binario

Ricordiamo che tutta l’area diventò scena del crimine soltanto a tarda sera di quel sabato 2 agosto, quando, rimossa gran parte delle macerie della ex sala d’aspetto di seconda classe, venne ritrovato il cratere provocato dall’esplosione della bomba. Tutta quell’area interessata dall’esplosione rimase così accessibile e aperta a tutti per circa 12 ore. Tutta quella zona per troppo tempo non fu delimitata e dichiarata off-limits. Chiunque avrebbe potuto infiltrarsi e inquinare la scena del crimine.

DALL’ 11 AGOSTO SI SAPEVA CHE UN CADAVERE ERA SCOMPARSO

Comunque, che a Prati di Caprara non ci fossero i resti della povera Fresu era chiaro fin dall’11 agosto: «Il ritrovamento di una gonna aveva fatto ben sperare – riportava l’Ansa – ma non è la sua: questa è in tinta unita, quella della Fresu era a fiori».

Quelle ricerche fra le macerie della stazione servivano per prendere tempo. Era di vitale importanza trovare una soluzione credibile al mistero della scomparsa di quella donna dalla scena del crimine. D’altra parte, il giallo sulla sorte di Maria Fresu era scoppiato – come prevedibile – la sera di lunedì 4 agosto 1980, quando i genitori di Maria, arrivati a Bologna il giorno precedente alla ricerca della figlia e della nipotina, riconobbero all’obitorio i poveri resti della piccola Angela, mentre della madre non c’era nessuna traccia. Il 4 agosto era iniziato nel peggiore di modi.

Come sappiamo, infatti, la mattina all’alba, l’Uigos di Reggio Emilia, nel corso di una perquisizione presso l’albergo-ristorante con piscina coperta alla Mucciatella, in località Quattro Castella, di proprietà dei genitori di Paolo Bellini, invece di trovare il latitante reggiano, scoprirono e identificarono il capo della Procura della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti.

«In serata – riportava l’Ansa – è stato possibile apprendere alcune precisazioni sulle generalità delle salme portate dopo l’esplosione all’Ospedale Maggiore. Angela Fresu risulta nata il 3 settembre 1977 ad Empoli e residente a Montespertoli (Firenze); Verdiana Bivona, nata il 2 giugno 1958 a Castel Fiorentino, era residente nella stessa cittadina della provincia di Firenze».

L’altra loro amica, Silvana Ancillotti, era ricoverata in rianimazione all’Ospedale Maggiore, mentre la madre della piccola Angela risultava dispersa. Da quel preciso momento, l’attenzione dei cronisti inizia a posarsi con insistenza su Maria Fresu. Qualcuno ai piani alti della Procura di Bologna sapeva che era questione di ore la fuga di notizie sulla sparizione di una delle vittime della strage.

3 AGOSTO: ARRIVANO LAGORIO, MINISTRODELLA DIFESA, E IL GENERALE SANTOVITO DIRETTORE DEL SISMI

Il giorno prima, il 3 agosto, erano accadute tre cose molto importanti. In tarda mattinata, erano arrivati a Bologna il ministro della Difesa, Lelio Lagorio, accompagnato dal direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, i quali nel primo pomeriggio si recarono in Prefettura «per prendere contatti con le autorità cittadine e successivamente alla sala operativa del Comando Militare di Bologna che coordina l’impiego dei reparti militari impegnati nelle operazioni di soccorso».

Giuseppe Santovito

… E IL PROCURATORE SISTI PARTE PER LA MUCCIATELLA, DAL PADRE DI BELLINI

In mattinata, il capo della Procura della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti, prima di partire per trascorrere il weekend alla Mucciatella, aveva diffuso agli organi di stampa il suo comunicato ufficiale sulla tragedia alla stazione che sgombrava il campo dall’ipotesi dello scoppio accidentale per spiegare che le indagini proseguivano per il reato di strage: «In relazione allo scoppio avvenuto il 2 agosto 1980 presso la Stazione Centrale, tenuto conto delle risultanze dei sopralluoghi eseguiti nella giornata di ieri con la collaborazione del collegio peritale, dell’avvenuto ritrovamento di alcuni reperti che saranno oggetto di speciali accertamenti e a seguito delle nuove constatazioni, operate dall’Ufficio nel sopralluogo delle ore 00,15 di stanotte, a rimozione ultimata delle macerie, che hanno permesso di evidenziare un probabile focolaio a forma di cratere sito sul pavimento della sala di attesa di seconda classe, in corrispondenza di una struttura muraria completamente disintegrata e in direzione del punto di maggior danneggiamento di una delle carrozze ferroviarie dell’Adria Express, la Procura della Repubblica deve ora dare corso alla verifica delle ipotesi del delitto p.p. dagli articoli 285 e 422 del Codice Penale (strage diretta ad attentare alla sicurezza dello Stato), commesso mediante collocazione di ordigno, nella necessaria comparazione di tutte le risultanze finora emerse, e avendo presenti tutte le prospettazioni già affidate fin dal primo momento ai periti».

Ugo Sisti

Fra i periti medico-legali, un posto di rilievo nel collegio peritale lo aveva proprio il professor Giuseppe Pappalardo. La nomina dei periti, avvenuta il 2 agosto «con provvedimento verbale» da parte della Procura della Repubblica per l’«assoluta urgenza», era stata formalizzata dal sostituto procuratore Luigi Persico 48 ore dopo, il 4 agosto.

IL RESTO DI UNA TESTA DI DONNA TRASFERITO AL MALPIGHI

Bene, come abbiamo già accennato, la mattina di domenica 3 agosto, alle ore 8,30, Luigi Persico autorizzava il trasporto «a mezzo necrofori» di quel «resto umano consistente a una testa umana appartenente a cadavere di sesso femminile» dall’Ospedale Malpighi all’Istituto di Medicina Legale dove qualcuno ne aveva fatto richiesta. «Lo scrivente – si legge sulla perizia medico-legale Pappalardo del novembre 1980 su «di una parte di volto umano» – era verbalmente incaricato dall’Ufficio della Procura della Repubblica di Bologna di procedere ad indagini tecniche volte alla possibilità di identificazione personale di una parte di volto umano risultata giacente presso questo obitorio dal giorno 3 agosto e di cui lo scrivente veniva per la prima volta a conoscenza il 16 agosto, nel corso della propria settimana di turno, dietro segnalazione della dottoressa Gabriella Negrini che già aveva partecipato all’opera di ricognizione e descrizione dei cadaveri trasportati all’Istituto di Medicina Legale dalla stazione ferroviaria di Bologna, dopo l’esplosione del 2 agosto 1980».

Intorno a quella macabra maschera facciale si creò, fin dal primo momento, un’attenzione particolare. Un interessamento finalizzato ad associare quei resti umani all’identità di Maria Fresu, sparita nel nulla dopo l’esplosione, tanto forte da far superare al perito medico legale ogni ostacolo scientifico che dimostrava che il gruppo sanguigno della Fresu era del tutto differente (gruppo 0) da quello del lembo facciale (gruppo A).

… E QUEL RESTO DI UNA SCONOSCIUTA FINI’ NELLA BARA DI MARIA FRESU

Quella parte di volto era di un’altra donna, anche lei mai trovata. Ma finì lo stesso nella bara della giovane madre di origini sarde, insieme a quei resti di mano ritrovati fra le macerie della stazione ai Prati di Caprara.

Tre giorni dopo l’arrivo di quei resti umani all’Istituto di Medicina Legale, il 6 agosto 1980, scoppiava ufficialmente e pubblicamente il caso della giovane madre di 24 anni, dispersa dopo la strage.

Come abbiamo già riportato nell’intervista alla criminologa Immacolata Giuliani, sempre su Reggio Report, la notizia della sparizione di una delle vittime è contenuta in questo take dell’Ansa:

«Alla Polizia Ferroviaria nessuno si è presentato per riferire su volti di giovani in fuga – ha testualmente detto un funzionario – E tanto meno per disegnare identikit. Sull’ipotesi che lo scoppio sia avvenuto accidentalmente e contro la stessa volontà dell’attentatore, o semplice “portaborse”, lo stesso funzionario ha espresso seri dubbi. Il discorso, fatto sul piano del semplice scambio di opinioni, è interrotto dall’arrivo di due giovani di Montespertoli di Empoli, in provincia di Firenze. Sul volto hanno i segni della rassegnazione, ma ancora una sottile traccia di speranza li porta a continuare la peregrinazione. Risultano fra le vittime la piccola Angela Fresu, di tre anni, e Verdiana Bivona, di 22 anni. All’Ospedale Maggiore è Silvana Ancillotti, di 22 anni, ricoverata in prognosi riservata. Dello stesso gruppo faceva parte Maria Fresu, di 24 anni, madre della piccola Angela, la quale appunto i due parenti non riescono a trovare. “Sono passati ormai quattro giorni dall’esplosione – dicono – e non riusciamo a trovarla”. Viene loro assicurato tra le vittime, tutte identificate, tranne quattro di sesso maschile, la donna non c’è anche se restano dubbi poi sfumati su alcuni resti e parte di un volto. Ma negli ospedali loro non riescono a trovarla». È la prima volta che si ipotizza, su fonti aperte, che quel lembo facciale potesse essere tutto quello che rimaneva della povera Maria Fresu.

L’INQUIETANTE RACCONTO DELL’AMICA SOPRAVVISSUTA

Sempre il 6 agosto, a mezzogiorno Silvana Ancillotti, l’unica sopravvissuta di quel gruppo di tre donne e una bambina in viaggio verso Rovereto, in Trentino, veniva interrogata dalla polizia giudiziaria. La giovane donna è ricoverata nel reparto di medicina dell’Ospedale Maggiore.

Questo il suo inquietante racconto:

«Mi sono trovata alla stazione di Bologna il giorno 2 corrente verso le ore 9 del mattino. Mi trovavo in compagnia di due amiche e della figlia di una di queste. Le predette mie amiche si chiamano Bivona Verdiana, abitante a Vallecchio (FI), e l’altra Maria di cui non ricordo bene il cognome, ma credo che sia Fresu e la bambina di nome Angela è la figlia di anni 3 della citata Maria. Come dicevo, con le suddette mie amiche mi sono trovata alla stazione di Bologna e per sapere quale treno dovevamo prendere per Rovereto, ci siamo dapprima attardate presso i cartelloni indicanti gli orari dei treni e quindi siamo andate all’Ufficio Informazioni presso la biglietteria, dove venivamo a sapere che il treno per Rovereto sarebbe per le ore 11. Forse verso le ore 9,45, stanche di girare per la stazione, abbiamo deciso di aspettare il treno presso la sala di attesa. Non ricordo se ci siamo sedute in quella di prima o seconda classe. Posso precisare che ci siamo sedute tutte e tre insieme alla bambina e ai rispettivi bagagli, nell’angolo sinistro rispetto a chi entra. Preciso nell’angolo sinistro posto di fronte all’ingresso della sala di aspetto. Nell’attesa, siamo andate anche ad acquistare dei panini, tornando però sempre nella sala di attesa e prendendo posto nel luogo dinanzi detto. Allorché si è verificata l’esplosione, tanto io che le mie amiche e la bambina eravamo insieme nella sala di aspetto. Subito dopo la deflagrazione, appena mi sono ripresa, ho visto accanto a me fra le macerie Bivona Verdiana e la piccola Angela, le quali ancora respiravano anche se perdevano sangue. Non ho visto in quella occasione Maria e ricordo di avere pensato che fosse sotto i calcinacci nascosta alla mia vista. Subito dopo sono stata estratta dalle macerie e portata in ospedale», in condizioni molto gravi. Verdiana lavorava come operaia in un laboratorio di pellame a Montespertoli. Anche Maria lavorava in una pelletteria, ma a Empoli. Silvana, invece, era un’operaia della fabbrica Doria a Castel Fiorentino.

UN GROSSO PROBLEMA PER LA PROCURA

Dal 6 agosto, i cronisti battono la pista della «donna dispersa». In Procura hanno un grosso problema. «Maria Fresu, 24 anni, di Montespertoli (Firenze), è sempre data per dispersa», scrive l’Ansa il 9 agosto. «I resti della madre della piccola Angela, tre anni, morta tra le macerie della stazione, vengono cercati fra i detriti dell’ala distrutta dallo scoppio, depositati da una settimana nell’area militare dei Prati di Caprara». E qui il cronista aggiunge un dettaglio interessante: «Possono accedere alla zona solo gli “addetti ai lavori”, segnati in un elenco – con nome e cognome – dal comando di zona dell’Esercito e dai magistrati. L’obiettivo è quello di trovare un brandello di carne o alcune ossa che possano far risalire alla giovane donna dispersa. Ormai caduta la possibilità che Maria Fresu vaghi senza memoria in qualche località, per l’eccessivo tempo già trascorso, gli inquirenti cercano fra le macerie».

Il professor Giuseppe Pappalardo, nella sua perizia medico legale, ricostruisce in questo modo il ritrovamento (a suo dire del tutto accidentale) di quella specie di scalpo:

«Nella cella frigorifera dell’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Bologna il giorno 16 agosto abbiamo rinvenuto, avvolto in un lenzuolo bianco con cartellino recante la dicitura “proveniente dall’Ospedale Malpighi, un lembo di volto umano, glabro e con capelli lunghi, assieme ad un frammento osseo, quasi denudato, corrispondente ad un’epifisi femorale con adeso frammento di cotile».

Per questa perizia, il 27 novembre 1980 Pappalardo incassò dall’erario 355mila lire come liquidazione degli onorari. Da quanto si legge, sembra quasi che Pappalardo lavorasse al buio, ignorando quanto veniva pubblicato (fin dal 6 agosto) sulla sorte di Maria Fresu e sull’ipotesi che quel frammento di volto femminile potesse rappresentare l’unica traccia biologica esistente della giovane donna svanita nel nulla. Ma tant’è.

PIU’ CHE UN RICONOSCIMENTO, UNA FORZATURA

Il 22 agosto 1980, Luigi Persico, che la mattina dell’attentato risultava il reggente della Procura della Repubblica di Bologna (che fine aveva fatto Ugo Sisti?) delegava il brigadiere Ceccarelli del nucleo di polizia giudiziaria del suo ufficio a recarsi all’Ospedale di Castiglion Fiorentino «onde portare presso l’Istituto di Medicina Legale i campioni colà prelevati» ai «prossimi congiunti» (padre, madre, il fratello e le sorelle) di Maria Fresu. Il prelievo ematico era stato ritenuto «necessario ai fini dell’identificazione dei resti di un volto giacente alla Medicina Legale di Bologna». Vennero, inoltre, effettuati prelievi di saliva ai genitori, al fratello e alle sorelle (tranne Giovanna e Francesca), «verso la metà di settembre» 1980.

Il 18 agosto (quattro giorni dopo il primo prelievo del sangue ai familiari), Giuseppe, 50 anni, e Giuseppina, 22 anni, rispettivamente padre e sorella minore di Maria Fresu, videro in quei devastati rimasugli di volto umano qualcosa della loro cara. Non era un riconoscimento diretto vero e proprio (che sarebbe stato impossibile), ma qualcosa simile a una vera e propria forzatura.

IL RACCONTO DI GIUSEPPE FRESU, PADRE DI MARIA

Sarà proprio il padre di Maria, Giuseppe Fresu, un anno dopo, a raccontare a due giornalisti del settimanale Epoca (sul numero del 1° agosto 1981) come andarono veramente le cose:

«La morte si è abbattuta sulla mia famiglia d’improvviso ed io non riesco a scordarmi, a perdonare chi ha ucciso mia figlia e mia nipote. Così, il giorno seguente [domenica 3 agosto, ndr] io e la mia Rosina arrivammo a Bologna; all’obitorio, in mezzo a una scena apocalittica, riconoscemmo, orrendamente straziato, il corpicino di Angela. Di quello di Maria, mia figlia, invece nessuna traccia: così in me e mia moglie si accese un filo di speranza. Vuoi vedere, ci dicemmo, che l’esplosione le ha causato uno choc violento, le ha fatto magari perder la memoria, e ora, in piena confusione, la nostra Maria gira per l’Italia?».

Salvatore, vecchio pastore sardo trasferitosi undici anni prima nella campagna toscana dalla piana di Oristano, prosegue nel suo racconto da film horror: «Siccome la storia di mia figlia, che non si trovava, cominciò a tener cartello sui giornali ecco che, mentre la si cercava dappertutto, vennero su a fungaia gli sciacalli: ci fu chi addirittura scrisse, nero su bianco, d’averla incontrata in Francia insieme a Marco Affatigato, uno dei “neri” ad essere per primi coinvolti nella strage», proprio sulla base di un identikit predisposto sulla base di un testimone che aveva visto due giovani allontanarsi dalla stazione con aria sospetta prima dell’esplosione.

Quell’identikit, una volta eliminata l’ipotesi che potesse essere Affatigato (il giorno della strage era a Nizza, dove viveva da ricercato da qualche anno), venne in seconda battuta accollato proprio al latitante Paolo Bellini, sulla base di una foto autenticata del reggiano trovata nel fascicolo dell’ufficio passaporti della Questura di Reggio Emilia, risalente al luglio 1975 nella quale, però, Bellini era senza baffi e senza barba. Quindi, stando a quanto spiegò il padre della Fresu, sulla stampa qualcuno ipotizzò addirittura un ruolo (attivo o inconsapevole) della figlia dispersa nell’organizzazione dell’attentato.

L’orologio del primo binario fermo all’ora della strage

SCIACALLI AL LAVORO

C’era chi sospettava anche del marito (o compagno) della donna, padre di Angela, in un delirio dietrologico che lo vedeva come coinvolto nell’organizzazione dell’attentato.

«Solo un paio di settimane dopo – concludeva il papà di Maria – un funzionario mi convocò nel suo ufficio e mi disse: “Guardi, signor Fresu, di sua figlia non c’è traccia. Non possiamo continuare a considerarla dispersa. Quindi siccome tutti i resti umani sono ormai stati identificati, restano soltanto da assegnare questa ciocca di capelli, questo occhio sinistro, questo labbro inferiore, queste tre dita. Secondo lei, appartengono a sua figlia?”. A me cadde il mondo addosso: mia figlia era quella roba lì? Purtroppo in mezzo all’angoscia, mi parve di riconoscere l’occhio come quello di Maria. “Metta quella roba in una cassetta”, dissi al funzionario dell’obitorio: la presi e, ora, ciò che resta della mia ragazza riposa accanto alla nipotina, qui, nel cimitero di Montespertoli».

TUTTO E’ FILATO LISCIO, SINO AL LIBRO DI PRIORE E CUTONILLI. 36 ANNI DOPO

Tutto è filato liscio, senza sorprese, sgraditi curiosi e ficcanaso, per 36 anni, fin quando Rosario Priore e Valerio Cutonilli diedero alle stampe il loro saggio I segreti di Bologna nel quale si ipotizzava – per la prima volta – che Maria Fresu non poteva essersi totalmente disintegrata nell’esplosione e che la perizia del prof. Pappalardo non fosse attendibile.

Tre anni dopo quell’intuizione, la biologa genetico-forense Elena Pilli – durante il processo a carico dell’ex Nar Gilberto Cavallini, su incarico della Corte d’Assise di Bologna – riesumando quei poveri resti (il cosiddetto scalpo e i resti della mano di donna), appunto «quella roba lì» rinchiusa nella bara al posto della salma di Maria Fresu, in base all’esame del Dna ha scoperto l’inevitabile: nessuno di quei brandelli umani appartiene alla giovane mamma sepolta a Montespertoli.

Non solo: quando quarant’anni fa furono consegnati alla famiglia, era già evidente che quel pezzo di volto e gli altri resti non erano di Maria Fresu.

SONO SPARITI DUE CADAVERI, LA STORIA DELLA STRAGE E’DA RISCRIVERE

E allora si torna all’interrogativo di partenza: che fine ha fatto questa donna?

Se il corpo di Maria non si trova, significa che manca anche il corpo a cui apparteneva quel brandello di volto femminile. Dunque, sono spariti due cadaveri. Di chi è quello scalpo sepolto nella bara della Fresu? Non avendo altre risposte, rimane una sola, agghiacciante domanda: chi e perché fecero sparire i corpi di queste due donne dopo l’esplosione?

Ecco perché la storia della strage del 2 agosto 1980 va riscritta da zero.

_____________________________________________________________________________

*GLI AUTORI

Gian Paolo Pelizzaro

Gian Paolo Pelizzaro

nato a Roma nel 1964, giornalista investigativo, ricercatore e saggista, esperto di terrorismo internazionale e intelligence.

È stato consulente delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (XIII legislatura) e sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura).

Ha pubblicato i saggi:

Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia, Settimo Sigillo 1997;

I segreti di San Macuto, intervista con il senatore Vincenzo R. Manca, Bietti 2001;

Libano. Una polveriera nel Mediterraneo, Bietti Media, 2008.

Gabriele Paradisi

ingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Gabriele Paradisi

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
– una edizione estesa del Dossier Strage di Bolognaintegrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

 

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    Paolo Bellini e Thomas Kram si ritrovarono a Bologna nello stesso albergo.
    È giovedì 21 febbraio 1980. Bellini, 26 anni di cui gli ultimi tre latitante sotto la copertura della falsa identità brasiliana di Roberto Da Silva, entra nella hall dell’Hotel Lembo in via Santa Croce 26 e si dirige verso la reception. Chiede una stanza per due notti, con check-out sabato 23 febbraio. Al concierge la “primula nera”, come lo chiamano i giornali, consegna come documento di riconoscimento un «libretto dell’aviazione civile n° 4357, rilasciato a Roma nel 1978».
    Con lui non c’è nessuno ad accompagnarlo, come invece era capitato venti giorni prima, sempre a Bologna, quando prese una stanza nell’Albergo Atlantic di quarta categoria in via Galliera 46 con una donna del frusinate di 39 anni residente a Bologna «dedita alla prostituzione».
    La sua presenza all’Hotel Lembo tra il 21 e il 23 febbraio 1980 costituisce un fatto che anche Bellini non ha mai voluto chiarire. Lo ha taciuto agli inquirenti in tutti i suoi interrogatori. A volte anche mentendo.
    Perché? Il 22 febbraio 1980 Bellini era all’albergo Lembo quando arrivò Thomas Kram, il terrorista tedesco dirigente delle Cellule Rivoluzionarie (RZ) e membro «a pieno titolo» del gruppo Carlos. Kram, nato a Berlino il 18 luglio 1948, braccio destro del terrorista tedesco Johannes Weinrich, anche lui membro di spicco delle RZ e numero due della rete Separat.
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