Non esisteva il metodo De Tata
Né violenze sessuali né truffe: assolto anche in appello il medico olistico di Guastalla

Si è concluso con un’assoluzione anche in grado d’appello il tormentato processo nei confronti del dottor Emilio De Tata. Un caso spinoso, un iter legale iniziato nel giugno del 2011 con il rinvio a giudizio per plurime violenze sessuali, truffa aggravata e somministrazione di medicinali guasti o imperfetti ai danni di alcune pazienti che si erano rivolte a lui per trattamenti di quella che la comunità medico-scientifica definisce medicina alternativa.

La vicenda delle violenze, con annessa truffa, è stata portata alla luce da Striscia la notizia che durante un servizio andato in onda nel marzo del 2009 denunciava i “particolari trattamenti” (e in particolare il lavaggio emozionale) proposti dal dottore ribattezzato “dottor hard” , trattamenti che, in alcuni casi, secondo l’accusa – sarebbero sfociati in veri e propri atti sessuali senza consenso.

La sede della corte d’appello di Bologna

In seguito alla messa in onda del servizio, da parte del programma di Antonio Ricci, alcune delle pazienti che si erano rivolte al medico tra il 2005 e il 2009 decisero di sporgere denuncia-querela, ritenendo di essere state anch’esse vittime del Dott. De Tata durante i suoi trattamenti.

«Nel corso delle indagini sono state escusse a sommarie informazioni circa 1140 donne, tutte ex pazienti di De Tata, delle quali solo 9 avrebbero reso dichiarazioni rilevanti a carico dell’imputato, e delle quali solo 4 si sono tramutate in formali imputazioni di violenza sessuale» spiega Guido Sola, responsabile del dipartimento di Diritto Penale di SC Avvocati Associati e avvocato difensore di De Tata.

Il “Metodo De Tata” è stato sottoposto alla valutazione di vari esponenti della comunità medica e psico-terapeutica – alcuni favorevoli ed altri contrari ai metodi olistici – che, in qualità di periti d’ufficio, hanno valutato se le pratiche utilizzate durante le sedute con De Tata fossero classificabili come terapeutiche e riconosciute dalla comunità di appartenenza – anche da un punto di vista deontologico- o se invece fossero pratiche suggestive e fraudolente.

Dopo l’assoluzione con formula piena del novembre 2014 da parte del tribunale di Reggio Emilia, alla fine di un processo di primo grado durato tre anni durante il quale sono stati ascoltati, in qualità di testimoni, acquisendo in alcuni casi anche le loro cartelle mediche, tutte le persone offese, la Pm Maria Rita Pantani . che aveva chiesto 9 anni e 6 mesi di reclusione – aveva presentato ricorso in appello.

«Le due udienze d’ appello si sono concluse, giovedì 8 giugno, con la conferma della sentenza di primo grado, con l’assoluzione, ancora una volta con formula piena, ciò a dimostrazione, non solo dell’assoluta correttezza propria dell’operato del dottor De Tata – ha concluso l’avvocato Sola – ma anche e soprattutto dell’assoluta inesistenza del metodo “De Tata” che il Pubblico Ministero aveva insistentemente inteso mettere al centro della scena investigativa» .

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