L’epopea dei pellerossa che liberarono l’ Italia
Nel nuovo libro di Matteo Incerti
una grande storia mai scritta prima

E’ uscito da pochi giorni ed è già un caso editoriale il bel volume “I pellerossa che liberarono l’Italia” scritto dal reggiano Matteo Incerti (giornalista alla Camera dei deputati, saggista e romanziere) per la reggiana Corsiero Editore, e dedicato a una parte non secondaria ma rimossa per 75 abbiu della storia della seconda guerra mondiale in Italia: le imprese dei nativi americani, davvero grandi guerrieri, arruolati negli eserciti degli Stati Uniti e del Canada.

Matteo Incerti

Il libro ha avuto il privilegio di una presentazione a tutta pagina sul Corriere della Sera scritta da Gian Antonio Stella. l’omaggio è più che meritato: il volume – quasi quattrocento pagine con un eccezionale corredo iconografico di ben 120 fotografie d’epoca, in gran parte mai pubblicate prima – è il frutto di un lavoro sul campo di Incerti, che non si è limitato a compendiare gli scritti e le ricerche apparsi negli States, ma ha raccolto direttamente da figli, nipoti, comunità e archivi i racconti, le testimonianze, le immagini e i documenti originali di quell’epopea volutamente dimenticata dopo la guerra (quando il cinema di Hollywood continuava ad alimentare la narrazione dei pellerossa feroci, ubriaconi e cacciatori di scalpi) perchè parlar bene dei nativi americani era molto politicamente scorretto. Poi arrivò “Soldato Blu”, e molte cose cambiarono. Ma sino ad oggi, mai nessuno aveva acceso un faro così vivido e documentato sui Pellerossa che risalirono lo stivale combattendo dalla Sicilia a Napoli, ad Anzio e nel Lazio sino allo sfondamento della linea gotica in Romagna e alla liberazione del Nord.

La copertina del libro: il generale Montgomery decora Huron Brandt

Oggi è arrivato il tempo di un riconoscimento pieno anche delle gesta e dei sacrifici compiuti in Italia da Cheyenne, Comanches, Cree dell’Alberta e Creek dell’Alabama, per non dire dei Mohawk e degli Oijbwa che, discriminati nelle loro riserve , si arruolarono per combattere in Europa contro il nazismo, nell’illusione di ottenere la libertà negata dai bianchi.

Non a caso la fatica di Incerti viene presentata come “una storia vera di guerra, pace e diritti umani e ambientali mai raccontata prima“.

Centinaia di volontari pellerossa dunque “si batterono per diritti e libertà di cui neanche loro godevano al tempo”.

Tra loro, partirono per l’Europa per partecipare al D-Day in Normandia, anche due fratelli mezzosangue, i fratelli Jack e James Rossetti, figli di un cercatore d’oro di Palermo e una indigena della tribù dei Nak’azdli nella British Columbia. Una storia incredibile scoperta dall’autore, che è entrato in contatto con i figli di Jack Rossetti che vivono in quella piccola tribù di sole 1.500 anime.

LA STORIA

“Sbarcati in Sicilia il 10 luglio 1943, battaglia dopo battaglia, da Agira a Salerno, da Ortona ad Anzio, dal fronte della Valle dei Liri e Cassino, la Liberazione di Roma, fino allo sfondamento della Linea Gotica orientale in Romagna, centinaia di pellerossa cree, mohawk, ojibwa, ‘piedi neri’, pawnee, creek, cherokee solo per citare alcune tribù – sottolinea l’autore – contribuirono a liberare l’Italia dal fascismo.

Eroi dimenticati per settantacinque lunghi anni, oltre cinquanta di loro sacrificarono la vita sul suolo italiano e sono sepolti nei cimiteri di guerra britannici e americani di Agira (Catania), Ortona (Chieti), Cassino (Frosinone), Roma, Nettuno, Gradana (Pesaro), Ancona, Coriano (Rimini), Cesena, Ravenna, Villanova di Bagnocavallo (Ravenna).

Beaudry e Vickers in azione

Coloro che ritornarono dal fronte, diventati capo tribù, artista o attore in film e telefilm continuarono a lottare per conquistare quei diritti civili che avevano già donato agli italiani e gli europei, come il cree dello Saskatchewan Henry Beaudry che, sbarcato in Sicilia il 10 luglio 1943, fu catturato a Villa Prati di Bagnocavallo nel dicembre 1944 e poi riuscì fuggire dal lager tedesco di Moosburg dandosi alla macchia nei boschi e riuscendo a sopravvivere nella neve per due mesi; l’ojibwa dell’Ontario Wilmer Nadjiwon, o il pawnee dell’Oklahoma Brummet Echohawk che tratteggiò le sue azioni e quelle dei suoi commilitoni in Italia con la 45a Divisione USA in decine di bellissimi disegni a matita (quattro sono riprodotti nel libro).

Nel libro viene ricordato anche un episodio poco conosciuto della nostra storiografia: l’intervento delle truppe canadesi nei borghi di Pofi (Frosinone) da poco liberate dai nazifascisti da parte del Perth Regiment e del Westminster Regiment,  per fermare le indicibili violenze dei gourmier contro le donne, le cosiddette ‘marocchinate’.

Fu così che i nativi canadesi conquistarono solo nel 1962 il pieno diritto di voto incondizionato alle elezioni federali, e qualche anno più tardi riuscirono a mettere fine all’esperienza traumatica e razzista delle ‘scuole residenziali’ confessionali dove migliaia di piccoli indigeni (inclusi i veterani della campagna d’Italia come Wilmer Nadjiwon che venne violentato da bambino, o Henry Beaudry e Len Bailey che subirono pesanti violenze) venivano rinchiusi, subendo anche violenze sessuali indicibili come capitato all’allora giovanissimo ojibwa Wilmer Nadjiwon. Negli ultimi anni sono stati prima Papa Benedetto XVI e poi Papa Francesco a chiedere scusa a nome della Chiesa Cattolica per gli abusi e violenze perpetrate nelle ‘scuole residenziali‘.

Episodi anche questi narrati nel libro, che ripercorre anche il percorso di diversi veterani come Henry Beaudry (che nel luglio 1944 incontrò i Papa Pio XII, in una udienza per i soldati canadesi anglofoni che hanno sempre fatto convivere il loro credo ancestrale nel ‘Grande Spirito’ con il cristianesimo, tanto che lo stesso Beaudry nel novembre 1944 una volta liberata Ravenna staccò un piccolo crocifisso dal muro di una chiesa per poi metterselo al collo.

VETERANI IN DIFESA DELL’AMBIENTE 

Quei pellerossa che avevano combattuto in Italia, dopo il secondo conflitto mondiale continuarono le loro battaglie in modo pacifico, difendendo anche la loro terra sacra dagli scempi ambientali. Come fece nel 2010 il capo Nadjiwon, ultraottantenne, che ‘schierò’ in una pacifica battaglia ambientalista ojibwa, mohawk e i fratelli americani Sioux e Cheyenne, per impedire la costruzione della più grande discarica del Canada, ‘Dump 41’ in Ontario, che minacciava una delle falde acquifere considerate tra le più pure della Terra.

Big Bear

Il libro di Matteo Incerti restituisce il giusto posto nella guerra italiana a eroi dimenticati che conquistarono medaglie su medaglie, e vennero decorati da generali del calibro di Montgomery come capitò a Huron Eldon Brant, mohawk della riserva della Baia di Quinto nell’Ontario. Brant da solo il 14 luglio 1943 assaltò una postazione tedesca a Grammichele (Catania) uccidendo e facendo prigionieri trenta nemici. Poi trovò la morte il 14 ottobre 1944 nella battaglia del borgo di Bulgaria, alle porte di Gambettola  e oggi riposa nel cimitero delle forze del Commonwealth di CesenaA lui è dedicata la copertina del libro.

Altri come il creek Ernest ‘Aquila Rossa’ Childers, della 45a Divisione degli Stati Uniti fu il primo indigeno a conquistare la Medal of Honor del Congresso per una azione compiute a Oliveto Citro (Salerno) nel settembre del 1943. Altri ancora vennero decorati a Westminster nel gennaio 1945 da Re Giorgio, come l’ojibwa delle ‘teste rotte’ Tommy Prince che liberò Roma con le forze speciali e diede filo da torcere ai nazifascisti in una spericolata azione nelle campagna di Latina, o dal presidente degli Stati Uniti Theodor Roosvelt in persona che appuntò al collo del cherokee Jack Montgomery una Medal of Honor conquistata nei giorni dello sbarco di Anzio.

Altre storie narrate sono quelle di Tommy Prince, ojibwa delle ‘teste rotte’ del Manitoba, decorato da Re Giorgio per la Military Medal conquistata nelle paludi pontine nei pressi di Latina (allora Littoria) che fu uno dei soldati canadesi membri della First Special Service Force statunitense-canadese, che il 4 giugno 1944, durante la Liberazione di Roma ebbero il compito di occupare e mettere in sicurezza sette ponti sul Tevere compresi tra Ponte Milvio e Ponte Umberto I.

STORIE D’AMORE E FIGLI DI GUERRA PELLEROSSA

Il libro narra anche diverse storie d’amore e di “figli di guerra” pellerossa. Come quella incredibile a lieto fine del cecchino meticcio Len Bailey, military medal a Pofi (Frosinone) che ebbe una figlia in una notte d’amore alla fine del conflitto e quella di Orville Johnston, oijbwa di Cape Croker, Ontario che combatté in Sicilia, ad Ortona dove venne leggermente ferito e poi in Romagna ed ebbe un figlio in Italia. Un figlio che lo cercò invano tutta la vita, ma il padre povero e in preda all’alcol negli anni Settanta si negò, come ricordano le figlie. E forse questo libro potrà servire a ritrovarlo.

RICERCHE DI DUE ANNI

Una storia vera, frutto di due anni di ricerche da parte di Incerti tra archivi militari canadesi, statunitensi e testimonianze dirette raccolte nelle varie tribù indigene del Canada e degli Stati Uniti dove i figli di quei veterani (l’ultimo Wilmer Nadjiwon è morto a 96 anni nel 2018) hanno aperto il cuore delle loro memorie e messo a disposizione lettere inviate dal fronte dal 1943 al 1945.

Il libro riporta anche tutti i luoghi di sepoltura dei 57 pellerossa arruolati nell’esercito canadese (51) e statunitense (6) di cui l’autore narra le gesta e anche le biografie di oltre un centinaio di loro che ritornarono a casa dal fronte della seconda guerra mondiale.

INCERTI BATTEZZATO ‘AQUILA SVETTANTE’

Da non trascurare ilfatto che diverse tribù indigene del Canada hanno deciso di rendere omaggio all’autore per il lavoro svolto per ricordare per la prima volta le gesta in Italia dei loro padri e nonni. Così gli Ojibwa di Cape Croker hanno invitato l’autore nella loro tribù e gli hanno dedicato un intero numero della rivista storica bismestrale della comunità.

Invece la tribù dei cree delle pianure della Prima Nazione Mosquito Grizly Bear Head lean man’ , su proposta del figlio del veterano Henry Beaudry, della capo tribù Tania Aguilar Anti-Man e consultata la senatrice delle prime Nazioni e guardiana della conoscenza Jenny Spyglass, havoluto battezzare Matteo Incerti con il nome spirituale: “Pa pa mi sut ki hiw – Soaring Eagle”. In italiano: Aquila Svettante. Non appena l’emergenza Covid cesserà, loscrittore reggiano si recherà in Canadanello Saskatchewan er ricevere il ‘battesimo’ indigeno secondo i riti tradizionali, dove la saggia senatrice delle Prime Nazioni Jenny Spyglass, gli renderà noto il significato del nome scelto per lui.

FOTO : Il cree Henry Beaudry, durante la seconda guerra mondiale con il Saskatoon Light Infantry e poi negli anni ’90 come attore nella serie tv “Big Bear”.

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5 risposte a L’epopea dei pellerossa che liberarono l’ Italia
Nel nuovo libro di Matteo Incerti
una grande storia mai scritta prima

  1. carlo baldi Rispondi

    20/06/2020 alle 15:58

    Ricerca splendida. Bravissimo Matteo Incerti e complimenti. Bravo direttore a lasciare ampio spazio per evidenziare questo libro-documento, che non mi perderò.

    • Matteo Incerti Rispondi

      23/06/2020 alle 17:26

      grazie di cuore Carlo.

    • Matteo Incerti Rispondi

      23/06/2020 alle 17:27

      Grazie di cuore Carlo. Anzi Hiy Hiy (in cree)

  2. G.G. Rispondi

    23/06/2020 alle 09:38

    ECCEZIONALE.Grazie!
    Bravissimo Matteo ;).

    • Matteo Incerti Rispondi

      23/06/2020 alle 17:26

      grazie di cuore. anzi miigewetch in ojibwa.

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