I misteri della strage/ Il cadavere scomparso di Maria Fresu
e lo scalpo della sconosciuta
PARLA LA CRIMINOLOGA IMMA GIULIANI
Esposto, la Procura di Bologna investita del caso

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DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI*

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

1/6/2020 – Il prefetto Silvana Riccio, Commissario straordinario per le persone scomparse del ministero dell’Interno, ha trasmesso per competenza ai magistrati di Bologna la richiesta avanzata dalla criminologa Immacolata Giuliani di ulteriori accertamenti genetico-forensi sul misterioso lembo di volto umano ritrovato nella bara di Maria Fresu, la giovane mamma presente alla stazione di Bologna la mattina della strage, poi letteralmente svanita nel nulla. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Quello scalpo, infatti, attribuito all’epoca alla vittima, è di un’altra donna. Anche lei, scomparsa.

Sul controverso caso di Maria Fresu, la giovane donna di 24 anni originaria di Nughedu San Nicolò (provincia di Sassari), ma residente in Toscana con tutta la sua famiglia a Montespertoli, in provincia di Firenze, abbiamo intervistato la criminologa Immacolata Giuliani.

Immacolata Giuliani

Esperta in persone scomparse, la dottoressa Giuliani è coordinatrice del tavolo tecnico prevenzione e contrasto del fenomeno delle persone scomparse del Commissario straordinario per le persone scomparse del ministero dell’Interno.

Inoltre, è consulente scientifico della trasmissione de I fatti Vostri Rai Due, consulente di parte di Bernardo Provenzano nel processo “trattativa Stato Mafia”, consulente di parte di Raffaele Sollecito nel processo sul delitto di Meredith Kercher e in altri casi di rilevanza nazionale.

MARIA FRESU, SCOMPARSA NEL NULLA: TRA LE MACERIE SOLO LA SUA CARTA D’IDENTITA’

Di origini sarde, nata il 6 febbraio 1956, ragazza madre di Angela, una bimba di tre anni, Maria Fresu la mattina del 2 agosto 1980 era con la figlioletta nella sala d’aspetto di seconda classe alla stazione di Bologna in compagnia di due amiche, Verdiana Bivona e Silvana Ancillotti. Erano tutte e quattro in attesa del loro treno per andare in vacanza a Rovereto in Trentino.

La piccola Angela e l’amica Bivona resteranno uccise dall’esplosione (la piccola riportò la frattura del rachide cervicale, mentre Verdiana morì per traumatismo cranio-facciale-cervicale-torace-addominale), la Ancillotti, invece, riuscirà a sopravvivere anche se gravemente ferita. Maria Fresu, viceversa, scomparve nel nulla, lasciando fra le macerie soltanto la sua carta d’identità n° 38761582 rilasciata dal Comune di Montespertoli, qualche indumento e un suo bagaglio. Insieme al corpo sparì anche la sua borsetta.

I PRIMI DUBBI NEL LIBRO DI CUTONILLI E PRIORE

I primi a sollevare dubbi sulla sorte di Maria Fresu sono stati Valerio Cutonilli e Rosario Priore nel loro saggio I segreti di Bologna (Chiarelettere, Milano luglio 2016). In uno dei paragrafi finali del libro, intitolato “Il mistero del cadavere scomparso” si legge: «I familiari, già sconvolti dalla morte della bimba, sperano che Maria sia ancora viva e vaghi da qualche parte in stato di shock. Parte allora un appello disperato. La fotografia della scomparsa viene pubblicata dai giornali, ma nessuno sarà in grado di dare indicazioni utili».

Per sistemare le cose e soprattutto per far quadrare i conti delle vittime, nel dicembre del 1980 – su delega del sostituto procuratore Riccardo Rossi, del 22 agosto 1980 – il perito nominato dalla Procura di Bologna, prof. Giuseppe Pappalardo risolveva il giallo della sparizione della Fresu, attribuendo alla donna scomparsa quel lembo di volto umano ritrovato fra i binari della stazione nella giornata del 2 agosto (trasportato in un primo momento all’Ospedale Malpighi e poi – la mattina presto del 3 agosto – trasferito all’Istituto di Medicina Legale che ne aveva fatto richiesta), nonostante i gruppi sanguigni della Fresu e di quel resto umano fossero diversi.

«L’esame del profilo immuno-ematologico – scrivono Cutonilli e Priore – darà risultati sorprendenti: il lembo facciale apparteneva a una donna di gruppo sanguigno A. Il perito, tuttavia, ritiene che il dato non escluda affatto l’appartenenza del frammento alla vittima il cui gruppo sanguigno era, appunto, 0. Spiega, infatti, che il fenomeno non rarissimo della “secrezione paradossa” è causa di errore nelle determinazioni del gruppo sanguigno».

La macabra maschera facciale, quindi, era di Maria Fresu. Il caso venne chiuso in questo modo. Ma la brillante intuizione dei due autori de I segreti di Bologna ha trovato conferma durante il processo celebrato lo scorso anno davanti alla Corte di Assise di Bologna nei confronti dell’ex Nar Gilberto Cavallini.

Nel corso dell’udienza del 22 maggio 2019, il presidente della Corte, Michele Leoni, conferiva l’incarico alla biologa genetico-forense Elena Pilli al fine di identificare il Dna dei resti umani ritrovati durante la riesumazione della salma di Maria Fresu. A mettere la parola fine alla storia della “secrezione paradossa” ci ha pensato la perizia della dottoressa Pilli, la quale ha chiarito che il Dna di quel resto di volto umano trovato nella bara di Maria Fresu non è della Fresu.

In un colpo solo, tutti intuirono che all’appello mancano due cadaveri: quello della Fresu e quello della donna a cui appartiene quello scalpo trovato nella bara della vittima.

Maria Fresu con la figlioletta

In questa intervista la criminologa Immacolata Giuliani annuncia che il Commissario straordinario per le persone scomparse, prefetto Silvana Riccio, dichiarandosi incompetente sul caso specifico ha investito la Procura di Bologna del caso Maria Fresu; passa in rassegna tutte le ipotesi sulla scomparsa della giovane madre (anche la più fantasiosa: quella della fuga volontaria e del cambio d’identità); e insiste sulla necessità di procedere agli accertamenti sul Dna dei familiari di sette vittime di sesso femminile della strage, ritenute dai periti della Corte d’Assise di Bologna in qualche modo compatibili con i resti umani sepolti nella tomba di Montespertoli.

PARLA LA CRIMINOLOGA: L’ANALISI DI TUTTE LE IPOTESI IN CAMPO

Dottoressa Giuliani, ha qualche novità sulla sua istanza al Commissario straordinario per le persone scomparse, prefetto Silvana Riccio, relativa alla scomparsa di Maria Fresu?

«Il 27 maggio 2020 ho ricevuto la risposta dal prefetto Silvana Riccio, alla mia richiesta di accertamenti genetico-forensi sullo scalpo n° 1 (si tratta di parte di quel volto umano, una sorta di macabra maschera facciale, ritrovata il 2 agosto 1980 sotto un vagone del treno Adria-Express Ancona-Basilea, fermo sul binario 1, ndr) e sul riconoscimento di persona scomparsa a Maria Fresu. Il Commissario Straordinario per le persone scomparse del ministero dell’Interno ha trasmesso, per competenza, la mia richiesta alla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Bologna. Il chiarimento è arrivato in maniera informale, riassumo: al Commissario non è attribuita alcuna competenza in merito all’identificazione dei resti umani nella strage di Bologna, avvenuta peraltro molti anni prima l’istituzione dell’Ufficio del Commissario. Quindi presumo sia stato aperto un fascicolo con relative indagini presso la Procura di Bologna».

Lei ha studiato a fondo il caso Fresu. Secondo lei, che fine ha fatto questa giovane mamma presente nella sala d’aspetto della Stazione Centrale di Bologna la mattina del 2 agosto 1980 insieme alla figlia, Angela e a due amiche? Fra le tante ipotesi che si possono fare, quali – fra queste che le indichiamo qui di seguito – potrebbe essere la più verosimile rispetto alla scomparsa della donna?

  • La Fresu è stata disintegrata totalmente dall’ordigno.

«L’ipotesi è stata totalmente scartata dalle conclusioni della perizia esplosivistica dei consulenti tecnici Danilo Coppe e Adolfo Gregori, disposta il 10 luglio 2019 dal presidente della Corte di Assise di Bologna, Michele Leoni, nell’ambito del processo contro Gilberto Cavallini».

  • La donna ha fatto perdere le proprie tracce poco prima dell’esplosione.

«Questa ipotesi potrebbe anche essere plausibile, ma poco probabile tenendo conto della presenza della figlia di Maria, la piccola Angela, e del resoconto dell’amica Silvana Ancillotti che pur sensibile ad un momentaneo stato post traumatico, non ricorda un evento così rilevante. E poi perché avrebbe fatto una cosa del genere? Solo la penna di un fantasioso romanziere potrebbe dare vita ad uno scenario del genere mancando, tra l’altro, di rispetto alla memoria della signora Fresu e della piccola Angela, sacrificando, così, scienza e coscienza».

  • Si è allontanata in stato confusionale dopo lo scoppio della bomba.

«Quando si è esposti a un’esperienza traumatica si attiva una risposta fisiologica inconsapevole che è un sistema di difesa arcaico, finalizzato a proteggerci dalle minacce che si attiva in maniera inconsapevole. L’attivazione di questa difesa può perdurare anche dopo l’evento traumatico che l’ha causato trasformandosi da risposta antropologicamente adattiva in disadattiva impedendo le normali funzioni superiori della coscienza, andando a rendere deficitaria la memoria e causando amnesia dissociativa. L’amnesia dissociativa in neuropsicologia è chiamata anche amnesia psicogena o amnesia funzionale; è la perdita della memoria causata da traumi o stress che va ad inficiare la funzione di recupero delle informazioni personali della memoria a lungo termine che compongono la coscienza e la memoria autobiografica. La perdita della memoria, quindi, può non essere solo relativa all’evento traumatico che l’ha causata, ma può riguardare una debilitazione più duratura nel tempo con perdita dell’identità. In questo caso si parla di fuga dissociativa che può interessare anche un arco temporale di decine di anni. In alcuni casi la persona affetta da questa diagnosi può crearsi una nuova identità con una nuova famiglia e un nuovo lavoro. Questo tipo di disturbo è raro e la sua insorgenza è improvvisa. La fuga dissociativa è stata riscontrata frequentemente nei reduci di guerra, nelle persone che hanno subito aggressioni sessuali e in quelle che hanno vissuto stress o conflitti estremi. Per quanto riguarda Maria Fresu: nessuno, allo stato attuale, stando alle notizie a noi pervenute, può eliminare questa ipotesi, motivandola con riscontri oggettivi. Però questo tipo di ipotesi è assolutamente improbabile in Italia: il sistema sanitario tende ad essere presente sul territorio lì dove appare questo tipo di disagio. Le persone in stato confusionale vengono accolte dalle strutture, curate e identificate. Immaginiamo l’attenzione che Bologna attira dal 2 agosto 1980 e la moltitudine di operatori che si sono avvicendati sul luogo soprattutto dopo la strage».

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980
  • Il suo cadavere è stato rimosso dalla scena del crimine e poi fatto sparire.

«L’attendibilità, rispetto a questa ipotesi, è supportata da motivazioni che andrebbero a chiamare in causa responsabilità incidenti sulla causa della strage. In questo caso, la sparizione del corpo della signora Fresu diviene una variabile necessaria all’analisi della motivazione della strage e dei responsabili. Ma sarebbe comunque una variabile monca se non la si considera dipendente da un’altra variabile presente sulla scena del crimine: lo scalpo n° 1 che, per 39 anni, è stato attribuito a Maria Fresu. Anche il corpo della donna a cui manca quel lembo facciale è scomparso. Non si parla di buon senso, ma di scienza: non posso trarre delle conclusioni da un problema se non considero tutti i dati che costituiscono il problema. La stazione di Bologna è stato lo scenario di dinamiche fisiche, chimiche che si sono influenzate e hanno modificato il loro percorso, traiettoria, moto in base ad altre dinamiche. Se tre variabili presenti su quella scena del crimine (assenza del corpo di Maria Fresu, presenza di uno scalpo di donna e assenza del corpo della donna dello scalpo) non vengono analizzate, analizzate male o parzialmente analizzate, modifico la bontà della soluzione del problema che, in questo caso è: motivazione, responsabili e modus operandi della strage. La validità della quarta ipotesi è dimostrata solo se si risolvono i quesiti sopra esposti».

  • I brandelli del suo corpo sono stati erroneamente collocati nelle bare di altre vittime.

«Quest’ultimo scenario sarebbe possibile nell’attuazione soltanto se riesco ad accettare l’idea che il collegio dei medici legali incaricati dalla Procura di Bologna di ispezionare i corpi, gli assistenti dei laboratori di medicina legale, abbiano distribuito pezzi umani nelle 84 bare, disattendendo a qualsiasi senso umano, civile e professionale. Questa è un’ipotesi improbabile anche valutando una reazione scomposta dovuta all’emergenza del caso. I medici legali lavorano sempre nell’emergenza e con corpi senza vita applicando dei protocolli assolutamente inviolabili».

Perché, dottoressa Giuliani, quello della Fresu rappresenta un caso eccezionale, diciamo unico nel suo genere, rispetto ad altre persone scomparse?

«Perché dopo il risultato della perizia genetico-forense della dottoressa Elena Pilli del Dipartimento di Biologia Evoluzionistica dell’Università di Firenze la quale identifica quello scalpo non appartenente a Maria Fresu nessuno più l’ha cercata, ma ci si è accontentati di un’assurda ipotesi alla sua scomparsa: il suo corpo distribuito in 84 bare. Comprendo il dolore dei parenti, un dolore senza fine, senza ristoro. Però mi chiedo perché non dare seguito agli accertamenti».

Come si spiega che – all’epoca, almeno dal 4 agosto, giorno in cui venne identificata dai famigliari fra le vittime la figlioletta di Maria, Angela – gli inquirenti non misero in moto le attività di ricerca per ritrovare questa donna?

«Le risposte a questa domanda subiscono il peso del tempo. Ma i dubbi e le incertezze allo stato attuale rendono il caso Fresu degno di accertamenti. Un fatto è certo: Maria Fresu è scomparsa la mattina di sabato 2 agosto e non è stata mai più ritrovata. L’attribuzione di quel lembo di volto alla Fresu è apparso da subito forzato se pensiamo che anche il gruppo sanguigno non era compatibile con quello della signora Fresu».

Come è nata la sua passione per questo caso di sparizione?

«Mi occupo da anni di persone scomparse e, questo caso, è unico nel suo genere. Si tratta di due donne: Maria Fresu scomparsa e la donna dello scalpo non ancora identificata e il cui corpo non è stato mai ritrovato. Su entrambe è calato il silenzio. Non mi sembra giusto che queste due persone non debbano avere giustizia».

Può spiegarci quali sono i filoni di ricerca che sta portando avanti e soprattutto attraverso quali tecniche scientifiche?

«Le tecniche scientifiche che è possibile utilizzare per gli accertamenti di questo caso sono quelle della genetica forense: fare una comparazione tra il Dna dello scalpo e il profilo genetico forense dei parenti delle sette donne vittime della strage segnalate dai periti esplosivistici come morfologicamente compatibili con lo scalpo.

L’operazione della repertazione del Dna dei parenti delle sette vittime è facile e per nulla intrusivo e consiste nel prelevare della saliva con un tampone. Se la comparazione risulterà negativa in tutti i sette casi ci troveremo davanti all’86ª vittima della strage. E in quel caso si potrebbero avviare le indagini di identificazione di quello scalpo analizzando tutte le denunce di scomparsa prima del 1980».

Ha capito, stando alle varie testimonianze e ricostruzioni, dove fosse esattamente la Fresu al momento dell’esplosione? Pensa che la donna si sia allontanata rispetto al punto dove sarebbe stata insieme alla sua bambina e alle due amiche Silvana Ancillotti (sopravvissuta) e Verdiana Bivona (deceduta)?

«Il discorso è molto complesso ed è uno dei capitoli principali del libro che ho sentito di scrivere per dare il mio modesto contributo a questa assurda vicenda. Non credo che Maria Fresu si sia allontanata dal punto dove era sua figlia, così come dichiarato da Silvana Ancillotti».

La criminologa Imma Giuliani

Per concludere, ricapitolando: escludendo tutte le varie ipotesi più o meno inverosimili o addirittura infondate, Maria Fresu morì o a causa dell’esplosione e/o per il crollo di quel segmento della stazione di Bologna. E partendo dalle cause che provocarono la morte della piccola Angela e della loro amica Verdiana Bivona e che provocarono le gravi ferite riportate da Silvana Ancillotti, possiamo dunque escludere che la Fresu sia stata totalmente disintegrata dalla fiammata e dall’onda d’urto e che quindi avrebbe fatto più o meno la stessa tragica fine della figlia e dell’amica, giusto? Ma se diamo per scontato il fatto che sono scomparsi i corpi della Fresu e della donna a cui apparteneva il cosiddetto scalpo 1, chi può escludere – oggi – che manchino all’appello anche altri cadaveri? Il numero delle vittime non è più un dato certo. Lei ritiene di escludere questa ultima ipotesi?

«Esatto. Maria Fresu è deceduta a seguito dell’esplosione dell’ordigno alla Stazione di Bologna. Niente e nessuno ha prove per affermare il contrario se non con ricostruzioni cosmocomiche (per citare Italo Calvino). Dobbiamo stare sui fatti e i fatti ci dicono che Maria Fresu, giovane mamma di 24 anni con la sua bambina di appena tre anni e due sue amiche erano nella sala d’attesa della seconda classe della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 alle 10,25. Se si fosse salvata dall’esplosione l’avrebbero ritrovata anche in stato confusionale. Anche se si fosse avvicinata avvicinata alla fonte dell’esplosione, ma lo escludo, laperizia esplosivistica, la presenza di altri corpi quasi integrie le lesioni riportate dai feriti confermano che è impossibile la completa disintegrazione ».

Disintegrazione fino al punto da rendere polvere impercettibile un corpo?

Impossibile. Il depezzamento e la tumulazione delle varie parti in più bare è uno scenario difficile da immaginare. Ipotizzare un depezzamento tale da compromettere l’identificazione di qualsiasi parte del corpo tanto da essere confusa e inserita nella bara di un altro corpo lo trovo improbabile. Escluderei la presenza di altre vittime non identificate per una semplice ragione: non ci sono prove della loro presenza. C’è un principio scientifico che è alla base dell’analisi criminalistica e criminologica: il principio di Locard (Edmond Locard, criminologo francese, scomparso il 4 maggio 1966, ndr), che sostiene che il responsabile di un reato lascia sempre qualcosa di sé sulla scena del crimine: vi invito ad allargare il principio alla presenza di persone a prescindere dal loro ruolo nella dinamica dell’accaduto. Questo principio è una piccola appendice di uno più complesso, al quale faccio costantemente riferimento nelle mie analisi ed è il principio di Paul Dirac (fisico britannico, premio Nobel nel 1933, scomparso il 20 ottobre del 1984, ndr) che nel 1928 formulò la sua equazione del quantum entanglement, ossia del groviglio quantistico: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma diventano un unico sistema”. Questo per affermare scientificamente che se ci fossero state altre vittime nella strage di Bologna avremmo ritrovato qualcosa del loro passaggio, sia prima che dopo l’esplosione. Un documento, un brandello di tessuto, parti del corpo o semplicemente una testimonianza o una segnalazione di scomparsa. Di Maria Fresu abbiamo la memoria dei suoi cari e della sua amica sopravvissuta. Della donna non identificata abbiamo parte del suo volto».

Bologna, le macerie nel primo binario della stazione

I RESTI UMANI DELLA STRAGE MAI ANALIZZATI, MAI ATTRIBUITI E SMALTITI COME RIFIUTI OSPEDALIERI

In verità, fra le macerie della stazione di Bologna venne rinvenuta una quantità di resti umani che poi vennero raccolti in un sacco e contrassegnato dal n° 56, repertati nella zona di scoppioe costituiti precisamente da:

  • 1 piede destro
  • 1 piede sinistro
  • 1 frammento di cuoio capelluto
  • 1 clavicola sinistra
  • 1 piede destro
  • parte di ginocchio
  • 1 brandello di sostanza muscolare e ossea riferibile ad una gamba
  • 1 pezzo di sostanza cerebrale
  • 1 pezzo di piede sinistro
  • 1 frammento di cuoio capelluto con capelli neri lunghi.

A questi vennero aggiunte, perché ritrovate rovistando tra le macerie trasferite al campo dei Prati di Caprara, oggetti (tra cui due borsette, non della Fresu, trasferiti al nucleo di polizia giudiziaria) e altre parti corporee, fra cui:

  • 1 pezzo osseo e di capillizio
  • Una mano destra incompleta, rappresentata dalle ultime tre dita, esili, con unghie allungate, con tracce come di lacca chiara, che poi sarà tumulata insieme con lo scalpo nella bara di Maria Fresu.

Questi resti umani (tranne l’ultimo, la parte di mano destra femminile) non vennero mai analizzati, non vennero attribuiti a nessun ferito o vittima dell’attentato, non vennero tumulati e, alla fine, quel macabro sacco venne smaltito come un rifiuto ospedaliero speciale. Ma questo è un altro capitolo della storia…

UN PASSO INDIETRO, PER COMPRENDERE MEGLIO

Facciamo un passo indietro e torniamo al 2 agosto 1980 e ai giorni immediatamente successivi all’attentato per rimettere al posto giusto i tasselli del mosaico sulla scomparsa di Maria Fresu e sul ritrovamento di quel brandello di volto femminile. Intanto va detto che quel «reperto anatomico costituito da parte di volto umano» fu ritrovato la sera di sabato 2 agosto, sotto una carrozza del treno Adria-Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul binario 1 proveniente da Rimini. Era quasi sicuramente il treno sul quale il turista tedesco Harald Polzer inizia a girare il suo filmino amatoriale su pellicola Super 8 a colori nel quale compare in una serie di fotogrammi quel giovane uomo con baffi e maglietta celeste somigliante all’allora latitante reggiano Paolo Bellini. La mattina del 3 agosto, alle ore 8,30, il sostituto procuratore Luigi Persico autorizzava il trasporto del reperto («resti di testa umana appartenente a cadavere si sesso femminile») dall’Ospedale Malpighi all’Istituto di Medicina Legale che ne aveva fatto richiesta.

Quei resti di volto verranno poi “ritrovati” dal professor Giuseppe Pappalardo intorno a Ferragosto di quell’anno all’Istituto di Medicina Legale di Bologna dove verranno poi esaminati e attribuiti sbrigativamente a Maria Fresu, anche se già all’epoca i gruppi sanguigni risultarono diversi. Il giallo della scomparsa della giovane mamma di Angela Fresu, infatti, venne chiuso dal dott. Pappalardo con la sua controversa perizia senza data, nel novembre del 1980.

Quella perizia sarà, infine, clamorosamente smentita il 21 ottobre dello scorso anno dai risultati dei nuovi esami di laboratorio effettuati sui resti umani ritrovati nella tomba di Maria Fresu dalla biologa genetico-forense Elena Pilli del Dipartimento di Biologia Evoluzionistica dell’Università di Firenze, su incarico della Corte d’Assise di Bologna nell’ambito del processo a carico di Gilberto Cavallini.

Maria Fresu

I primi sospetti sulla sparizione di una delle vittime filtrano il 4 agosto, 48 ore dopo la strage. Quel giorno, infatti, viene reso noto che fra coloro che hanno perso la vita c’è una bambina di tre anni, Angela, figlia di una giovane donna di nome Maria Fresu. L’allarme scatta proprio quando i soccorritori ritrovano il corpo esanime della bambina, ma non quello della madre. Due giorni dopo, il 6 agosto 1980 (giorno dei funerali di gran parte delle vittime), la notizia diventa ufficiale. La Procura della Repubblica di Bologna ha un serio problema.

Un comunicato dell’Ansa fa scoppiare il giallo: «Alla Polizia Ferroviaria nessuno si è presentato per riferire su volti di giovani in fuga – ha testualmente detto un funzionario – E tanto meno per disegnare identikit. Sull’ipotesi che lo scoppio sia avvenuto accidentalmente e contro la stessa volontà dell’attentatore, o semplice “portaborse”, lo stesso funzionario ha espresso seri dubbi. Il discorso, fatto sul piano del semplice scambio di opinioni, è interrotto dall’arrivo di due giovani di Montespertoli di Empoli, in provincia di Firenze.

Sul volto hanno i segni della rassegnazione, ma ancora una sottile traccia di speranza li porta a continuare la peregrinazione. Risultano fra le vittime la piccola Angela Fresu, di tre anni, e Verdiana Bivona, di 22 anni. All’Ospedale Maggiore è Silvana Ancillotti, di 22 anni, ricoverata in prognosi riservata. Dello stesso gruppo faceva parte Maria Fresu, di 24 anni, madre della piccola Angela, la quale appunto i due parenti non riescono a trovare. “Sono passati ormai quattro giorni dall’esplosione – dicono – e non riusciamo a trovarla”. Viene loro assicurato tra le vittime, tutte identificate, tranne quattro di sesso maschile, la donna non c’è anche se restano dubbi poi sfumati su alcuni resti e parte di un volto. Ma negli ospedali loro non riescono a trovarla». E

ra la prima volta che veniva fatto pubblicamente un collegamento diretto tra la scomparsa di Maria Fresu e quel brandello di volto umano. Quello scalpo servì per tenere il caso della giovane madre della piccola Angela sotto controllo e per evitare di avviare un’inchiesta formale sulla sua scomparsa.

Da quel lancio d’agenzia sono trascorsi 40 anni: quaranta anni di insabbiamenti e depistaggi nei quali i resti del viso di una sconosciuta occupano la tomba di Montespertoli. Chi è questa misteriosa donna?

E dov’è finita Maria Fresu?

*GLI AUTORI

Gian Paolo Pelizzaro

Gian Paolo Pelizzaro, nato a Roma nel 1964, giornalista investigativo, ricercatore e saggista, esperto di terrorismo internazionale e intelligence.

È stato consulente delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (XIII legislatura) e sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura).

Ha pubblicato i saggi:

Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia, Settimo Sigillo 1997;

I segreti di San Macuto, intervista con il senatore Vincenzo R. Manca, Bietti 2001;

Libano. Una polveriera nel Mediterraneo, Bietti Media, 2008.

Gabriele Paradisiingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Gabriele Paradisi

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
– una edizione estesa del Dossier Strage di Bolognaintegrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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