Una regia unica dal 1980 per coinvolgere Paolo Bellini
nelle indagini sulla strage di Bologna

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI *

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

20/5/2020 – Prosegue la nostra inchiesta su Paolo Bellini. Il 19 maggio la Procura Generale di Bologna ha chiesto il rinvio a giudizio delle quattro persone che il 10 febbraio erano state raggiunte dalla notifica della conclusione delle indagini preliminari nell’ambito del “filone mandanti” per la strage del 2 agosto 1980.

Fra di esse ovviamente vi è anche Paolo Bellini con l’accusa forse più grave, quella di esecutore materiale della strage. Di lui su Reggio Report ci siamo già occupati il 6 maggio, provando ad approfondire i tre elementi che hanno indotto l’avvocato generale Alberto Candi e i sostituti procuratori generali Umberto Palma e Nicola Proto, a riaprire le indagini su di lui dopo che il 28 maggio 2019 il gip Francesca Zavaglia aveva revocato il non luogo a procedere nei suoi confronti, datato 28 aprile 1992.

A seguito di questa importante novità risulta ancora più pertinente l’inchiesta che stiamo conducendo su Paolo Bellini. Una ricerca documentale per conoscere da vicino le vicende che lo hanno visto protagonista e per cercare di capire se esista e quale possa essere il nesso che lo mette in relazione all’attentato alla stazione di Bologna.

Come e perché il nome di Bellini entrò prepotentemente nelle indagini sul 2 agosto 1980?

Paolo Bellini, testimone al processo Aemilia (2016)

Riprendiamo il racconto dal punto in cui ci eravamo interrotti.

«Fanticini (Ezio, all’epoca cronista della Gazzetta di Reggio, ndr) mentre io parlavo scriveva su un foglio, quindi penso che abbia preso appunti». Inizia così il drammatico interrogatorio del poliziotto Rolando Balugani, maresciallo della Squadra Mobile di Reggio Emilia, davanti al sostituto procuratore di Reggio Emilia Giancarlo Tarquini e al dirigente dell’Ucigos, Raffaele Ponzetta.

È il 13 marzo 1982. Il verbale viene aperto alle ore 21,45. Sono passate soltanto 24 ore dall’uscita dell’articolo-bomba dal titolo “Bellini era a Bologna il giorno della strage”. Il direttore del quotidiano, Umberto Bonafini, avendo intuito quanto fossero scottanti le rivelazioni di quel poliziotto a Fanticini, decise di inventare la storia di una telefonata da parte di una fonte anonima per coprire il suo cronista e la sua fonte.

Come abbiamo raccontato nella scorsa puntata, Bonafini il 12 marzo 1982, lo stesso giorno della pubblicazione dell’articolo in prima pagina, al fine di evitare la prevedibile perquisizione della sua redazione da parte della magistratura, scrisse una lettera al sostituto procuratore della Repubblica di Reggio Emilia, Elio Bevilacqua, inventando la storia della telefonata anonima e allegato un breve dattiloscritto con la sintesi delle informazioni apprese dalla misteriosa fonte. In quell’appunto al dott. Bevilacqua, il nome del cronista Fanticini venne omesso. Il direttore della Gazzetta di Reggio si attribuì totalmente il (falso) colloquio telefonico con la misteriosa fonte anonima.

Il punto centrale di quell’articolo esplosivo era la presunta presenza a Bologna il giorno della strage del criminale Paolo Bellini, nato a Reggio Emilia il 22 giugno 1953, colpito da una sfilza di mandati di cattura per rapina, violazione di domicilio, detenzione e porto abusivo di armi e tentato omicidio di un romano trafficante di automobili, amante di una delle sue sorelle. Bellini gli sparò all’addome.

A 23 anni egli aveva già le carte in regola del perfetto natural born killer. Un personaggio noir degno di un film di Quentin Tarantino. «Il nominato in oggetto – scriveva il 16 dicembre 1976 Gaspare de Francisci, all’epoca questore di Reggio Emilia, poi direttore dell’Ucigos – cointeressato nella conduzione di un impianto alberghiero e sportivo di proprietà della madre (in via Ugo Foscolo 7 a Quattro Castella, località Mucciatella), ritenuto responsabile di atti di intimidazione anche di natura terroristica ai danni dei molti creditori dell’impresa nonché implicato in traffici illeciti, ha ultimamente ferito, in questa città, con quattro colpi di pistola, asseritamente per cagioni d’onore, il pregiudicato Relucenti Paolo, di anni 39. Dopo il fatto criminoso si è reso irreperibile, venendo colpito da ordine di cattura per tentato omicidio premeditato».

Paolo Bellini

Così Michele Bonini, 36 anni, di Reggio Emilia, di professione ristoratore, fratello della moglie di Bellini, spiegherà ai carabinieri la vicenda della latitanza del cognato.

Era il 14 marzo 1983: «Sono il fratello di Bonini Maurizia. Conosco Bellini Paolo fin da quando era ragazzino e girava intorno a mia sorella. Non l’ho più visto da quando, dopo aver procurato lesioni da arma da fuoco a tale Relucenti, un commerciante di auto che frequentava una delle sorelle, si diede alla latitanza».

Durante la latitanza prima in Brasile e poi in Italia (fece ritorno in madrepatria nel giugno del 1977, stabilendosi a Foligno) usava la falsa identità brasiliana di Roberto Da Silva, nato a Rio de Janeiro il 29 marzo 1953. Viaggiava con regolare passaporto brasiliano CA 379945.

Con questo e con altri documenti validi intestati a Roberto Da Silva, Bellini prima e dopo il 2 agosto 1980 (e fino al giorno del suo arresto insieme a un complice il 14 febbraio 1981 a Pontassieve, per furto e ricettazione di mobili rubati) seminò centinaia di tracce della sua ingombrante presenza in hotel, alberghi, società di noleggio auto, aeroclub, Camere di Commercio, armerie e commissariati di polizia.

Come un vero boss della mala, Bellini era un fanfarone, uno che ostentava, uno che non badava a spese, al quale piaceva spendere e trascorrere nottate in hotel con prostitute nonostante fosse sposato e padre di due figli (una femmina e un maschietto). Per alcuni era un buon cliente, per altri un guaio da cui stare il più lontano possibile.

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Torniamo all’interrogatorio del poliziotto della Mobile di Reggio Emilia che da tempo indagava su una banda di criminali della zona collegati al clan Bellini. Con due di loro, in particolare, Balugani aveva vecchi e forti motivi di rancore e risentimento: uno era il balordo Luciano Ugoletti e l’altro era Guido Bellini, fratello maggiore di Paolo.

Rolando Balugani,deceduto nell’aprile 2017

Domanda Tarquini: Perché ha rivelato queste notizie in suo possesso al cronista?

«Le cose che ho detto a mio avviso non erano assolutamente importanti e segrete, anche perché io non conosco assolutamente l’indagine in corso di cui non mi sto occupando».

Non si rese conto che il giornalista avrebbe pubblicato quella notizia e che quelle notizie si riferivano ad un arco di tempo particolarmente delicato con riguardo a Bologna luogo in cui il 2.8.1980 avvenne la nota strage?

«Davanti a me il giornalista scrisse poche parole. Forse ho sottovalutato la situazione».

Paolo Bellini

Il cronista Fanticini Ezio ha dichiarato che lei gli rivelò le notizie che poi furono scritte a macchina dal direttore della Gazzetta di Reggio. Secondo il testo che qui di seguito le viene riferito: «Paolo Bellini ha abitato per qualche tempo a Bologna durante la sua latitanza come Roberto Da Silva. Anche nell’agosto del 1980 risiedeva nella città felsinea presso un’affittacamere anziana, vedova di un appuntato di Pubblica Sicurezza, a duecento metri dalla Stazione Centrale. Con lui divideva la stanza Luciano Ugoletti, simpatizzante di destra, detenuto per 15 anni nel penitenziario di Porto Azzurro ed ex sorvegliato speciale di PS. Luciano Ugoletti si trova ora nella comunità di don Artoni che conosce da tempo […] Pare che a Bologna Bellini e Ugoletti continuassero la loro attività nel ramo dei furti di mobili. A Bologna Bellini frequentava un alto ufficiale dell’Esercito, lo andava a trovare in caserma con degli amici. Con l’Ugoletti che ha vari precedenti per reati comuni non politici gestisce la serra di don Artoni. In passato era anche evaso da San Tommaso. È nativo di Baiso». Come si può notare pertanto le notizie da lei fornite secondo il Fanticini sono molto più ampie di quelle da lei come sopra ammesse. Intende fornire spiegazioni?

«Parlammo per circa un’ora quindi dissi più cose, comunque escludo di avere detto che Bellini abitò a Bologna per qualche tempo come Roberto Da Silva e che vi abitò in particolare nell’agosto 1980 presso un’affittacamere vedova di un appuntato di PS a 200 metri dalla Stazione Centrale. Dissi invece che vi abitò l’Ugoletti Luciano parlando, è vero, di una affittacamere anziana, vedova di un appuntato dei Carabinieri e non di PS, vicino alla Stazione Centrale. Feci poi una supposizione, affermando che il Bellini poteva aver alloggiato nella stessa camera, anzi in quello stesso appartamento con l’Ugoletti».

Quindi secondo lei il giornalista ha capovolto il senso delle sue parole?

«Non lo so. Forse voleva farsi bello con il suo direttore, portando la notizia sensazionale».

Questa risposta di Balugani è la goccia che fa traboccare il vaso. La misura è colma. A questo punto, il sostituto Tarquini decide di procedere al confronto diretto tra il cronista e il polizotto. Qualcuno mente e quindi bisogna stanarlo.

«A questo punto viene introdotto Fanticini Ezio. L’ufficio riferisce a Fanticini le dichiarazioni rese dal maresciallo Balugani Rolando circa le notizie che egli ebbe a comunicargli l’11 corrente mese (marzo 1982) sul caso di Bellini Paolo. Fanticini Ezio dichiara»:

«Le cose che sono scritte nell’appunto battuto a macchina dal direttore del mio giornale sono quelle che io ho dichiarato al direttore del giornale e che io ho capito mi abbia detto il maresciallo Balugani. Comunque in redazione ho gli appunti di quanto mi dichiarò il maresciallo».

Giancarlo Tarquini

Detto fatto. Tarquini ordina ai funzionari dell’Ucigos Ponzetta e Bocchino l’immediata acquisizione dell’appunto di Fanticini. Il verbale viene riaperto alle ore 23,10 con le dichiarazioni del cronista:

«Consegno quattro fogli di forma rettangolare, recanti nella parte inferiore la scritta Gazzetta di Reggio quotidiano di informazione, da me poco fa prelevati nella sede della redazione del quotidiano unitamente al maresciallo Bocchino. Tali fogli contengono gli appunti che presi quando il maresciallo Balugani mi parlò del caso Bellini nel bar di fronte alla filiale della Cassa di Risparmio di Reggio Emilia l’11 corrente mese. Innanzi tutto chiarisco che la data 12.3.1982 che si legge su uno dei fogli è errata in quanto si trattava dell’11.3.1982. Il teste dichiara che la Giulietta menzionata nel foglio n° 1 è l’auto rubata in rapporto alla quale era in corso l’appostamento in previsione della rapina. Sullo stesso foglio si parla di un’auto targata CH, ma si trattava di un’auto di zingari che transitava. Seguono poi le parole: “Bellini a Bologna Luciano a Bologna”».

Il foglio contraddistinto dall’ufficio sul retro col n° 3 reca le parole: “Da una vecchietta simpatizzante destra – Ugoletti rubava – 200 metri dalla stazione – evasione da San Tommaso – nativo di Baiso – tutt’ora ospite di don Artoni e gestisce la serra.

«Naturalmente – prosegue a verbale Fanticini – negli appunti non riportai tutto, comunque confermo il testo scritto a macchina dal direttore. Aggiungo che precisai al Bonafini Umberto che erano notizie da verificare. Comunque le appresi così».

Da quello che si può intuire, quelle informazioni (soprattutto le più delicate sulla presenza del latitante Bellini a Bologna il 2 agosto 1980) non vennero verificate. Il direttore decise di pubblicare più o meno tutto per fare lo scoop.

Quando il 12 marzo 1982 la Gazzetta di Reggio uscì con quell’articolo, alla Procura di Bologna i magistrati fecero un salto sulla sedia. Com’era possibile che la vicina Procura di Reggio avesse notizie sconvolgenti sulla strage che loro non avevano? Panico. Sbalordimento. Sospetto. Anche perché sul conto di Bellini il quotidiano concorrente, il Resto del Carlino, che aveva anch’esso una redazione locale a Reggio Emilia aveva pubblicato qualcosa, ma in termini molto generici e di scarso valore per le indagini. Gli inquirenti bolognesi brancolavano nel buio, anche perché – fino a quel momento – avevano raccolto solo confidenze non verificabili da fonti più o meno qualificate. Quella strane voce secondo la quale Paolo Bellini era a Bologna il giorno dell’attentato girava già nell’agosto del 1980. Ma le indagini non erano approdate a nulla.

«La verifica della notizia secondo la quale il ricercato Bellini Paolo – si legge in una relazione di servizio della Digos di Bologna del 17 settembre 1980 – avrebbe alloggiato davanti alla stazione, non ha dato riscontri oggettivi. L’accertamento è consistito nel mostrare le fotografie del Bellini Paolo e del di lui fratello Guido e del pregiudicato Ugoletti Luciano ad affittacamere della zona ed in generale a portieri di stabili, negozianti, inquilini, ecc. del viale Pietramellara, via Boldrini e parte di via Amendola».

L’uomo ritratto in un filmino girato il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, a destra fotocopia da un documento personale di Bellini dell’epoca

Dopo la pubblicazione dello scoop della Gazzetta di Reggio, all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Bologna scattò la caccia alle streghe. I magistrati vollero sapere dagli organi investigativi da dove provenisse quella informazione e perché quella pista due anni prima non era stata battuta.

Cinque giorni dopo l’uscita dell’articolo intitolato “Bellini era a Bologna il giorno della strage” il capo della Digos di Bologna riferiva al giudice istruttore Aldo Gentile: «All’uopo è doveroso precisare che analoga notizia fu fornita a questo ufficio da fonte fiduciaria nei giorni immediatamente successivi all’episodio criminoso».

Le informazioni erano esattamente identiche a quelle che Balugani fornirà al cronista Fanticini: «In particolare – prosegue il rapporto della Digos – secondo la suddetta informativa, il Bellini Paolo aveva soggiornato – in periodo imprecisato – nella stanza di un’affittacamere sita davanti alla locale Stazione FS, ricevendo le visite di un noto pregiudicato reggiano, tale Ugoletti Luciano, e del fratello Bellini Guido». Ma «gli approfonditi accertamenti» ebbero «esito negativo». La pista abortì con una laconica relazione di servizio del maresciallo Franco Centrone.

Qualcuno, a distanza di un anno e 8 mesi, aveva deciso di rimettere in circolazione le stesse informazioni su Bellini e la sua presunta presenza a Bologna il giorno della strage, in un momento coincidente con l’identificazione della vera identità del fasullo brasiliano Da Silva, arrestato dai carabinieri in Toscana il 14 febbraio 1981 per un traffico di mobili e oggetti di antiquariato rubati. È evidente che dietro a quelle inquietanti segnalazioni su Bellini c’era un’unica regia che lo voleva, a tutti i costi, coinvolto nell’organizzazione dell’attentato del 2 agosto 1980.

Balugani durante il confronto con Fanticini, disse: «La invito a ricordare che io parlai dell’abitazione, meglio dell’appartamento dove risultava avesse abitato in Bologna Ugoletti Luciano e che aggiunsi che poteva darsi che nello stesso appartamento avesse abitato anche il Bellini Paolo. Io non feci nessun riferimento alla strage». Alché il cronista risponde a verbale: «Quanto è riportato nel testo dattiloscritto può essere stato drasticizzato, tolti dei condizionali, ma è quanto io ho capito».

Il maresciallo della Squadra Mobile conclude così: «Si è trattato di una chiacchierata senza riferimento specifico all’anno 1980».

Ebbene, sia nelle informazioni raccolte da fonte fiduciaria nell’agosto 1980 dalla Digos di Bologna sia nelle chiacchiere passate da Balugani al cronista della Gazzetta di Reggio nel marzo del 1982 compaiono tre precisi elementi sui quali si voleva concentrare tutta l’attenzione degli inquirenti impegnati nelle indagini sulla strage:

  1. La presenza di Paolo Bellini a Bologna il 2 agosto 1980 presso un’affittacamere a 200 metri dalla Stazione Centrale.
  2. I contatti tra il latitante Bellini con il pregiudicato Luciano Ugoletti, anche lui ospite presso la medesima affittacamere di Bologna.
  3. La frequentazione di Bellini con un alto ufficiale dell’Esercito di stanza a Modena e i contatti con don Ercole Artoni.

Un groviglio di rapporti societari, d’affari e personali legava questo gruppo di persone: Luciano Ugoletti, Guido e Paolo Bellini. Qualcosa di più complesso di una semplice banda di delinquenti.

(FINE SECONDA PARTE – CONTINUA)

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*GLI AUTORI

Gian Paolo Pelizzaro

Gian Paolo Pelizzaro, nato a Roma nel 1964, giornalista investigativo, ricercatore e saggista, esperto di terrorismo internazionale e intelligence.

È stato consulente delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (XIII legislatura) e sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura).

Ha pubblicato i saggi:

Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia, Settimo Sigillo 1997;

I segreti di San Macuto, intervista con il senatore Vincenzo R. Manca, Bietti 2001;

Libano. Una polveriera nel Mediterraneo, Bietti Media, 2008.

Gabriele Paradisiingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Gabriele Paradisi

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
– una edizione estesa del Dossier Strage di Bolognaintegrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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