“Un tedesco con Bellini a Bologna il giorno della strage”
La Primula Nera e Thomas Kram,
nuova luce da testimonianza del 1983

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI *

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

30/5/2020 – Chi era il misterioso «tedesco» che sarebbe stato accompagnato in macchina da Paolo Bellini alla Stazione Centrale la mattina del 2 agosto 1980 prima dell’attentato?

Un particolare rimasto sepolto nelle carte dell’istruttoria condotta dai giudici istruttori di Bologna nel 1983 e che oggi – alla luce delle ultime scoperte sulla presenza del latitante reggiano il 22 febbraio 1980 nello stesso albergo bolognese dove pernottò l’estremista tedesco Thomas Kram, ricercato all’epoca dalla polizia criminale tedesca perché «pericoloso terrorista» in contatto con il numero due del gruppo Carlos, Johannes Weinrich – assume un rilievo del tutto diverso e allarmante se dovesse essere confermata la versione della ex moglie, Maurizia Bonini, secondo la quale quell’uomo con i baffi, capelli neri ricci e maglietta celeste ripreso dalla cinepresa del turista tedesco Harald Polzer dopo le 10,13 nei paraggi della sala d’aspetto di seconda classe della stazione bolognese quel sabato mattina sarebbe stato proprio il suo ex marito, Paolo Bellini.

L’uomo con i baffi nel filmino di Polzer

La donna, infatti, avrebbe riconosciuto in quel fotogramma impresso in quella pellicola Super 8 a colori l’uomo che sposò il 12 ottobre del 1970 e col quale ebbe due figli, Silvia che nacque un anno dopo e il piccolo Guido (gli diedero lo stesso nome del fratello maggiore di Paolo), nato a San Paolo del Brasile nell’aprile del 1979: «Purtroppo è lui. Ho visto in questo momento il video – avrebbe dichiarato Maurizia Bonini a verbale il 12 novembre 2019 – e posso dire che la persona ritratta nel fermo immagine immediatamente dopo la colonna è il mio ex marito». E poi avrebbe aggiunto: «Se Paolo Bellini si trovava a Bologna devo dire che ci ha usati come alibi. Intendo me, e i miei familiari che sono stati interrogati».

Come abbiamo più volte documentato, l’intera impalcatura dell’alibi dell’allora finto brasiliano Roberto Da Silva relativo alla mattinata del 2 agosto 1980, poggiava in particolare su un preciso dettaglio riferito dalla ex moglie e da sua madre, la signora Eglia Rinaldi, e cioè che Bellini arrivò all’appuntamento con loro a Rimini – tra le 9 e le 9,15 di quel sabato mattina – in compagnia della nipote Daniela, figlia del fratello maggiore Guido.

Secondo la versione fornita agli inquirenti, l’ex latitante sarebbe partito da Scandiano di Reggio Emilia la mattina presto del 2 agosto, intorno alle ore 6, dove sua cognata Marina (la moglie del fratello Guido) gli aveva condotto sua figlia Daniela che proseguì con lui fino a Rimini dove prelevò la sua famiglia e poi partirono per andare in montagna al Passo del Tonale. Adesso, alla luce delle recenti rivelazioni di Maurizia Bonini, la presenza della nipote Daniela assume i connotati di una pietra di inciampo, perché sarebbe del tutto inverosimile immaginare Paolo Bellini recarsi alla stazione di Bologna per partecipare all’attentato in compagnia della nipote. Quindi, o qualcuno mentì all’epoca o qualcuno sta mentendo oggi.

Paolo Bellini alias Roberto Da Silva

Esiste, però, una circostanza alquanto singolare che emerge da una relazione di servizio della Digos di Bologna del 5 luglio 1982 sugli accertamenti svolti negli istituti di pena della Regione Emilia Romagna dove il sedicente Roberto Da Silva era transitato dal giorno del suo arresto a Pontassieve il 14 febbraio 1981 e, in particolare, sulle visite in carcere che Bellini aveva avuto da parte dei familiari e che potrebbe – in qualche modo – avvalorare il sospetto che l’alibi del 1983 fornitogli dalla ex moglie e dalla suocera possa essere falso nell’arco temporale che va dalle ore 6 alle 9,15.

L’ex latitante reggiano venne trasferito nel carcere di Parma il 10 novembre 1982, proveniente da quello di Ferrara.

Ebbene, il 15 dicembre di quell’anno, Paolo Bellini ricevette la visita di due parenti determinanti per confermare o smentire il suo alibi per il 2 agosto: sua cognata Marina e sua nipote Daniela, rispettivamente moglie vedova e figlia dell’ormai defunto fratello Guido, il quale era deceduto il 29 aprile di quello stesso anno.

Non vi furono ulteriori altre visite della cognata e della nipote in carcere fino al 29 giugno 1983.

Ad aggiungere mistero sul mistero, come abbiamo già sottolineato, la cognata Marina non è mai stata interrogata né dai giudici istruttori né dai carabinieri di Bologna che avevano ricevuto la delega di accertare l’alibi del sedicente brasiliano Da Silva. Né, peraltro, è mai stata sentita la nipote Daniela sul punto specifico dell’appuntamento la mattina presto di sabato 2 agosto con lo zio Paolo a Scandiano di Reggio Emilia, prima di recarsi a Rimini e poi partire per la montagna.

IL MISTERIOSO TEDESCO ACCOMPAGNATO ALLA STAZIONE

Ma torniamo al misterioso «tedesco» che sarebbe stato accompagnato da Bellini alla stazione prima dell’attentato.

La circostanza emerge da una serie di testimonianze di delinquenti detenuti in carcere per reati comuni e delitti vari, interrogati dai giudici istruttori di Bologna tra marzo e aprile del 1983.

Si tratta di quattro balordi all’epoca rinchiusi nelle carceri di Reggio Emilia e Modena: Dino Bartoli, reggiano di 33 anni, condannato a tre anni per furto, Sereno Vezzani, anche lui di Reggio Emilia, 36 anni, imputato di tentato omicidio, ex amante di Cristina Borghini la donna che poi si legherà all’altro malavitoso Luciano Ugoletti; Giorgio Bompani, un altro reggiano di 43 anni, detenuto dal 1979, e Gianfranco Maggi, un piacentino di 33 anni, detenuto per concorso morale in omicidio con Vezzani

. In particolare, Maggi venne raggiunto nel carcere di Reggio Emilia dal giudice istruttore Vincenzo Vella e dal pubblico ministero della Procura di Bologna Guido Marino su segnalazione del procuratore della Repubblica di Reggio Emilia, Elio Bevilacqua, il quale il 15 marzo 1983 aveva comunicato al sostituto procuratore Marino «che Maggi intendeva fare delle rivelazioni circa Bellini Paolo, Ugoletti Luciano e la strage di Bologna».

Bene, Gianfranco Maggi, che di certo non ha un livello culturale significativo, né la benché minima formazione politica, inizia il suo racconto partendo dalla sua conoscenza con Guido, il fratello maggiore di Paolo, il quale – ricordiamo – era deceduto l’anno precedente.

È il 15 marzo 1983: «Conobbi Guido Bellini nei primi mesi del 1979 attraverso Scianti Ivano il quale già faceva parte di una banda capeggiata da Bellini Guido che si dedicava ai furti di mobili antichi. Della banda faceva parte anche Ugoletti Luciano e fu proprio l’Ugoletti che mi chiese di ricoverare in casa mia, in via Viazza 4 di San Giovanni di Novellara, alcuni mobili che loro aveva già rubato».

Come si vede, Maggi fa parte di una rete di criminali comuni, avulsa e lontana anni luce da qualsiasi attività di militanza politica. I personaggi che cita sono più o meno sempre gli stessi e gravitanti intorno alla figura di Guido Bellini.

«In carcere – continua il malavitoso – strinsi amicizia con Bompani Giorgio, che già conoscevo, e che era stato arrestato per porto indebito di arma da fuoco.

Ebbi dal Bompani diverse confidenze relative al fratello di Bellini Guido, a nome Paolo, che io non avevo mai conosciuto e che io sapevo essere latitante all’estero per tentato omicidio; anzi sapevo allora che Bellini Guido aveva un fratello latitante, senza sapere dove fosse.

Il Bellini mi disse che il Bellini Paolo era stato accompagnato, travestito da frate, da don Artoni fino in Spagna e qui era stato sistemato in un aereo in partenza per la Colombia.

Il discorso cadde sul Bellini casualmente perché si parlava di don Artoni, cappellano del carcere, che, secondo alcuni, faceva il doppio gioco.

Appunto a tale proposito il Bompani mi disse che non era vero perché don Artoni aveva aiutato il latitante Bellini ad espatriare nel modo che ho detto.

Secondo altre confidenze, avute successivamente dal Bompani, sempre in questo carcere di Reggio Emilia, il Bellini aveva avuto contatti in Sud America con Delle Chiaie Stefano e con un criminale nazista ricercato dagli ebrei per strage nei campi di sterminio tedeschi. Ricordo a tale proposito che il Bompani mi disse che il nazista di cui parlava si nascondeva in Paraguay».

Gli ingredienti per l’intrigo internazionale ci sono tutti.

«Altre confidenze su Bellini Paolo che, ripeto, io non conoscevo, io le ebbi da Bellini Guido e da Ugoletti Luciano. Il Bellini Guido – prosegue Maggi – fin da quando io mi unii alla sua banda di ladri, mi parlò di suo fratello Paolo latitante in Sud America.

E ricordo che egli mi disse di essere andato a trovarlo in Brasile nel 1979 e di avere partecipato alla festa di battesimo di un di lui bambino. Il Bellini Guido mi disse che il fratello aveva avuto aiuti considerevoli da Delle Chiaie Stefano e da un certo Orlando».

Ovviamente il fratello maggiore di Paolo Bellini non avrebbe potuto né confermare, né smentire, essendo morto il 29 aprile dell’anno prima.

Il racconto di Maggi è ancora generico e affastellato. Nel medesimo verbale, dirà che anche Ugoletti gli fece delle confidenze su un non meglio precisato ruolo di Paolo Bellini nella strage alla stazione: «Nel maggio del 1980 poi, uscito dal carcere, incontrai Ugoletti a Reggio Emilia e con lui vi era una donna, tale Marina Grassi che a quel tempo viveva con lui».

Maggi parla a metà marzo del 1983 e a quella data gran parte delle notizie su Paolo Bellini alias il finto brasiliano Roberto Da Silva, sulla sua latitanza, sui suoi presunti contatti con l’estrema destra e sull’ipotesi che avrebbe avuto un ruolo nell’attentato a Bologna erano uscite sui quotidiani locali e nazionali.

Ricordiamo che il primo articolo che ipotizzava che la “primula nera” reggiana aveva pernottato a Bologna la notte prima della strage da un’anziana affittacamere a 200 metri dalla stazione era stato pubblicato dalla Gazzetta di Reggio il 12 marzo 1982.

Titolo: “Bellini era a Bologna il giorno della strage”.

Come abbiamo raccontato in altra puntata di questa inchiesta, la fonte di quello scoop era stato il maresciallo della Squadra Mobile di Reggio Emilia, Rolando Balugani, che poi fu anche arrestato per divulgazione di segreti d’ufficio.

A questo punto va fatta una domanda: perché tutte queste “rivelazioni” su Paolo Bellini non vennero fatte prima dell’uscita di quell’articolo e soprattutto prima della scomparsa di Guido Bellini?

Sorge il sospetto che i vari Maggi, Bartoli e Bompani possano aver tranquillamente attinto dalle cronache dei giornali gran parte delle notizie per poi fabbricare una storia verosimile al fine di barattarla con gli inquirenti per ottenere vantaggi e sconti di pena.

Ma un dettaglio di questo racconto risulta, ancora oggi, un rompicapo. La figura del misterioso tedesco.

«Rividi l’Ugoletti il 1° agosto del 1980 – dichiara Maggi a verbale – in un bar dietro all’Hotel Europa di Reggio Emilia […] Mi disse che stava andando a Bologna per trovare un suo amico brasiliano col quale aveva un appuntamento alla stazione ferroviaria. Fu questa la prima volta che sentii parlare per la prima volta del “brasiliano”.

Rividi l’Ugoletti una settimana dopo nei pressi del bar Marconi di fronte alla stazione ferroviaria di Reggio Emilia ed io, rivolgendomi a lui con tono scherzoso, gli dissi: “Ti credevo morto dopo quello che è successo a Bologna”. Lui mi rispose: “C’è poco da scherzare perché al momento dello scoppio io ero proprio di fronte alla stazione in compagnia del mio amico brasiliano e di altre due persone”. Non mi disse altro fuorché che aveva assistito a un vero e proprio macello».

Il quadro offerto da Maggi è ancora confuso, caotico e indeterminato.

Poco più di un mese dopo, il racconto del piacentino si fa, di punto in bianco, preciso, accurato e ricco di particolari inediti.

Siamo al 21 aprile 1983, Maggi è sentito per la seconda volta e questa volta dai giudici istruttori di Bologna Sergio Castaldo e Vito Zincani, su delega di Vicenzo Vella, e alla presenza del pubblico ministero Guido Marino: «Con Bellini Guido avevo rapporti di intima amicizia risalente da molti anni addietro. Qualche tempo fa, non ricordo la data, ma ricordo con esattezza che era un mese o un mese e mezzo prima che Guido morisse, incontrai lo stesso alla stazione di Reggio Emilia. Egli mi disse che era uscito da poco di galera per motivi di salute e cominciammo a parlare del più e del meno. Poiché nei giorni precedenti i giornali si erano occupati del fratello Paolo Bellini di cui era stata rivelata l’identità e del quale si parlava come sospetto autore della strage alla stazione di Bologna, il discorso cadde appunto su di lui, ed io chiesi a Guido cosa ci fosse di vero in quello che dicevano i giornali».

GUIDO BELLINI MI DISSE: MIO FRATELLO C’ENTRA CON LA STRAGE: LUI E UGOLETTI PORTARONO IL MATERIALE A BOLOGNA, E ANDARONO A PRENDERE DELLE CHIAIE, ORLANDO E IL TEDESCO

Maggi, a questo punto, parla a briglia sciolta e va giù pesante: «A questo punto Guido Bellini ritengo perché ormai vicino alla morte ed anche perché sapeva che in tanti anni nessuna parola era mai uscita dalla mia bocca su qualunque episodio di cui io avessi avuto notizia, mi rivelò che il fratello era in effetti implicato in tale fatto.

Egli mi disse: “Mio fratello c’entra con la strage di Bologna. Egli insieme con l’Ugoletti ha portato a Bologna dalla Toscana il materiale utilizzato per l’attentato. Con l’autovettura con la quale è stato trasportato il materiale sono andati a prendere il Delle Chiaie, l’Orlando e il tedesco e li hanno accompagnati alla stazione.

Dall’auto sono scesi il Delle Chiaie, l’Orlando ed il tedesco che si sono recati alla stazione, mentre mio fratello e l’Ugoletti li aspettavano in auto. Quindi sono tornati dopo aver deposto in stazione “il materiale”, sistemato forse in una valigia o in una sacca da ginnastica quindi li hanno accompagnati via. Il Bellini Guido non mi disse altro e non mi specificò neanche, come lei mi chiede, se il fratello e l’Ugoletti avessero avuto con gli altri tre un appuntamento alla stazione o in un altro posto da dove poi si fossero recati nel luogo dell’attentato. Ora che mi ricordo – aggiunge Maggi – non so se sia importante, il Bellini Guido mi disse anche che il fratello e l’Ugoletti avevano accompagnato gli attentatori in una casa posta sui colli di Bologna. A Proposito dei colli, egli parlò dei colli che si incontrano andando verso la Toscana».

Thomas Kram

UN PASSAGGIO DELICATISSIMO

Il passaggio è delicatissimo. Si tratta, infatti, di attribuzione di un fatto specifico, con particolare riferimento a una strage. Quindi la responsabilità di queste affermazioni era, per Maggi, pesantissima.

Ma il piacentino non si ferma: «Il colloquio con Guido Bellini al quale ho fatto testé riferimento, si è verificato un mese e mezzo prima della sua morte, fatto che ben ricordo, avendo partecipato ai suoi funerali».

A quel punto, il pubblico ministero Marino pose la seguente domanda: fece il Bellini Guido il nome del Massagrande?

Risposta di Maggi: «Il Bellini Guido fece il nome del Massagrande, ma per escluderne la presenza fra gli autori della strage. Mi disse solo che il Massagrande aveva aiutato il fratello durante la sua latitanza in Sud America. Aggiunse che Massagrande “tiene le fila” di tutti gli estremisti di destra latitanti in Sud America».

Ricapitolando, Guido Bellini – un mese, un mese e mezzo prima di morire (dunque tra la metà e la fine di marzo del 1982) – avrebbe confidato al suo presunto amico Gianfranco Maggi che il fratello Paolo all’epoca latitante avrebbe accompagnato in auto insieme a Luciano Ugoletti tre persone a Bologna il 2 agosto 1980 per depositare in stazione del «materiale» per compiere l’attentato: Stefano Delle Chiaie, ideologo dell’organizzazione clandestina Avanguardia Nazionale, Gaetano Orlando, già braccio destro dell’ex partigiano Carlo Fumagalli, capo del Movimento di Azione Rivoluzionaria (MAR), attivo prevalentemente in Valtellina, e questo misterioso tedesco.

Avrebbero citato il nome di Elio Massagrande, ex militante di Ordine Nuovo, ma per escluderne la presenza a Bologna.

STRANAMENTE, QUANDO SI PARLA DEL “TEDESCO”, IL RACCONTO SI FA PIU’ SFUMATO

Stranamente, però, quando il discorso cade sul tedesco, il racconto si fa molto più sfumato «Del tedesco il Bellini Guido parlò poco e non mi disse né il suo nome, né da dove veniva. Quando io gli chiesi precisazioni sull’identità del tedesco – prosegue Maggi – il Guido mi disse che il fratello non sempre gli diceva l’intera verità e che spesso lui doveva carpire la realtà dei fatti dalle parole non sempre sincere di Paolo».

Eppure, un terrorista tedesco aveva alloggiato nello stesso albergo bolognese dove pernottava Paolo Bellini, il 22 febbraio del 1980: Thomas Kram.

Bologna, 2 agosto 1980: le macerie della stazione

Ma nessuno – all’epoca – ritenne opportuno svolgere ulteriori accertamenti su questa circostanza, né fare il collegamento tra il latitante reggiano e l’emissario del gruppo Carlos presente alla stazione di Bologna il giorno della strage.

Non solo. Ben presto gli inquirenti, interrogati i vari servizi di sicurezza esterni ed interni (Sismi, Sisde e Ucigos), vennero a sapere che sia Delle Chiaie sia Orlando vivevano da anni in Sud America e che non c’erano tracce di loro spostamenti in Italia a ridosso del 2 agosto 1980.

Era pur vero che Guido Bellini aveva avuto qualche rapporto epistolare con la ditta di import-export di Gaetano Orlando in Paraguay, la Tecnimport srl con sede in calle Piribebuy 931 ad Asunción. Fu lo stesso Guido a parlarne al sostituto procuratore di Reggio Emilia, Giancarlo Tarquini, quanto lo interrogò il 26 gennaio 1982. Quindi quel contatto da quel momento divenne noto.

La lettera raccomandata risaliva al 25 ottobre 1980. Guido Bellini e Gaetano Orlando si erano incontrati nella capitale paraguayana, presso la sede della ditta di quest’ultimo: «Lo conobbi nel 1979 quando mi recai nell’agosto in Paraguay per avviare l’attività di cui ho detto di import-export; attività di cui egli si occupava […] Dopo l’agosto 1979, rividi il Gaetano Orlando nel dicembre 1980, sempre in quella città. Dopo di allora, non l’ho più visto».

La presenza di Orlando, Massagrande e Delle Chiaie in Sud America non era un mistero per nessuno nel 1983.

Addirittura, il 23 febbraio 1981 (otto giorni dopo l’arresto a Pontassieve di Palo Bellini) il settimanale Frigidaire usciva in edicola con un lungo e dettagliato reportage di Pino Cimò (grande giornalista siciliano, scomparso all’età di 75 anni il 20 dicembre 2013) sui rifugiati di estrema destra in Paraguay, protetti dal regime del generale Alfredo Stroessner.

Cimò cercò, incontrò e parlò senza troppi problemi con Gaetano Orlando (pubblicando addirittura gli indirizzi di casa e della sede della sua società) ed Elio Massagrande. La loro presenza in quel Paese era un segreto di Pulcinella. Tant’è che questo aspetto dell’istruttoria finì nel nulla.

Di conseguenza, eliminando dalla scena della strage Delle Chiaie e Orlando (che tutti sapevano latitanti in Sud America), di tutto lo spettacolare racconto di Giancarlo Maggi sul 2 agosto 1980 rimaneva in piedi soltanto l’enigmatica presenza del “tedesco” sul quale Guido Bellini non avrebbe potuto o voluto dire nulla.

MAGGI SI INVENTO’ TUTTO O VENNE IMBECCATO?

Maggi si inventò tutto o venne imbeccato? E perché nella sua narrazione si inserisce questo “tedesco”? A cosa serviva questo dettaglio? Serviva come messaggio in codice per qualcuno? O era tutto frutto di pura fantasia?

Va detto che Maggi, sempre nel suo interrogatorio, attribuisce a Guido Bellini una frase assolutamente ambigua, enigmatica. Rispondendo a una domanda di Maggi su cosa ci fosse di vero nelle cronache dei giornali su Paolo Bellini e i fatti di Bologna, il fratello Guido avrebbe risposto che «era vero tutto e niente».

Comunque, un contatto c’era stato tra il fratello maggiore di Paolo Bellini e il numero due di Carlo Fumagalli, ma si trattava di un collegamento con un personaggio condannato a 12 anni di carcere per le vicende del MAR, un’organizzazione paramilitare clandestina diversa da Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie.

Ma quali erano i contatti e i rapporti di Paolo Bellini con la galassia dell’estrema destra?

La risposta arriva da due rapporti dell’Uigos di Reggio Emilia. Il primo è del 4 marzo del 1982 ed era una risposta a una serie di quesiti posti dal dott. Tarquini: «Si comunica che non risulta a quest’Ufficio che Bellini Paolo sia mai stato legato a movimenti eversivi di destra o comunque implicato in episodi di terrorismo, pur essendo stato sempre orientato verso l’estrema destra».

Il secondo rapporto è del 9 marzo 1983 e afferma che «Bellini Paolo, dopo essere stato espulso dal MSI nel 1971, ha successivamente gravitato nell’estremismo di destra, anche se non si è mai esposto politicamente».

A ben vedere, l’ex “primula nera” di Reggio Emilia era un cane sciolto, non organico a nessuna organizzazione della galassia dell’estrema destra, noto agli atti di polizia come criminale comune.

Un personaggio, in qualche modo, indecifrabile, capace di tutto, ricattabile per via della sua strana latitanza “casa e bottega” e per questo utilizzabile e sacrificabile per qualsiasi operazione non ortodossa. Non ci stupiremmo se, al processo che si andrà a celebrare, Paolo Bellini si auto accuserà di avere avuto un ruolo nell’organizzazione dell’attentato alla stazione di Bologna.

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*GLI AUTORI

Gian Paolo Pelizzaro

Gian Paolo Pelizzaro, nato a Roma nel 1964, giornalista investigativo, ricercatore e saggista, esperto di terrorismo internazionale e intelligence.

È stato consulente delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (XIII legislatura) e sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura).

Ha pubblicato i saggi:

Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia, Settimo Sigillo 1997;

I segreti di San Macuto, intervista con il senatore Vincenzo R. Manca, Bietti 2001;

Libano. Una polveriera nel Mediterraneo, Bietti Media, 2008.

Gabriele Paradisiingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Gabriele Paradisi

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

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