I misteri della strage/ 4 Spiriti, terroristi e una folla
di barbe finte tra via Gradoli e la stazione di Bologna
Due grandi tragedie legate da una trama da spy story

10/5/2020Un filo sottile, ma aggrovigliato come una spy story alla Le Carrè, e apparentemente inestricabile, lega il sequestro Moro, il covo delle Br di Via Gradoli a Roma, i servizi segreti interni (all’epoca si chiamavano Sisde) e la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Questo filo ha nome e cognome: quello di Domenico Catracchia, amministratore di società immobiliari di copertura dei servizi, e in quel terribile 1978 amministratore delle palazzine di via Gradoli dove si trovava il covo Br affittato dall’ingegner Borghi (alias Mario Moretti) in mezzo a una selva di appartamenti di società, appunto, riferibili al Sisde.

Oggi, a distanza di oltre 40 anni, sul signor Catracchia si è abbattuto uno tsunami giudiziario: la Procura Generale di Bologna lo ha incriminato per falso e depistaggio nel processo ai mandanti della strage del 2 agosto con l’accusa specifica di “false dichiarazioni al fine di ostacolare le indagini“.

Ma come si dipana questo filo tra i misteri di via Gradoli e di Bologna?.

Nel saggio che segue Gabriele Paradisi – imprenditore e giornalista, ricercatore e studioso del terrorismo – ricostruisce la vicenda e mette a fuoco la figura e la posizione di Domenico Catracchia nel cosiddetto “processo ai mandanti”.

Questo è il quarto articolo di Paradisi sui misteri della strage, e in particolare sugli indagati nell’ultimo procedimento aperto dalla Procura Generale felsinea. Nei precedenti ci siamo occupati di Vittore Presilio, di Piergiorgio Segatel e del killer Paolo Bellini, l’ex Primula Nera reggiana – oggi sotto protezione in un luogo segreto – accusato di essere l’autore materiale della strage.

Avvertenza per i lettori: non fatevi scoraggiare dalla lunghezza di questo racconto, basato solo su atti documentali: la trama è avvincente, ricca di colpi di scena e il finale è aperto. E naturalmente la storia non può che cominciare da via Gradoli e da una compagnia di amici – docenti, manager e intellettuali del giro vip cattolico – riuniti nell’appennino bolognese in una uggiosa domenica di 42 anni fa. Buona lettura. (p.l.g.)

DI GABRIELE PARADISI*

PROLOGO

Roma, martedì 18 aprile 1978, ore 7,30. La signora Nunzia Damiano inquilina dell’interno 7, scala A, primo piano, palazzina Imico di via Gradoli 96 – una strana via ad anello sulla Cassia, non lontano dalla tomba di Nerone – nota un’infiltrazione d’acqua nel bagno. Proviene dall’appartamento del piano superiore: l’interno 11. Ci vivono due giovani sulla trentina: l’ingegner Mario Borghi e la compagna. Escono presto la mattina e tornano tardi. La donna, preoccupata, chiama l’amministratore del palazzo, il signor Domenico Catracchia, che chiede l’intervento di un idraulico. L’appartamento da cui proviene la perdita è inaccessibile. Alle 9,47 vengono chiamati i pompieri. Quando i vigili del fuoco fanno irruzione nel monolocale, scoprono un qualcosa di sconvolgente ed imprevisto. Non si tratta del nido temporaneo di una giovane coppia piena di belle speranze. Quell’appartamento è un covo delle Brigate Rosse. Anzi: è il Covo.

È trascorso poco più di un mese dall’eccidio di via Fani e dal rapimento del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. L’intero Paese da 33 giorni è col fiato sospeso; ne mancano 22 al tragico epilogo.

Alle 10,08 in via Gradoli arriva la polizia. L’amministratore, Domenico Catracchia, ogni mese riscuote l’affitto dagli inquilini, ma non dall’ingegner Borghi che trimestralmente, tramite vaglia postale, paga direttamente i proprietari. Sarà comunque Catracchia a fornire il primo identikit del sedicente ingegner Mario Borghi, al secolo Mario Moretti, nientemeno che il capo delle Brigate rosse, colui il quale sta tenendo prigioniero e sta interrogando lo statista democristiano.

Lo spirito di La Pira parla a Romano Prodi

Riavvolgiamo il nastro

Zappolino, 30 chilometri circa dal centro di Bologna, domenica 2 aprile 1978, primo pomeriggio. In un casolare di proprietà di Alberto Clò, sono convenuti 12 amici, alcuni dei quali professori universitari, con figli al seguito.

Tra di essi Romano Prodi che pochi mesi dopo, il 25 novembre 1978, diventerà ministro dell’Industria, commercio e artigianato nel IV governo Andreotti, l’esecutivo che aveva ottenuto la fiducia in un’aula sgomenta, proprio la mattina del 16 marzo, poche ore dopo il sequestro Moro.

Quella domenica d’aprile a Bologna e dintorni la primavera è ancora incerta, il cielo è nuvoloso.

Secondo i convenuti pioveva e, dopo una salsicciata, «per ingannare la noia c’è chi escogita per gioco una seduta spiritica».

Prodi, nell’audizione in Commissione Moro del 10 giugno 1981, farà verbalizzare queste precise parole: «In un giorno di pioggia in campagna (…) dovete pensare che tutto questo (il gioco della seduta spiritica) è avvenuto in campagna, durante tre quattro ore di pioggia, mentre i bambini andavano e venivano».

Il giornalista e saggista Antonio Selvatici, recuperando i dati forniti dal Ministero dei Lavori pubblici – servizio idrografico, relativi alle stazioni pluviometriche dei paesi che circondano Zappolino, dimostrerà che quel giorno nella zona caddero solo poche gocce (0.2 millimetri) … ma questa è un’altra storia.

Per i dodici amici bolognesi, cattolici praticanti, quella è la prima volta e sarà anche l’ultima che si troveranno a “interrogare” gli spiriti.

Vengono evocati don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira. La speranza è di ricevere dall’aldilà qualche informazione che aiuti a localizzare la prigione di Aldo Moro.

Nello “stupore” dei partecipanti a quella “riunione parapsicologica” – secondo il racconto degli improvvisati spiritisti – incredibilmente La Pira risponde, fornendo un’indicazione preziosissima.

Giorgio La Pira

Infatti il “sapiente” piattino da caffè utilizzato nella circostanza, nel suo vorticare sul foglio sopra il quale erano state riportate lettere e numeri, indicò alcune parole di senso compiuto, nomi di località note come: «Viterbo», «Bolsena», e un nome ignoto a tutti: «Gradoli». Ma una rapida verifica su una cartina geografica, permetterà ai “medium per caso”, di individuare in men che si dica la ridente località laziale.

A quel punto sarà proprio Romano Prodi ad assumersi la responsabilità di far trapelare quella preziosa rivelazione.

Romano Prodi

Nei giorni successivi le forze dell’ordine perquisiranno, inutilmente, “case isolate con cantina” nei dintorni dell’abitato di Gradoli in provincia di Viterbo. A nessuno venne in mente di controllare gli appartamenti dell’omonima via sulla Cassia, anche perché un sopralluogo al numero 96 di via Gradoli era già stato compiuto dai poliziotti del Flaminio Nuovo il 18 marzo, ma non si era proceduto a sfondare la porta dell’interno 11, come prevedevano le disposizioni, quando nessuno, da quell’appartamento, aveva risposto alla richiesta di aprire dei militari.

Il duplice mistero di via Gradoli

Come abbiamo appena brevemente raccontato, attorno al nome “Gradoli”, già si sono intrecciati due misteri.

Chi, nel monolocale interno 11, aveva lasciato aperto il rubinetto del telefono della doccia, appoggiato su un manico di scopa sistemato di traverso nella vasca e indirizzato verso una fessura del muro per provocare l’infiltrazione al piano sottostante e quindi permettere la scoperta del covo?

Chi aveva suggerito allo “spirito di La Pira” il nome di «Gradoli», paesino del Viterbese ma anche via dove soggiornava il capo delle Brigate rosse? Ancora oggi nessuno, a 42 anni dai fatti, è riuscito a dare una risposta definitiva e condivisa a queste domande.

Ma i misteri di via Gradoli, se possibile, non finiscono qui.

Domenico Catracchia entra in un incubo

Abbiamo già nominato un uomo, il quale, il 10 febbraio 2020, immaginiamo sia piombato in un incubo.

Stiamo parlando di Domenico Catracchia, 76 anni. Come abbiamo visto, egli era l’amministratore, nel 1978, delle palazzine di via Gradoli.

I magistrati della Procura generale di Bologna, nella comunicazione di chiusura delle indagini preliminari, relative al “filone mandanti” per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, gli contestano il reato di reticenza, oltreché lo accusano di aver reso false informazioni al pubblico ministero, al fine di ostacolare le investigazioni in corso.

Ma nel dettaglio, cosa viene imputato a Catracchia? Per capirlo dobbiamo tornare indietro di qualche decennio, entrando in una vicenda dai contorni complessi e, ancora una volta, misteriosi.

La fiduciaria Fivred, le immobiliari del Sisde e i suoi faccendieri

«A questo gioco al massacro io non ci sto! Io sento il dovere di non starci e di dare l’allarme». È il 3 novembre 1993, quando alle 22,30, l’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, al centro di un fuoco mediatico senza precedenti, lesse un messaggio agli italiani, a reti unificate.

Era scoppiato lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica. Ma anche questa è un’altra storia.

Però, è proprio in quel contesto che qualche giorno prima del messaggio presidenziale, esattamente il 6 ottobre 1993, in «un’austera stanza del palazzo del Viminale, messa a disposizione dall’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, la commissione d’inchiesta amministrativa sul Sisde, sta per procedere all’audizione di Pasquale De Rosa (…) dal 1978 al 1987 prima direttore poi capo del delicato reparto logistico-amministrativo del servizio segreto civile». Fu in quell’occasione che per la prima volta venne fatto il nome di una società con compiti speciali: la Fidrev S.p.A.

De Rosa ammise: «Fu il direttore del servizio, generale Giulio Grassini (poi travolto nel 1981 dallo scandalo della loggia P2), a dirmi di mettermi in contatto con la Fidrev S.p.A. Questo lo ricordo bene. Come mio diretto superiore, fu proprio lui a garantirmi quella fiduciaria nel momento in cui si presentò l’impellente necessità di depositare in Tribunale gli atti (verbali di assemblea e bilanci) delle società di copertura del nostro organismo».

Aldo Moro morto nella R4

Come scriverà sul mensile «Area» nel luglio/agosto 1998 Gian Paolo Pelizzaro nella lunga, precisa e articolata inchiesta, poi ripresa da Sergio Flamigni nei suoi libri “Il covo di Stato” e “Il covo di Stato e la prigione fantasma” (Kaos 1999 e 2016): «la Fidrev costituiva, in sostanza, uno schermo, un paravento per le attività di copertura delle società messe in piedi da Pasquale De Rosa (come la Gus e la Gattel). Più o meno lo stesso modulo, ma in misura più ampia, venne adottato dal nuovo direttore amministrativo Maurizio Broccoletti (con la Palestrina III, la Proim e la Kepos srl), da Michele Finocchi (con la Servoimmobiliare) e da Gerardo Di Pasquale (con la Immobiliare & Servizi srl): rispettivamente, capo di Gabinetto e capo del reparto logistico. Il cuore strategico del Sisde, in pratica, era in un certo senso protetto da un intelligente sistema di scatole cinesi. E le società fiduciarie “statiche” come la Fidrev erano in grado di garantire il necessario livello di riservatezza alle operazioni del servizio segreto».

È in questo complesso e quasi inestricabile groviglio di società e di fiduciarie, che ne spunta una dal nome evocativo: l’Immobiliare Gradoli S.p.A., di cui la Fidrev, al 18 giugno 1975, detiene il 95% delle quote. All’alba del 18 marzo 1978, giorno in cui i poliziotti del Flaminio nuovo compiono l’ispezione che non porterà alla scoperta del covo Br, l’Immobiliare Gradoli è proprietaria di un appartamento, al civico 96, interno 9 scala B. In quella stessa palazzina Imico, su un totale di 32 miniappartamenti, ben altri 23 sono di proprietà delle immobiliari Monte Valle Verde srl, Caseroma srl, società fra i cui amministratori ci sono vari fiduciari dei servizi segreti.

E l’appartamento covo Br? No. Il monocale occupato durante i primi giorni del sequestro Moro da Moretti e da Barbara Balzerani è di proprietà dei coniugi Giancarlo Ferrero, ingegnere ex funzionario Ibm e Luciana Bozzi.

L’avevano acquistato dalla Imico il 17 luglio 1974 con rogito stipulato nello studio del notaio Francesco Fenoaltea, il quale risulterà aver rogato anche gli atti di voltura di un appartamento di Adriana Faranda, ex postina Br insieme al compagno Valerio Morucci, durante il sequestro Moro. Ma le connessioni “sinistre” non finiscono qui.

La Bozzi conosceva infatti Giuliana Conforto fin dal 1969, da quando frequentavano il Centro ricerche nucleari della Casaccia ed entrambe conoscevano il leader e fondatore di Potere operaio Franco Piperno, colui il quale coniò l’espressione “geometrica potenza” riferendosi alla capacità militare dimostrata dalle Br nell’agguato di via Fani.

Ma non è finita qui. La Conforto era infatti proprietaria dell’appartamento di viale Giulio Cesare 47 a Roma, dove, il 29 maggio 1979, vennero arrestati la Faranda e Morucci.

Giuliana Conforto era la figlia di Giorgio Conforto, nome in codice Dario, il quale nel 1975, a ricompensa di 40 anni di collaborazione con il KGB, fu insignito insieme alla moglie dell’Ordine della Stella rossa (come risulta dal report n. 142 del “dossier Mitrokhin”).

Dunque sembra che vi sia solo un “filo rosso” ad aver condotto le Br ad affittare quel monolocale di via Gradoli, collocato tra una selva incredibile di appartamenti dei servizi segreti. Anche se, una spolveratina di pepe ad alimentare un dubbio residuo non si può mai far mancare.

«Nelle carte scoperte nel covo brigatista venne trovato un biglietto con annotato un numero di telefono (reperto n. 652). Era il telefono dell’Immobiliare Savellia S.p.A.

Ebbene, amministratore e presidente del consiglio sindacale di questa società erano i ragionieri Giovanni e Andrea Colmo, membri anche della Palestrina III, la società del direttore amministrativo del Sisde, Maurizio Broccoletti, sequestrata poi nel gennao 1994 durante l’inchiesta sui fondi neri del servizio segreto civile».

Che ci faceva quel biglietto con quel particolare numero di telefono nel covo Br? Ma procediamo.

Domenico Catracchia. Dove si colloca in questa complicata storia di fantasmi, di terroristi e di barbe finte? E perché è entrato nel mirino dei magistrati della Procura generale di Bologna?

Catracchia non è solo l’amministratore condominiale di quelle palazzine di via Gradoli. Non è solo colui che riscuote gli affitti o interviene quando un condomino rileva una perdita d’acqua.

Egli è il titolare della immobiliare Caseroma s.r.l., una della società della galassia Sisde e a cui erano intestati gran parte degli appartamenti del fabbricato dove si trovava il covo Br.

Inoltre l’11 febbraio 1980, nello studio del notaio Fabrizio Fenoaltea viene formalizzata la nomina di Catracchia ad amministratore unico proprio della Immobiliare Gradoli S.p.A., di cui, già durante l’anno precedente, aveva comprato le quote e la cui sede – dodici giorni prima – era stata già trasferita sempre in via Gradoli al civico 75, negli uffici dello stesso Catracchia. Il civico 75 di via Gradoli non potrà mai raggiungere la fama del civico 96, ma un po’ vi si avvicina.

A quello stesso numero civico, infatti, nel 1978, l’ing. Borghi, alias Mario Moretti aveva un posto macchina, ma un altro personaggio illustre sta per entrare in quella strana strada… pardon sta per entrare in scena. Nientemeno che il prefetto Vincenzo Parisi. Vice direttore del Sisde dal 27 aprile 1980, poi direttore dal marzo 1984 al 23 gennaio 1987, quando diventa capo della Polizia fino al 1994.

Il prefetto Vincenzo Parisi col Presidente della -Repubblica Oscar Luigi Scalfaro

Cosa c’entra Parisi con via Gradoli e con Catracchia?

Con atto notarile del 10 settembre 1979 redatto nello studio del notaio Fabrizio Fenoaltea, Parisi acquista un appartamento al civico 75 e, successivamente, sempre al civico 75, ne acquista altri due e un box. Ma non si ferma qui. Nel 1986 acquista, intestandolo alla figlia Maria Rosaria, un altro appartamento in quella fatale via e dove esattamente? Manco a dirlo al civico 96, dove nel 1987 ne acquisterà un secondo intestandolo però all’altra figlia Daniela.

Non è un caso che tutte queste compravendite e passaggi di quote tra società dei servizi avvengano presso lo studio dei fratelli Fabrizio e Francesco Fenoaltea. Professionisti di fiducia del Sisde quindi, tanto che Francesco Fenoaltea figura come membro del consiglio di amministrazione della holding Raggio di Sole S.p.A. del finanziere romano Massimo Gatti: società di maggioranza della Palestrina III, l’immobiliare che abbiamo già nominato, fondata dal direttore amministrativo del Sisde Maurizio Broccoletti e anch’essa riconducibile quindi ai servizi segreti del ministero dell’Interno.

Ma in che rapporti stavano Vincenzo Parisi e Domenico Catracchia, visti gli interessi comuni in quella incredibile via romana?

L’onorevole Paolo Corsini, deputato dei Democratici di sinistra – l’Ulivo, il 18 maggio 1998, presentò un’interrogazione a risposta scritta (la n. 4/17551), in cui chiese al Ministro dell’Interno «se risponda a verità che (…) Vincenzo Parisi (…) intestatario di alcuni appartamenti nel palazzo di via Gradoli 96 (…) abbia affidato l’amministrazione degli immobili di sua proprietà al signor Domenico Catracchia, amministratore dell’intero stabile, il quale riscuoteva personalmente gli affitti da tutti gli inquilini per conto di società immobiliari riconducibili ai servizi».

Purtroppo la risposta a questa interrogazione scritta non fu mai data. E a quanto si legge nell’atto di conclusione delle indagini della Procura generale di Bologna, pare che lo stesso Catracchia, interrogato il 20 novembre 2019, si sia rifiutato «di spiegare le modalità e le ragioni per cui il dott. Vincenzo Parisi, alto funzionario di Pubblica Sicurezza e poi vice direttore del Sisde, “si serviva di tutta l’agenzia” dello stesso Catracchia e, comunque, di dare contenuto esplicativo a detta circostanza (emersa nell’intercettazione ambientale a suo carico del 3/10/2019), per cui il Parisi si avvaleva dei servizi del suddetto per l’attività svolta dal medesimo nel campo immobiliare».

<font color=red>Perchè Catracchia ora è nei guai </font>

Per questa ragione Catracchia è indagato per reticenza, ma le accuse dei magistrati bolognesi nei suoi confronti non si fermano qui. Ecco emergere un nuovo mistero ed ecco prefigurarsi una eventuale connessione con la tragedia del 2 agosto 1980, vero oggetto dell’attività della Procura generale.

2 agosto 1980: le macerie della sazione di Bologna

E così, dopo gli spiriti, dopo i brigatisti rossi, dopo gli 007 – vi risparmiamo la cocaina e i viados che incastrarono proprio al civico 96 di via Gradoli nel 2009 l’allora Presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo – potevano mancare sempre lì i famigerati Nar? No di certo. Nel famoso monolocale al civico 96, palazzina Imico, interno 11, scala A, abitato per un certo periodo da Morucci e dalla Faranda, poi covo di Moretti e Balzerani, tra settembre e novembre del 1981 risulta essere stato locatario tal Paolo Moscucci, amico del Nar Giorgio Vale.

Domenico Catracchia è indagato perché, “al fine di ostacolare le investigazioni in corso, rendeva false dichiarazioni negando di aver locato a Moscucci” quel mini appartamento.

Una chiacchierata col saggista Piero Corsini, che sta per dare alle stampe una nuova edizione aggiornata del suo “I terroristi della porta accanto”, ci permette di ricostruire a grandi linee i passaggi che portano i Nar in via Gradoli.

Come si evince dalla requisitoria del p.m. Loris D’Ambrosio al processo per l’omicidio del poliziotto Francesco Straullu, compiuto da un commando dei Nar il 21 ottobre 1981, in via Gradoli nel novembre 1981 venne vista un’auto in uso a Giorgio Vale e a Francesca Mambro che erano ormai braccati.

L’orologio della stazione di Bologna, fermo all’ora della strage

Pur non riuscendo a catturare i due latitanti, le indagini portarono a scoprire, sempre in quella via, un appartamento locato nell’ottobre 1981 a tale Vito Colonnelli – che risulterà estraneo alla vicenda – ma di fatto utilizzato dal Nar Stefano Bracci. In altre parole in quei mesi dell’autunno 1981, quando i Nar stavano per essere sgominati – la Mambro fu catturata il 5 marzo 1982; Vale fu ucciso il 5 maggio 1982 – in via Gradoli vi erano almeno un paio di appartamenti a loro riconducibili: «prudente consuetudine dei militanti di “doppie basi” nella medesima zona». Da ciò che risulta, allo stato attuale, il motivo che porta Vale e la Mambro ad occupare per qualche settimana quel monolocale è riconducibile ad amicizie e a comune militanza.

Allo stato delle conoscenze possiamo concludere che, sia la filiera rossa sia quella nera, che portò terroristi di una e dell’altra parte a costituire covi in un luogo “infestato” dai servizi segreti, paiono escludere un coinvolgimento di questi ultimi. Si tratta dunque solo di singolari e suggestive concidenze?

(4 – Continua)

GLI ARTICOLI PRECEDENTI

I MISTERI DELLA STRAGE 1 – IL PROCESSO AI MANDANTI E QUELLA PRESUNTA “PROFEZIA”DI VETTORE PRESILIO. QUANDO LA MANIPOLAZIONE DIVENTA VERITA’ UFFICIALE

I MISTERI DELLA STRAGE 2 –LA CROCIFISSIONE DEL CAPITANO SEGATEL SERVITORE DELLO STATO

I MISTERI DELLA STRAGE 3 – PAOLO BELLINI E LA BOMBA DI BOLOGNA: QUALI PROVE?
Tanti volti inquietanti quella mattina alla stazione
“L’aviere” era un militare, non l’ex Primula Nera

*L’AUTORE

Gabriele Paradisi, ingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio e Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
una edizione estesa del Dossier Strage di Bologna, integrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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2 risposte a I misteri della strage/ 4 Spiriti, terroristi e una folla
di barbe finte tra via Gradoli e la stazione di Bologna
Due grandi tragedie legate da una trama da spy story

  1. Carlo Menozzi Rispondi

    11/05/2020 alle 11:59

    La Pira che parla al pirla…. che storia!

  2. fausto poli Rispondi

    17/05/2020 alle 13:50

    E’ una vicenda successa anni fa. Purtroppo in Italia, non si e’ potuto mai avere una via libera, una programmazione…. La politica di quel tempo e’ stata sodomizzata da una determinata casta.

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