Processo Aemilia 92
L’accusa chiede 4 ergastoli, anche per Nicolino Grande Aracri


29/5/2020 – Sono pene severe quelle chieste oggi in Corte d’Assise a Reggio Emilia dal pm Beatrice Ronchi al termine della sua requisitoria al processo Aemilia 92.

Quattro ergastoli per altrettanti imputati, tutti esponenti di spicco della ‘ndrangheta cutrese, alla sbarra nel primo grado del rito ordinario per le morti violente di Nicola Vasapollo, ucciso a fine settembre del 1992 a Reggio Emilia, e Giuseppe Ruggiero, colpito un mese dopo a Brescello.

Due omicidi che i collaboratori di giustizia Antonio Valerio, Angelo Salvatore Cortese, Giuseppe Liperoti e Salvatore Muto (classe 77) hanno all’unisono inquadrato nella guerra per il controllo del territorio emiliano scoppiata all’epoca all’interno della ‘ndrangheta in Calabria, dove ambizioni e interessi si sono intersecate con faide antiche e vendette personali. Delitti per cui sono gia’ stati condannati nel rito abbreviato, con sentenza passata in giudicato, Nicolino Sarcone, ritenuto a capo dell’articolazione autonoma radicata in Emilia (30 anni) e lo stesso Valerio (8 anni) che si e’ autoaccusato di aver preso parte all’agguato a Ruggiero. 

Nicolino Grande Aracri quando era in libertà

Oltre al “fine pena mai” il pubblico ministero ha chiesto l’applicazione della ulteriore misura restrittiva dell’isolamento diurno in carcere, per tre anni per il boss Nicolino Grande Aracri (capo dell’omonima cosca di Cutro), lo stesso per Antonio Ciampa’ e per un anno, per Angelo Greco detto “Linuzzo”, e Antonio Lerose detto “il bel Rene'”.

Per Ciampa’ e Lerose, attualmente liberi, Ronchi ha chiesto anche la custodia cuatelare in carcere in caso di sentenza di condanna perche’, secondo l’accusa, entrambi non hanno mai interrotto i loro contatti con la ‘ndrangheta e sussistono i rischi di fuga o reiterazione del reato. All’esito del dibattimento la Procura antimafia ritiene di aver costruito “un quadro probatorio che consente certamente di ritenere provata la responsabilita’ penale per ciascun imputato, per i reati di omicidio volontario, premeditato e con l’aggravante del metodo mafioso per come rispettivamente contestati”, dice Ronchi. Nella requisitoria, durata diverse udienze, il sostituto procuratore ha messo piu’ volte in risalto il contributo decisivo dei due collaboratori di giustizia che Cortese e Valerio, sottolineato anche oggi. “Le loro dichiarazioni sono state rese spontaneamente, chiaro segnale di appagante attendibilita’ e provengono da soggetti che quando le rendono non hanno piu’ rapporti da anni”.

Quanto alla stampa e a Facebook, strumenti che secondo Nicolino Grande Aracri avrebbero permesso ai pentiti di accordarsi sulle versioni da esporre, Ronchi replica: “Il social network Facebook non c’era nel 2008 quando Cortese ha iniziato la collaborazione e nemmeno nel 2017 quando Valerio, chiuso in carcere e isolato dal mondo, rendeva le sue dichiarazioni”. I tentativi dell’accusa di portare a galla incongruenze nelle “storie” dei collaboratori, aggiunge poi, “sono stati veramente risibili e credo sia evidente che li abbiamo visti e affrontati tutti”. Infine il Pm, citando anche le analisi dei tabulati telefonici del ’92 e i sopralluoghi effettuati nel corso delle indagini, conclude: “La sicura ridondanza degli elementi che abbiamo enucleato in relazione all’unitaria canalizzazione delle condotte, riporta chiaramente ad una deliberata e premeditata esecuzione di un preciso progetto criminale ad evidenza ascrivibile alle logiche ‘ndranghetistiche”. 

(fonte: agenzia DIRE)

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