La strage di Bologna e l’alibi di Bellini
Era o no alla stazione? SCOPRIAMO LE CARTE
Qualcuno ha mentito ieri, oppure mente oggi

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI*

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

25/5/2020 – Dov’era Paolo Bellini, il latitante di Reggio Emilia ricercato dalla fine del 1976 per rapina, violazione di domicilio, detenzione e porto abusivo di armi e tentato omicidio, la mattina di sabato 2 agosto 1980? Era alla stazione di Bologna prima e dopo l’esplosione? Oppure era in viaggio per il Passo del Tonale? Era vera la versione sui loro spostamenti fornita agli inquirenti nel 1983 dalla sua ex moglie, Maurizia Bonini, oppure sono genuine le ultime dichiarazioni della donna che – ribaltando totalmente quanto lei e i suoi familiari affermarono all’epoca – ha dichiarato a verbale di riconoscere il volto dell’ex marito in un fotogramma di un filmino amatoriale Super 8 girato (prima e dopo l’esplosione) da Harald Polzer, un misterioso turista tedesco residente a Horw, cantone di Lucerna in Svizzera, il quale – coincidenza fra le tante – si sarebbe trovato di fronte all’obiettivo proprio uno dei cinque uomini del commando che avrebbe avuto un ruolo nell’attentato?

Chi dice la verità? Chi mente?

Cercheremo con questo approfondimento inedito e dettagliato sull’alibi di Bellini di scoprire come stanno le cose, anche per fare un po’ di chiarezza rispetto a certe ricostruzioni giornalistiche pasticciate, omissive e poco obiettive. I fatti parlano chiaro. I risultati delle indagini svolte dal Nucleo Operativo Legione Carabinieri e dai giudici istruttori del Tribunale di Bologna, basate incrociando le varie testimonianze, arrivarono a una serie di punti fermi. Vennero verificati dai militari dell’Arma anche i tempi di percorrenza dei vari spostamenti. L’affresco che apparve ai loro occhi metteva in evidenza una storia precisa e ben diversa (dovremmo dire, opposta) a quella che si ricava oggi dalle ultime rivelazioni della signora Bonini. Delle due, l’una. O era vera la versione dei fatti del 1983, o è vera la storia di Bellini in stazione a Bologna la mattina della strage. O hanno mentito all’epoca o stanno mentendo adesso. Tertium non datur.

Cosa disse Paolo Bellini ai magistrati

E partiamo proprio da quanto mise a verbale il diretto interessato, Paolo Bellini, in quel momento detenuto nel carcere di Parma e imputato di concorso in strage.

È il 9 marzo 1983. A interrogare quello che i giornali definivano la “primula nera” di Reggio sono i giudici istruttori bolognesi Vincenzo Luzza, Sergio Castaldo e Vito Zincani. Il giallo della sua identità era stato risolto alla fine di gennaio dell’anno prima, quando il sostituto procuratore di Reggio Emilia, Giancarlo Tarquini, era riuscito – soprattutto attraverso l’esame di tutte le visite e gli aiuti ricevuti in carcere dal sedicente brasiliano Roberto Da Silva, dal giorno del suo strano arresto a Pontassieve da parte dei carabinieri, il 14 febbraio 1981 – a dimostrare che quell’uomo baffuto di circa 30 anni altri non era che Paolo Bellini.

Paolo Bellini negli anni ’80
..e l’uomo filmato il 2 agosto

Non fu un lavoro facile, quello del dott. Tarquini, anche perché dal giorno del suo arresto in Toscana, il Da Silva aveva fatto un vorticoso e alquanto sospetto tour degli istituti di pena italiani, fra cui – fatto questo molto strano – quelli di Sciacca e Palermo, dove la popolazione carceraria in quel preciso momento storico era di ben altra “statura” ed estrazione criminale rispetto a un presunto brasiliano ladro comune di mobili.

Tanto per avere un’idea, questi sono i movimenti di Roberto Da Silva nelle case circondariali italiane, in un arco di tempo che va dal 15 febbraio 1981 al 10 novembre 1982:

  • L’11 maggio 1981 viene trasferito da Firenze a Reggio Emilia.
  • Il 2 giugno da Reggio Emilia a Firenze.
  • Il 29 settembre 1981 da Firenze a Sciacca.
  • L’8 novembre 1981 da Sciacca a Palermo.
  • Il 16 dicembre 1981 da Palermo a Sciacca.
  • Il gennaio 1982 da Sciacca a Firenze.
  • Il 27 gennaio 1982 da Firenze a Modena.
  • L’11 maggio 1982 da Modena a Firenze.
  • Il 17 maggio 1982 da Firenze a Modena.
  • Il 9 agosto 1982 da Modena a Ferrara.
  • Il 10 novembre 1982 da Ferrara a Parma.

Paolo Bellini potrebbe scrivere la Guida Michelin delle carceri italiane…

Il primo articolo sulla scoperta della vera identità del brasiliano Da Silva venne pubblicato dal Resto del Carlino il 23 febbraio 1982. Il titolo era “Non è il brasiliano Da Silva, è il ‘nero’ Bellini”. «Quale storia si nasconde dietro di lui», si domandava il giornalista.

A quella domanda, se ne aggiunge un’altra ancora più pesante: chi era in quel periodo il direttore generale degli Istituti di Prevenzione e Pena? Risposta: Ugo Sisti, l’ex procuratore capo di Bologna fino al settembre 1980, grande amico del padre e del fratello di Paolo Bellini. Tutto molto strano.

“Una latitanza eterodiretta da menti raffinatissime”

Ad un esame più attento, la latitanza di Bellini sembra essere stata eterodiretta da una serie di menti raffinatissime, tanto che queste entità riuscirono addirittura a indurre un alto ufficiale del Distretto Militare di Modena a far sparire il modello originale DE/8583 del soldato Bellini Paolo (assegnato alla scuola carristi di Caserta) con le sue impronte digitali. Senza il confronto tra le impronte digitali del fascicolo matricolare e quelle prese dai carabinieri al momento del suo arresto, fu praticamente impossibile per mesi arrivare all’identificazione di Da Silva con Bellini.

«Posso dire con assoluta certezza – dichiara Bellini a verbale – che il 2 agosto ero insieme con la mia famiglia, mia moglie ed i miei figli, in un residence del Passo del Tonale, dove arrivai proprio il giorno 2 agosto non ricordo se nella mattina o nelle prime ore del pomeriggio, ripartendo dopo circa una settimana. C’era con me anche una mia nipote e andai in macchina, partendo da Rimini dove mia moglie era al mare a Torre Pedrera all’Hotel Mosè».

Fermiamoci per un momento e cerchiamo di dare un nome e un cognome alle persone citate dall’imputato.

Bellini afferma che il 2 agosto era con la moglie, Maurizia Bonini, ma ad essere precisi, i due dal 7 marzo 1979 erano in regime di separazione consensuale. I due si erano sposati a Puianello, (frazione di Quattro Castella, provincia di Reggio Emilia, la località dove i genitori di Paolo edificarono l’albergo con piscina), il 12 ottobre del 1970.

Durante l’iter per l’omologazione della separazione Paolo Bellini, per ovvie ragioni, non poté presentarsi in udienza presso il Tribunale Civile di Reggio Emilia e per questo delegò il padre, ma la procura speciale in favore di Aldo Bellini non venne mai trovata. Quel foglio di carta, infatti, costituiva la prova del favoreggiamento di Bellini padre in favore del figlio Paolo latitante.

Comunque, in compagnia della coppia Bellini-Bonini c’erano la figlia Silvia, di circa 9 anni e mezzo, il figlioletto Guido di circa 1 anno e mezzo, e la nipote Daniela, figlia del fratello maggiore Guido, in quei giorni ricoverato in un ospedale di Parma.

Andiamo avanti: «Andai a Rimini a prelevare mia moglie, partendo da Fidenza dove mi ero fermato per stare vicino a mio fratello Guido che era ricoverato in ospedale a Parma. A Fidenza dormivo all’Hotel Due Spade. Non ricordo ove passai la notte tra il 1° e il 2 agosto ’80. Ciò che ricordo è di essere partito la mattina molto presto e precisamente alle 6 circa da Scandiano di Reggio Emilia dove mia cognata (la moglie del fratello Guido, ndr) mi aveva condotto sua figlia che venne con me fino a Rimini, qui prelevai la mia famiglia e mi diressi verso il Passo del Tonale. Al gestore del residence del Passo del Tonale consegnai i documenti miei e della mia famiglia».

Facciamo attenzione al dettaglio della presenza della nipote Daniela, perché ritorneremo su questo punto.

Questa la versione dei fatti resa dall’ex latitante reggiano. Ma cosa disse la moglie Maurizia agli inquirenti sugli spostamenti di sabato 2 agosto 1980?

Teniamo conto che un alibi costruito a tavolino, con tutti i dettagli, gli orari e gli spostamenti della giornata rimaneggiati, doveva essere architettato prima dell’arresto di Bellini, perché dopo – con tutta quella vorticosa giostra nelle carceri italiane – la messa a punto di una falsa verità sarebbe stata se non impossibile, almeno molto difficile in quelle condizioni.

Cosa disse Maurizia Bonini nel 1983

Maurizia Bonini, nata a Reggio Emilia 65 anni fa, venne sentita a sommarie informazioni dai carabinieri del Nucleo Operativo di Bologna il 14 marzo 1983.

Leggiamo cosa mise a verbale: «È vero che nell’estate del 1980 (siamo stati, ndr.) all’Hotel Mosè insieme a mia madre, mio fratello Michele, mia cognata Paola, mio padre Tullio, i miei due nipotini (i figli del fratello Michele e della cognata Paola, ndr) e i miei due figli. Siamo rimasti all’Hotel Mosè dalla fine di luglio, mi sembra il 20-25, fino al 2 agosto.

Sono partita da Torre Pedrera la mattina del 2 agosto, sono andata a Rimini, dove mi ha accompagnato mia madre in macchina insieme ai due bambini. A Rimini avevo un appuntamento con Paolo nei pressi dell’acquario dei delfini per le ore 8,30 circa. Io e mia madre siamo arrivate a Rimini verso le 8,20 circa, abbiamo aspettato nei pressi di un bar vicino all’acquario e verso le 9 – 9,15 circa è arrivato Paolo, abbiamo preso qualcosa al bar impiegando circa una mezz’ora e poi ci siamo avviati verso l’autostrada».

Questo punto è centrale, perché se Bellini arriva a Rimini (con la nipote in macchina) tra le ore 9 – 9,30, come farà il latitante ad essere a Bologna mezz’ora dopo, stando all’ultima versione dei fatti resa dalla donna secondo la quale ha riconosciuto suo marito nel fotogramma del filmino Super 8? «Ho visto in questo momento il video – avrebbe dichiarato la Bonini – e posso dire che la persona ritratta nel fermo immagine immediatamente dopo la colonna è il mio ex marito».

Torniamo alle dichiarazioni del marzo 1983: «Abbiamo percorso il tratto Rimini-Modena, uscendo a Verona, dove abbiamo pranzato in un ristorante fuori dell’autostrada (questo particolare non è mai stato verificato dagli inquirenti, ndr) e poi abbiamo proseguito per il Passo del Tonale dove siamo arrivati alle ore 17 circa del pomeriggio del 2 agosto.

Mio marito aveva una Golf colore rosso credo, targata con targa svizzera (l’ultimo viaggio di Bellini in Svizzera è tra il 21 e il 22 luglio 1980: quel giorno, mentre era in viaggio verso il confine italiano, venne fermato mentre era in sosta sull’autostrada 3 dalla polizia elvetica perché trovato con un apparecchio radiotelefonico marca Sommerkamp, modello TS 5680 da 5 Watt senza la relativa autorizzazione, ndr).

A Rimini è arrivato insieme alla bambina Daniela, figlia di Bellini Guido, che lui mi disse di avere preso a Scandiano. Al Passo del Tonale siamo rimasti fino al 9 agosto, giorno in cui siamo ripartiti alla volta di Parma, dove c’era Guido all’ospedale. La mattina in cui Paolo è venuto a prendermi a Rimini, non so da dove venisse e dove avesse dormito la notte precedente».

Il giallo della notte precedente (ossia quella tra il 1° e il 2 agosto 1980) è costellato da una serie di misteri e su questa precisa circostanza sono state fatte mille congetture, fra cui quella che il finto brasiliano Roberto Da Silva avrebbe pernottato a Bologna presso un’anziana affittacamere. Mentre per la notte tra il 31 luglio e il 1° agosto, la vicenda è stata spiegata in modo agile dal titolare dell’Hotel Due Spade di Fidenza, William Furlotti, sulla base dei registri d’albergo: «Sono il gestore dell’albergo-ristorante Due Spade sito in questa piazza Pezzana 4. Gestisco tale albergo sin dall’inizio del 1980. Come risulta dai registri, il Da Silva ha alloggiato nel mio albergo nei seguenti periodi: dal 23 luglio al 1° agosto 1980, dal 9 all’11 agosto 1980, dal 30 settembre al 1° ottobre 1980».

Dunque, stando ai registri d’albergo, il finto brasiliano Roberto Da Silva lascia l’Hotel Due Spade di Fidenza la mattina del 1° agosto. Dal quel momento, si perdono le sue tracce fino al suo arrivo al Top Residence di Passo del Tonale nel tardo pomeriggio del 2 agosto.

A che ora sia uscito dall’Hotel Due Spade non è chiaro, ma – stando a quanto affermano sia Bellini sia la moglie – a una certa ora della mattina presto sarebbe andato a Scandiano di Reggio Emilia (si sarebbe trovato già sul posto) per recuperare la nipote Daniela e con lei si sarebbe diretto all’appuntamento a Rimini con la moglie e i figli.

Se le cose andarono veramente così, non ci sarebbe stato né il tempo né il modo di deviare su Bologna per partecipare all’attentato. La presenza della figlia del fratello Guido, infatti, costituisce una variabile insuperabile, rispetto alla nuova versione dei fatti che collocherebbe Bellini alla stazione di Bologna intorno alle ore 10-10,30.

Sarebbe credibile e verosimile immaginare, infatti, che il latitante Bellini va a Bologna per partecipare all’attentato in compagnia della nipote Daniela?

2 agosto 1980: le macerie della stazione di Bologna

Eppure il dettaglio della presenza della figlia di Guido a Rimini sarà confermato a verbale anche dalla madre di Maurizia Bonini, la signora Eglia Rinaldi, nata a Albinea (Reggio Emilia) e che all’epoca dei fatti aveva 54 anni, sposata con Tullio Bonini, di professione albergatrice.

È il 14 marzo del 1983 quando viene sentita a verbale dai carabinieri: «Sono la mamma di Bonini Maurizia. Riguardo all’episodio di cui la S.V. mi chiede di precisare i particolari e cioè la mattina del 2 agosto, quando ho accompagnato mia figlia a Rimini, posso dire: la sera di prima di partire, cioè la sera del 1° agosto 1980, mia figlia salutò mio figlio e sua cognata, dicendo che sarebbe andata in montagna, senza peraltro precisare il luogo. Nella stessa occasione mi chiese se la potevo accompagnare a Rimini, dove doveva incontrare Bellini Paolo e così avrei avuto occasione di vederlo poiché era da tempo che non avevo avuto modo di incontrarlo».

E qui entriamo nel vivo dell’alibi del 2 agosto: «Al mattino successivo partimmo io e mia figlia verso le 8 dall’Hotel Mosè alla volta di Rimini, dove ci fermammo nei pressi dell’acquario, dove ci sono i delfini, vicino un piccolo bar. Giunti nei pressi del bar abbiamo aspettato per circa una mezz’ora in macchina, anzi preciso per circa 5 minuti in macchina, poi, visto che Paolo non si faceva ancora vedere, siamo andate al bar dove abbiamo aspettato per altri 20-25 minuti. Verso le ore 9 – 9,15 circa Paolo è arrivato, ha preso qualcosa al bar, mi sembra una pasta o cappuccino, non ricordo, e poi lui e mia figlia sono partiti subito alla volta della montagna».

Ecco il punto nodale: «Paolo è arrivato portando con sé la figlia di suo fratello Guido di nome Daniela. Sono sicura che Paolo Bellini è arrivato in auto anche se non ricordo di che tipo di auto si trattasse essendo io non molto esperta e io l’ho aiutato a mettere le valigie in macchina. Io ero consapevole del fatto che lui era all’epoca latitante ed avevo una gran paura, non vedevo l’ora che se ne fossero andati. So che Bellini Guido è stato ricoverato all’ospedale di Parma per un certo periodo di tempo, ma non so precisare quale, anzi so che lui è stato in ospedale, ma non sono sicura che sia quello di Parma. Infatti per il tumore lui è stato ricoverato, ma non so in quali ospedali».

Guido Bellini, il fratello maggiore di Paolo e padre di Daniela, anche lui con una sfilza di reati alle spalle, è deceduto il 29 aprile 1982, nel momento più delicato delle indagini su suo fratello Paolo. Morì portandosi nella tomba gran parte dei segreti di famiglia.

Comunque la signora Eglia conferma la versione dei fatti sia di suo genero sia di sua figlia. Soprattutto conferma l’arrivo di Bellini a Rimini con la nipote alle ore 9 – 9,30.

I carabinieri vollero verificare anche la disponibilità delle autovetture da parte della famiglia Bonini e cioè di Maurizia, del fratello, della madre e del padre, e – incrociando le varie testimonianze – giunsero alla conclusione che quel giorno (sabato 2 agosto) i Bonini all’Hotel Mosè di Torre Pedrera avevano tre auto: una del padre Tullio (che faceva avanti-indietro con Reggio Emilia), una del fratello Michele e una della madre Eglia. Maurizia era senza veicolo.

Questo accertamento servì per escludere che la donna fosse partita dall’Hotel Mosè la mattina di sabato con un proprio mezzo per incontrarsi con il marito latitante.

Peraltro la presenza della famiglia Bonini all’Hotel Mosè venne confermata ai carabinieri dalla titolare, Mafalda Fabbri, 41 anni di Rimini, il 10 marzo 1983: «Gestisco l’Hotel Mosè insieme a mio marito Giorgetti fin dal 1972. Come la S.V. ha potuto verificare, ha alloggiato in questo albergo, nel periodo che va dal 25 luglio 1980 al 2 agosto 1980, la signora Bonini Maurizia, nata a il 14 novembre 1954, identificata a mezzo patente di guida n° 73-2012111. Nello stesso periodo e precisamente dal 25 luglio 1980 al 4 agosto 1980 hanno alloggiato in questo albergo: Bonini Michele, fratello di Maurizia, Fontanesi Paola, moglie di Michele, e Rinaldi Eglia, mamma di Maurizia. La Bonini Maurizia aveva con sé il bambino, come risulta dal registro, di circa 1 anno o 1 anno e mezzo.

Conosco da alcuni anni la famiglia Bonini perché sono nostri clienti ed è sorta una certa amicizia. Per questo ho appreso che non correvano buoni rapporti tra la Bonini Maurizia e i suoi genitori, per via del marito di lei appunto Bellini Paolo».

A sigillare la versione dei fatti resa dalla moglie di Bellini e da sua madre fu il figlio Michele, fratello di Maurizia. È sempre il 14 marzo 1983: «È vero che che ho passato le ferie nell’agosto del 1980 a Torre Pedrera, vicino Rimini, all’Hotel Mosè. Con me c’erano mia sorella Maurizia con i due suoi figli, i miei genitori, mia moglie e i miei due figli. Siamo rimasti fino al 4 agosto e poi siamo tornati a casa poiché dovevamo riaprire il ristorante (Il Capriolo di proprietà del padre Tullio a Reggio Emilia, ndr).

Mia sorella, invece, è andata via il giorno 2 agosto al mattino molto presto. Aveva annunciato la sua partenza la sera precedente, cioè la sera del 1° agosto mentre eravamo a tavola. Al mattino successivo io non l’ho vista per niente. La sera precedente, nell’annunciare la sua partenza per la montagna, mia sorella aveva anche detto che si sarebbe fatta accompagnare a Rimini da mia madre in macchina che ha una 128 familiare. La sera precedente, nell’annunciare la sua partenza non aveva detto nulla circa un suo eventuale incontro con Paolo o Roberto. Può darsi che ne abbia parlato con mia padre, ma non posso esserne sicuro. Ho saputo successivamente da mia madre che quella mattina, cioè la mattina del 2 agosto 1980, quando accompagnò mia sorella a Rimini, vide Bellini Paolo che si doveva incontrare con mia sorella».

La versione di Michele Bonini sarà confermata dalla moglie, Paola Fontanesi, all’epoca 35 anni: «La mattina del 2 agosto 1980 mia cognata Bonini Maurizia si fece accompagnare, insieme ai suoi due bambini, dalla madre, in macchina a Rimini. Aveva già annunciato la sera precedente che sarebbe partita per la montagna, ma non aveva detto né come, né dove sarebbe andata. Tengo a precisare che la mattina del 2 agosto io non ho visto neanche mia suocera fino all’ora di pranzo. Non so a che ora fossero partite per andare a Rimini, né l’ho saputo successivamente poiché mia cognata non è molto aperta, tiene tutte le cose per sé. Non mi interessava ciò che faceva mia cognata. Non posso affermare con precisione altre circostanze poiché ho sempre cercato di rimanere fuori da ciò che riguardava mia cognata».

L’hotel Mosè di Torre Pedrera

Un altro punto nevralgico della ricostruzione dei fatti, poiché – secondo la nuova inchiesta su Bellini – questo ritardo della madre di Maurizia, la signora Eglia, nel far ritorno a Torre Pedrera rappresenterebbe la finestra temporale entro la quale “collocare” Paolo Bellini alla stazione di Bologna tra le ore 10 – 10,30 per poi muoversi rapidamente da Bologna a Rimini. E la nipote Daniela? Sarebbe stata con lui mentre partecipava all’attentato? E se non è così, chi andò a Scandiano di Reggio Emilia a prendere la figlia del fratello Guido? Non solo. Se l’arrivo di Paolo Bellini a Rimini va spostato più avanti nel corso della mattinata del 2 agosto, allora significa che sia Maurizia sia sua madre, all’epoca, mentirono agli inquirenti circa l’orario di arrivo del latitante a Rimini, nei pressi dell’acquario dei delfini: ore 9 – 9 e 15.

Quanto ci vuole in macchina per andare da Bologna a Rimini? Almeno un’ora e mezza. Quindi se Bellini partì da Bologna dopo l’attentato, quindi poco prima delle 11, sarebbe arrivato all’appuntamento a Rimini intorno alle 12 e 30 o comunque intorno alle ore 13. Ma rimane sempre il problema della nipote Daniela la quale, in questo caso, non sarebbe stata prelevata a Scandiano da Bellini, ma da qualcun altro.

Peraltro oggi Daniela Bellini avrebbe almeno 50 anni e potrebbe ricordare la circostanza. Così come potrebbe ricordare come andarono effettivamente le cose quella mattina del 2 agosto del 1980 la figlia di Paolo e Maurizia, Silvia Bellini, che oggi ha 49 anni. E quella settimana in montagna al Passo del Tonale con la cugina Daniela – stando ai dati disponibili – fu l’ultima vacanza trascorsa con i genitori, perché – sei mesi e mezzo dopo – il padre Paolo venne arrestato dai carabinieri a Pontassieve. Dopodiché, fine delle vacanze per molti anni.

Insomma, mentirono tutti quelli della famiglia Bonini, all’epoca? Che vorrà dire la signora Bonini quando afferma «se Paolo Bellini si trovava a Bologna devo dire che ci ha usati come alibi. Intendo me, e i miei familiari che sono stati interrogati»? Sia lei che la madre furono precise e concordi – nei loro verbali – nell’indicare l’arrivo del latitante a Rimini tra le 9 e le 9,15 con un ritardo di circa un’ora rispetto all’orario concordato: le 8,30. E furono inoltre concordi, madre e figlia, nell’indicare l’orario di partenza da Rimini per il Passo del Tonale intorno alle ore 10.

Ad aggiungere un ulteriore dettaglio che introduce un elemento di dubbio nelle varie ricostruzioni è stato poi il fratello di Maurizia, Michele, il quale – interrogato dal giudice istruttore – confermando quanto da lui dichiarato ai carabinieri, aggiunse un particolare inedito: la madre Eglia ritornò all’Hotel Mosè di Torre Pedrera in tarda mattinata perché si fermò a Rimini per fare la spesa. Ma se alloggiavano in albergo, che senso aveva andare a fare la spesa? Un altro punto mai chiarito.

Maurizia Bonini confermò l’alibi del 2 agosto 1980 al giudice istruttore Vincenzo Luzza, nel verbale del 5 maggio 1983: «Sapevo che mio marito i primi di agosto mi doveva portare in montagna e attendevo da lui una telefonata che ebbi qualche giorno prima della partenza, sicché io informai mia madre e mio fratello che li avrei lasciati il giorno 2 agosto. All’appuntamento con mio marito a Rimini mi accompagnò mia madre a bordo della Fiat 128. Partimmo da Rimini verso le 9,30. Uscimmo a Verona dove abbiamo mangiato e giungemmo infine a destinazione verso le ore 16,30 – 17. Con mio marito era una nostra nipote figlia di Guido».

Dunque lei, suo marito, i loro due figli Silvia e Guido e la nipote Daniela partirono da Rimini con la Golf targata svizzera intorno alle ore 10 di sabato 2 agosto 1980. Come faceva, dunque, Paolo Bellini a trovarsi alla stazione di Bologna nello stesso momento, e cioè tra le ore 10 – 10,30? Partirono pertanto più tardi? E da dove? Da Rimini o da altra località? Chi andò a prendere la figlia di Guido, Daniela, a Scandiano di Reggio Emilia? Ci andarono Maurizia e la madre Eglia la mattina presto, partendo da Torre Pedrera? E quanto tempo ci vuole per andare da Rimini a Scandiano? Almeno due ore in macchina.

Ma cosa scrissero i carabinieri sui tempi di percorrenza di tutti questi spostamenti?

Dal rapporto del Nucleo Operativo di Bologna, del 19 marzo 1983: «Sono stati svolti poi accertamenti presso il Top Residence di Passo del Tonale (Tn), dove risulta che il Bellini Paolo vi ha alloggiato, sempre sotto il nome di Da Silva Roberto, dal 2.8.1980 al 9.8.1980 insieme a sua moglie Bonini Maurizia e due bambine di nome Bellini Daniela e Bellini Silvia. Il portiere del residence, Gavrilovic Slobodan, in atti generalizzato, ha dichiarato di ricordare il Da Silva molto bene poiché gli rimasero impressi i suoi bei baffi».

I carabinieri, come abbiamo visto, interrogarono tutti i protagonisti di quella vicenda (Maurizia e Michele Bonini, la madre Eglia e la moglie Paola) al fine di verificare gli spostamenti di Paolo Bellini la mattina del 2 agosto 1980 e tutti «hanno dato versioni concordanti». Bellini, secondo le loro dichiarazioni, giunse a Rimini «verso le ore 9 – 9,15. Dopo aver consumato la colazione in un bar vicino all’acquario, Bonini Maurizia e Bellini Paolo si avviarono in auto verso il Passo del Tonale, percorrendo l’autostrada via Modena-Verona. In quest’ultima città sarebbero usciti per consumare il pasto di mezzogiorno e successivamente avrebbero proseguito, percorrendo la strada normale. Il viaggio sarebbe stato effettuato in auto, precisamente una Golf».

«Circa i tempi di percorrenza delle distanze Fidenza-Torre Pedrera e Torre Pedrera-Passo del Tonale, lo scrivente – il capitano dei carabinieri Paolo Pandolfi, comandante della 1ª Sezione – sulla base di viaggi effettuati da personale dipendente nelle stesse distanze, riferisce quanto segue:

– Da Fidenza a Torre Pedrera percorrendo la distanza in autostrada alla velocità di circa 120 km orari, si impiegano circa due ore.

– Da Torre Pedrera a Passo del Tonale, percorrendo il tratto autostradale fino a Trento via Modena-Verona e proseguendo poi su strada normale, si impiegano circa 7 ore».

Dunque, per arrivare al Top Residence di Passo del Tonale nel tardo pomeriggio del 2 agosto (dopo le ore 18), la coppia Bellini-Bonini con i due figli e la nipote sarebbero partiti da Rimini verso mezzogiorno. Ma se Bellini era alla stazione di Bologna tra le 10 e le 11, sarebbe dovuto partire dal luogo della strage alle 10 e 30 in punto per poter essere a Rimini alle 12. Ma se avesse anche tardato di un quarto d’ora o mezz’ora, non avrebbe mai fatto in tempo ad arrivare all’appuntamento con sua moglie prima delle 12,30 – 13. E qui i tempi si fanno troppo più serrati, soprattutto per qualcuno che avrebbe dovuto partecipare ad un attentato come quello.

Ma se effettivamente lui era a Bologna quando quel misterioso turista tedesco lo riprende con il suo Super 8, allora vuol dire che sua moglie Maurizia Bonini e sua suocera Eglia Rinaldi decisero di mentire, consapevolmente, agli inquirenti per coprire i movimenti del latitante.

E comunque, resta irrisolto il problema della nipote Daniela, la figlia del fratello Guido ricoverato in ospedale, la quale – se lo zio si trovava alla stazione per partecipare all’attentato – qualcun altro deve essersi fatto carico di andare a prenderla a Scandiano. Per la cronaca, agli atti non compare nessuna testimonianza della cognata di Paolo Bellini, la moglie del fratello Guido, la quale avrebbe accompagnato la figlia Daniela a Scandiano di Reggio Emilia quella maledetta mattina di sabato 2 agosto 1980 per mandarla in vacanza con il cognato latitante. Se Maurizia Bellini mentì all’epoca, dovrà a questo punto spiegare il perché.

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I MISTERI DELLA STRAGE 3 – PAOLO BELLINI E LA BOMBA DI BOLOGNA: QUALI PROVE?
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*GLI AUTORI

Gian Paolo Pelizzaro

Gian Paolo Pelizzaro, nato a Roma nel 1964, giornalista investigativo, ricercatore e saggista, esperto di terrorismo internazionale e intelligence.

È stato consulente delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (XIII legislatura) e sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura).

Ha pubblicato i saggi:

Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia, Settimo Sigillo 1997;

I segreti di San Macuto, intervista con il senatore Vincenzo R. Manca, Bietti 2001;

Libano. Una polveriera nel Mediterraneo, Bietti Media, 2008.

Gabriele Paradisiingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Gabriele Paradisi

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
– una edizione estesa del Dossier Strage di Bolognaintegrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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Una risposta a 1

  1. Dorotea Rispondi

    26/05/2020 alle 10:40

    La storia si ripete… oggi.
    Diciamo che si sono specializzati nell’infangare, e travolgere completamente i fatti, a danno ovviamente delle Persone.
    Loro non sono persone..tuttalpiù ‘mandanti’, compari, o semplici leccaculo.
    Una marea di escrementi.

    Ciao Ghiggio, un abbraccio sempre.

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