I misteri di Bologna e l’enigma della Primula nera
un poliziotto, una “soffiata” e quello strano articolo
Così Paolo Bellini entrò nelle indagini sulla strage

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI *

Gabriele Paradisi
Gian Paolo Pelizzaro

18/5/2020 – La Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Bologna, il 10 febbraio 2020 ha comunicato la conclusione delle indagini preliminari nell’ambito del cosiddetto “filone mandanti” relativo alla strage del 2 agosto 1980. Il fascicolo, su esposto dell’Associazione dei familiari delle vittime, era stato aperto il 27 luglio 2011. Alla richiesta di archiviazione da parte della Procura di Bologna l’8 marzo 2017, era seguita, il successivo 25 ottobre, l’avocazione da parte della Procura generale, la quale aveva ritenuto sussistesse «ancora qualche spunto investigativo da approfondire». Dopo oltre due anni di approfondimenti, la notifica di conclusione delle indagini ha raggiunto quattro persone viventi, le quali, secondo i magistrati, avrebbero a vario titolo una qualche responsabilità o coinvolgimento nell’atroce massacro che provocò 85 vittime riconosciute.

Si tratta di Paolo Bellini, Domenico Catracchia, Quintino Spella e Piergiorgio Segatel. Oltre a costoro, la Procura Generale ha indicato altre quattro persone ormai defunte – Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi – i quali sarebbero stati nientemeno che gli organizzatori e i finanziatori della strage.

Ad ognuno dei quattro indagati ancora in vita, ReggioReport ha già dedicato un articolo, per cercare di comprendere il motivo che li vede, dopo quasi quarant’anni, nella scomoda posizione di doversi difendere da un’accusa così infamante e terribile.

Abbiamo però deciso di riprendere le vicende di uno di loro, al quale i magistrati bolognesi contestano addirittura la partecipazione diretta al massacro quale esecutore materiale. Parliamo del reggiano Paolo Bellini, classe 1953.

Paolo Bellini

In altre parole Bellini, in concorso con i già condannati in via definitiva Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, insieme al condannato in primo grado dalla Corte di Assise di Bologna Gilberto Cavallini e «con altre persone da identificare», avrebbe «concertato, deliberato, organizzato e predisposto per l’esecuzione, il porto e la collocazione di un ordigno esplosivo nella sala d’attesa di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna».

A quanto ad oggi si conosce, la Procura Generale avrebbe dato un peso significativo a un fotogramma tratto da un filmato amatoriale Super 8 a colori, girato la mattina di sabato 2 agosto 1980 da un turista tedesco residente nel cantone di Lucerna in Svizzera, Arald Polzer, poco prima e poco dopo l’attentato. Fu proprio Polzer, attraverso i canali consolari, a informare le autorità italiane che aveva della pellicola girata mentre stava in stazione il giorno della strage. Era la fine di gennaio 1984. Pochi giorni dopo l’attentato al treno rapido 904 Napoli-Milano del 23 dicembre 1984. «Nel consegnare la predetta bobina – si legge nella nota della Farnesina del 10 gennaio 1985 – il sig. Polzer ha dichiarato che la sua tardiva offerta è motivata dalla impressione in lui suscitata dal recente attentato sul treno Napoli-Milano, e dal conseguente sentimento di rimorso».

Il filmino venne dato in prestito con la promessa di essere – quanto prima – restituito al proprietario. Gli verrà restituito tre anni dopo.

In uno dei fotogrammi del filmino Polzer si vede l’immagine fugace di un giovane con folti baffi e una capigliatura abbondante. Secondo gli inquirenti, quella persona immortalata nel Super 8 sarebbe proprio Paolo Bellini. Si attendono, su questo delicatissimo aspetto, gli esami antropometrici.

Vista la gravità di ciò che gli viene addebitato, vogliamo con una serie di articoli, cercare di conoscere più da vicino chi è Paolo Bellini, come egli entra nella vicenda di Bologna, quali i legami che poteva avere con gli ambienti estremisti della destra neofascista e in particolare con i Nuclei armati rivoluzionari (Nar), quali elementi e quanto consistenti portarono già una volta i magistrati ad ammettere la sua estraneità all’evento stragista.

Per fare questo, come sempre, ci baseremo sugli atti e sui documenti disponibili.

Il mistero di Paolo Bellini nel contesto della strage di Bologna inizia con uno strano articolo pubblicato dalla Nuova Gazzetta di Reggio venerdì 12 marzo 1982 dal titolo “Bellini era a Bologna il giorno della strage”. Il pezzo senza firma (quindi attribuito al direttore) con richiamo in prima pagina, si stendeva a pagina 7 della Cronaca di Reggio con questo titolo: “A 200 metri dalla stazione la stanza di Bellini a Bologna”.

Bellini, reggiano di 29 anni non ancora compiuti, titolo di studio 5ª elementare, condannato per tentato omicidio, porto abusivo di armi e minacce, quel giorno era detenuto proprio a Reggio Emilia (almeno così sembra, stando ad un rapporto tardivo e mal scritto dalla Digos di Bologna cinque giorni dopo l’uscita dell’articolo della Gazzetta di Reggio e indirizzato al giudice istruttore Aldo Gentile. Il mese prima, febbraio 1982, Bellini era richiuso a Modena). La latitanza di quello che i cronisti chiamavano (e chiamano ancora oggi) la “primula nera” reggiana era terminata l’anno precedente, il 14 febbraio 1981 (sei mesi dopo la strage di Bologna), quando venne arrestato dai carabinieri a Pontassieve per traffico di mobili rubati in compagnia di un complice, tale Giuseppe Fabbri, 34 anni di Rufina, piccolo Comune dell’hinterland fiorentino: «Dopo qualche mese trascorso nel carcere di Firenze fummo trasferiti entrambi a Reggio Emilia».

E Paolo Bellini? Immagine dal filmino girato il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna

Ma torniamo alla Gazzetta di Reggio: «Paolo Bellini, la “primula nera” reggiana, latitante dal 22 settembre 1976, all’epoca della strage di Bologna abitava nella capitale emiliana, naturalmente sotto il falso nome di Roberto Da Silva […] Il Bellini, secondo quanto abbiamo potuto apprendere, divideva una stanza presso un’anziana affittacamere assieme a un pregiudicato simpatizzante di destra, già detenuto per 15 anni al penitenziario di Porto Azzurro ed ex sorvegliato speciale di Pubblica sicurezza». Per ora, fermiamoci qui.

Chi era la “gola profonda” di queste clamorose rivelazioni? Lo scrive nero su bianco lo stesso giorno dell’uscita dell’articolo il direttore della Gazzetta di Reggio, Umberto Bonafini, 48 anni di Guastalla, in una lettera indirizzata al procuratore della Repubblica di Reggio Emilia, Elio Bevilacqua: «Illustrissimo Signor Procuratore, ieri pomeriggio alle ore 16,30 circa sul mio telefono personale ho ricevuto una telefonata anonima che mi pregava di prendere appunti circa alcune rivelazioni riguardanti Paolo Bellini e la strage di Bologna. Le rimetto per gli opportuni accertamenti il testo degli appunti da me presi e che mi sono serviti, personalmente, per redigere l’articolo apparso sulla edizione di oggi del mio giornale». In questo modo, il previdente e scafato Bonafini voleva evitare l’inevitabile perquisizione della sua redazione da parte della polizia.

Ma leggiamo cosa ebbe a scrivere il direttore, sotto dettatura telefonica da parte della sua anonima fonte, quel giovedì pomeriggio dell’11 marzo 1982: «Paolo Bellini ha abitato per qualche tempo a Bologna durante la sua latitanza come Roberto Da Silva. Anche nell’agosto del 1980 risiedeva nella città felsinea presso un’affittacamere anziana, a 200 metri dalla stazione centrale. Con lui divideva la stanza Luciano Ugoletti, simpatizzante di destra, detenuto per 15 anni nel penitenziario di Porto Azzurro ed ex sorvegliato speciale di PS. Luciano Ugoletti si trova ora presso la comunità di don Artoni, che conosce da tempo. Quando la polizia andava alla comunità per effettuare normali controlli, il sacerdote si è sempre irritato. Pare che a Bologna Bellini e Ugoletti continuassero la loro attività nel furto dei mobili […] Ora, l’Ugoletti, che ha vari precedenti comuni, non politici, gestisce la serra di don Artoni. In passato era anche evaso da S. Tommaso. È nativo di Baiso».

In verità, le cose andarono in maniera un po’ diversa: la telefonata venne presa da un cronista del giornale, Ezio Fanticini, il quale – trattandosi di una serie di informazioni apprese da fonte anonima – passò tutto al direttore, Bonafini, il quale volle dattiloscrivere sul modulo per battere le notizie il contenuto di quella telefonata trascritto in fretta e furia in forma di appunti.

Dunque, la “gola profonda” aveva passato una serie di informazioni, puntando l’attenzione non tanto su Bellini, sul quale sembrava sapere ben poco, ma soprattutto su questo Ugoletti. Chi è costui? Era un militante, un estremista di destra, schedato come “politico” dalla Digos? Nulla di tutto ciò. Era un criminale comune, impegnato nel furto e nella ricettazione di mobili e oggetti di antiquariato, quindi “trattato” o “gestito” non dalla polizia politica, ma dalla Squadra Mobile.

Luciano Ugoletti, nato il 26 agosto 1937 a Baiso (Reggio Emilia), era un balordo con una sfilza di reati che andavano da appropriazione indebita, furto, furto aggravato, ricettazione, evasione, favoreggiamento della prostituzione. La prima condanna la incassa all’età di 26 anni dalla Pretura di Roma il 5 giugno 1963. Da quel momento in poi, una condanna dietro l’altra. Borderline un po’ in tutto, si trastullava con due donne, Marina Grassi (prima convivente), nata a Reggio Emilia il 29 gennaio 1951, e Cristina Borghini (seconda fidanzata), nata a Carrara il 2 aprile 1957: «La nostra convivenza è iniziata dopo che l’Ugoletti fu scarcerato il 24 luglio 1980 dopo essere stato arrestato per oltraggio, mi pare». La donna, però, già frequentava Ugoletti mentre costui viveva ancora con la Grassi.

Stazione di Bologna: le macerie della sala d’aspetto sul primo binario

Ugoletti aveva il fiato sul collo da un agente della Squadra Mobile di Reggio Emilia: «Ricordo che intorno all’agosto 1980 – è sempre la Borghini a parlare – ma non so essere più precisa nella data, mi fu ritirata la patente. Materialmente mi fu ritirata dal maresciallo Balugani, anzi preciso meglio che il maresciallo Balugani in quel periodo dopo avermi convocato in Questura mi disse che poiché frequentavo un pregiudicato, cioè l’Ugoletti, mi avrebbe ritirato la patente e aggiunse anche che avrebbe preso in considerazione anche la possibilità di una misura di prevenzione quali il soggiorno obbligato».

Una vera persecuzione.

La circostanza dei problemi con quel poliziotto è confermata dallo stesso Ugoletti, il quale aggiunge altri particolari: «Nel 1976 fui dimesso dalla Casa di Lavoro di Castel Franco dopo 13 anni di detenzione e per sei mesi fui sottoposto a libertà vigilata. Conobbi in quel periodo, esattamente nel ’77, la Marina Grassi. Una sera di quell’anno ci recammo insieme io e la Grassi al Club 21 di Reggio Emilia. Mentre ballavamo la Grassi mi disse che c’era uno che le faceva segni insistentemente e l’occhiolino. Dapprima, la invitai a lasciar perdere poi però la donna mi avvisò di nuovo che quell’uomo insisteva nel suo comportamento e me lo indicò. Io allora indispettito mi avvicinai a quel signore e gli chiesi “che cazzo voleva dalla mia donna”. Quell’uomo allora con tono arrogante urlò se sapevo chi era lui e disse che era il maresciallo Balugani […] Da quel momento io divenni la sua vittima».

Le indagini su Paolo Bellini, Luciano Ugoletti e la “gola profonda” della Gazzetta di Reggio finì sulla scrivania del sostituto procuratore di Reggio Emilia, Giancarlo Tarquini, 43 anni, reggiano, un magistrato riservato con un gran fiuto investigativo, in carriera dall’aprile del 1967 e alla Procura di Reggio da circa 12 anni.

Giancarlo Tarquini

Tarquini, ascoltando e rileggendo i verbali di interrogatorio dei vari protagonisti della vicenda (Bonafini e il suo cronista, Grassi, Borghini e Ugoletti) non fece fatica a capire chi si nascondeva dietro la fonte anonima della telefonata dell’11 marzo 1982 alla redazione del quotidiano che voleva incastrare Bellini attraverso Ugoletti. O viceversa. Messo alle strette il cronista della Gazzetta di Reggio crollò e fece il nome del suo informatore. La “gola profonda” era il maresciallo della Squadra Mobile di Reggio Emilia, Rolando Balugani, nato a Zocca in provincia di Modena il 6 dicembre 1943. Il suo interrogatorio, davanti a Giancarlo Tarquini, sembra uscito da una pièce teatrale di Eugène Ionesco.

Il depistaggio è servito. E smascherato. (Fine prima parte – Continua)

I MISTERI DELLA STRAGE 1 – IL PROCESSO AI MANDANTI E QUELLA PRESUNTA “PROFEZIA”DI VETTORE PRESILIO. QUANDO LA MANIPOLAZIONE DIVENTA VERITA’ UFFICIALE

I MISTERI DELLA STRAGE 2 –LA CROCIFISSIONE DEL CAPITANO SEGATEL SERVITORE DELLO STATO

I MISTERI DELLA STRAGE 3 – PAOLO BELLINI E LA BOMBA DI BOLOGNA: QUALI PROVE?
Tanti volti inquietanti quella mattina alla stazione
“L’aviere” era un militare, non l’ex Primula Nera

I MISTERI DELLA STRAGE 4 – SPIRITI, TERRORISTI E UNA FOLLA DI BARBE FINTE TRA VIA GRADOLI E LA STAZIONE DI BOLOGNA. Due grandi tragedie legate da una trama da spy story

CHI C’E’ NELLA TOMBA DI MARIA FRESU? STRAGE DI BOLOGNA, L’ULTIMO MISTERO SCUOTE QUARANT’ANNI DI INDAGINI

*GLI AUTORI

Gian Paolo Pelizzaro

Gian Paolo Pelizzaro, nato a Roma nel 1964, giornalista investigativo, ricercatore e saggista, esperto di terrorismo internazionale e intelligence.

È stato consulente delle Commissioni parlamentari di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (XIII legislatura) e sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura).

Ha pubblicato i saggi:

Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia, Settimo Sigillo 1997;

I segreti di San Macuto, intervista con il senatore Vincenzo R. Manca, Bietti 2001;

Libano. Una polveriera nel Mediterraneo, Bietti Media, 2008.

Gabriele Paradisi, ingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Gabriele Paradisi

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio e Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
una edizione estesa del Dossier Strage di Bologna, integrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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