I misteri della strage di Bologna
Quella donna a contatto con la bomba
La verità su Ignota 86 può far riscrivere la storia

DI MASSIMILIANO MAZZANTI*

Massimiliano Mazzanti

28/5/2020 – Più che un mistero, quella della presenza di Paolo Bellini a Bologna il giorno della strage si sta rivelando come uno dei tantissimi autogoal del collegio di parte civile che, da anni, con la collaborazione dell’ex-pm di Bologna Claudio Nunziata, sta cercando di “interpretare diversamente” tutte le carte processuali e investigative su alcuni fatti di terrorismo nostrano, ottenendo la celebrazione di nuovi, costosi e inutili processi.

Semmai, il mistero vero è quello di vedere ancora corti di giustizia emettere sentenze, anche gravi, sulla base di questi teoremi, “sorvolando” con disarmante leggerezza proprio sugli scivoloni di chi questi teoremi propugna.

E senza che la politica s’interroghi – sulla stampa, anche nazionale, qualcosa d’importante si legge, a questo proposito – su questi corto circuiti storico-giudiziari. Basti pensare che, quando si aprirà il processo a carico di Bellini e dei suoi presunti mandanti (Licio Gelli, Mario Tedeschi, un anziano generale dei servizi e un “portinaio” romano), a Bologna, in un’aula poco distante, inizierà il processo d’appello a carico di Gilberto Cavallini, senza che sia emerso alcun collegamento – non nei mesi scorsi, ma in tutti i 40 anni delle indagini – tra i due e tra Paolo Bellini e gli altri “autori” della strage, resi tali da sentenze passate in giudicato (Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini).

Ribaltando il celeberrimo titolo pirandelliano, la giustizia bolognese inscenerà l’oscena piece: 5 “autori” in cerca di personaggi…

C’è un’ombra, sull’orizzonte di questo scenario, che rischia incredibilmente di scemare e che, invece, pretende – prima di qualsiasi altra – di essere inondata di luce: quella di “Ignota 86“.

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980

Tutto questo parlare di Bellini e Gelli, di “spioni” e fortuiti “fotogrammi super 8” – chiacchiericcio giustamente ridimensionato e ribaltato dalla presenza di Thomas Kram nella stessa stamberga in cui dormì lo stesso Bellini la notte del 22 febbraio 1980 -, rischia di far restare in secondo piano l’unico elemento incontrovertibile e veramente “nuovo” emerso nel recente processo a Cavallini: l’esistenza di una vittima mai identificata, di cui si conosce il volto e di cui si è tentato in tutti i modi di nascondere fino a oggi l’esistenza e che è con tutta probabilità l’attentatrice o colei che trasportava l’esplosivo accidentalmente deflagrato a Bologna il 2 agosto 1980.

Una novità “scientifica”, apparentemente ineludibile, ma di cui la grande stampa, le televisioni e gran parte degli attori dei processi tenta di non parlare, fa finta che non esista.

Una novità emersa non per impulso di una delle parti e men che meno della difesa dell’imputato, ma scaturita nella sua prepotente enormità da una perizia disposta dal presidente della Corte d’assise e che fu effettuata da consulenti del tribunale. E il fatto che lo stesso Michele Leoni, che quella Corte presiedeva, non abbia ritenuto di tenerne adeguato conto nel processo, nulla toglie alla forza di quella scoperta, bensì ha sollevato e solleva sgomento sul modo in cui, ancora nel 2020, si valutino le prove nei processi per strage.

Considerando le diverse posizioni processuali fin qui emerse, si fa la figura del facile profeta, anticipando come qualcuno sosterrà che la contestuale presenza di Bellini e Kram all’hotel Lembo sia solo una casualità; oppure che l’identificazione in Bellini dell’uomo ritratto dal fotogramma non sia certa, in ultima analisi; che gli onnipresenti “servizi” abbiano agito a favore dell’uno o con scopi differenti da quelli proposti dagli inquirenti: sarà uno scontro tra congetture su elementi variamente interpretabili.

Maria Fresu con la figlioletta: nella sua tomba i resti di Ignota 86

Solo un processo che parta dai dati di fatto – non smontabili da nessuno – che “Ignota 86” era alla stazione il 2 agosto 1980; che “Ignota 86” era la persona più vicina alla bomba tra quelle presenti nella sala d’aspetto della stazione di Bologna; che nessuno ha mai ritenuto di reclamare la morte di “Ignota 86” così come nessuno, in questi 40 anni, ha mai denunciato la scomparsa di una donna a Bologna che avrebbe potuto essere nel luogo e al momento dell’attentato; che qualcuno “rimaneggiò” palesemente i registri della Medicina legale dove si sarebbe dovuta trovare ancor oggi traccia del rinvenimento della “maschera facciale” e della cui esistenza è rimasta inoppugnabile prova fotografica; che qualcuno s’impossessò di tutti gli altri resti umani non attribuiti alle 85 vittime identificate e, invece di seppellirli come ordinato dalla Procura della Repubblica, li fece letteralmente sparire per sempre: ecco, solo un processo che partisse da questi presupposti certi e mai realmente investigati potrebbe apparire agli occhi dell’opinione pubblica come un processo onesto, effettivamente utile per la giustizia e la memoria storica della Repubblica, effettivamente aderente e informato dallo spirito e dalle lettera delle nostre leggi penali e costituzionali.

Non partendo da “Ignota 86”, si rischia solo di dar vita alla solita farsa giudiziaria, dove la vittoria arriderà ancora una volta a chi potrà – come nei talk-show – urlare di più e più forte, perché il “conduttore” glielo permette a discapito dei contendenti.

E se si scrive “ancora una volta”, è perché si sa già chi sarebbe quello avvantaggiato nella sceneggiata.

*Giornalista e saggista

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