Bologna, i misteri della strage/ 2 – La crocifissione del capitano Segatel, servitore dello Stato
Altre “profezie” a posteriori per il processo ai mandanti

DI GABRIELE PARADISI*

Gabriele Paradisi

2/5/2020 – Il 10 febbraio 2020, la Procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Bologna, nella persona dell’Avvocato generale dott. Alberto Candi, dei Sostituti procuratori generali dott. Umberto Palma e dott. Nicola Proto, ha depositato un “Avviso alla Persona sottoposta alle Indagini della Conclusione delle Indagini Preliminari (art. 415 bis c.p.p.)”.
I suddetti magistrati si sono occupati, a partire dal 25 ottobre 2017, del cosiddetto “filone mandanti” per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, da quando cioè, avevano avocato a sé un fascicolo del quale la Procura di Bologna aveva chiesto l’archiviazione dopo oltre sei anni di indagini.
Le quattro persone raggiunte da questo atto sono Paolo Bellini, nato a Reggio Emilia il 22 giugno 1953 (67 anni); Domenico Catracchia, nato a Roma il 3 agosto 1944 (76 anni); Quintino Spella, nato ad Avellino il 18 febbraio 1929 (91 anni) e Piergiorgio Segatel, nato a Padova il 27 settembre 1948 (72 anni).

Di Quintino Spella abbiamo già parlato in una precedente puntata. In questo articoloo ci occuperemo di Piergiorgio Segatel.

Quali accuse vengono mosse all’ex capitano del Nucleo Investigativo dei Carabinieri del Gruppo di Genova?
Sentito dai magistrati il 12 aprile 2019 a Bologna e il 7 giugno 2019 a Genova in sede di confronto con la teste Mirella Robbio (moglie separata di Mauro Meli, esponente di Ordine Nuovo e fidato luogotenente di Paolo Signorelli), viene accusato di aver “affermato il falso” al fine di ostacolare le indagini, avendo smentito la Robbio, secondo la quale egli le avrebbe fatto visita poco prima del 2 agosto 1980, dicendole di essere a conoscenza «che la destra stava preparando qualcosa di veramente grosso» e chiedendole di «riprendere i contatti con l’ambiente dell’Msi di Genova e, soprattutto, con i vecchi amici di suo marito per cercare di capire cosa fosse in preparazione».

Segatel, secondo gli investigatori bolognesi, ha inoltre negato, mentendo, di essere andato a trovare la Robbio anche dopo la strage, dicendole «hai visto cosa è successo?» o una frase simile alludendo alla precedente visita e facendola «sentire in colpa».
Per i magistrati, infine, Segatel ha mentito ancora una volta quando ha dichiarato che la sua prima visita alla Robbio era stata fatta per chiedere informazioni sull’omicidio del magistrato Mario Amato, assassinato il 23 giugno 1980, e non per saperne di più sulla strage che si stava preparando.

I fatti, spiegati in questo modo, alludono ad un ennesimo caso, analogo a quello di Luigi Vettore Presilio che abbiamo già trattato, di “voci che precedettero la strage”. Ovvero “profezie” o premonizioni che, avvenute prima del 2 agosto 1980, dimostrerebbero l’esistenza di un progetto stragista noto a un certo numero di persone.
Andiamo ad analizzare nel dettaglio, basandoci sugli atti e sui documenti disponibili, cercando di capire come andarono realmente le cose.

Stazione di Bologna, 2 agosto 1980 dopo la strage

«Nel 1976 si presentò presso di me un capitano dei cc di Genova, anzi dei cc alle dipendenze di un capitano, tale Segatelli, ora congedato. Questi carabinieri mi dissero che erano a conoscenza della doppia vita di mio marito ed i suoi rapporti con i travestiti. Mi dissero anche che disponevano delle dichiarazioni di alcuni travestiti che avevano riscosso assegni tratti da mio marito da un proprio conto corrente personale.

Mio marito si era appena reso latitante e questi cc, parlandomi di ciò, volevano indurmi a dire loro dove si trovasse. Io non potei aiutarli perché, pur ricevendo telefonate da Mauro, non sapevo dove si trovasse».

Con queste parole, Mirella Robbio, nella sua deposizione del 2 luglio 1987, nell’ambito del processo per la strage dell’Italicus, racconta come venne in contatto per la prima volta con l’allora capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel. Era il 1976.


La Robbio prosegue il suo racconto:

«Al momento la cosa finì lì, ma verso la fine del 1979, l’inizio del 1980 mio suocero, che si era fatto rilasciare dal figlio una procura generale, assunse delle iniziative anche giudiziarie, perché mi venisse tolto il bambino e perché venisse affidato a lui oppure collocato in un istituto. Ricordando quello che mi avevano detto i carabinieri nel 1976, mi recai dal capitano Segatelli per chiedergli se potevo avere copia di quelle dichiarazioni dei travestiti delle quali a suo tempo mi avevano parlato i carabinieri. Intendevo fare uso di quelle dichiarazioni contro mio marito.
Il capitano si disse disponibile a darmele a patto che io gli dessi un aiuto nella ricostruzione delle attività della destra genovese e dei collegamenti dell’ambiente di Genova col resto d’Italia. Lì per lì rifiutai perché consideravo la cosa troppo rischiosa. Accadde poi che poco prima della strage di Bologna del 02.08.80, forse due settimane prima, si presentò da me il capitano Segatelli.
Il mio convivente, presente al nostro incontro, lo colloca ad una distanza di circa un mese dalla strage di Bologna. Il capitano mi disse che aveva bisogno di un grosso favore. Il capitano mi disse che sapeva che la destra stava preparando qualcosa di veramente grosso; le parole che usò nel riferire queste affermazioni del (il) capitano sono pressoché testuali.

Mi chiese di riprendere contatti con l’ambiente del Msi di Genova e soprattutto con i vecchi amici di mio marito per cercare di capire cosa fosse in preparazione.

Feci presente al capitano che non avevo più rapporti tali da consentirmi di accedere a notizie riservate dell’ambiente di destra e comunque consideravo la cosa troppo rischiosa.

Si verificò poi la strage di Bologna ed io mi rammaricai di non avere fatto quanto forse potevo fare per evitare un così grave fatto criminoso. Forse c’era una possibilità per quanto piccola di venire a sapere in tempo qualcosa. Ero dunque dispiaciuta di non avere fornito la mia collaborazione al capitano. Questi, dopo la strage, venne da me e mi disse: “Hai visto che cosa è successo?”. Decisi allora finalmente, di dire tutto quanto era a mia conoscenza dapprima in forma confidenziale e quindi innanzi alle diverse AG».

“…QUALCOSA DI MOLTO GROSSO”: PAROLE SIN TROPPO RICORRENTI

Queste le affermazioni della Robbio, datate luglio 1987, quasi a sette anni di distanza dalla strage. Ma non è sulla mancata tempestività della teste a riferire un fatto per certi versi così rilevante che ci vogliamo soffermare.
Dapprima vediamo le parole usate nel suo racconto.

La Robbio sostiene che Segatel fosse al corrente del fatto «che la destra stava preparando qualcosa di veramente grosso; le parole che usò nel riferire queste affermazioni del [il] capitano sono pressoché testuali». Si pongono a questo punto, naturalmente, alcune domande: da chi aveva raccolto queste informazioni il capitano Segatel?

Vettore Presilio sosteneva di avere ricevuto la confidenza da un recluso appartenente ad un ambiente eversivo, ma il capitano Segatel, ufficiale dei carabinieri impegnato nella lotta al terrorismo, da chi aveva ricevuto tali informazioni? Se egli aveva consapevolezza di un progetto stragista, oltre eventualmente a chiedere informazioni ad una persona che direttamente o indirettamente poteva avere frequentazioni con certi ambienti, non avrebbe dovuto darne contezza ai superiori?
Ma veniamo ora ai termini utilizzati dalla Robbio: «la destra stava preparando qualcosa di veramente grosso»! Un’affermazione che nella sua indeterminatezza e genericità ricorda molto da vicino le parole di Vettore Presilio, almeno però quelle del detenuto padovano erano state scritte nero su bianco in un documento – la lettera all’avvocato Tosello: “si sentirà per televisione e quotidiani una notizia che farà molto ma molto scalpore”. In questo caso invece non c’è nulla di oggettivo. Solo la parola di una teste, per carità ritenuta affidabile, ma sempre e solo parole. Sul termine “grosso” utilizzato dalla Robbio torneremo tra poco. Ora affrontiamo un altro aspetto.

La Robbio afferma che intorno alla fine del 1979 inizio 1980 – teniamo presente queste date – per contrastare l’offensiva dell’ex suocero intenzionato a toglierle l’affidamento del figlio, ella si ricordò di ciò che le avevano detto del marito i carabinieri nel 1976, e cioè delle sue poco edificanti frequentazioni di travestiti. Chiaramente se lei fosse venuta in possesso di questo genere di documenti, avrebbe avuto partita vinta nel contenzioso con il suocero.

Il capitano Segatel cercò di approfittare della situazione e in un classico “do ut des” chiese alla Robbio di aiutarlo “nella ricostruzione delle attività della destra genovese e dei collegamenti dell’ambiente di Genova col resto d’Italia”. In altre parole le chiese se ella fosse stata disponibile a diventare una sua informatrice.
La Robbio, così dice, poiché ormai non frequentava più l’ambiente dell’ex marito ma soprattutto per il rischio che avrebbe corso, rifiutò la proposta di Segatel.
Ma il capitano dei carabinieri non si dette per vinto. Un mese o due settimane prima del 2 agosto 1980, come abbiamo visto, si ripresentò dalla Robbio – a detta sua per chiederle informazioni circa l’omicidio del magistrato Mario Amato, assassinato il 23 giugno 1980 – e tornò alla carica chiedendo la collaborazione della Robbio, ricevendo però ancora una volta un rifiuto.
È solo a strage avvenuta che la Robbio, con un senso di colpa procuratogli dal rimprovero di Segatel – “Hai visto che cosa è successo?” – decise finalmente di collaborare.
Ma le cose stanno proprio così?
Stando alle affermazioni della Robbio, ella avrebbe iniziato quindi a dire tutto ciò che sapeva dopo il 2 agosto 1980. Ma ci sono documenti che dimostrano in maniera inconfutabile il contrario.

Nell’ambito delle indagini sull’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, assassinato il 10 luglio 1976, il capitano Segatel, il 27 agosto 1979, aveva prodotto un rapporto, redatto grazie ad una “fonte confidenziale”.

L’11 novembre 1981, davanti al P.M. di Firenze, Segatel fu spinto a rivelare che tale fonte rispondeva al nome di Mirella Robbio e che ella «aveva fornito quelle rivelazioni alcuni mesi dopo aver promosso una causa di separazione nei confronti di Meli Mauro. La Robbio sentita dal P.M. il 24 novembre 1981 confermava quanto già riferito come fonte confidenziale» (dalla sentenza del 21.3.1985, emessa dalla Corte di Assise di primo grado di Firenze contro Clemente Graziani e altri – p. 40).
Lasciamo che sia la Robbio stessa a rivelarci quando si era separata dal marito Mauro Meli e dunque quando, poco dopo, aveva iniziato la sua collaborazione coi carabinieri: “Ho conosciuto Meli Mauro nel 1971 e mi sono sposata con lui nel maggio ’73. Il nostro matrimonio è durato fino al 1980, ma già dal 1977 avevo chiesto la separazione. Mauro si era reso latitante nell’agosto ’76”.
Dunque, basandoci sulla data del rapporto redatto da Segatel, la Robbio era sicuramente sua fonte confidenziale almeno dall’agosto del 1979, ma molto probabilmente lo era già dal 1977.
Quindi, sono i documenti a confermarlo, non fu certo il “senso di colpa” conseguente la strage del 2 agosto che ella non aveva contribuito a scongiurare, a spingere la Robbio a collaborare coi carabinieri. Lei lo faceva già da mesi, probabilmente da anni.

Alla pagina 119 della citata sentenza, c’è un passaggio che avvalora quanto appena detto e che introduce un termine che singolarmente evoca qualcosa di già sentito.
«Allorché il Tisei cominciò a rendere le sue dichiarazioni da “dissociato” (…) i magistrati inquirenti di Firenze ricollegarono le ultime dichiarazioni del Tisei alle rivelazioni fornite a suo tempo dalla fonte confidenziale, ed invitarono il capitano Segatel ad indicare nominativamente la fonte confidenziale.

Fu cosi che la Robbio cominciò a deporre, nel novembre 1981, ma, va ribadito, di quegli stessi fatti essa aveva già parlato nel 1979.

La teste è di importanza decisiva quanto meno su quattro punti del processo:

1) riunione di Nizza (intorno all’8 dicembre 1975), preceduta da una riunione in Corsica, ed avente ad oggetto l’organizzazione di “una cosa grossa”, di “un qualche atto che servisse a controbilanciare, su un opposto versante politico, l’attività delle Brigate Rosse”…».
La citata riunione di Nizza viene considerata come un passaggio cruciale nella decisione di uccidere il giudice Occorsio.
Il brano della sentenza riportato, indica tra virgolette, dunque è una citazione, l’espressione “una cosa grossa”, riferita ad un attentato che si rivelerà essere l’assassinio di Occorsio.

Un’espressione che rimanda a “un qualcosa di veramente grosso”, attribuito dalla Robbio a Segatel, che dovrebbe, secondo i magistrati, riferirsi invece alla strage di Bologna.
Si evidenzia un parallelo con l’“attentato” indicato da Vettore Presilio: attentato ad una persona o strage? “Qualcosa di veramente grosso” o “una cosa grossa”: attentato ad una persona (come accadde realmente ad Occorsio) o strage?

Come già abbiamo premesso, queste considerazioni scaturiscono esclusivamente dalla consultazione e dallo studio degli atti pubblici e disponibili.

Non sappiamo se i magistrati della Procura generale dispongano di elementi più consistenti. Ciò che al momento possiamo affermare è che:

  1. Non esiste alcun documento precedente il 2 agosto 1980 che confermi le parole di Mirella Robbio;
  2. Le prime dichiarazioni di Mirella Robbio che si riferiscono alla strage di Bologna sono state formulate solo nel luglio 1987;
  3. Nella frase: “Qualcosa di veramente grosso” che a detta della Robbio avrebbe formulato Segatel prima del 2 agosto, non c’è nessun elemento che permetta di associarlo senza dubbio alcuno alla strage di Bologna;
  4. Il capitano Segatel ha fornito una spiegazione plausibile (raccogliere informazioni su un omicidio, quello del giudice Amato, avvenuto solo poche settimane prima) all’incontro, avvenuto a ridosso della strage, con la sua informatrice, “fonte confidenziale” da anni;
  5. Per quanto Mirella Robbio sia stata ritenuta una teste affidabile, le sue dichiarazioni si contrappongono a quelle altrettanto autorevoli del capitano Segatel il quale può vantare una rispettabile carriera di servitore dello Stato che ha contribuito a risolvere molte vicende di terrorismo di marca neofascista.

La sentenza emessa dalla Prima Corte di Assise di Appello di Bologna, il 16 maggio 1994, nel procedimento penale contro Giuseppe Belmonte + 10, rubrica la vicenda Robbio tra le “voci che precedettero la strage”. Una definizione già di per sé inesatta.

Abbiamo visto che quella “voce” non “precedette” la strage essendo stata riportata ben sette anni dopo quel tragico 2 agosto 1980. Comunque resta una “voce” per l’appunto. Niente di più. Non esiste infatti un documento scritto, non un verbale, non una registrazione, non vi è nulla che possa inconfutabilmente dimostrare che oltre a quella “voce” vi sia qualcosa di più. Può, ci chiediamo, al di là di ogni ragionevole dubbio, un flatus vocis divenire sostanza? . (2/continua)

*giornalista, saggista, studioso del terrorismo

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*L’AUTORE

Gabriele Paradisi, ingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio e Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
una edizione estesa del Dossier Strage di Bologna, integrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.


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