Covid, Regione E-R dice no alla terapia con plasma iperimmune
“Dati ancora scarsi”. Ma in due ospedali ha azzerato i decessi

4/5/2020 – La Regione Emilia-Romagna non utilizzerà per il momento la terapia con plasma iperimmune che – applicata al policlinico San Matteo di Pavia e all’ospedale Carlo Poma di Mantova – starebbe dimostrando la sua efficacia nella cura dei malati di Covid-19, tanto che nei due ospedali lombardi i decessi a causa del coronavirus sono azzerati da un mese. Con una nota diffusa oggi la Regione ha comunicato la decisione di assumere in proposito una “linea prudenziale” sulla base delle valutazioni del professor Pierluigi Viale, direttore di Malattie Infettive del Sant’Orsola di Bologna.

E’ la risposta a stretto giro a una interrogazione alla Giunta con cui il consigliere della Lega Emiliano Occhi chiede espressamente che “la Regione avvii anche in Emilia-Romagna la sperimentazione della terapia con plasma iperimmune per i malati di Covid 19, cosi’ come già fanno al
Policlinico San Matteo di Pavia e all’ospedale Carlo Poma di
Mantova”.
“A quanto riferiscono fonti di stampa, proprio grazie alla
sperimentazione della terapia in esame, negli ospedali di Mantova
e Pavia i decessi per Covid-19 si sarebbero completamente
azzerati da oltre un mese a questa parte – scrive il consigliere leghista nell’atto E “tra le varie guarigioni registrate si è parlato
molto della donna incinta recentemente dimessa dall’ospedale
mantovano con il contributo ‘decisivo’, a detta dei medici, della
terapia con il plasma”.

Il Policlinico San Matteo di Pavia, dove si sperimenta la terapia di plasma iperimmune

Tuttavia secondo la Giunta, che pure riconosce l’importanza di tale risorsa terapeutica, ” i dati ancora scarsi non consentono di trarre conclusioni definitive”.

Dicevamo delle valutazioni compiute dal professor Viale, che hanno determinato l’orientamento dell’esecutivo regionale. Il noto infettivologo non nasconde le proprie perplessità sulla terapia adottata a Pavia e a Mantova: Parliamo di una risorsa terapeutica nota il cui utilizzo risale ad oltre cinquant’anni anni orsono, che si basa sul principio della trasmissione passiva degli anticorpi come strumento terapeutico nei confronti di malattie da infezione- afferma Viale, in una dichiarazione diffusa dall’ufficio stampa della Giunta di via Aldo Moro – Era già stata sperimentata durante le due precedenti epidemie da Coronavirus (Sars e Mers), per cui alcuni gruppi di lavoro l’hanno messa in atto anche nei confronti di Covid-19.

Il professor Pierluigi Viale

Tuttavia i dati di letteratura sono al momento molto scarsi, quasi aneddotici – sottolinea – si riferiscono infatti a meno di venti pazienti, tutti in fase di malattia avanzata e tutti co-trattati con altri farmaci, per cui è difficile trarre conclusioni definitive.  Anche per questa terapia sarebbe necessario mettere in atto uno studio prospettico randomizzato e soprattutto verificarne l’efficacia in fase più precoce di malattia ed in assenza di co-trattamenti”.

A queste considerazioni, il professor Viale aggiunge ulteriori valutazioni scientifiche: quelle che hanno spinto l’assessorato alla Sanità “a scegliere di non utilizzare al momento questa terapia sui pazienti affetti da nuovo Coronavirus ricoverati nelle strutture del sistema sanitario emiliano-romagnolo”.

“Vi sono alcune perplessità di fondo – così viale spiega Viale il proprio scetticismo – Innanzitutto il fatto che non si sappia se gli anticorpi presenti nel siero dei pazienti guariti siano protettivi e per quanto perdurino. Secondariamente, appare azzardato somministrare passivamente anticorpi ad un paziente – specie in una fase di malattia in cui sia possibile utilizzare risorse alternative – fino a quando non sarà chiarito il rischio che Covid-19 possa sfruttare il meccanismo attraverso cui gli anticorpi fungono da vettore di infezione da altro sierotipo virale piuttosto che da fattore protettivo; parliamo di ciò che scientificamente viene denominato antibody-dependent enhancement. Un’ulteriore perplessità giunge dall’ipotesi che la somministrazione di plasma contenete anticorpi di un’altra persona possa innescare patologie immuno-mediate”.

“Per tutti questi motivi- conclude Viale- l’utilizzo routinario del plasma in pazienti affetti da nuovo Coronavirus dovrebbe avere una rigorosa fase sperimentale ed un più lungo follow up prima di essere considerato una terapia di riferimento”

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