Chi c’è nella tomba di Maria Fresu? Strage di Bologna,
l’ultimo mistero scuote quarant’anni di indagini

15/5/2020 – Dov’è finita Maria Fresu? Potrebbe essere il titolo di una pièce teatrale, invece la domanda è drammaticamente vera, e forse senza speranza. E’ il punto interrogativo su una tragedia senza risposte da quarant’anni dentro la più grande, immane tragedia della strage della stazione di Bologna, dove un ordigno terrificante esplose alle 10,25 del 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe. Dopo quarant’anni si è scoperto che i resti sepolti nella tomba di Montespertoli non appartengono a Maria Fresu, ma ad altre due persone. Chi sono? E dov’è finita la povera Maria Fresu? Si deve ammettere che alla stazione di Bologna morì una 86ma vittima, il cui corpo non mai stato nè trovato nè reclamato da nessuno?

Su questo ultimo mistero della strage (ma solo in ordine di tempo) emerso durante il processo al Nar Gilberto Cavallini, è subito calata una coltre di silenzio. E la ragione è presto detta: la scomparsa di Maria Fresu, e i resti ignoti dentro la sua tomba potrebbero scuotere come un sisma ad alta intensità quarant’anni di indagini, istruttorie e verdetti processuali. Perchè i brandelli del volto “sfacelato” di una donna sconosciuta, riesumati nel cimitero di Montespertoli in provincia di Firenze, potrebbero invece appartenere a una persona che materialmente maneggiava la bomba.

Eppure lo spirito degli innocenti continua a gridare: oggi Laura Fresu, una cugina della scomparsa, si batte per arrivare alla verità e ha coinvolto una nota criminologa, Immacolata Giuliani, collaboratrice dell’associazione Penelope, che ha scritto al prefetto Silvana Riccio, Commissario straordinario per le persone scomparse, perchè lo Stato faccia luce una volta per tutte.

Nell’articolo che segue , il quinto che dedichiamo alla strage di Bologna, il giornalista ed esperto di terrorismo Gabriele Paradisi ricostruisce e racconta attraverso le carte processuali, l’incredibile vicenda di Maria Fresu e della 86ma vittima ignota della strage di Bologna. Buona lettura. (p.l.g.)

Dov’é Maria Fresu? Il mistero della tomba di Montespertoli. Entra in scena l’86ma vittima della strage

DI GABRIELE PARADISI*

Gabriele Paradisi

15/5/2020 – La Corte d’Assise di Bologna il 9 gennaio 2020 ha condannato all’ergastolo l’ex Nar Gilberto Cavallini per la strage del 2 agosto 1980.

Cavallini non ha mai negato di aver trascorso quel tragico sabato di agosto in compagnia di Valerio Fioravanti e di Francesca Mambro, condannati in via definitiva quali esecutori materiali della strage, ma oltre a sostenere di non essersi recato quel giorno a Bologna, si è sempre dichiarato estraneo al progetto stragista.

Cavallini fu oggetto di indagini già nel primo e principale processo uscendone assolto per il reato di strage. In questo nuovo procedimento, istruito nel 2017, si è cercato di dimostrare il suo collegamento con gli ordinovisti veneti e con esponenti dei servizi, provando così a colmare quel vuoto imbarazzante che caratterizza le sentenze passate in giudicato sulla strage alla stazione, ovvero la mancata individuazione dei mandanti e del movente. Va ricordato che comunque su questo filone la Procura Generale ha chiuso le indagini ritenendo mandanti della strage Licio Gelli, Umberto Federico D’Amato, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi (tutti deceduti da tempo) e Paolo Bellini co-esecutore della strage,

Ma al di là dell’esito che per certi versi era annunciato, il processo Cavallini ha riservato sorprese che potrebbero costringere la riscrittura per intero della storia di questa tragedia.

Per il momento, come vedremo, il presidente della Corte d’Assise Michele Leoni ha preferito non percorrere questa strada, ma nuovi elementi e prove sconcertanti sono ormai depositate agli atti e prima o poi sarà d’obbligo occuparsene.

Ci riferiamo alla perizia del Dna sui poveri resti attribuiti erroneamente per 39 anni a Maria Fresu, una vittima di 24 anni che quella mattina si trovava nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna in compagnia della figlia di 3 anni e di due amiche con le quali stava recandosi in vacanza. L’esplosione ed il crollo dell’ala ovest della stazione provocarono la morte della bambina e di una amica, mentre l’altra, pur ferita, sopravvisse. Di Maria Fresu non si trovò nulla. Per alcuni giorni si ipotizzò che la giovane vagasse per la città in stato di choc, ma infine se ne dovette ammettere la morte. Dunque il suo corpo si era disintegrato con l’esplosione?

Maria Fresu con la figlioletta

L’amica sopravvissuta testimoniò che Maria, alle 10.25, al momento dell’esplosione, si trovava accanto a tutte loro, sufficientemente distante dal punto dov’era collocata la bomba. Possibile che di lei non fosse rimasto nulla?

In realtà, presso l’Istituto di Medicina Legale, si trovava, dimenticato da giorni, un reperto, che una dottoressa diligente ricordava di aver regolarmente classificato. Si trattava di una vera e propria maschera facciale. Uno scalpo strappato dal cranio. Un lembo di volto glabro appartenente ad una giovane donna di costituzione minuta. Questo frammento non era stato associato a nessun’altra vittima di sesso femminile. Poteva dunque essere tutto ciò che restava di Maria Fresu?

Il professor Giuseppe Pappalardo fu incaricato di analizzare questo reperto, sul quale operò gli esami che all’epoca era possibile compiere. L’esito, dopo ripetute prove, fu sconcertante.

Il gruppo sanguigno del lembo non corrispondeva con quello della Fresu. I genitori della povera ragazza e ben 7 tra fratelli e sorelle avevano tutti gruppo sanguigno 0, così era anche per Maria come indicava la cartella clinica di quando ella, tre anni prima, aveva partorito.

Il reperto apparteneva invece al gruppo sanguigno A.

Pappalardo cercò dapprima di verificare se quello scalpo potesse appartenere a qualche altra vittima già identificata. Il confronto si limitò alle sole due donne col viso sfacelato, ma entrambe, oltre ad avere un’età considerevolmente più avanzata di Maria – 50 e 57 anni – avevano gruppi sanguigni diversi da quello del lembo – per l’esattezza gruppo B e gruppo 0. Pappalardo fu costretto a scrivere nella sua perizia che qualora quella maschera facciale non fosse appartenuta a Maria, si sarebbe dovuto ammettere l’esistenza di un’altra vittima, la 86ma, mai identificata e mai reclamata.

Ma questa conclusione non era possibile ed allora il professore di Medicina legale si appellò ad un principio scientifico ipotizzato negli anni ’50, denominato “secrezione paradossa”, in ragione del quale alcuni individui potrebbero avere nei liquidi tracce di un gruppo sanguigno diverso da quello di appartenenza.

E fu così che quel frammento di volto, insieme ai resti di una piccola mano di donna, venne tumulato nella tomba della famiglia Fresu a Montespertoli in provincia di Firenze.

Una teoria preistorica per coprire una storia incredibile

L’incredibile storia della pressoché totale dematerializzazione del corpo della Fresu – ritenuta impossibile dai periti odierni nelle condizioni ambientali della sala d’attesa di seconda classe della stazione di Bologna – nonché l’anomalia del gruppo sanguigno, anche tenendo conto che oggi la medicina ufficiale ritiene la “secrezione paradossa” una teoria preistorica priva di qualsivoglia fondamento, venne fatta emergere nel 2016 dal giudice in pensione Rosario Priore e dall’avvocato Valerio Cutonilli nel libro “I segreti di Bologna” (Chiarelettere), che suscitò vibrate polemiche da parte del presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi e non solo.

Nel processo Cavallini quel lembo di volto è tornato ad essere oggetto di interesse. I periti esplosivisti del Tribunale, Danilo Coppe e Adolfo Gregori, hanno ritenuto che, proprio per la sua struttura, quel lembo sia appartenuto ad una vittima molto vicina alla valigia esplosiva. Infatti l’onda di sovrappressione generata dalla detonazione, penetrando lateralmente dall’orecchio della vittima ad una velocità molto elevata, potrebbe aver sospinto dall’interno la faccia che è stata così letteralmente strappata dallo scheletro. I periti hanno quindi chiesto e ottenuto la riesumazione di quel frammento di volto che poteva, a detta loro, contenere ancora particelle di esplosivo in quantità importante, da analizzare con strumenti più sofisticati di quelli disponibili nel 1980.

Colpo di scena al processo Cavallini: i resti nella tomba non sono di Maria Fresu. Il volto “sfacelato” è della donna che maneggiava la bomba?

I resti attribuiti alla Fresu sono stati riesumati nel marzo 2019. Il presidente della Corte d’Assise ha poi concesso anche l’esame del Dna ed una volta estratto e rilevato dal perito del Ris di Roma dottoressa Elena Pilli, è stato confrontato con quello prelevato a due familiari di Maria. Il risultato è stato sorprendente. Il lembo di volto e la mano appartengono a due donne diverse e nessuna di loro è Maria Fresu.

A questo punto, assumendo le conclusioni a cui già era giunto Pappalardo, il quale aveva eseguito un’analisi di massima sugli altri cadaveri di donna con traumi al volto ed aveva escluso che quel lembo potesse appartenere loro, la logica imporrebbe di prendere in considerazione una 86ma vittima, mai identificata ma soprattutto mai reclamata, dunque probabilmente la terrorista che trasportava la bomba.

Un impianto giudiziario minato alle fondamenta: infatti l’Assise non autorizza l’esame del Dna dei famigliari

È evidente che questa conclusione mina alle fondamenta l’impianto giudiziario che vede i neofascisti dei Nar responsabili del massacro e riporta in primo piano la cosiddetta pista palestinese, archiviata nel 2015 dopo 10 anni di indagini della Procura di Bologna. Occorre ricordare che quell’archiviazione ammetteva comunque la permanenza, a detta degli stessi magistrati, di «un grumo residuo di sospetto», relativamente alla «ingiustificata presenza a Bologna, il giorno della strage del 2 agosto 1980, di un terrorista tedesco esperto di esplosivi». Il riferimento è a Thomas Kram, numero 7 nell’organigramma del gruppo Carlos.

Questa eventualità ha ovviamente messo in allarme il collegio degli avvocati delle parti civili i quali, durante l’udienza del 30 ottobre 2019, dove sono stati discussi i risultati della perizia del Dna, hanno cercato di introdurre dubbi e considerazioni per giungere ad una non ammissibilità della prova.

Bologna,2 agosto 1980: le macerie della stazione

Hanno infatti domandato ripetutamente ai periti se nell’esame effettuato sul lembo, che si presentava ammalorato e non perfettamente identico con quanto descritto da Pappalardo nel 1980, fossero state rispettate le norme ed i protocolli previsti per legge e se era stato possibile determinare il tracciamento del reperto dal momento della perizia Pappalardo ad oggi.

La dottoressa Pilli ha giustamente fatto notare che se si dovessero introdurre questo tipo di eccezioni nessun cold case sarebbe affrontabile.

A parte queste amenità, la cosa che viceversa sarebbe stato opportuno effettuare per sciogliere ogni dubbio, sarebbe stato richiedere l’esame del Dna dei familiari delle due vittime di sesso femminile col volto sfacelato già individuate da Pappalardo, ed eventualmente estenderlo ad altre cinque vittime con danni al volto e al capo indicate dagli attuali periti.

In verità già gli esami tanatologici del 1980 di queste 7 vittime di sesso femminile, depositati dagli avvocati della difesa di Cavallini Alessandro Pellegrini e Gabriele Bordoni, sembrano escludere con ragionevole certezza che quel lembo appartenga loro.

Purtroppo il presidente della Corte d’Assise non ha ritenuto necessario procedere in tal senso poiché, a detta sua, «l’eventuale espletamento di altre perizie sul DNA porterebbe comunque a un binario morto». Una conclusione discutibile e molto difficile da condividere. Sicuramente quell’esame avrebbe permesso invece di giungere ad un risultato scientifico inoppugnabile.

Non resta che attendere un’altra occasione. Sperando che ci sia. A quasi 40 anni dalla strage sarebbe finalmente ora di giungere alla verità, magari cominciando col rispondere alla disperata domanda che Salvatore Fresu, padre di Maria, lanciò il 7 agosto 1980 e che il quotidiano “La Stampa” riportò: «Mia figlia è morta, ma dov’è?».

I MISTERI DELLA STRAGE 1 – IL PROCESSO AI MANDANTI E QUELLA PRESUNTA “PROFEZIA”DI VETTORE PRESILIO. QUANDO LA MANIPOLAZIONE DIVENTA VERITA’ UFFICIALE

I MISTERI DELLA STRAGE 2 –LA CROCIFISSIONE DEL CAPITANO SEGATEL SERVITORE DELLO STATO

I MISTERI DELLA STRAGE 3 – PAOLO BELLINI E LA BOMBA DI BOLOGNA: QUALI PROVE?
Tanti volti inquietanti quella mattina alla stazione
“L’aviere” era un militare, non l’ex Primula Nera

I MISTERI DELLA STRAGE 4 – SPIRITI, TERRORISTI E UNA FOLLA DI BARBE FINTE TRA VIA GRADOLI E LA STAZIONE DI BOLOGNA. Due grandi tragedie legate da una trama da spy story

*L’AUTORE

Gabriele Paradisi, ingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio e Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
una edizione estesa del Dossier Strage di Bologna, integrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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