Paolo Bellini e la strage di Bologna: quali prove?
Tanti volti inquietanti quella mattina alla stazione
“L’aviere” era un militare, non l’ex Primula Nera

DI GABRIELE PARADISI*

6/5/2020 – Continuiamo il nostro percorso sulla strage della stazione di Bologna e sui suoi misteri che persisono, cercando di inquadrare le accuse e la posizione, alla luce dei soli documenti pubblici disponibili, delle persone raggiunte il 10 febbraio 2020 dal’Avviso di conclusione delle indagini preliminari, condotte nei loro confronti dalla Procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Bologna, nell’ambito del cosiddetto “filone mandanti” per la strage del 2 agosto 1980.

Negli articoli precedenti abbiamo trattato di Quintino Spella e di Piergiorgio Segatel, oggi ci occupiamo di Paolo Bellini.

Bellini, l’ex Primula Nera di Reggio Emilia, entrò già in maniera importante nella prima inchiesta sulla strage, negli anni ottanta. Negli atti del p.p. 344/80 G.I. il suo nome è presente in 56 faldoni su complessivi 164, ma ben due interi faldoni, uno di 592 pagine, l’altro di 773 pagine, sono espressamente dedicati a lui. Non si può quindi dire che i magistrati bolognesi lo abbiano trascurato.

Paolo Bellini

Ben altro trattamento, come ricordiamo da anni, venne riservato a Thomas Kram, membro delle Cellule rivoluzionarie e numero 7 nel “Katalog” del gruppo Carlos, definito “terrorista tedesco esperto di cariche esplosive e detonatori a tempo”, dalla Procura di Bologna, la quale ha indagato, per poi archiviarla, sulla cosiddetta “pista palestinese” per quasi 10 anni dal settembre 2005 al febbraio 2015.

La presenza di Kram a Bologna la mattina del 2 agosto 1980 è testimoniata non da un fotogramma a bassa risoluzione, ma dalla registrazione presso un albergo della città, oltreché confermata per sua stessa ammissione. Nonostante ciò il suo nome è rimasto “inspiegabilmente” sepolto per ben 25 anni. È singolare e suggestivo scoprire che alcuni telex che riguardano Kram, i suoi rapporti e le frequentazioni col nostro Paese, in quanto “inserito nella Rubrica di Frontiera per provvedimento di perquisizione sotto aspetto doganale e segnalazione per riservata vigilanza”, si trovino proprio ben celati nel faldone intitolato “Rapporti Giudiziari, Vol. 1 bis 1, Pos. Bellini Paolo”.

A parte questa amenità, torniamo ad occuparci del reggiano dal ricco curriculum “professionale”. Membro di Avanguardia nazionale, autoaccusatosi dell’omicidio, una vera e propria esecuzione, del militante di Lotta continua Alceste Campanile (12 giugno 1975), infine “consigliere killer della ‘ndrina”.

«Questi omicidi per conto della ’Ndrangheta Lei in che area territoriale li ha commessi? “Ho commesso a Reggio Emilia, a Cutro, e mi sembra in nessun altro posto… A Reggio Emilia uno, due… mi sembra tre o quattro, adesso non ricordo bene. In Calabria uno …”».

Tra il 1999 ed il 2002 Bellini venne affidato al Servizio centrale di protezione prima come “teste” e poi come collaboratore di giustizia.

Ha trascorso una buona fetta della sua vita in carcere. Arrestato per la prima volta il 14 febbraio 1981 restò detenuto sino all’11 dicembre 1986; poi ancora dal 20 gennaio 1988 al 15 febbraio 1990, dal 21 maggio 1991 al 5 giugno 1991, dal 28 giugno 1993 al 10 novembre 1995, dal 5 giugno 1999 al 13 gennaio 2001 e, infine, dal 22 gennaio 2005 al 9 luglio 2008 gli viene concessa la detenzione domiciliare.

Ma per quale ragione Paolo Bellini rientra prepotentemente nell’inchiesta sulla strage, senza dubbio con un’accusa di gran lunga più grave di quelle che riguardano gli altri tre coimputati viventi, venendo addirittura egli indicato come esecutore materiale, in concorso coi già condannati Mambro, Fioravanti e Ciavardini?

Alla base di tutto sembra esserci un fotogramma di un filmato amatoriale super 8, girato da un turista tedesco immediatamente dopo la strage alla stazione, che ritrae un giovane (all’epoca Bellini aveva 27 anni) con folti baffi ed una capigliatura abbondante. È vero che all’epoca questo era il look di molti ragazzi, ma osservando foto di Bellini di quel periodo bisogna ammettere che la somiglianza è indubbia. Saranno le perizie antropometriche, magari già eseguite, che potranno dire una parola più precisa.

Paolo Bellini alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980? la somglianza è incontestabile

Sappiamo che la sola presenza a Bologna quella tragica mattina è elemento necessario ma non sufficiente ad attribuire una responsabilità nella strage. Tra l’altro sui tre Nar citati e condannati in via definitiva non c’è nemmeno la prova documentale che si trovassero la mattina del 2 agosto nel capoluogo felsineo.

Abbiamo viceversa già accennato al tedesco Thomas Kram, che inconfutabilmente era presente in città ma non per questo è stato condannato, e potremmo citare diverse altre persone dal pedigree sospetto che quella mattina si trovarono sicuramente a Bologna, probabilmente per pura casualità, ma che, o non sono mai state indagate o ne sono uscite scagionate.

Thomas Kram, dalla carta d’identità degli anni 80

TANTE PRESENZE INQUIETANTI, IN STAZIONE QUELLA TRAGICA MATTINA. UN ELENCO PARZIALE

Tanto per essere precisi, ci riferiamo ad esempio a Salvatore Muggironi e alla sua accompagnatrice Antonina Paba, sodali di due terroristi arrestati con armi ed esplosivo e redattori di un foglio di estrema sinistra intitolato “Barbagia contro”: la loro presenza, piena di contraddizioni e di punti oscuri, non è mai stata adeguatamente spiegata, né da loro né tantomeno dagli inquirenti.

E ancora possiamo citare un paio di donne con passaporti cileni falsificati, molto probabilmente facenti parte di un set di documenti utilizzati anche dal gruppo Carlos, intestati a Jaramillo Juanita e Quintana Maria; o ancora l’ex brigatista rosso “Rocco” al secolo Francesco Marra – indicato da Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br, come colui “che materialmente afferra Sossi nel momento del sequestro e lo caccia sul furgone; oppure Brunello Puccia un personaggio «gravato da precedenti penali gravi, tra cui il “favoreggiamento reale in concorso per noto omicidio Carlo Saronio».

2 agosto 1980: le macerie della stazione di Bologna

In realtà in stazione alle 10.25 del 2 agosto 1980, e precisamente sul marciapiede del terzo-quarto binario, c’era un’altra persona che restò anche leggermente ferita, la quale venne approfonditamente indagata, addirittura condannata all’ergastolo l’11 luglio 1988, poi assolta nella sentenza di Appello nel luglio 1990, e successivamente dalla Corte di Appello di Firenze il 18 luglio 1996 e in via definitiva dalla Corte suprema di Cassazione il 15 aprile 1997.

Stiamo parlando di Sergio Picciafuoco. Frequentatore di ambienti di estrema destra, ha subito alcune condanne per furto e ricettazione. Le sentenze avvalorarono il giudizio di chi lo aveva definito uno “sbandato” che si era avvicinato al movimento neofascista come semplice “spettatore”. Picciafuoco, in altre parole, “sarebbe uno dei tanti criminali comuni i cui legami con i Nar avevano ragioni di ordine puramente pratico e logistico”.

Sergio Piacciafuoco

Non è un caso però che ci siamo soffermati a parlare di Picciafuoco. Infatti i magistrati della Procura generale di Bologna, ritengono di avere altri elementi a carico di Bellini, non solo quel misero fotogramma di cui abbiamo detto. Come ha ammesso alla Gazzetta di Reggio l’avvocato Manfredo Fiormonti del foro di Latina, suo legale di fiducia, uno di questi ulteriori elementi riguarda proprio i rapporti tra il suo assistito e Sergio Picciafuoco. Vediamo di cosa si tratta.

PERICOLOSO UN RAPPORTO CON LUI“: LE TESTIMONIANZE DEL GENERALE MORI SU PAOLO BELLINI

Paolo Bellini, che per un certo periodo si celò addirittura dietro una falsa identità brasiliana col nome di Roberto Da Silva, non si è fatto mancare nulla nella sua vita avventurosa e criminale.

Tanto che il suo nome, udite udite, compare anche nella vicenda della cosiddetta presunta “trattativa Stato-Mafia”. Bellini aveva conosciuto in carcere Antonino Gioè, membro di Cosa nostra, coinvolto nell’organizzazione e nella esecuzione della strage di Capaci, dove il 23 maggio 1992, venne ucciso il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Bellini, alias Aquila selvaggia, nell’ambito della sua collaborazione con i carabinieri – in particolare col maresciallo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico – ebbe modo di ricontattare e di incontrare in Sicilia Gioè, nel tentativo di recuperare alcune opere d’arte rubate.

Il generale dei carabinieri Mario Mori

Il generale Mario Mori ha così ricordato la vicenda nella sua deposizione, riportata nella Sentenza della Corte di Assise del Tribunale di Palermo del 20 aprile 2018 contro Leoluca Bagarella e altri:

«(Tempesta) mi parlò del suo contatto con una fonte, di cui non mi fece inizialmente il nome, e poi però nel corso del discorso mi indicò come Bellini (…) che si era dichiarato a lui in grado di inserirsi negli ambienti di “Cosa nostra” (…) io feci mente locale su chi era Bellini, perché prima di interessarmi di criminalità organizzata avevo fatto tutto il periodo relativo al terrorismo, facevo parte del Gruppo del generale Dalla Chiesa, e mi ero interessato anche, per conto dei magistrati di Bologna, della strage del 2 agosto ’80. (Bellini) Era stato coinvolto nelle indagini (…) che non portarono a granché. Era un elemento di destra, era un noto truffatore, aveva un procedimento per tentato omicidio (…) e bazzicava il mondo delle opere d’arte rubate. (Tempesta disse:) “Allora (Bellini) si dichiara in grado di inserirsi… in “Cosa nostra”, però ovviamente si deve presentare con qualche elemento che ne consolidi il suo prestigio e ne avalli le sue possibilità”. (Tempesta) mi diede un bigliettino di carta con alcuni nomi: “Bisognerebbe che tra questi personaggi qualcheduno o potesse avere gli arresti domiciliari o gli arresti ospedalieri”. Leggo questi nomi, mi sembra che fossero cinque, quattro o cinque, c’era Francesco Madonia, Gambino Giuseppe, Luciano Liggio… (…) Forse Pippo Calò e Brusca, Brusca padre. Ora Tempesta… io stimo Tempesta perché è un bravo sottufficiale, ma certamente non ne capiva nulla di cose di mafia. E io gli dissi: “Guarda, Tempesta, non c’è nulla da fare (…) chi è che può ottenere gli arresti ospedalieri per questi cinque grossi calibri o domiciliari ma se (…) per assurdo, ottenessimo (…) la controparte si dovrebbe chiedere: “Ma accidenti, questo è riuscito ad ottenere gli arresti ospedalieri, diciamo, per Calò o per Brusca. Ma questo deve essere un personaggio. Ma come fa?” E invece è solo un povero… diciamo, un poveraccio (…) “Non sta in piedi, è un’indagine che è già morta all’inizio, perché la controparte sa che noi stiamo indagando, ci siamo noi dietro a Bellini; rischia Bellini e rischiamo noi. Guarda, non ne facciamo nulla, tu continua a seguire la tua vicenda sul piano delle indagini per le opere d’arte rubate. E così finì» (dalla testimonianza di Mario Mori al processo “Borsellino Ter”, 27 marzo 1999).

Mori in altra occasione aveva ribadito la sua opinione su Bellini:

«Ritenevo il contatto con Bellini, da parte mia o di elementi del ROS, pericoloso, perché Bellini, se avesse preso contatto fattivamente con “Cosa nostra”, sarebbe stato immediatamente scoperto (…) mandato dalle Forze di Polizia o da altri. Per cui era assolutamente improponibile un tipo di rapporto tra noi con lui (…) lo considerai subito un fatto che non mi doveva interessare, che per me era pericoloso. Pericoloso nel senso che poteva portare il nostro reparto fuori strada» (dal Processo per le bombe a Firenze, Roma e Milano – Via dei Georgofili, Via Fauro, Via Palestro e altre – Aula Bunker Santa Verdiana, 24 gennaio 1998).

Questo pertanto il ruolo, descritto dal generale Mori, giocato da Bellini nella vicenda trattativa Stato-Mafia, ma è appunto nella citata sentenza di Palermo del 2018, che in un passaggio compare, assieme a Bellini, nientemeno che Sergio Picciafuoco.

Siamo nel 1990. Nella notte tra il 10 e l’11 ottobre. Bellini, che si trova a Reggio Emilia, subisce il furto dell’automobile di proprietà della moglie. L’auto verrà rinvenuta completamente distrutta da un incendio. Nella tarda serata dell’11 ottobre giunge a Reggio Emilia Picciafuoco. La mattina successiva questi viene notato salire su una Fiat intestata alla sorella di Paolo Bellini.

Viene appurato che «il Picciafuoco aveva trascorso tutta la mattinata del 12/10/90 con il Bellini. Queste sono le informazioni fornite dalla Digos (…) Allora, non risulta che indagini condotte in proposito abbiano portato a chiarire esaurientemente l’episodio, né ad individuare il nesso che date le circostanze, le coincidenze temporali sono decisamente singolari, potrebbe esservi stato tra il furto dell’autovettura rinvenuta completamente distrutta e l’incontro tra Bellini e il Picciafuoco».

Questo è tutto ciò che risulta agli atti.



Ricapitolando: Picciafuoco il 18 luglio 1990 era stato assolto dall’accusa di essere un esecutore della strage per “non aver commesso il fatto”;

in ottobre si incontra a Reggio Emilia con Bellini, il quale era stato a sua volta indagato per la strage di dieci anni prima, ma per la stessa non era mai stato processato…

Nei giorni di quell’incontro dell’ottobre 1990, l’auto di un parente stretto di Bellini, la moglie? La sorella? fu rubata e data alle fiamme, apparentemente senza motivo alcuno…

E con ciò? Possiamo magari parlare di un incontro sconveniente tra due personaggi dai trascorsi discutibili, ma che altro si può ragionevolmente aggiungere?

Ma non è finita qui. C’è un ulteriore elemento che i magistrati bolognesi hanno preso in considerazione per quanto riguarda Paolo Bellini. Si tratta di una intercettazione ambientale a cui fu sottoposto Carlo Maria Maggi, ex referente per il Triveneto di Ordine Nuovo; condannato in appello il 22 luglio 2015 per la strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974), condanna poi confermata in Cassazione il 20 giugno 2017.

CHI ERA QUELL’AVIERE? UN MILITARE, NON BELLINI. CARLO MARIA MAGGI INTERCETTATO: UNA TRASCRIZIONE INCOMPRENSIBILE, E UNA RICOSTRUZIONE ILLUMINANTE.

L’intercettazione è datata 18 gennaio 1996. Sono le 20.20, la famiglia Maggi, Carlo Maria, la moglie Imelda, il figlio Marco sono a tavola. Stanno cenando e commentano la notizia data in quel momento dal telegiornale. Si tratta delle dichiarazioni, relative alla tragedia di Ustica, dell’ammiraglio Fulvio Martini, che era stato direttore del Sismi dal 5 maggio 1984 al 26 febbraio 1991. Vale la pena riportare l’intera trascrizione per come è reperibile agli atti.

Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di piazza della Loggia. E’ morto nel 2017

Maggi: «Ustica è stato un episodio di guerra fredda… (incomprensibile) e la strage di Bologna è stato un tentativo di confondere le acque. Capisci? Per fare dimenticare Ustica»

Imelda: «Sì! Dove c’è scritto?»

Maggi: «Su tutti i giornali di quel versante»

Figlio: «I tuoi cosa dicono? E tu come lo sai? Tu come lo sai? Perché Ii conosci bene?»

MAGGI: «Eh?… lo so perché è così. In pratica, degli uomini che si trovavano nei nostri ambienti, erano in contatto con il padre di stò aviere, e dicono che portavano la bomba… io pensavo che… (incomprensibile) duecento che la trasportavano… (incomprensibile)»

Imelda: «Non so perché, son tanti?»

Maggi: «Non so, adesso, sono andato a parlare a Bologna».

Figlio: «(incomprensibile)».

Maggi: «Volevo proprio oggi».

Figlio: «…(incomprensibile) adesso… (incomprensibile) che strage… (incomprensibile)».

Maggi: «…(incomprensibile)».

Imelda: «Cosa è successo in appello è».

Maggi: «No!».

Figlio: «L’appello o fa un altro processo?».

Maggi: «La Cassazione ha… l’ha rimandato in appello ed in appello lo hanno assolto».

Imelda: «E tu niente?».

Maggi: «Si! E quindi in definitiva è venuto fuori che I’avevano assolto, insomma, in primo grado… la cassazione… (incomprensibile) no, non fa l’appello».

Figlio: «…(incomprensibile) è venuto fuori in primo grado l’ergastolo, in secondo grado».

Maggi: «È stato assolto! E allora il ricorso in Cassazione e lo hanno assolto di nuovo».

Imelda: «Ah ecco».

Figlio: «Si, si si… l’ha detto la televisione».

Maggi: «E anch’io secondo me. Hanno condannato una volta… (incomprensibile)».

Imelda: «No adesso!? Proprio ultimamente, adesso».

Figlio: «È stato assolto… per la strage».

Imelda: «Eh!».

Maggi: «E adesso non lo so che, non credo che… la MAMBRO».

Figlio: «… (incomprensibile) la MAMBRO e FIORAVANTI hanno fatto la strage di Bologna?».

Maggi: «Sì, sicuramente sono stati loro… lui ed i suoi… (incomprensibile)».

Imelda: «Carlo!? … (incomprensibile)».

Maggi: «Comunque sai… (incomprensibile) neanche che lo comprino i genitori di Silvana, perché lo scrive anche la BRAGHETTI che lo adora».

Figlio: «(incomprensibile) Sono impegnati».

Maggi: «Strano, io al convitto…».

«A questo punto cambiano discorso». Così termina il verbale. Una conversazione quasi surreale, tra persone che comunicano tra loro ed esprimono concetti apparentemente incomprensibili.

Al di là di ciò, da questa intercettazione emergono due punti salienti: il riferimento ad un “aviere” e la citazione di Mambro e Fioravanti come coloro che “hanno fatto la strage”.

Ovviamente, come premessa, si deve assumere che Carlo Maria Maggi sappia come sono andate le cose e che quindi le sue parole abbiano un valore.

Detto ciò per quanto riguarda l’“aviere”, lo si vorrebbe identificare proprio con Paolo Bellini, poiché quest’ultimo aveva conseguito un brevetto di volo. Aviere in realtà è un grado militare dell’Aeronautica e nessuno, credo, si sognerebbe di definire “aviere” qualcuno, non militare, in possesso di una licenza di pilota di aerei ultraleggeri o anche di aerei di linea. Al massimo “aviatore”.

Pertanto, almeno a noi, appare abbastanza azzardato vedere nell’uso della parola “aviere” una prova che Maggi si riferisse a Bellini e pertanto che costui fosse in qualche modo coinvolto con la bomba.

Nel colloquio familiare di casa Maggi, alquanto disarticolato, si fa riferimento a condanne e ad assoluzioni che avrebbero raggiunto, par di capire, l’“aviere”. Nulla di attribuibile a Bellini, che, come abbiamo già ricordato, non è mai stato coinvolto nei processi su Bologna, tantomeno condannato o assolto nei vari gradi di giudizio.

Per quanto riguarda il cenno a Mambro e Fioravanti, innanzitutto crediamo vada fatta una considerazione preliminare riguardo la trascrizione di questa intercettazione. Ci sono troppe parole incomprensibili. È dunque assolutamente necessario sottoporre la registrazione ad una nuova e più sofisticata trascrizione del testo.

Le parole o le frasi incomprensibili, si trovano tra l’altro in punti cruciali del colloquio e basterebbe molto poco, inserendo certe parole, per stravolgere e ribaltarne il significato. Tanto per fare un esempio, in una discussione su Facebook, qualcuno si è divertito a immaginarsi possibili parole, laddove risultano incomprensibili, che anziché affermare la responsabilità di Mambro e Fioravanti, la escluderebbero e magari, ripeto è solo un gioco, si riuscirebbe addirittura a tirare in ballo nientemeno che Carlos, ovvero la “pista palestinese” che resta la più credibile alternativa a quella dei Nar:

F – … (ma quegli altri invece che) la MAMBRO e FIORAVANTI hanno fatto la strage di Bologna?

M – Sì, sicuramente sono stati loro… lui ed i suoi… (uomini)

I – Carlo(s)!? … (incomprensibile)

Sulla precisione delle trascrizioni di testimonianze registrate è bene spendere qualche ulteriore parola e portare un esempio reale per far capire l’importanza, sempre, di ricondursi al “reperto originale” e non alle successive redazioni o trasposizioni.

Abbiamo, in una puntata precedente, trattato la vicenda di Luigi Vettore Presilio. Come si ricorderà almeno un paio delle sue deposizioni vennero registrate dai sostituti procuratori che lo interrogavano. Nella trascrizione integrale del verbale di dichiarazioni registrate relative al colloquio dell’11 agosto 1980, prodotto agli atti e reperibile nel faldone n. 42 del p.p. 388/80, ad un certo punto si legge:

«Vettore: Un attentato.

Nunziata: Un attentato? Ecco.

Dardani: Ad una persona?

Nunziata: A una persona? Comunque era…

Vettore: (parola incomprensibile) matematicamente.

Nunziata: Era un fatto diverso quindi dall’attentato Stiz se a quell’esponente padovano. Lei così l’ha percepito?

Vettore: Io così l’ho percepito. Comunque un attentato sicuro.

Nunziata: Ho capito».

Su richiesta degli avvocati della difesa venne disposta, dalla Corte di Assise di Appello di Bologna nel 1994 in sede di rinnovazione dibattimentale, una nuova trascrizione peritale delle bobine magnetofoniche dei colloqui tra Vettore Presilio e i pm. Questo il risultato:

«Vettore: Un attentato!

Nunziata: Un attentato? Ecco…

Dardani: Ad una persona?

Nunziata: A una persona?

Vettore: No…

Nunziata: …Comunque era…

Vettore: …lo escludo… matematicamente!

Nunziata: Era un fatto diverso quindi dall’attentato Stiz… a quell’esponente padovano. Lei così l’ha percepito?

Vettore: Io così l’ho percepito.

Dardani: Come si chiama?

Vettore: Comunque un attentato sicuro!

Nunziata: Ho capito».

Nella nuova trascrizione del 1994, compare una domanda formulata da Attilio Dardani, che non era stata riportata nella trascrizione del 1980, probabilmente perché si era sovrapposta ad un altro intervento. La domanda è: “Come si chiama?”. Gli avvocati dettero un peso particolare a quella domanda potendo, nella Nota difensiva di deposito documentazione”, scrivere: «Ora, subito dopo che il Vettore afferma “Io così l’ho percepito… comunque…”, il secondo pubblico ministero gli chiede: “Come si chiama?”. È dunque evidente che, secondo quanto percepito dallo stesso magistrato, il Vettore si era appena riferito a una persona, dunque a un attentato individuale e non indiscriminato; altrimenti, la domanda chiarissima del p.m.: “Come si chiama?”, non avrebbe avuto senso alcuno (…) È questo il preannuncio della strage di Bologna?».

Alcune considerazioni conclusive.

La posizione di Bellini fu sicuramente indagata a fondo dai magistrati bolognesi fin dall’agosto 1980. Il suo nome era infatti nella lista dei presunti esponenti dell’estremismo nero che il Questore di Bologna Italo Ferrante inviò già il 4 agosto 1980 a tutte le Questure d’Italia, affinché si eseguissero controlli a riguardo. Al termine delle indagini non venne nemmeno rinviato a giudizio.

La sua cifra criminale è indiscutibile, ma non ci sono prove evidenti che facesse parte del gruppo di Mambro e Fioravanti, né che abbia condiviso azioni con a loro.

È provato che il 2 agosto 1980, con la famiglia, Bellini si recò in vacanza al Passo del Tonale, dove giunse nel pomeriggio. Era partito da Scandiano la mattina e aveva raccolto la famiglia a Rimini per poi dirigersi nella località alpina. Un programma simile non è facilmente conciliabile con la partecipazione attiva ad una azione terroristica delicata e complessa come s’immagina sia stata la preparazione e l’esecuzione della strage di Bologna, che sicuramente avrà comportato tempi certi, logistica precisa e coordinamento con altri elementi di supporto.

Detto ciò, per Paolo Bellini, così come per gli altri tre indagati ancora in vita e per i quattro ormai defunti, non resta che attendere la disponibilità della documentazione relativa alle indagini espletate dalla Procura generale. Noi aspettiamo.

(Terza puntata – Continua)

LEGGI ANCHE:

I MISTERI DELLA STRAGE 1 – IL PROCESSO AI MANDANTI E QUELLA PRESUNTA “PROFEZIA”DI VETTORE PRESILIO. QUANDO LA MANIPOLAZIONE DIVENTA VERITA’ UFFICIALE

I MISTERI DELLA STRAGE 2 –LA CROCIFISSIONE DEL CAPITANO SEGATEL SERVITORE DELLO STATO

*L’AUTORE

Gabriele Paradisi, ingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio e Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libroLa strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
una edizione estesa del Dossier Strage di Bologna, integrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.

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Una risposta a 1

  1. B (Alias Barberio Lamberto) P Rispondi

    22/07/2020 alle 16:55

    Bellini Nel 2006 produsse richiesta di annullamento del matrimonio presso la Curia…nella quale fra le altre cose sembra volesse un ” DNA ” DI FRATELLANZA tra i due figli.
    Potrebbe ciò essere stata la molla…

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