I misteri della strage/ 1
2 agosto 1980: Bologna, i mandanti
e quella presunta “profezia” di Vettore Presilio
Quando la manipolazione diventa verità ufficiale

Reggio Report inizia la pubblicazione di una serie di articoli del giornalista e saggista Gabriele Paradisi, studioso del terrorismo, sulla strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980

DI GABRIELE PARADISI*

Gabriele Paradisi

26/4/2020 – Il 10 febbraio 2020, ad appena un mese dalla condanna all’ergastolo dell’ex Nar Gilberto Cavallini per concorso nella strage del 2 agosto 1980, la Procura generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Bologna, ha comunicato a Paolo Bellini, Domenico Catracchia, Quintino Spella e Piergiorgio Segatel, la conclusione delle indagini preliminari svolte nei loro confronti.

Costoro devono rispondere, a vario titolo, di un loro presunto ruolo nientemeno che nella strage alla stazione di Bologna. Dietro questi indagati ancora in vita, ci sarebbero altri quattro personaggi ormai defunti: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi.

Ora occorre fare una breve premessa per comprendere come si è giunti a questo punto.

Sul cosiddetto “filone mandanti”, la Procura di Bologna aprì un fascicolo il 27 luglio 2011, su esposto dell’Associazione dei familiari delle vittime. Le sentenze definitive (del 1995 e del 2007) che hanno condannato all’ergastolo quali esecutori materiali i Nar Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e a trent’anni Luigi Ciavardini, sono infatti, come ebbe a dire il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino, “appese nel vuoto”, non essendo mai stati individuati né il movente né i mandanti di quell’orrendo crimine.

La stessa Procura bolognese, dopo quasi sei anni di indagini, l’8 marzo 2017, firmò la richiesta di archiviazione, concludendo «convintamente» non sussistessero «ulteriori profili coltivabili in sede penale». Ma con un colpo di teatro, per certi versi inaspettato, la Procura generale il 25 ottobre 2017 avocò a sé il fascicolo, ritenendo viceversa vi fosse «ancora qualche spunto investigativo da approfondire, per il rispetto che si deve ai familiari delle vittime e alla città di Bologna».

Una delle prime immagini dopo la bomba

Ecco allora che, a quanto pare, la Procura Generale, ribaltando il convincimento dei colleghi e dopo aver effettuato gli approfondimenti per i quali si era impegnata – concluse le indagini preliminari – sembra abbia individuato elementi consistenti per poter sostenere il rinvio a giudizio di un certo numero di persone.

In attesa di vedere quali saranno i prossimi sviluppi giudiziari della vicenda, riteniamo utile approfondire le posizioni dei quattro indagati ancora in vita e dei quattro defunti, per cercare di comprendere il perché si è giunti a loro. Ovviamente faremo ciò basandoci esclusivamente su quanto ad oggi è disponibile dal punto di vista documentale.

Stazione di di Bologna: l’orologio fermo all’ora della strage

Cominceremo questo difficile percorso da Quintino Spella.

Oggi novantunenne, nel 1980 Spella era un funzionario del Centro Sisde di Padova.

Sentito dai magistrati bolognesi il 25 gennaio 2019 e ancora il 14 maggio 2019 in sede di confronto col giudice Giovanni Tamburino, secondo gli inquirenti Spella avrebbe «negato il vero», sostenendo di non aver incontrato nel luglio e nell’agosto 1980, il magistrato di Sorveglianza, per l’appunto il dott. Tamburino, il quale l’avrebbe messo a conoscenza di ciò che egli aveva saputo da un detenuto, tale Luigi Vettore Presilio, ovverosia che era «in preparazione un attentato di notevole gravità, la cui notizia avrebbe riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo, nonché del progetto di attentato al giudice Stiz che lo stesso gruppo terroristico aveva in programma di compiere».

In altre parole il reato contestato a Quintino Spella è “depistaggio”. L’articolo 375 del codice penale, al comma I, lettera B recita: «È punito con la reclusione da tre a otto anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, al fine di impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo penale: richiesto dall’autorità giudiziaria di fornire informazioni in un procedimento penale, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito»

La cosiddetta “profezia” di Vettore Presilio, è un fatto noto, che è già stato esaminato nel corso delle indagini svolte a partire dal 1980 e nei vari gradi giudizio. Non costituì una prova a carico dei Nar, bensì venne rubricata come “elemento di sussidio”, in altre parole tra quei «dati che, senza assurgere alla dignità di indizi autonomi, hanno tuttavia una notevole capacità di persuasione in ordine alla correttezza delle conclusioni raggiunte».

Vediamo quindi come andarono esattamente le cose in quei giorni dell’estate del 1980 che precedettero la strage.

L’avvocato padovano Franco Tosello, un giorno imprecisato di giugno del 1980, mentre si trovava nella sala colloqui del carcere Due Palazzi di Padova, venne avvicinato da un detenuto assegnatogli d’ufficio, tale Luigi Vettore Presilio.

Costui, intrufolatosi senza che fosse stato programmato alcun colloquio, riuscì ad accennare al legale di avere una cosa molto importante da riferirgli. Una confidenza raccolta da un altro detenuto. Una questione che riguardava il terrorismo ed in particolare un attentato programmato nei confronti del dott. Pietro Calogero, all’epoca impegnato nel caso “7 aprile” o del giudice istruttore del tribunale di Padova dott. Lorenzo Zen.

L’avvocato Tosello invitò Vettore Presilio a richiedere un colloquio formale. Il 30 giugno 1980 Vettore Presilio inviò un telegramma all’avvocato che il giorno successivo si mise a sua disposizione.

«In questa occasione mi confermò di essere a conoscenza di fatti di terrorismo. Mi parlò di un attentato a Calogero o a Zen, e alle mie domande tendenti a capire la relazione tra Calogero e Zen, e la provenienza del fatto terroristico, debordò – cioè cambiò argomento – parlando di un attentato al Giudice Stiz». Così l’avvocato Tosello sintetizzò, il 27 agosto 1980, durante la sua deposizione ai magistrati bolognesi, i contenuti del colloquio avuto con Vettore Presilio il 1° luglio 1980.

Le macerie della stazione di Bologna

Già questo primo passaggio risulta alquanto contradditorio e getta una luce di sospetta affidabilità su Vettore Presilio. Il presunto attentato avrebbe riguardato Calogero, Zen o Stiz? Un presunto attentato nei confronti del giudice Calogero avrebbe potuto avere una matrice di sinistra ed in effetti tutti gli arrestati del “7 aprile” si trovavano in un’ala del carcere di Padova dov’era recluso anche Vettore Presilio, il quale avrebbe colà potuto recepire una informazione a tal riguardo; viceversa un attentato a Giancarlo Stiz, giudice istruttore a Treviso, colui il quale aveva avviato le indagini per piazza Fontana indicando per primo il gruppo degli ordinovisti veneti di Freda e Ventura, avrebbe potuto avere una probabile matrice neofascista. Dunque due scenari opposti e difficilmente conciliabili, che però Vettore Presilio presentava e accomunava con estrema e spregiudicata leggerezza.

Da chi aveva quindi avuto tale confidenza Vettore Presilio? Da un “compagno” o da un “camerata”?

Cerchiamo di capire meglio chi era Vettore Presilio. Si tratta di un delinquente comune, con un «passato di alcoolizzato», che frequentava gli ambienti del Msi padovano, sezione dell’Arcella. Si trovava in carcere a seguito di una rapina che aveva commesso istigando e coinvolgendo il giovanissimo figlio e un amico di quest’ultimo.

Una volta arrestato, Vettore Presilio cercò immediatamente di contrattare con gli inquirenti la sua liberazione in cambio di notizie che potevano portare agli autori della rapina. Un atteggiamento questo che egli replicherà anche nella vicenda che stiamo analizzando e che può essere così sintetizzato: «richiesta di benefici processuali in cambio di rivelazioni sugli autori di vaghi e indefiniti progetti di attentati»

. Saranno gli stessi magistrati bolognesi nella sentenza del 16 maggio 1994 a scrivere: «Occorre dire che è ben vero che il Vettore è entrato in questo processo sotto la peggior luce immaginabile, perché ha fatto le dichiarazioni qui in esame con il dichiarato proposito di ottenere dei vantaggi personali, giungendo fino ad un aperto ricatto nei confronti dei magistrati che lo interrogavano».

Qualche giorno dopo quel primo incontro informale con l’avvocato Tosello, ed esattamente il 7 luglio 1980, Vettore Presilio gli inviò una lettera in cui scriveva:

«L’ultimo colloquio che abbiamo avuto insieme lei sa di quello che abbiamo parlato, non creda che io sia stato così deficiente di avergli dato tutti i particolari precisi, ma bensì prima di quel fatto si sentirà per televisione e quotidiani una notizia che farà molto ma molto scalpore».

Questo è l’unico documento oggettivo precedente il 2 agosto 1980 riferibile a Vettore Presilio. Non vi è altro oltre a questa lettera. Come sappiamo una “profezia” è la predizione di un evento futuro. Tutto ciò che viene detto dopo che l’evento è avvenuto non ha valore in quanto chiunque potrebbe parlarne conoscendo come sono andati i fatti. Stando quindi ai documenti esistenti, la “profezia” di Vettore Presilio consisterebbe in una non meglio precisata «notizia» di cui avrebbero parlato «televisione e quotidiani» e avrebbe suscitato «molto ma molto scalpore».

Il giudice Giovanni Tamburino

L’avvocato Tosello a quel punto riferì al dottor Calogero il quale invitò ad occuparsi della vicenda il magistrato di Sorveglianza, il dott. Tamburino. Questi, accompagnato da Tosello incontrò nel carcere di Padova Vettore Presilio il 10 luglio 1980.

Il colloquio non fu verbalizzato e dunque fanno fede le dichiarazioni che il magistrato e l’avvocato riferirono dopo il 2 agosto.

Nella già citata deposizione del 27 agosto 1980, l’avvocato Tosello riferì: «Il contenuto di questa conversazione: ci sarebbe stato l’attentato a Stiz ma sarebbe stato preceduto da un grosso fatto del quale avrebbero parlato televisione e giornali. Specificò che si trattava di un attentato».

Il giudice Tamburino, il 6 agosto 1980, inviò ai magistrati bolognesi una relazione in cui è scritto: «Prima di questo fatto (l’attentato al giudice Stiz) doveva essere realizzato, dal medesimo gruppo, un attentato di eccezionale gravità, che avrebbe riempito “le pagine dei giornali”».

Queste ultime due dichiarazioni convergenti, dell’avvocato Tosello e del giudice Giovanni Tamburino, costituiscono il ricordo di quanto disse loro Vettore Presilio il 10 luglio 1980. Entrambi riferiscono di un non meglio precisato «attentato», «un grosso fatto», «di eccezionale gravità», di cui avrebbero «parlato televisione e giornali», di cui si sarebbero riempite «le pagine dei giornali».

I due autorevoli testimoni non raccolsero da Vettore Presilio nessun altro elemento che permettesse di cogliere la vera natura dell’attentato. Ammesso che Vettore Presilio avesse realmente raccolto la confidenza da un compagno di detenzione e si trattasse di una notizia autentica, stando a quanto egli aveva riferito, poteva trattarsi sia di un evento stragista, ma con la stessa probabilità poteva trattarsi anche di un “semplice” attentato a una persona, un omicidio o un ferimento per esempio. Inoltre, altro passaggio da tenere in considerazione, nello scritto di Vettore Presilio e nelle parole pronunciate il 10 luglio e riportate a grandi linee dai suoi interlocutori, non vi era alcun elemento per stabilire esattamente quando questo presunto attentato sarebbe avvenuto, né dove sarebbe accaduto.

Genericamente sarebbe accaduto prima di quello altrettanto presunto al giudice Stiz e questo era pianificato avvenire entro «settembre». Dunque grande indeterminatezza, nessuna precisa indicazione per collocare tale attentato nella prima settimana di agosto, tantomeno il 2 agosto. Per restare aderenti al concetto di “profezia” dobbiamo limitarci a questo. Tutto ciò che Vettore Presilio dirà dal 6 agosto in poi, pur continuando ad essere vago e ad introdurre elementi difficilmente riferibili alla strage, non rientra nel concetto di “profezia”.

2 agosto 1980: l’edizione staordinaria del Resto del Carlino

Per quanto riguarda il tipo di attentato, analizzando le parole di Vettore Presilio, è la stessa Sentenza del processo di Appello, emessa il 18 luglio 1990 a concludere: «l’attenta rilettura, ed il riascolto, del brano di conversazione registrato (Vettore interrogato e sollecitato dal P.M.) non sembra possano attribuire alle parole del teste il significato certo individuato dalla sentenza di primo grado».

«Il Rinani (sarebbe il detenuto che secondo Vettore Presilio gli avrebbe confidato il progetto di attentato) avrebbe parlato di attentati, sempre riferibili a personaggi, e non di progetti stragisti e, nonostante la trasparente supposizione dell’inquirente circa la riferibilità alla strage delle risposte date dal Vettore, non possono legittimamente ricavarsi interpretazioni in tal senso, ma al contrario, appare evidente il riferimento ad episodio completamente diverso, come un attentato ad una persona».

La sera dello stesso 6 agosto 1980, recepita la relazione di Tamburino, i sostituti procuratori della Repubblica di Bologna dott. Claudio Nunziata e dott. Attilio Dardani si precipitarono a Padova per sentire Vettore Presilio.

Seguiranno altri quattro incontri con gli stessi magistrati, l’8, l’11, il 13 agosto e il 3 settembre, quindi il 23 e il 27 settembre Vettore Presilio sarà ascoltato dal giudice istruttore di Bologna Vito Zincani.

Vettore Presilio si rifiuterà sempre di firmare i verbali degli incontri, ma quelli dell’11 e del 13 agosto 1980 sono registrati su nastro.

Torniamo a Quintino Spella. Il giudice Tamburino, sentito il 30 gennaio 2019 come testimone durante il processo Cavallini, ha dichiarato che dopo aver ascoltato il 10 luglio 1980 Vettore Presilio, si rivolse «alla Polizia Giudiziaria, cioè al vertice del Comando dei Carabinieri, c’era un gruppo allora a Padova, per informare di questo dato, così vago e generico, e ritenni che, e ritengo, credo di ricordare che appunto il suggerimento che mi venne dato in quel momento fu di comunicare la cosa e di prendere contatto con i servizi».

I presunti incontri con il funzionario del Sisde, ricaviamo dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari del 10 febbraio 2020, firmato dai Sostituti Procuratori Generali dott. Nicola Proto, dott. Umberto Palma e dall’Avvocato Generale dott. Alberto Candi, sarebbero avvenuti nei giorni 15, 19, 22 luglio e 6 agosto 1980.

Quindi nei tre giorni del luglio 1980 indicati, precedenti la strage, Tamburino avrebbe informato di quel dato «così vago e generico» Quintino Spella, ovverosia gli avrebbe riferito il racconto fattogli in carcere da un detenuto, senza il supporto di un verbale che lo avvalorasse.

Al momento sembrerebbe che nemmeno quegli incontri con il funzionario del Sisde, abbiano lasciato una qualche traccia documentale in un qualche registro. Parole al vento dunque, tra due persone, entrambe con un ruolo ed una responsabilità di alto livello, pertanto di credibilità equivalente, salvo presupporre la malafede di uno di loro. L’eventuale incontro del 6 agosto ha un minor peso poiché la strage era già avvenuta e le parole di Vettore Presilio erano già entrate nel circuito informativo delle istituzioni.

Questi i fatti a quanto per ora ci è dato sapere. Restando aderenti ai reperti disponibili (i documenti agli atti), la cosiddetta “profezia” di Vettore Presilio, a prescindere dalla dubbia credibilità del personaggio, risulta ben poca cosa. Non certo e ben diverso da ciò che viene riportato nel sito dell’Associazione dei familiari delle vittime dove si può leggere: «Ma le confidenze dell’”Ammiraglio” (ovvero Rinani) non finiscono qui. Aggiunge anche, infatti, che per agosto è prevista una strage di tali proporzioni che ne parleranno le pagine dei giornali di tutto il mondo». Ma, come si è visto, tale iperbolica conclusione non trova riscontro alcuno nei documenti esistenti.

Val la pena infine ricordare anche che Roberto Rinani, il presunto informatore di Vettore Presilio, ha sempre sostenuto di non averlo mai conosciuto e tantomeno di avergli confidato alcunché. Per la cronaca Vettore Presilio nelle sue deposizioni ai magistrati bolognesi, ha sempre chiamato Rinani in modi diversi – Rinaldi o Rinaldini – mostrando di ignorarne il cognome e indicandolo come persona di media statura, mentre Rinani era una persona imponente alto 1 metro e 86 centimetri.

La morale di questa ricostruzione è una sola. Allo stato attuale delle conoscenze, si ripropone un leitmotiv che purtroppo fa capolino troppe volte nel racconto delle vicende terroristiche che hanno insanguinato la nostra Repubblica negli scorsi decenni. Quando si torna a consultare i reperti originali, quando si prendono in esame, come dovrebbe sempre farsi, i documenti effettivi, si scopre che la loro rappresentazione negli anni li ha come trasformati, modificati secondo determinate esigenze più o meno interessate, che fanno assumere al fatto in sè, una luce e significati completamente diversi da quelli che effettivamente avevano in origine.

In altre parole nel tempo, una certa pubblicistica e storiografia, nella migliore delle ipotesi distratta o pigra, fa sì che si compia uno stravolgimento dei fatti, la loro truffaldina interpretazione diventa la “Verità” ufficiale da rimandare e soprattutto da difendere strenuamente, ma purtroppo, operando in tal modo, non si fa altro che allontanare l’obiettivo da tutti, a parole, condiviso, ovvero il raggiungimento della verità vera, come dovrebbe essere… «per il rispetto che si deve ai familiari delle vittime e alla città di Bologna».

*L’AUTORE

Gabriele Paradisi, ingegnere e imprenditore, come giornalista e saggista si occupa da anni di terrorismo: le sue ricerche sono in particolare relative al periodo 1969-1985.

Ideatore e vicedirettore del portale segretidistato.it , ha pubblicato su Area (2011), il quotidiano Il Tempo (2013-2018), ha scritto per Il Dubbio e Adn-Kronos. Ha curato la rubrica WatchDog sul mensile LiberoReporter.

Tra le sue pubblicazioni:
– il libro Periodista, di la verdad! Controinchiesta sulla Commissione Mitrokhin, il caso Litvinenko e la repubblica della disinformazione, Bologna, Giraldi 2008, 324 pp.;
– il saggio Quegli «… ottusi servitorelli…». Chi ha scritto i comunicati delle Brigate rosse durante il sequestro Moro? Ne Le vene aperte del delitto Moro a cura di Salvatore Sechi, Firenze, Pagliai 2009, pp. 161-188;
– il libro Dossier Strage di Bologna. La pista segreta, scritto con Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Bologna, Giraldi 2010, 393 pagine;
– il libro Cittadino giornalista. Trucchi, falsi, manipolazioni del giornalismo italiano e i segreti della Repubblica (2009-2011), LiberoReporter 2011, 308 pp.;
– il libro La strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre
1973
, scritto con il giudice Rosario Priore, Reggio Emilia, Imprimatur 2015, 300 pagine.
In corso di pubblicazione
– il secondo volume di Cittadino giornalista. Fuori dai
frame (2012-2013);
una edizione estesa del Dossier Strage di Bologna, integrata con le ricerche compiute dal 2011 ad oggi.










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Una risposta a 1

  1. Piero Corsini Rispondi

    27/04/2020 alle 19:03

    Gentile Ing. Paradisi,

    posso contattarla in privato? Mi chiamo Piero Corsini e ho scritto un libro su Fioravanti, Mambro, i NAR e Bologna e avrei bisogno di fare due chiacchiere con lei. Grazie e scusi il disturbo

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