Era una politica pura e disinteressata
“In ricordo dell’amico Mario, che per noi ragazzi era Monduce

DI SERGIO BEVILACQUA

29/4/2020 – Mi è piaciuto reperire dall’Archivio della Camera dei Deputati questa immagine di Mario Monducci degli anni ’70, o forse 80. Chia poco. Io lo ricordo così, quando stava avviando la sua carriera politica da giovane centrista e, per comune visione laica e progressista, libertaria e occidentale, ci trovavamo in via Emilia S. Pietro nella sede del nascente partito radicale. Era il 1973.

Mario Monducci in una foto degli anni 80


Cos’era questa memoria radicale comune, che mai ci ha abbandonato, della conoscenza tra me ragazzo (avevo forse 15 anni) e lui più grande (ne aveva 22). Mario mi aveva battezzato allora “un ragazzino molto intelligente” e, mentre la differenza di età si è andata “riducendo” nel tempo, non così il rispetto reciproco. Intanto, si allontanava quel 1973 ed era molto piacevole incontrarlo per le vie di Reggio, via Dante, via Roma, riprendendo con lui lo stesso discorso di quella politica che avevamo sognato pura e disinteressata. E nei nostri non detti c’era qualla lontana, superata esperienza, che sapeva però sempre di libertà e di giustizia.
Quando ci conoscemmo, era ancora viva l’impressione del 1968, della rivolta studentesca americana di Berkeley del 1963, di Marcuse e di Jerry Rubin, di diritti civili e di liberazione della donna tramite il Rapporto Hite, di non-violenza, di economia liberale e di abiura dei totalitarismi, del fascismo, del nazismo e dello stalinismo.

Soprattutto, al centro, la critica del comunismo, rispettosa e profonda ideologicamente ma seria e ferma dal punto di vista storico e istituzionale: intollerabili per noi la violenza civile, morale e militare del mondo sovietico, i meccanismi economici e strategici del Patto di Varsavia, l’invasione dell’Ungheria (1956) che gridava ancora vendetta e Jan Palach che bruciava a Praga nel 1968 e dentro di noi ragazzi sdegnati…
La visione radicale era fumo negli occhi all’epoca per comunisti – PCI, missini – MSI e non vista di buon occhio dalla Chiesa.

Ci si trovava là con i centristi laici: ricordo Beppe Gini, PLI, Fulvio Camellini, PSI, Fabrizio Montanari, PSI, ricordo la omonima Bevilacqua, figlia del neo-procuratore della Repubblica di Reggio Emilia, giudice Elio come il padre di Mario, ricordo passaggi di Mauro Del Bue, PSI. E con lui, Mario Monducci, repubblicano (PRI), il nostro Segretario, il segretario del partito radicale di Reggio Emilia. Un solo motto, coniato dal ragazzo socialista Fulvio Camellini, ironico, dato il profilo democratico di Mario: “Chi alla vittoria ci conduce? Monduce!”
Cos’era questo centro non-religioso (i radicali erano allora profondamente anti-clericali, posizione su cui io son sempre stato freddo ed ero molto tiepido anche allora), quando l’Italia viveva di DC e non-ideologico, quando l’Italia viveva di PCI e anche di MSI?

Era un centro laico, libertario, prima di tutto in accezione liberale, schiettamente internazionale e non troppo nazionalistico, come era già chiaro che sarebbe stato il futuro: una fucina d’intelligenza pura, una folata di novità che portava alla nostra attenzione quella civiltà americana che avrebbe stravinto la partita della “modernità”, forse esagerando un po’, così da rivitalizzare, più tardi, ridicoli e ischeletriti fantasmi del passato, nelle rudimentali menti di polticanti di oggi.
Non era tuttto oro ciò che luccicava, e la deriva dei diritti civili ha portato a una serie di esagerazioni da curare e fronteggiare, di cui erano forse chiare le contraddizioni già all’epoca e alcuni temi sono divenuti veicoli di colonizzazione culturale e di subalternità civile.

Ma la democrazia moderna da qualche parte dovevamo impararla e, per questo, la via filo-americana dei radicali, con vestale Mellini, non era male. I principi democratici erano saldissimi, un poco meno la scelta culturale e sociale di certi valori, ma validissima era la visione economica, mentre il suggerimento di impianti istituzionali era forse appena un po’ troppo “fermo” e gli approcci elettorali un po’ troppo teorici per la “Grande Menzogna Italiana”.
Mario Monducci aveva dentro tutto questo e un’onestà intellettuale inossidabile, che ho verificato negli anni quando l’incontravo: credo di non essermi mai trovato in disaccordo, prevaleva l’amicizia, e chi mi conosce sa che quando c’è da imparare non mi tiro indietro e nemmeno quando c’è da insegnare, perché venire corretto è uno dei modi più veloci di apprendere (“se mi sbaglio mi corriggerete”…).

E con lui io testavo sempre, seppur con veloci pour-parler, quanto la vita mi stava donando.

Come radicale, e come politico, Mario assomigliava molto di più al delfino Francesco Rutelli che al fondatore italico Marco Pannella: di Francesco Sindaco di Roma sono stato, dal 1996, consulente di management pubblico ed era divenuto il garante del Vaticano in città. E anche Mario aveva trovato un’altra via, sempre profonda, di grande onestà intellettuale e convinto umanesimo: una via per la quale “Monduce” certamente ci ha condotto.
Ci ritroveremo altrove, caro Mario, amico mio!

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Una risposta a 1

  1. Pagani Giacomo Rispondi

    29/04/2020 alle 20:39

    Bellissimo ricordo, non ho avuto il privilegio di conoscerlo bene ma lo ricordo come una persona molto educata e cordiale. Buon viaggio!

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