Ligabue il pittore che “voleva nascondersi” trionfa a Berlino
Orso d’argento a Elio Germano, miglior attore

1/3/2020 – L’Italia sbanca la 70/ma edizione del Festival di Berlino: due film in concorso, due premi. FAVOLACCE dei geniali fratelli d’Innocenzo si porta a casa l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura con questa storia di ignoranza e violenza e VOLEVO NASCONDERMI di Giorgio Diritti, prodotto da Palomar, vede premiato invece Elio Germano con l’Orso d’argento per il miglior attore per la sua interpretazione attenta di Antonio Ligabue, il pittore “folle”, che seppe trasformare il Po in una savana visionaria: un genio dalla vita tormentata e disgraziata, che oggi viene messo sullo stesso piano di Van Gogh.

Elio Germano e il celebre autoritratto di Ligabue

Germano ha voluto dedicare il suo Orso d’argento a tutti gli artisti, a tutti quelli storti come lui, a tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta e ad Antonio Ligabue e alla grande lezione che ci ha dato”.

Volevo nascondermi – scrive Caterina Sabato su Cinematographe.it – “esordisce con l’immagine di Ligabue nascosto sotto una coperta scura in un manicomio, impaurito come un bambino solo. L’improvviso flashback mostra i ricordi angoscianti della sua infanzia e adolescenza, maltrattato, deriso, umiliato, considerato “vittima” di demoni insinuatisi nell’anima. Traumi che si porta appresso per tutta la sua esistenza, cercando di nascondersi dagli altri.

Elio Germano con l’Orso d’argento

La narrazione ci porta poi al presente da adulto di Ligabue a Gualtieri in Emilia Romagna dove vive nei boschi sulle rive del Po, immerso totalmente nella natura, lontano dalla “civiltà” che lo considera un matto pericoloso da vessare o ignorare perché strano, brutto e rachitico. L’incontro proprio nel bosco con l’artista Marino Mazzacurati che lo accoglie in casa sua gli permetterà presto di rivelare il suo talento di pittore”.

LA PREMIAZIONE DI BERLINO

Orso d’Oro a THERE IS NO EVIL di Mohammad Rasoulof, un film composto da quattro storie che sono un vero pugno allo stomaco del regime iraniano.
Show da parte dei gemelli di Tor Bellamonaca nel ricevere il premio. Damiano d’IUnnocenzo guarda l’Orso e comincia a ringraziare tutti: produttori, tutto il cast, famiglia e alla fine anche il fratello Fabio. Nel suo discorso di ringraziamento ci mette pure un mortacci tua e poi rende omaggio a Pietro Coccia, fotografo di cinema da tutti amati e che non c’è più. E tutto questo sotto gli occhi divertiti del presidente di giuria Jeremy Irons.
Più sobrio Elio Germano che dedica il suo premio a “tutti gli artisti, a tutti quelli storti come lui, a tutti gli sbagliati, tutti gli emarginati, tutti i fuori casta e ad Antonio Ligabue e alla grande lezione che ci ha dato, che è ancora con noi, che quello che facciamo in vita rimane. Lui diceva sempre “Un giorno faranno un film su di me ed eccoci qui!””.


Orso d’argento Gran premio della giuria va a NEVER, RARELY, SOMETIMES ALWAYS, film indie della regista Eliza Hittman che racconta una storia on the road di una 17enne della Pennsylvania rurale alle prese con aborto, difficile da vivere e da raccontare, se non a New York.
Miglior regia a THE WOMAN WHO RUN di Hong Sang Soo, un delicato dialogo al femminile pieno di sfumature, mentre l’Orso alla migliore attrice va a Paola Beer protagonista di UNDINE, che racconta l’amore attraverso il mito (quello germanico dell’Ondina) e la fiaba.
Premio meritatissimo anche a DAU. NATASHA di Ilya Khrzhanovskiy, film tra sperimentazione antropologica e verità di un progetto che ricorda un Truman Show stalinista capace di liberare le zone oscure dell’uomo tra cui quelle sado-maso. A ricevere il premio per il miglior contributo artistico è stato il direttore artistico, Jurgen Jurges.

A DELETE HISTORY di Benoit Delepine e Gustave Kerven va infine il premio speciale della 70/ma edizione.
Ma vera commozione e vere lacrime arrivano con l’Orso d’oro andato al regista iraniano Mohammad Rasoulof impossibilitato dal regime ad uscire dal paese come a girare film.
Intanto il presidente di giuria Jeremy Irons, lo presenta con vero entusiasmo: “È un film che riguarda la responsabilità di ognuno di noi”. Baran, la figlia del regista, dice invece commossa: “Lui vorrebbe essere qui ma è impossibilitato a venire”. E ancora i due produttori nel ricevere il premio raccontano come non vi sia alcuna prigione che possa impedire “immaginazione e arte”.

(fonti: ansa.it, cinematographe.it)

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