What a wonderful world: duemila anni di Ornamento
in una mostra della fondazione Magnani
C’è anche l’esoterico Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore

14/11/2019 – Dal 16 novembre 2019 all’8 marzo 2020, Palazzo Magnani e i Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia ospitano la mostra What a wonderful world. La lunga storia dell’Ornamento tra arte e natura, un inedito viaggio attraverso i secoli, per comprendere quanto la Decorazione e l’Ornamento raccontino di noi e del mondo.

L’esposizione – promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani, in collaborazione con Comune di Reggio Emilia, Provincia di Reggio Emilia, Regione Emilia Romagna e Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – prende il titolo in prestito da una celeberrima canzone di Louis Armostrong per ripercorrere alcune delle numerose declinazioni dell’azione ornamentale nella sua storia, attraverso oltre 200 opere, provenienti da importanti collezioni private e da istituzioni museali nazionali e internazionali tra le quali il Victoria&Albert Museum di Londra, il Museo Ermitage di San Pietroburgo, il Musée du quai Branly di Parigi, Le Gallerie degli Uffizi di Firenze, il Museo di Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma.

Oltre ad alcuni pezzi della protostoria, la mostra attraversa più di duemila anni di arte, dall’età romana al Medioevo fino ai giorni nostri, con opere di autori quali Albrecht Dürer, Leonardo da Vinci, Moretto, Giovan Battista Piranesi, William Morris, Alphonse Mucha, Koloman Moser, Maurits Corneils Escher, Pablo Picasso, Henri Matisse, Giacomo Balla, Gino Severini, Sonia Delaunay, Josef e Anni Albers, Victor Vasarely, Arman, Andy Warhol, Keith Haring, Peter Halley, Wim Delvoye, Maggie Cardelus, Enrica Borghi, Claudio Parmiggiani, Malcolm Kirk, Shirin Neshat, Meyer Vaisman e molti altri.

Potrà essere ammirato anche lo splendido e preziosissimo Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore, opera carica di mistero che si riteneva perduta da secoli e fu ritrovata nel 1937 proprio a Reggio Emilia da monsignor Leone Tondelli. Il Liber Figurarum è ritenuto una delle fonti ispiratrici di Dante per la Divina Commedia: ne esistono solo altre due copie al mondo: il codice di Oxford (il più antico dei tre) e il codice di Dresda.

Il progetto What a wonderful world , a cura di Claudio Franzoni e Pierluca Nardoni, è frutto di un lavoro importante messo i in campo dal Comitato Scientifico della Fondazione Palazzo Magnani, presieduto da Marzia Faietti e composto da Gerhard Wolf, Vanni Codeluppi, Marina Dacci e Walter Guadagnini. “Dopo la preziosa collaborazione con un’importante realtà museale internazionale quale l’Hermitage di San Pietroburgo per l’esposizione del Ritratto di giovane donna del Correggio nei chiostri di San Pietro – dichiarano Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia, e l’assessora alla cultura Annalisa Rabitti – Reggio Emilia innalza il livello della sua proposta artistico-culturale con What a wonderful world. Con un così ricco mosaico di opere giunte da tutto il mondo, l’esposizione della Fondazione Palazzo Magnani si rivela un importante salto di qualità per la dimensione internazionale e la proposta culturale di Reggio Emilia”.

Il “draco magnus” del Liber Figurarum di Gioacchino da fiore

Davide Zanichelli, presidente della Fondazione Palazzo Magnani, vede in questa mostra “un’occasione importante almeno per due motivi. Innanzitutto consente di esibire, in una modalità non autoreferenziale ma, anzi, ricca di rimandi e collegamenti con una grande tradizione europea, alcuni tra i più importanti oggetti del patrimonio storico-artistico della nostra città: dai materiali altomedievali al Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore (uno dei tre esemplari conosciuti al mondo), dai capitelli romanici del Museo Diocesano alla geniale metamorfosi dei loro motivi immaginata da Maria Bertolani Del Rio in ambito terapeutico. In secondo luogo porta il visitatore ad attivarsi in maniera creativa lungo il percorso espositivo, dove verrà “investito” da una sequenza di forme e immagini che lo porteranno, ognuno secondo una personale traiettoria, a riconsiderare i diversi significati dell’Ornamento, un concetto costitutivo del nostro essere nel mondo, parte integrante e contemporaneamente osservatori della natura, al centro di un grande dibattito novecentesco che investe, più di quanto immaginiamo, il nostro modo di pensare e di percepire l’estetica del quotidiano, la comunicazione tra le persone, le modalità di consumo che il mercato ci sottopone”.

“Ci viene spontaneo pensare” – sostiene Claudio Franzoni, uno dei curatori – “che l’Ornamento sia qualcosa di superfluo, se non addirittura di inutile; eppure, nel nostro rapporto con gli altri e con la realtà che ci circonda – magari in modo distratto e inconsapevole – facciamo di continuo i conti con l’Ornamento: il nostro corpo prima di tutto, poi gli oggetti che usiamo o che, semplicemente, osserviamo. In questo senso, l’Ornamento è una strada nella nostra quotidiana ricerca della bellezza”. “Nel corso dei secoli – afferma l’altro curatore Pierluca Nardoni – l’arte occidentale ha considerato l’ornamentalità un carattere marginale. Eppure culture figurative raffinate come quella islamica o quella giapponese hanno trovato nel Decorativo la loro espressione più efficace e le Avanguardie europee del Novecento si sono spesso rivolte alla decoratività di civiltà lontane nel tempo e nello spazio per rinnovare il proprio linguaggio. Negli ultimi anni questi sguardi “altri” tornano più che mai attuali per dar vita a un’arte davvero globale che non ha più paura dell’Ornamento”.

Il percorso espositivo intende indagare le origini e gli sviluppi del multiforme matrimonio tra vita quotidiana, arte e Decorazione per poi affrontare in modo dettagliato le esperienze di tanta arte del Novecento e del nuovo millennio in cui i temi dell’Ornamento sono stati di nuovo rimessi in gioco. Per confrontarsi con un lessico per definizione vastissimo e con il suo utilizzo altrettanto diversificato, la rassegna propone diverse sezioni. La prima s’inoltra nel mondo naturale per analizzare come piante e animali si ornino modificando il loro aspetto esteriore e per indagare le ragioni di queste provvisorie o permanenti alterazioni della propria forma esterna.

La seconda si concentra sulla pratica, da sempre usata dall’uomo, di adornare il proprio corpo, attraverso gli indumenti e gli accessori, come orecchini, collane, monili vari, nei quali il ruolo “ornamentale” è almeno pari a quello funzionale. Uno degli itinerari offerti dalla mostra è interamente dedicato a un’esperienza locale sbocciata nella prima metà del Novecento, quella dell’Ars Canusina, inventata e condotta dalla psichiatra reggiana Maria Bertolani Del Rio (1892-1978), all’interno del manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia.

Una sezione segue l’evoluzione del motivo ornamentale vegetale nei secoli e nelle varie culture, dai vasi attici ai capitelli romanici, alle traduzioni ottocentesche di William Morris, a cui si aggiunge il motivo dell’intreccio; allontanandosi da una visione naturalistica e prendendo spunto a volte dalle stesse pratiche artigianali legate, per esempio, all’oreficeria e alla produzione di tessuti, il Medioevo predilesse la descrizione minuziosa di grovigli, trame intricate, nodi. Il visitatore è avvolto dagli ipnotici motivi a nodo dei plutei dell’abbazia di Bobbio (IX sec.) e delle incisioni ricavate da disegni di Albrecht Dürer e Leonardo da Vinci.

La presentazione della mostra

L’esposizione prosegue con una serie di sale che contestualizzano e illustrano l’attuale visione dell’ornamento, perfezionatasi tra Ottocento e Novecento: l’infatuazione per l’elemento ornamentale che caratterizza la seconda metà del XIX secolo (da William Morris al clima Art Nouveau, con opere di Morris, Mucha e Moser) si scontra con il rifiuto totale della decorazione a favore della mera funzionalità dell’oggetto (da Adolf Loos a Le Corbusier fino a Marcello Nizzoli). Dalla seconda metà del Novecento, fino ai nostri giorni, si assiste a una rivincita delle forme ornamentali. L’Ornamento si è infatti insinuato anche in una cultura figurativa apparentemente avversa come quella di molte avanguardie artistiche tra il primo Novecento e il secondo dopoguerra. Al precedente clima Art Nouveau si contrappongono, in arte, le Avanguardie storiche, come i Cubisti, i Futuristi, gli Astrattisti di vario genere, interessate per lo più a raffigurare le “essenze” del mondo.

La mostra prosegue guardando ai modi con cui l’arte occidentale del Novecento assume le tendenze decorative di culture distanti nello spazio o nel tempo. Chiude idealmente il percorso un approfondimento nel campo della musica. What a wonderful world offre anche l’occasione di conoscere lo straordinario patrimonio di opere e testimonianze conservate nel territorio tra Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Modena e Bologna. Hanno infatti collaborato alla realizzazione delle mostre, attraverso importantissimi prestiti, i Musei civici, la Biblioteca Panizzi, il Museo Diocesano, l’Archivio ex Ospedale psichiatrico San Lazzaro, la Collezione Maramotti e la Collezione Credem di Reggio Emilia; il Museo della terramara Santa Rosa di Poviglio; il Museo Archeologico Nazionale e la Fondazione Cariparma di Parma; il Museo Diocesano di Bobbio, Piacenza; le Biblioteche Estense e Poletti e il Museo Lapidario del Duomo di Modena; la Biblioteca Augusto Majani-Nasica di Budrio e il Museo Civico Medievale di Bologna.

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3 risposte a What a wonderful world: duemila anni di Ornamento
in una mostra della fondazione Magnani
C’è anche l’esoterico Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore

  1. carlo baldi Rispondi

    16/11/2019 alle 12:52

    Mi sembra un’iniziativa splendida. Complimenti alla Fondazione Magnani ed al team degli organizzatori.
    Ho qualche riserva sull’esposizione del Liber figurarum di Gioacchino da Fiore e considerarlo ornamento. Semmai necessiterebbe una sua specifica presentazione con un dibattito sulla figura di Gioacchino da Fiore e dei gioacchiminidi, che ebbero seguaci anche nella nostra città ( per tutti Fra Salimbene de Adam), coi movimenti dei flagellanti e dell’alleluia.

    • Pierluigi Rispondi

      16/11/2019 alle 13:13

      Monsignor Tondelli (che fu, tanto per dire, parroco di Bibbiano) riconobbe per primo il Liber Figurarum – che si credeva perduto da secoli – proprio perchè aveva letto Salimbene de Adam,l’unica fonte che lo citava. Lo avevano anche nella biblioteca di Oxford, ma riconobbero il codice solo grazie alla scoperta fatta a Reggio.

  2. carlo baldi Rispondi

    16/11/2019 alle 19:38

    Tra l’altro, sempre secondo Mons. Tondelli ed alcune ricercatrici di Oxford, Dante prese a base il Liber Figurarum per alcuni meravigliosi canti del Paradiso. Sarà avvenuto quando si fermava a Reggio ospite del buon Guido da Castello ?

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