Lo Stato ha risarcito Pietro Fontanesi, l’ex vigile urbano perseguitato per il delitto Rombaldi
Resta il mistero della pista palestinese mai indagata

8/10/2019 – Lo Stato italiano ha risarcito l’ex vigile urbano Pietro Fontanesi – accusato dalla Procura di Reggio Emilia dell’omicidio del chirurgo Carlo Rombaldi, avvenuto la notte dell8 maggio 1992 – per i 150 giorni di arresti domiciliari subiti ingiustamente dopo la riapertura del caso (che peraltro non ha ancora trovato soluzione). Nei giorni scorsi Fontanesi, che oggi ha 75 anni, ha ricevuto il saldo della somma risarcitoria riconosciuta dalla Corte d’Appello di Bologna già un anno e mezzo fa, nel marzo 2018.

L’ex vigile urbano Pietro Fontanesi durante

il processo a Reggio

E la parola definitiva sul calvario giudiziario e mediatico vissuto per anni da Fontanesi, anni durante i quali gli avvocati Giovanni e Giancarlo Tarquini hanno ingaggiato una battaglia memorabile a suon di testimonianze e di perizie balistiche sulla P 38 detenuta da Fontanesi nel 1992, riuscendo alla fine a dimostrare la piena innocenza dell’imputato, nonostante l’ambiente ostile.

Il pm Maria Rita Pantani aveva chiesto l’ergastolo, ma l’ex vigile urbano era stato assolto in primo grado dal Tribunale di Reggio, poi in Appello a Bologna e infine in Cassazione nel marzo 2017.

“Con questa decisione di accoglimento del nostro ricorso – hanno dichiarato Giovanni e Giancarlo Tarquini – la corte d’ Appello ha riconosciuto l’ingiustizia della custodia cautelare inflitta a suo tempo dal Riesame su richiesta del pm. E ciò dopo due assoluzioni di merito, seguite dal definitivo proscioglimento in Cassazione. Questo porta sicuro sollievo, ancorchè dopo anni di pesantissime accuse che si sono rivelate infondate. Il nostro assistito, come chiunque altro fosse passato da una simile esperienza, porta i segni di quanto patito, e di certo ora occorrono silenzio e rispetto”.

Il dottor Carlo Rombaldi, ucciso a Reggio Emilia nel maggio 1992

Resta il fatto che l’assassino del dottor Rombaldi – freddato con almeno nove colpi di pistola tra l’8 e il nove maggio 1992, mentre parcheggiava l’automobile nel condominio di via Filzi dopo aver partecipato a una cena in pizzeria con i colleghi del San Maria Nuova – non ha ancora un nome. Resta il fatto che non si è mai voluto indagare sulla pista del delitto politico: pita che era più di un’elucubrazione, e di cui si parlò a lungo, sia pure a mezza voce e in modo riservato (qualcuno non doveva esporsi?) negli ambienti professionali reggiani.

Rombaldi – secondo quella pista mai scandagliata a fondo – avrebbe riconosciuto un terrorista palestinese ferito e ricoverato al Santa Maria Nuova con un nome di copertura, e avrebbe confidato a qualcuno che era sua intenzione denunciare il fatto.In quelle settimane era esplosa una guerra interna all’Olp, dopo l’attentato all’aereo di Arafat, precipitato nel deserto libico, con una sequela di morti e rappresaglie che insanguinò l’Europa. E a Reggio Emilia, i palestinesi potevano contare su molti buoni amici.

In base a tale ipotesi, avrebbero assassinato Rombaldi per tappargli la bocca.

Sta di fatto che è mancata al processo la testimonianza-chiave del primario Mario Meinero, convocato dalla difesa di Fontanesi: ilchirurgo reggiano, originario di Cuneo, dopo aver lasciato il S. Maria Nuova andò a lavorare come volontario negli ospedali di Gaza e Ramallah.

Al momento del processo Meinero non fu rintracciato, fu dichiarato irreperibile, quindi non ricevette neppure la convocazione come testimone. Però qualcuno a Reggio sapeva dove si trovasse perchè, poco tempo dopo la conclusione del processo di primo grado, incontrò un gruppo di reggiani a Gaza e a Gerusalemme.

Meinero, rientrato definitivamente a Reggio, è morto a 72 anni, stroncato da un infarto alla vigilia del Natale 2018. Ma forse, a Reggio Emilia, c’è ancora qualcuno che sa come andarono le cose, quella maledetta notte in cui uccisero il dottor Rombaldi.

(p.l.g.)

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