Come loro nessuno mai
Fallimenti, misteri e privilegi del Parma calcio nel libro di Fantuzzi

Il titolo è ironico: «Come loro nessuno mai». Dove loro sono i parmigiani, o meglio la squadra di calcio del Parma con i suoi trionfi, i fallimenti e i non pochi misteri che circondano almeno una ventina d’anni di storia. E’ un libro di 170 pagine, edizioni la Città del Sole, prefazione di Mauro Del Bue, scritto con puntiglio e buona documentazione dal reggiano Francesco Fantuzzi, operatore di Mag6, noto ambientalista e attivista politico, e “spina nel fianco” delle assemblee di Iren.
Undici capitoli, come il numero dei giocatori in campo nei quali Fantuzzi mette il dito nella piaga negli eventi del Parma accaduti dal 2003, anno del crac Parmalat, a oggi, sempre contrassegnati da uno scenario di «benevolenza» e di debiti per centinaia di milioni pagati dagli altri.

Francesco Fantuzzi presenta il libro al centro sociale Foscato

Un pamphlet sul lato B del calcio: il calcio non giocato e i suoi misteri. Presentato in anteprima al Centro sociale Foscato a Reggio Emilia, “Nessuno come loro mai – L’altra storia del Parma Calcio” è in vendita a Reggio nelle librerie Uber di via Simonazzi e del Teatro in via Crispi. Lo si può anche acquistare on line sul sito della Città del Sole.
Fantuzzi, come nasce l’idea di questo libro e del suo titolo?
Nasce dalla maglietta che ha celebrato la tripla promozione, dalla D alla serie A, del Parma. Uno spunto ironico per ragionare su quello che era avvenuto in precedenza.
Appunto. Quali i fatti al centro della tuaq indagine ?
Ho sempre pensato che il salvataggio del 2004 fosse ingiusto. Il Parma fu salvato col famoso decreto Marzano per i grandi gruppi in crisi, varato alla vigilia del Natale 2003 per fronteggiare il crac Parmalat, un disastro di proporzioni mondiali.
Cosa c’entra il decreto Marzano con il Parma calcio?
Beh, appne venti giorni dopo quel decreto, il 14 gennaio 2004 – con le festività di mezzo, con uno dei suoi primissimi atti l’amministrazione straordinaria del gruppo Parmalatt sositene un costo di ben 150 milioni dieuro per salvare la squadra di calcio.
E come?
Principalmente con la rinuncia a un credito di 120 milioni di euro nei confronti del Parma Calcio: credito certo difficile da recuperare, però possibilità. Incredibile il fatto che, mentre si deliberava la rinuncia al credito, in quella stessa assemblea di gennaio l’amministrazione straordinaria ammetteva di non avere il controllo finanziario delle partecipate: dovunque erano avvenute gravissime irregolarità contabili. Da notare che la rinuncia al credito è nei bilanci, ma non nella relazione dell’amministrazione straordinaria. Non solo: Parmalat dovrà investire anche una grossa somma, venti milioni, per ripristinare il capitale perduto. Alla fine il salvataggio della squadra crociata costerà la bazzecola di 150 milioni al gruppo collassato in un buco nero finanziario equivalente a 14 miliardi di euro.
Tutto questo è spiegato nel mio libro ai capitoli 4 e 5, quelli centrali.

Come loro nessuno mai: la copertina del pamphlet di Fantuzzi


Ma tutto questo era legale?
Sì, lo era: col decreto Marzano i poteri dell’amministrazione straordinaria furono ampliati rispetto alla precedente legge Prodi. Resta il fatto che con un battito di ciglia, in pochi giorni, Parmalat – ormai sotto controllo pubblico – si accollò 150 milioni per una squadra di calcio che aveva 30 dipendenti. Ma in base a quale logica industriale, visto che il decreto Marzano riguardava il salvataggio dei grandi gruppi? La soluzione più logica sarebbe stata la liquidazione della squadra con la vendita dei calciatori, anche perchè con quel salvataggio lo Stato rinunciò a 40 milioni di tasse. Aggiungo che dalla relazione tecnica presentata al tribunale di Milasno dalla dottoressa Stefania Chiaruppini, risulta che negli anni Parmalat aveva investito nella squadra ben 276 milioni.
Andiamo avanti: dopo cosa succede?
Succede che nonostante il soccorso dell’amministrazione Parmalat, la squadra non ha i parametri per essere iscritta al campionato successivo. Allora si inventano un cavillo, come lo ha definito il senatore Falomi in una interrogazione del 2006: costituiscono la nuova FC Parma spa, alla quale Ac Parma trasferisce il parco giocatori, ma non i debiti. Ac Parma diventa così una bad company, e l’incantesimo (dell’iscrizione al campionato, ndr.) si compie.
Ma era regolare?
Diciamo che non era mai accaduto prima, e che si sono aggirate più meno elegantemente le regole.
Veniamo al fallimento del 2015.
Già, il crac da 208 milioni con Ghirardi. E pensare che solo due anni prima il presidente della Lega Calcio, Carlo Tavecchio, aveva definito Ghirardi come il più brillante imprenditore italiano dello sport…
E’ difficile non pensare a una benevolenza del sistema. Anzi, è un dato di fatto.
Perchè “benevolenza”?
Nel marzo 2015 il Parma è alla bancarotta e non ha nemmeno i soldi per finire il campionato. Ma Lega e Federcalcio corrono ai ripari e mettono a disposizione della società 5 milioni di euro senza alcuna garanzia: non ci si preoccupa neppure di pattuire per iscritto se quella somma sia un prestito, o un contributo, e quali le condizioni per il rientro. E in quattro anni non si è attivato nessuno per fare chiarezza. Spero che il mio libro offra almeno un’opportunità per avviare una riflessione su queste vicende, e sul sistema che le ha rese possibili.

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