75 anni fa l’assassinio del comandante Facio, eroe della Resistenza ammazzato dai comunisti perchè sapeva troppo
Combattè con Cervi e voleva vendicare chi li tradì. Per questo è ancora vittima di silenzi e bugie

DI PIERLUIGI GHIGGINI

21/7/2019 – Settantacinque anni fa, nella livida alba del 22 luglio 1944, in piena guerra di Resistenza e alla vigilia di un tremendo rastrallamento dei nazisti, il comandante partigiano Dante Castellucci, nome di battaglia Facio, comandante del battaglione Matteotti Picelli, veniva fucilato nel bosco di Adelano di Zeri su ordine dei suoi stessi compagni comandanti comunisti della Brigata Liguria.

Meglio dire assassinato, perchè il tribunale di guerra istituito in quattro e quattr’otto da Antonio “Salvatore” Cabrelli – poi commissario politico della zona operativa sino a novembre – e con la copertura politica di Renato Jacopini, che in montagna rappresentava il comitato federale-bis del Pci della Spezia- fu una tragica messinscena, un tribunale illegale senza neppure l’avvocato difensore (che pure veniva riconosciuto in circostanze analoghe ai gerarchi fascisti passati per le armi dai partigiani) e che quindi non poteva emettere alcuna sentenza, tanto meno di morte.

Eppure morte fu: una sentenza – come ha testimoniato sino all’ultimo Laura Seghettini, la fidanzata di Facio e una delle poche donne comandanti di formazioni partigiane, scomparsa due anni fa – pronunciata in nome del Partito Comunista Italiano da Cabrelli, dirigente del partito in Francia, finito nel campo del Vernet come sospetta spia del fascismo, rientrato in Italia e mandato al confino nelle montagne calabresi dopo un atto di sottomissione a Mussolini, il cui testo olografo è conservato all’Archivio centrale dello Stato. Un verdetto con motivazioni infami quanto la condanna capitale.

Dante Castellucci “Facio” (ritratto pubblicato da Lunigiana la Sera nel 1990-91, dallafoto dellalapide nel cimitero di Pontremoli)

Dante Castellucci, calabrese di Sant’ Agata d’Esaro, l’eroe della battaglia del Lago Santo parmense che con otto ragazzi riuscì a tenere in scacco 120 tedeschi nel mese di marzo asserragliato nel rifugio sul lago, dove una grande lapide ricorda quell’impresa, rifiutò di fuggire nonostante i suoi uomini lo scongiurassero di mettersi in salvo, e affrontò a viso aperto, ma già morto dentro, quel plotone d’esecuzione: il più odioso e imperdonabile di tutta la Resistenza italiana.

Claudio Pavone ha scritto che nel momento di cadere Facio gridò “Viva Stalin”: ma è una stolida bugia, tramandata da una vulgata compiacente dalla parte degli assassini.

Invece da quel punto del bosco dove fu immolato, e dove sorge un cippo con un lapide verbosa e vergognosa, perchè ancora reticente sulle cause della morte, Facio mentre moriva vedeva davanti a sè il profilo dei monti lunigianesi che gli apparivano come montagne del Pollino viste dalla sua Sant’Agata d’Esaro. La somiglianza dei profili è impressionante: vedere per credere.

Al centro Laura Seghettini davanti alla tomba di Facio. A sinistra Mafalda Castellucci

Pensava alla sua Laura, a sua mamma che avrebbe dovuto accogliere Laura “come mia moglie”, ma soprattutto lo accompagnarono nel passaggio la solitudine del tradimento e la beffa riservatagli da Dio e dagli uomini: mandato a morte dai suoi stessi compagni in nome di quel Partito Comunista al quale restò fedele sino all’ultimo, per un volgare quanto innominabile complotto politico e ideologico di stampo, questo sì, staliniano. Su Facio si scatenò tutta la cattiveria dell’uomo-bestia, mascherata sotto le vesti della razionalità marxista-leninista: in fondo la stessa che dilagava allora col marchio ideologico dell’Olocausto e della Soluzione finale.

L’aver combattuto a fianco dei fratelli Cervi a Reggio Emilia, assumendosi la responsabilità di quella brigata internazionale di prigionieri di guerra da lui organizzata ai Campi Rossi, e avere tentato la liberazione dei sette Fratelli poi martirizzati dai fascisti per un’infernale vendetta, fu una colpa troppo grande agli occhi di un comando militare del Pci in mano a dei fanatici, o forse malati di mente: una colpa, quella di aver combattuto e di aver tentato la liberazione dei Cervi dal carcere, che Dante Castellucci Facio doveva pagare con la morte e la damnatio memoriae. Il Pci tentò inutilmente di ammazzarlo nel reggiano, durante l’inverno 1944, condannandolo a morte il il 20 gennaio e ordinando ai gappisti di sopprimerlo; ma l’amico Otello Sarzi, è noto, finse di eseguire l’infamia e anzi favorì il passaggio di Facio nel parmense, dove un uomo saggio come il segretario del Pci Luigi Porcari lo inviò a combattere in montagna per levarlo dalle grinfie dei compagni reggiani.

Tuttavia la sentenza, paziente come una vipera, lo attese al varco nei monti dello Zerasco in quel luglio 1944, in un susseguirsi di avvenimenti e di volgari pretesti più volte raccontati, assumendo alla fine il volto di Antonio Cabrelli e di altri co-assassini rimasti per lo più nell’ombra (Jacopini, se non altro, ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità politica in un libretto della fine degli anni 50, “Canta il gallo”) e riservando al giovane Facio, non aveva ancora 24 anni, non già il meritato trionfo politico nella nuova Italia post-fascista, bensì un futuro sotto due metri di terra e poi in un loculo nel cimitero monumentale di Pontremoli, dove Lui continua a riposare.

I funerali di Dante Castellucci Facio dopola guerra a Pontremoli (dalla pagina Facio Vive di Facebook)

Nel 1962 lo Stato gli riconobbe la medaglia d’argento al valor militare con una motivazione fasulla e perfida (“Caduto in combattimento contro preponderanti forze nemiche”) che doveva servire non ad onorare l’eroe, bensì a coprire l’azione nefanda dei suoi carnefici. E’ la ragione per cui dal 2007 viene chiesta la revoca con due petizioni (una con la prima firma di Maria Cervi, l’altra di decine di storici italiani) di quella motivazione bugiarda e la concessione della medaglia d’oro (ne esisterebbero tutti i presupposti) con un’epigrafe basata sulla verità. A quanto pare lo Stato questo coraggio non lo ha avuto con Napolitano presidente, al quale si rivolse direttamente l’ex presidente della provincia di Spezia Marino Fiasella, nè a quanto pare lo ha oggi: forze ancora potenti, evidentemente, fanno la guardia come demoni ai resti del comandante Facio, perchè non risorga dalla tomba.

Eppure Facio è già risorto: ha sconfitto la damnatio memorie alla quale lo avevano condannato ed è uscito vincitore dalla tomba dove volevano seppellire per sempre anche il suo spirito. Si è fatto beffe dei suoi assassini che avevano complottato contro di lui, come dei negazionisti e manipolatori della storia che continuano a prendere la scena della Resistenza italiana, degli istituti storici e delle vicende terribili del dopoguerra italiano, in mercato politico e ideologico di cui il Paese prima o poi proverà la dovuta vergogna.

Facio è risorto perchè il destino ha voluto che una trentina di anni fa un giornalista allora giovane (colui che qui scrive), spinto da alcune righe di Giorgio Amendola in Lettere a Milano e da un articolo di Maurizio Bardi a sua volta ispirato dall’avvocato Gianfranco Corradino, scoprisse retroscena sconvolgenti di quell’assassinio nel fascicolo di Antonio Cabrelli conservato all’Archivio Centrale dello Stato a Roma.

Da lì, senza clamori ma col semplice coraggio della verità, prese il via un percorso di revisione, di rivelazioni e di denuncia attraverso articoli che erano già un saggio storico e resero possibile il lavoro di altri studiosi, anche grazie alle testimonianze e i documenti conservati da Paolino Ranieri. Quasi vent’anni dopo, il libro decisivo, di grande respiro, punto di svolta di un’indagine a più mani; Il Piombo e l’Argento di Spartaco Capogreco. Seguirono le memorie di Laura Seghettini pubblicate prima della morte. Ma prima ancora erano uscite le rivelazioni clamorose contenute nei verbali degli interrogatori di Quarto Camurri e dei Fratelli Cervi, recuperati e pubblicati dallo storico di destra Luca Tadolini, pur nel silenzio interessato e di per sé bugiardo dei custodi della vulgata – in primo luogo Istoreco Reggio Emilia. Verbali riemersi da decenni di oblio che testimoniano il ruolo di primo piano, non già di gregario come si è voluto far credere, di Dante Castellucci nel gruppo Cervi.

E ancora gli appelli di Otello Montanari, le indagini e l’impegno per la medaglia d’oro di Pino Meneghini, Gianni Neri, Anna Longo, le ricerche in Francia di Cesare Cattani, le recenti scoperte di Max Salsi di Parma sulle due fughe e le due catture di Dante Castellucci con la rivelazione che il tentativo di liberare i Cervi dal carcere di San Tomaso avvenne davvero, e che il Calabrese e Otello Sarzi furono fermati dalla sventatezza di un secondino e dal torbido dietrofront ordinato dal Comitato del Pci. A conferma, se ce n’era bisogno, che i vertici militari del partito volevano proprio togliere di mezzo i fratelli Cervi. Per arrivare, non più di un anno fa, alle affermazioni del presidente dell’Anpi di Spezia Carlo Bertolani, ormai novantenne, durante un incontro pubblico con Capogreco: “Facio aveva combattuto con i Cervi, e questo a qualcuno non piaceva”.

Oggi, grazie al contributo di molti, si può dire che l’enigma della morte di Dante Castellucci Facio sia sciolto. Manca l’ultima pistola fumante, però il puzzle dei fatti permette di illuminare a sufficienza la scena del delitto: il Cln voleva neutralizzare Facio, però non ucciderlo, perchè si opponeva al pateracchio tutto spezzino di una IV zona operativa dipendente dalla Liguria e non da Parma; i tedeschi volevano Facio morto perchè, col suo valore e la sua visione strategica, era l’unico in grado di opporsi agli accordi con i partigiani su zone e strade franche, e soprattutto contrastare con qualche efficacia l’invasione della Val di Vara, poi avvenuta in agosto – Facio sepolto – con 25 mila soldati.

I vertici comunisti infine lo volevano morto perchè sapeva tutto della vicenda dei Cervi, e conosceva chi li aveva traditi. Non a caso, prima della cattura e dell’infame falso processo, era tornato da un viaggio nel Reggiano compiuto alla ricerca dell’uomo “con i pantaloni alla chantilly” che aveva aperto la strada dei Campi Rossi, alla fine di novembre, alla Milizia fascista.

Facio sarà celebrato, lunedì 22 luglio alle 18, al cippo di Adelano di Zderi dove fu assassinato. Tuttavia non si parla di ricordarlo, in questo 75mo anniversario, a casa Cervi, nemmeno alla Pastasciutta antifascista del 25 luglio organizzata con passerella di politici, concerti e consueto clamore mediatico. Ci sarà anche la presidente dell’Anpi Carla Nespolo: avrà la il coraggio di sfidare chi dirige Casa Cervi e Istoreco Reggio, e di pronunciare almeno qualche parola, almeno per chiedere di ripristinare la verità cancellando la moltivazione bugiarda della medaglia d’argento a insignire Dante Castellucci con la medaglia d’oro alla memoria? Almeno tu, Carla Nespolo, se ci sei batti un colpo.

Sappi che comunque vada Facio, il grande Calabrese protagonista del gruppo Cervi, il violinista e poeta capace delle azioni più temerarie e che condivideva i sogni di Aldo Cervi, Facio l’eroe del Lago Santo, il comandante partigiano amato dai suoi uomini, dalle donne e dal popolo, la vittima del tradimento e del complotto, l’agnello sacrificale, il martire immolato sull’altare dello stalinismo, resterà sempre con noi, a lottare per la verità contro i falsificatori della storia.

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5 risposte a 75 anni fa l’assassinio del comandante Facio, eroe della Resistenza ammazzato dai comunisti perchè sapeva troppo
Combattè con Cervi e voleva vendicare chi li tradì. Per questo è ancora vittima di silenzi e bugie

  1. Alessio Baudone Rispondi

    22/07/2019 alle 12:10

    Grazie a voi per la verità

  2. Gianni Rispondi

    22/07/2019 alle 14:44

    Direttore perché non chiede un pubblico incontro con Massimo Storchi sulla vicenda? Mi sembra che manchi questo passaggio. È utile per capire se ci sono risposte nuove o se c’è un diniego a parlarne. Inoltre credo che Storchi potrà confermarle che i Cervi non godevano in alcun modo dell’appoggio del pci reggiano.

    • Pierluigi Rispondi

      22/07/2019 alle 18:10

      Caro Marconi, il voi è solo un invito amichevole ad attivarsi, non rivolto specificatamente a lei, ma ai tanti – e sono davvero tanti – che hanno a cuore la storia di Facio.Tutto qui. Grazie per il suo contribut
      o.

  3. Pierluigi Rispondi

    22/07/2019 alle 14:58

    Caro Marconi, perché mai un incontro con Storchi, senza nulla togliere al valore di Storchi medesimo? Perché non si chiede piuttosto un incontro pubblico a Istoreco Reggio e all’istituto Cervi (ma non come d’abitudine a senso unico)? Sono anni che aspettiamo inutilmente un segnale vero. E in questo 75mo dell’assassinio di Facio, ci sarà per lui una parola di verità alla pastasciutta antifascista di Casa Cervi? Provate a chiederla anche voi, magari telefonando ad Albertina Soliani.

    • Gianni Rispondi

      22/07/2019 alle 17:57

      Ero rimasto a quando Storchi aveva un ruolo di primo piano, ora sono andato a vedere nel sito Istoreco e vedo che non ce l’ha più. Ho pensato a lui perché quando ho fatto ricerche storiche ho visto che era lui quello che aveva la situazione in mano e che mostrava di conoscere bene la materia. Di Casa Cervi non so nulla. Ma al di là della persona fisica, credo che Istoreco sia sufficientemente attrezzato per dire la propria autorevole posizione nel merito di Facio e su qual era il rapporto fra il PCI reggiano ed i Cervi, rapporto eufemisticamente difficile, tutt’altro che segreto, o per lo meno non a me.
      Io apprezzo molto lo sforzo che lei direttore fa per ristabilire una memoria vera di Facio, lo merita Facio e lo merita la verità. Anche se ciò non farà mai di Facio un eroe di destra, a maggior ragione per la sua determinazione nel voler sottostare alla sentenza di morte di quel tribunale ingiusto e orrendo, forse per stanchezza, forse come atto di profonda protesta, ma forse anche come prova estrema di coerenza verso la propria appartenenza partigiana.
      Sarebbe ora che si addivenisse ad una memoria condivisa dopo così tanti anni.
      Ciò non significa equiparazione o pacificazione, ma superamento di un conflitto che doveva chiudersi con l’amnistia di Togliatti e che oggi è artatamente tenuto in vita per dare identità a persone e partiti che altrimenti non ne avrebbero.
      Ma mi rendo conto che questo è impossibile, a maggior ragione oggi che la politica ormai è soprattutto aggressione fra schieramenti.
      PS: non so a cosa si riferisca con il Voi.

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