Il pentito di ‘ndrangheta, il potere del boss Lamanna e quei voti chiesti nel 2014

DI PIERLUIGI GHIGGINI *

22/6/2019 – Processo Aemilia 1992: ieri nell’aula bunker di palazzo di Giustizia la testimonianza di Salvatore Muto, 41 anni, l’ultimo collaboratore di giustizia ascoltato in questo processo sulla prima guerra di ndrangheta nel Reggiano, in particolare gli omicidi di Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo avvenuti nel 1992.

Salvatore Muto, figura chiave del processo Aemilia, diventato diventato collaboratore di giustizia a ottobre del 2017, dal 2006 era stato il braccio destro di Francesco Lamanna che, con il grado di “padrino”, garantiva “l’assestamento della ‘ndrangheta al nord”, e in particolare a Cremona, Piacenza e Reggio Emilia.

Aemilia 1992: La deposizione in videoconferenza del pentito Salvatore Muto

Muto, che nel 1992 era un ragazzino e quindi è in grado di testimoniare direttamente su quei delitti, ha però tracciato un quadro sommario della struttura di potere della ndrangheta in Emilia, in particolare della guerra tra i Dragone e il clan grande Aracri con i suoi alleati. A conferma dello spessore criminale di Nicolino Grande Aracri, all’ergastolo con sentenza di Cassazione, che siede tra gli imputati del nuovo processo reggiano alla ‘ndrangheta.

Il potere del boss, Muto lo ha confermato in aula attraverso due episodi, uno dei quali lo riguarda personalmente.

Fu quando per risolvere i problemi economici del negozio del fratello (indebitato con un cugino), decise di dare fuoco all’attività commerciale, Senza però chiedere il permesso di NGA quale lo “graziò” solo perchè – ha detto muto “ero uno dei loro, altrimenti mi disse che avrebbero dovuto uccidermi”. Altra prova di comando di Grande Aracri fu quando decise di mettere a capo delle attività di Reggio Emilia l’affiliato Antonio Rocca, contro il parere della famiglia Sarcone, molto influente in città: “Grande Aracri decise così- ha spiegato il pentito – perchè, disse, le guerre al nord le aveva fatte e vinte lui”.

Da non trascurare le spiegazioni sul ruolo del boss Francesco Lamanna che aveva il grado di “padrino”, la posizione più elevata nella gerarchia ndranghetista, con ampi poteri sull’area emiliana e lombarda tra Cremona, Mantova e Reggio Emilia dominata dal clan Grande Aracri. Ruolo rilevantissimo, quello di Lamanna, il quale “poteva anche governare” in assenza di Grande Aracri.

La voce di Lamanna era dunque determinante negli affari e nelle relazioni politiche della cosca, e ciò spiega perchè Eugenio Sergio (poi condannato in Aemilia a 23 anni per concorso in associazione mafiosa) in una cena del febbraio 2014, chiese proprio a lui il sostegno per l’elezione del marito della nipote Maria Sergio , a Reggio Emilia. Non solo e non tanto perchè la famiglia Lamanna è molto ramificata nella città del Primo Tricolore,e quindi rappresenta da sola un “giacimento” di voti, ma perchè Lamanna era l’unico, in assenza di Grande Aracri, a poter ordinare alla piovra reggiana dove far confluire i voti alle elezioni amministrative. Una tema trattato dallo stesso Muto – collaboratore ritenuto pienamente attendibile -nel corso processo Aemilia, alla vigilia del Natale di due anni fa:
“I voti li aveva chiesti Sergio Eugenio – disse il collaboratore di giustizia – Non lo so perchè è stato chiesto, evidentemente avrà discusso con la moglie (del sindaco Vecchi , ndr). Vorrei che mi capisse – aggiunge Muro rivolgendosi al presidente Caruso – che gli è stato chiesto, magari voleva nascondere questo fatto, però i voti sono stati chiesti a Lamanna, direttamente o indirettamente sono stati chiesti». Questione su cui tuttavia resta un grosso interrogativo, perchè, come ha detto il presidente Caruso, “non vi è alcuna traccia di queste cose”. E infatti, sono rimaste dentro l’orizzonte del processo Aemilia per il tempo di un attimo fuggente.

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3 risposte a Il pentito di ‘ndrangheta, il potere del boss Lamanna e quei voti chiesti nel 2014

  1. Maialare Rispondi

    23/06/2019 alle 07:59

    Hai fatto bene Pigi a riportare il ‘succo’ della faccenda in rosso…

    sai com’è ;
    i reggiani (i peggiori e ce ne sono tanti se la città è in questo stato…) sono abituati a mettersi delle belle spesse fette di prosciutto sugli occhi (per convenienza)
    oltre a continuare ancora oggi a far riferimento al comunismo (rosso) anche se sono pasciuti arricchiti e seduti sulle loro poltrone, dagli imprenditori ai politici, coi conti in Svizzera e i soldi investiti in Cina.
    Quelli che sono (a parole) favorevoli all’immigrazione ma non hanno per esempio mai ospitato un immigrato in casa loro per capirci e mai ci parlerebbero nella vita privataa.
    Quelli in sintesi che predicano predicano predicano e razzolano razzolano razzolano… male.

    Razzolate pure, e che il pastone vi vada di traverso.

    • Pierluigi Rispondi

      23/06/2019 alle 10:40

      Grazie. La frase “in rosso”è linkata a un articolo di Rep del 21 dicembre 2017.

      • Maialare Rispondi

        23/06/2019 alle 11:42

        Appunto.

        Questo per sottolineare che le fette di prosciutto (salame e mortadella) sugli occhi (e sulla loro coscienza) ce le hanno altri.

        E tu non sei un visionario e neppure un venditore di Almanacchi.

        salutami il mare

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