Naif e misteriosa Rapsodia con Girasoli: la vita oltre la vita di Serafino Valla, raccontata dalla figlia

di Michele Moramarco

Michele Moramarco

Rapsodia con girasoli (Ed. Il Rio, Mantova 2018) curato da Giuseppina Valla e intessuto di vari contributi (tra i quali – brevi ma fondamentali – quelli di Alfredo Gianolio, uno dei più attivi esploratori del mondo artistico naif), si presenta a prima vista come un omaggio all’arte di Serafino Valla, pittore e scultore della Bassa reggiana.
Ma va ben oltre: si trasforma, specialmente nelle pagine del diario tenuto da Giuseppina, figlia di Serafino, in una suggestiva cronaca dei “segni” della presenza del padre trapassato il quale, si direbbe, dinanzi all’immenso e sofferto amore filiale si industria a lenirlo rivelandosi in coincidenze strane e in insoliti comportamenti di creature animali.


Con una frequenza singolare, sono soprattutto volatili (fagiani, gazze, ecc.) ma anche gatti, lucertole e ragni, a muoversi nell’orizzonte quotidiano di Giuseppina, parlandole con un linguaggio dell’anima che, seppur “cifrato”, sembra esplicito nell’intento comunicativo e presenta alcuni tratti ricorrenti: il richiamo, quasi la ricerca di contatto visuale, le collocazioni spaziali insolite, il volo, a volte nella modalità del guizzo fulmineo, come si immagina avvenga nel mondo spirituale.


Gli episodi sono tanti, alcuni annotati di sfuggita come fossero di “routine”, altri talmente straordinari da poter costituire il nucleo di racconti a sé. Lo stile narrativo, largamente “parlato” e perciò immediatamente fruibile, riflette una evidente autenticità di vissuti e intuizioni. Ecco il punto: le intuizioni. Che seguono a ruota i fatti, anzi talvolta sorgono in simultanea ad essi, e poi si cristallizzano in riflessioni, fino a configurare una vera e propria concezione del mondo e della vita. Una concezione che rigetta il “caso” e interpreta la realtà come un mosaico di interazioni significative, finalizzate all’inclusione dell’Invisibile nel visibile (e viceversa), secondo quella che, con felice espressione, Aldo Capitini chiamava “la compresenza dei morti e dei viventi”. Viene allora in mente una memorabile intervista RAI in cui Zavattini, dal cimitero di Luzzara, parlava della morte come “trasloco” o dislocamento: mimetico, imprevedibile, spiazzante. E Giuseppina, non c’è dubbio, resta spiazzata da alcuni segnali zoomorfi, anche se ben consapevole del fatto che l’empatia per la natura e gli animali era stato un decisivo elemento ispiratore per l’arte di Serafino e dunque poteva ben fungere, ora, da veicolo di comunicazione.
Non bisogna pensare, tuttavia, che questo diario d’amore filiale si limiti a registrare e a elaborare simili fenomeni: l’elemento umano, le amicizie, gli incontri, la concretezza e le difficoltà dell’esistenza ordinaria ricevono un’attenzione non secondaria da parte dell’autrice, e contribuiscono a dare al testo un equilibrio dinamico.

Né bisogna concludere che la malinconia tenga il campo. Ci sono frequenti irruzioni di solarità, a partire dai girasoli del titolo e dell’arte di Serafino, (forse sulle orme di quella di Van Gogh), quei girasoli che sembrano volgersi verso l’astro diurno come l’anima si volge a Dio, e inondano di luce i campi. Il girasole, d’altronde, è utilizzato come simbolo ufficiale da molti cenacoli “spiritualisti” anglo-americani che affermano la possibilità di comunicazione tra dimensioni parallele. E quando estemporaneamente “appare” un gallo, è la stessa Giuseppina a rimarcare come esso, in ambito mitologico e religioso, rappresenti il Sole e la verità (nell’antica religione iranica, quella zoroastriana, il gallo è un ausiliario di Srosh, il messaggero celeste).

Il manifesto dell’antologica di Serafino Valla,sino al 1° Maggio a villa Soragna di Collecchio e dall’11 maggio a Berlino


Dunque, ci troviamo dinanzi a un testo ricco di stimoli e coinvolgente, intriso di situazioni “parapsicologiche” (si prevede una presentazione alla Biblioteca Bozzano De Boni di Bologna, che insieme a quella dell’Università di Friburgo è la più fornita sui temi del paranormale) ma anche rilucente di quella umanità semplice, schietta, insieme realista e “magica”, che sta alla radice dell’arte naif.
Preziose, va da sé, sono le pagine di “autobiografia esistenziale” concluse nel 2001 dallo stesso Serafino Valla e inserite nella prima parte del volume: attestano una vita cominciata sotto il segno del “calvario”, proseguita non senza contrasti e difficoltà, ma anche coronata dai riconoscimenti che la sua opera via via riceverà, fino a qualificarlo come uno dei più originali artisti naif . La vita di un uomo mite ma combattivo, sostenuto dalla propria esuberante “vis” creativa, dalla fede nel divino e da una famiglia animata da un amore vittorioso – questo il senso intimo della Rapsodia – anche sulla morte.

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