LANNUTTI , COLTORTI , CORRADO , ANASTASI , LEONE , L’ABBATE , PELLEGRINI Marco – Ai Ministri della Giustizia e dell’Economia e delle finanze.

Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

M.C.M., nel breve periodo in cui è stata la direttrice della filiale n. 7 Unicredit di via Gattalupa, a Reggio Emilia, si accorgeva che i pacchetti obbligazionari che era costretta a vendere perdevano circa il 20 per cento di valore, mentre Unicredit li presentava alla clientela come sicuri e le gestioni in fondi azionari erano piene di titoli e operazioni in derivati ad altissimo rischio;

alla luce di queste anomalie, la direttrice sollevava il problema ripetutamente in direzione, sostenendo che la composizione dei pacchetti doveva essere stata falsificata dall’alto, inserendo “titoli spazzatura” nei pacchetti dei clienti, e si sentiva rispondere che il suo ruolo era quello di venditrice e non di investigatrice e che doveva pensare solo a vendere, senza sollevare problemi;

in data 9 settembre 2009 è stata costretta dalla banca a dimettersi, col pretesto di aver forzato un’operazione per un grande industriale, operatività più volte effettuata in agenzia anche solo con autorizzazione telefonica. Il giorno seguente, mentre la direttrice era in ferie per un viaggio da tempo programmato, gli ispettori di Unicredit entravano nella sua agenzia senza avvertire la Guardia di finanza per ben 27 giorni, facendo sparire tutti i suoi documenti, senza più consentirle di accedere al suo computer, e ne uscivano sostenendo, senza la benché minima prova, che la direttrice avesse fatto sparire 30 milioni di euro dai conti di ignari clienti, addirittura sostenendo che sarebbe fuggita all’estero, dando il via a un processo mediatico locale e nazionale, che ha rovinato per sempre la sua reputazione e la vita di tutta la sua famiglia;

la direttrice lamenta che immediatamente il giudice del Tribunale del lavoro di Bologna sequestrava ogni suo bene, il 100 per cento e non il 20 per cento come sarebbe previsto dalla legge, sine causa et inaudita altera parte, presentando come motivazioni del sequestro «quanto riportato dai giornali» e testimonianze dei clienti;

la stessa ritiene di essere stata vittima di un’ingiustizia, perché il giudice non l’avrebbe mai ascoltata, mentre confermava il sequestro prendendo per oro colato quanto riferitogli dal capo-ispettore Unicredit (che non è un perito super partes) e addirittura dichiarando che il debitore ultimo delle cifre chieste a lei sarebbe il citato industriale;

il pubblico ministero aveva dichiarato che dai controlli effettuati neppure un euro era finito nei conti della direttrice o in quelli dei suoi familiari, portandola a mutare l’ipotesi di reato in «appropriazione indebita a favore di terzi»;

la direttrice ritiene che le accuse rivoltele siano assurde spiegando che, mentre era direttrice da 10 mesi, le venivano mosse accuse relative a 15 anni di servizio e relative a cose che neppure poteva tecnicamente effettuare (prelievi in contante; falsificazione dei rendiconti, cosa che può fare solo qualcuno in posizione gerarchica più elevata; il fatto di non avvertire i clienti delle perdite, mentre esiste in Unicredit un ufficio apposito per questo). Senza contare che ogni due anni nell’agenzia c’erano i controlli ispettivi e mai nessuno aveva rilevato la benché minima anomalia. Nonostante tutto, la direttrice è stata l’unica indagata, non i direttori precedenti, non gli ispettori e soprattutto non Unicredit; dopo essersi rivolta inutilmente alle massime istituzioni italiane, a Banca d’Italia e Consob affinché controllassero i pacchetti obbligazionari e la composizione delle gestioni patrimoniali, il 12 novembre 2018 si è concluso il primo grado di giudizio del processo penale con la condanna a 2 anni e 9 mesi di reclusione per furto aggravato;

tutte le altre accuse sono state prescritte (appropriazione indebita a favore di terzi, truffa, falsificazione di documenti), quindi è stata negata la possibilità dell’assoluzione, data l’ingiustificata lungaggine delle indagini. La condanna, ad opinione degli interroganti, è arrivata per operazioni bancarie non provate in alcun modo, che sarebbero tecnicamente impossibili per una direttrice di filiale;

nel processo manca l’oggetto del reato, non essendoci soldi altrui nei conti dell’ex direttrice e neanche in quelli della sua famiglia, non avendo rubato mai alcunché;

non appare possibile, per una primaria banca dotata di procedure atte a prevenire le frodi dei propri dipendenti, eseguire un bonifico di 5 milioni di euro, eludendo tutti i controlli di sicurezza di una banca internazionale, semplicemente staccando la spina del computer come è stato dichiarato e perfino accolto dal giudice del processo penale (nel processo civile invece non si è ritenuto nemmeno di doversi interrogare su come fosse possibile effettuare queste operazioni);

le ispezioni in agenzia venivano effettuate ogni 3 anni e, come ha dichiarato l’ispettrice M.A. sarebbero state tutte positive, nessuna anomalia era mai stata riscontrata, con la stessa che ha confermato l’impossibilità di quella anomala operazione in banca;

l’avvocato di Unicredit avrebbe dichiarato al processo, a distanza di 9 anni dall’evento, che non è mai esistito un “buco” da 94 milioni di euro come sostenuto dall’accusa, perché si trattava di uno sbilancio contabile, mentre i dirigenti Unicredit avrebbero dichiarato che si trattava di ammanchi per 94 milioni di euro. Tutti i mass media hanno riportato notizie distorte nelle prime pagine dei quotidiani locali per creare un mostro da odiare, gettando fumo sull’illogicità delle accuse distruggendo per sempre vita e reputazione, perfino mettendo in pericolo la vita della signora e della sua famiglia (oggetto di ripetute minacce di morte);

i clienti, finalmente ascoltati al processo penale, hanno dichiarato che sarebbero stati costretti a denunciare la signora per riavere una parte dei loro risparmi; peraltro molti di loro hanno giurato di non aver effettuato denunce. Per fare qualche esempio dell’illogicità delle accuse, un cliente ha dichiarato che non aveva nessun ammanco, ma l’avvocato di un’associazione di consumatori lo ha invitato a denunciare la signora per sperare in un rimborso, disconoscere le firme fatte regolarmente, e far sborsare all’assicurazione dei dipendenti Unicredit 130.000 euro. Un altro cliente, per due volte, ha asserito di non aver mai voluto denunciare la direttrice e di non aver incassato i 220.000 euro perduti, come risulta dai documenti bancari. Un’altra cliente ancora ha disconosciuto la firma su alcune operazioni, tra cui la richiesta di 440.000 euro in assegni circolari, tutte operazioni effettuate dal marito, da cui si è successivamente separata;

per mascherare le perdite rilevanti dei clienti, che avevano seguito i cattivi consigli degli acquisti dei manager nei portafogli degli utenti, occorreva trovare un capro espiatorio e dare la colpa di tutto ad una madre di famiglia, nonostante ella non avesse la facoltà di intervenire nella composizione dei vari fondi o gestioni patrimoniali. La banca non voleva pagare per i rendimenti promessi ai vari clienti, dopo che i manager hanno ricevuto premi sui titoli tossici piazzati, convincendo i clienti a denunciare la direttrice, invece della banca e forti delle denunce dei clienti è stato imbastito un processo mediatico e giudiziario;

dagli atti del processo penale è emerso che la banca non ha avuto nessun danno, ma con il capro espiatorio, l’assicurazione che copre l’operato dei dipendenti, sono stati addossati i cattivi consigli per gli acquisti di titoli tossici dei manager Unicredit; su 164 posizioni la direttrice è stata condannata per 54 e assolta per 110,

si chiede di sapere:

se ai Ministri in indirizzo siano a conoscenza della vicenda esposta;

se siano a conoscenza di iniziative assunte, finalizzate a controllare i pacchetti obbligazionari in questione e la composizione delle gestioni patrimoniali, al fine di tutelare i clienti Unicredit;

se non ritengano opportuno attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall’ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento.