Il martirio dei Cervi 75 anni fa
La verità è ancora scomoda

28/12/2018 – Reggio Emilia ha ricordato venerdì mattina il 75° anniversario della morte di Agostino, Aldo, Antenore, Ettore, Ferdinando, Gelindo e Ovidio, i sette fratelli Cervi, e Quarto Camurri, nel giorno in cui ricorre l’anniversario del loro eccidio, avvenuto il 28 dicembre 1943, nel poligono di tiro cittadino, per mano dei fascisti come rappresaglia per l’uccisione da parte dei Gap comunisti, la sera precedente, del segretario comunale di Bagnolo in Piano.

Il vicesindaco Matteo Sassi parla al poligono di tiro, alla commemorazione dei fratelli Cervi e di Quarto Camurri

Alla cerimonia che si è svolta nel luogo della fucilazione, in via Paterlini, nella zona del Tribunale, dove si trovava il Poligono di tiro,  hanno preso parte il vicesindaco di Reggio Emilia Matteo Sassi, il presidente dell’Anpi reggiana Ermete Fiaccadori e Luciano Rondanini dell’Istituto Cervi. La commemorazione è poi proseguita a Casa Cervi a Gattatico, dove è stata scoperta una scultura dedicata a Genoeffa Cocconi, madre dei fratelli Cervi e moglie di Alcide, morta di crepacuore il 15 novembre 1944, quasi un anno dopo il martirio dei figli.

La commemorazione al poligono di tiro

La fucilazione dei sette fratelli Cervi e di quarto Camurri, prigionieri inermi nelle carceri di Reggio, fu una delle azioni più terribili compiute dal regime di Salò, e autorizzata in quella tragica notte del 28 dicembre 1943 dal ministro Buffarini Guidi. 

Tuttavia alla  loro tragica fine fine non è estraneo l’isolamento che fu decretato nei confronti della banda partigiana dei Campi Rossi proprio dal comando militare del Partito Comunista, che considerava i Cervi e il loro gruppo – una sorta di brigata internazionale –  troppo libertari, indisciplinati, non controllabili e quindi pericolosi.

I Cervi, Quarto Camurri, Dante Castellucci e soldati stranieri fuggiti dai campi di prigionia erano stati catturati alla fine di novembre nel terribile assalto notturno al podere dei Campi Rossi. Ma la sera precedente, nella caserma della milizia a Reggio Emilia dove fu pianificato l’assalto, era presente – il fatto ormai è acclarato – il professor Riccardo Cocconi, capitano della contraerea, in quel momento comandante della Milizia a Campegine e al tempo stesso cospiratore nella Resistenza comunista: Cocconi poi salirà ai vertici della Resistenza emiliana e alla Liberazione diventerà viceprefetto di Reggio Emilia, poi presidente di Federcoop, sino alla sua uscita traumatica dal Pci nel ’51 a fianco di Cucchi e Magnani.

Un momento di raccoglimento davanti al muro dove furono fucilati i Cervi e Camurri

Nè va dimenticato, come ha scritto Liano Fanti nel suo fondamentale “Una storia di campagna”, che il Partito comunista vietò alle famiglie della zona di ospitare i Cervi, che erano alla ricerca di un rifugio per scampare all’arresto imminente. E dai verbali degli interrogatori dei Cervi, pubblicati dallo storico di destra Luca Tadolini, non da Istoreco, emergono sia i sospetti di Aldo Cervi sul tradimento, sia il ruolo determinante svolto nella banda da Dante Castellucci, che il Partito comunista condannò a morte nel gennaio 1944, e che infatti finì fucilato in Lunigiana in un colpo di mano ordito dal vertice comunista in montagna, nonostante fosse diventato il comandate partigiano Facio, una leggenda vivente per il suo eroismo. 

Otto garofani rossi per i 7 fratelli Cervi e Quarto Camurri

Cinquanta anni di studi e di libri seguiti a “I miei sette figli di Nicolai”, nel quale il Pci volle fissare una volta per tutte la narrazione del martirio dei Cervi, hanno contribuito a disvelare una storia diversa e certamente più complicata: dalla già citata Storia di campagna di Liano Fanti al Triangolo della morte dei Pisanò, sino all’Ultima notte dei fratelli Cervi di Dario Fertilio, passando per Il Piombo e l’argento di Capogreco e infine al recente saggio di Max Salsi, secondo cui l’assalto al carcere di San Tomaso per tentare la liberazione dei Cervi alla vigilia di Natale, organizzato da Dante Castellucci e Otello Sarzi, avvenne davvero ma fallì quando già era in atto  perché un secondino, che doveva far entrare in carcere i partigiani vestiti da carabinieri, si lasciò sfuggire una parola di troppo, e il comando partigiano ordinò il ripiegamento. 

Di tutto questo però non vi è traccia nelle commemorazioni di questi giorni. Ancora oggi la vera storia del martirio dei Cervi deve restare nell’ombra per scelta ideologica, nonostante il tempo trascorso – 75 anni – che consiglierebbe più libertà e più coraggio, in primo luogo per il rispetto della verità e degli stessi fratelli Cervi.

A conferma di ciò questa mattina, al poligono di tiro di Reggio Emilia, il vicesindaco Sassi ha evitato accuratamente ogni pur lontana parvenza di revisione storica, per lanciare un’invettiva contro le nuove paure e l’intolleranza – di fatto paragonati al fascismo – che mettono in pericolo la democrazia. “Quella dei sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri è una storia che parla al futuro molto più che al passato- ha detto Sassi –  È una vicenda orientata all’innovazione e al progresso in ambito sociale, lavorativo e culturale, una storia che parla di accoglienza e generosità nei confronti dei reduci, dei militari italiani e stranieri che erano allo sbando e, ovviamente, dei partigiani a cui diedero il loro pieno sostegno. Per la famiglia Cervi e per Camurri, per l’irriducibilità al fascismo che da sempre li aveva caratterizzati, la Resistenza fu un esito naturale”.

Allo stesso modo – ha aggiunto – l’eccidio di cui i fascisti si macchiarono quel 28 dicembre 1943 fu l’esito drammatico ma naturale di un movimento che fece della violenza politica la propria essenza. Non esiste un fascismo buono delle origini e un fascismo inquinato dall’alleanza con il nazismo sul finire della propria esperienza, come certi revisionismi lasciano intendere: il fascismo fu uno solo e si caratterizzò per la propria brutalità nei confronti degli avversari. Per tutte queste ragioni, da quella storia abbiamo ancora molto da imparare, a maggior ragione in un’epoca storica in cui valori e principi come accoglienza e rispetto dell’altro sono messi in discussioni di fronte all’insorgere di paure, rancori e intolleranza che rischia di provocare una crisi della democrazia, che si consuma giorno dopo giorno”.

 

 

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