Addio a Bertolucci, ultimo imperatore del cinema mondiale. La sua storia dall’Appennino a Hollywood

25/11/2018 – Addio a Bernardo Bertolucci. Il grande maestro del cinema italiano, si è spento a Roma all’età di 77 anni.

Nato a Parma il 16 marzo 1941, Bertolucci è il figlio del poeta Attilio e di Ninetta Giovanardi. Cresciuto assieme a suo fratello Giuseppe (anche lui regista cinematografico non meno bravo e noto autore teatrale, morto prematuramente nel 2012), è il nipote del produttore cinematografico Giovanni Bertolucci.

Fin da piccolo respira aria di cinema in casa sua che, da adolescente, lo spingerà a realizzare cortometraggi in 16 mm come Morte di un maiale e La teleferica (1956-1957), girati nella casa di famiglia di Casarola di Riana sull’Appenino parmense: lì vi sono le radici del padre Attilio, uno dei più grandi poeti del secolo scorso, che elegge Tellaro, perla del Golfo dei Poeti, a suo buen retiro. E lì Bernardo, da ragazzo, trascorrerà le sue estati.

Decisiva per la sua carriera un’amicizia, quella con Pier Paolo Pasolini, presentatogli da suo padre quando il regista prenderà casa vicino alla loro.

Bernardo Bertolucci premiato a Cannes

Iscrittosi alla Facoltà di Letteratura Moderna dell’Università La Sapienza di Roma, abbandona gli studi per dedicarsi al cinema. Il primo lavoro (trovatogli dal produttore Cino Del Duca) è quello di assistente regista di Pasolini nella pellicola Accattone (1961) con Franco Citti e Adriana Asti (che sposerà); poi nel 1968, firma con Dario Argento e Sergio Leone il capolavoro del cinema C’era una volta il West (1968).

Nel 1962, con Tonino Guerra come produttore, realizza il suo primo lungometraggio La commare secca, su soggetto e sceneggiatura di Pasolini (che inizialmente avrebbe dovuto esserne regista).

Il regista Bernardo Bertolucci a Cannes in louna foto d’archivio del 30 novembre 1989.
ANSA

Sempre seguendo il suo personale discorso esistenzialista arriva Partner (1968) con Stefania Sandrelli, tratto dal romanzo “Il sosia” di Fedor Dostoevskij, al quale si aggiunge l’episodio Agonia di Amore e rabbia (1969) firmato con Carlo Lizzani, Godard, Marco Bellocchio e Pasolini.

Il suo primo film di successo unanime di pubblico e critica fu il capolavoro Il conformista (1970), tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, dove impone ancora una volta la Sandrelli, e la affianca a Dominique Sanda, (scelta visto il costo troppo alto di Brigitte Bardot). Questa angosciosa parabola di una vita e di un’epoca sbagliata serve a Bertolucci per analizzare con uno stile personale il nauseabondo e sarcastico fascismo quotidiano, omaggiato da un Premio Interfilm e dal Premio Speciale dei Giornalisti, ma soprattutto da una candidatura all’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale.

Nel 1972 arriva il clamoroso successo di Ultimo tango a Parigi con un grande Marlon e Maria Schneider in una delle più memorabili tragedie dello schermo. Il pubblico reagisce in maniera entusiastica (applausi interminabili) a questo lungimirante dramma erotico fra una giovane di vent’anni e un uomo di quaranta che scatenerà un ciclone di scandali, sequestri, polemiche. Bertolucci viene condannato a 4 mesi per oscenità, ma la Storia del Cinema è cambiata ormai e, a confermarlo, arriva un Nastro d’Argento e una candidatura all’Oscar come miglior regista.

A incrementare la sua popolarità arrivò l’epico Novecento (1976), otto ore di  affresco dell’Italia contadina nella prima metà del secolo scorso, girato nella campagna parmense,  con un cast mostruoso (Robert De Niro, Gérard Depardieu, Sandrelli, Sanda, Valli, Burt Lancaster e tanti altri ancora). Una metafora di mezzo secolo, con cui il regista trasfigura un melodramma familiare italiano favoloso e talmente massiccio da essere diviso in due atti.

Dopo tanta grandezza sente l’esigenza di farsi più intimo, di restringersi, e arriva La luna (1979), con Roberto Benigni, nel quale si affronta il tema della droga e dell’incesto e che gli permette di imporsi definitivamente come un regista che si ama o si odia. A completare questa necessità del piccolo arriva La tragedia di un uomo ridicolo (1981) con Ugo Tognazzi e Vittorio Caprioli, sul difficile rapporto fra genitori e figli affrontato a tratti con amarezza, con autoironia e con poesia.

Negli anni Ottanta arriva il kolossal, la punta di diamante della sua carrieraL’ultimo imperatore (1987), con Peter O’Toole diretto in Cina con una straordinaria potenza visiva.  L’ultimo imperatore si guadagna ben nove Oscar, fra cui quelle per la migliore sceneggiatura non originale e quella per il miglior regista, e fa anche incetta di BAFTA, César, David di Donatello, Golden Globe, European Award e Nastri d’Argento.

Dopo una tale fatica si concede a piccoli progetti corali come 12 autori per 12 città (1990) con Michelangelo Antonioni, suo fratello Giuseppe Bertolucci, Mauro Bolognini, Alberto Lattuada, Carlo Lizzani, Mario Monicelli, Ermanno Olmi, Gillo Pontecorvo, Francesco Rosi, Mario Soldati, Franco Zeffirelli e Lina Wertmüller, raccontando la sua Bologna. Ma si dedica anche a Il tè nel deserto (1990) con John Malkovich, uscendone ricco di nuove forme, sensazioni, pulsioni, tristezze e fragilità. La storia di una coppia che si perde in un viaggio in Africa dove incontrerà carnalità e morte si contrappone a quella piena di spiritualismo, cultura e sofisticatezza intellettuale del Piccolo Buddha (1993).

Dopo tre anni torna alla carica con Io ballo da sola (1996) con Stefania Sandrelli, educazione sentimentale di una ragazza americana alle prese con la propria sessualità.

Nel 1998 ariva L’assedio, tratto da un racconto di James Lasdun, dove il fascino del confronto elementare fra uomo e donna è costretto a sopravvivere e bruciare in uno spazio delimitato, oltre il quale ci sono altre vite, altre responsabilità, altre realtà. Un meccanismo che si ritrova anche in The Dreamers – I sognatori (2003), all’interno del quale il ménage a trois di tre giovani ragazzi francesi nel pieno del ’68 diventa un modo per dichiarare amore eterno al cinema, erudito o meno.

I suoi ultimi tre film sono quelli che ogni giovane dovrebbe vedere almeno una volta nella propria vita. Il primo insegna una nuova concezione per vivere se stessi durante l’adolescenza, quando le scelte fondamentali sono ancora da compiere e si ha la necessità di esperienze che devono andare oltre l’influenza ambientale ed essere solo ed esclusivamente personali. Il secondo offre allo spettatore più giovane l’apertura mentale necessaria perché non si faccia resistenza di fronte al prossimo, ma lo si accolga in tutti i suoi bisogni, desideri e pulsioni. E il terzo è senza alcun dubbio un manifesto della libertà sessuale, mentale e spirituale.
A distanza di diversi anni presenterà a Cannes Io e te, tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti.

(Fonte: Ansa.it)

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Una risposta a 1

  1. :( Rispondi

    27/11/2018 alle 14:40

    Grazie Bernardo.

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