Abetaie devastate: “Taglio a raso, danni irreversibili”
Michelin, presidente Aibo, punta il dito sui “nuovi barbari”

di Maria Petronio

La devastazione delle foreste appenniniche avvenuta in questi mesi è al centro di di forti polemiche. E’ in proposito  è davvero molto interessante ascoltare in merito Agostino Michelin, presidente dell’AIBO – Associazione Imprese Boschive friulane – se non altro per capire cosa pensano i boscaioli dei tagli a raso che continuano ad essere effettuati a danno di foreste sane e rigogliose dell’Appennino reggiano.

Va detto subito che Agostino Michelin non nega affatto la necessità di valorizzare le risorse boschive (lui stesso sottolinea le esigenze delle industrie del mobile, della carta e dei pannelli)  ma c’è modo e modo di utilizzare i boschi, e condivide le medesime preoccupazioni di ogni buon ambientalista in merito alle modalità di taglio a raso. Anche lui afferma che nessun serio tagliaboschi italiano adotterebbe il taglio a raso, perché questa è una tecnica che sopprime irreversibilmente la foresta.

Il taglio dell’abetaia a Montemiscoso

Nel cividalese ci fui una grossa polemica proprio per un taglio a raso e la devastazione di un sentiero del CAI, a causa del passaggio dei grandi mezzi per il taglio e per l’esbosco del legname.

Michelin ribadisce più volte che il concetto di rispetto e gestione corretta del bosco consiste nel prelevare quanto in un certo periodo di tempo esso è cresciuto: e risparmiando le piante migliori si dirada più o meno intensamente, facendo si che nell’area tagliata restino in piedi quelle indispensabili per la disseminazione naturale e la protezione di quelle nuove. Anche nei boschi coetanei si può tagliare in più volte il bosco maturo, favorendo la rinnovazione naturale senza ricorrere al taglio raso.

Tutto questo  lo spiega facendomi notare che in un’area totalmente disboscata non vi è più la protezione superiore delle chiome necessarie per lo sviluppo di nuove pianticelle e degli arbusti del sottobosco, compresi i funghi.

La pioggia battente colpisce direttamente il suolo, asportando e dilavando gli strati superficiali del suolo , che di norma trattengono l’acqua. La fauna selvatica durante l’inverno bruca i germogli delle pianticelle, vanificando anche quest’ultimo tentativo di rimediare.

Sul nostro Appennino il suolo è nella fattispecie argilloso, il rischio frane è concreto. L’argilla nelle stagioni piovose s’imbibisce d’acqua e poi “cola”, ossia scivola sotto al peso della sua massa fino a valle. Per ripristinare le frane in atto e i terreni con frane quiescenti, lo stato impiega ogni anno milioni di euro. Franavano i versanti della discarica di Poiatica, tant’è che ogni anno Unieco in estate li ripristinava con cemento. E per riprendere la storia recente, anche il bosco sul Monte Ledo era stato piantumato sessant’anni prima, per scongiurare una frana.

Un Harvester, macchina tagliatrice, schianta la foresta

Michelin mi fa presente che la tecnica del taglio a raso è vietata su grandi superfici e consentita per superfici ridottissime e solo nel caso di boschi costituiti artificialmente, con specie al di fuori della propria are naturale di vegetazione. Anche in Austria ci sono state cospicue restrizioni. E comunque ogni regione italiana regolamenta i tagli con modalità diverse.

Le imprese boschive austriache da oltre un decennio operano in Italia, dove evidentemente devono aver trovato la “pacchia”, chiamate molto spesso dai nostri liberi professionisti, dalle medesime imprese boschive friulane, che trovano più comodo far fare le utilizzazioni ad altri e dove la debolezza normativa non consente di bloccare immediatamente le imprese straniere, ma anche italiane che lavorano male.

Il grande interesse dell’industria, soprattutto carta e dei pannelli, ma anche l’aumento dei consumi di legna per il riscaldamento domestico (legna in pezzi, cippato e pellet), nonché il sorgere su tutto il territorio nazionale di grandi centrali a biomassa per la produzione di energia elettrica ( le famose rinnovabili sorrette da cospicui incentivi pubblici) hanno fatto si che si sia risvegliato un marcato interesse per i boschi ed il legno.

La foresta tagliata

La crisi del 2008 sia dell’edilizia, che di altri settori produttivi, ha provocato un flusso consistente di manodopera non qualificata nei boschi (con esplosione del lavoro nero, o comunque irregolare). Il bosco è diventato una valvola di sfogo alla crisi occupazionale.

“E dove ci sono soldi pubblici più o meno facili, si mette a tavola anche la mafia” così diceva il giudice Falcone.

C’è dunque attrito tra le imprese boschive friulane dell’AIBO e quelle straniere, anche perché a quanto riferisce Michelin le imprese boschive di oltre confine godono di contributi europei, che vengono erogati con grande solerzia e con molte minori pastoie burocratiche. Il costi del carburante sono spiccatamente più contenuti, il supporto finanziario delle banche alle imprese forestali è molto più facile e rapido.

Il costo del lavoro in Italia è notoriamente più elevato che all’estero: le ditte austriache asufmono manodopera con contratti dei paesi dell’Est (Romania, Slovacchia, Macedonia, Albania, Bulgaria). Per le imprese locali la concorrenza diventa insostenibile, senza dimenticare che la tassazione non ha paragoni e che i finanziamenti pubblici sono così ingarbugliati e lenti da costringere tante imprese a rinunciare ai contributi ed investire in proprio.

Ma non è tutto: vi è anche il caso in cui imprenditori stranieri dotati di grande liquidità si sono comprati migliaia di ettari di foreste friulane, gestendole palesemente al massimo sfruttamento e ed inviando gran parte del legame alle segherie austriache: sono leciti i dubbi su tanta vitalità imprenditoriale!

Il presidente dell’AIBO su questo non usa mezzi termini. La sua preoccupazione è concreta. Se si considera che gran parte del flusso di legame che proviene dai paesi dell’Est passa i nostri valichi in maniera anonima, è lecito pensare che vi siano attivi appetiti poco trasparenti.

Della mafia del legno si è occupata anche la televisione svizzera, che in un recente reportage girato in Romania e Slovacchia mostra intere foreste vergini devastate dal taglio a raso, effettuato da società austriache. Va detto che la più grossa banca austriaca qualche anno fa ha perso totalmente i suoi capitali, quindi non è escluso che le mafie balcaniche, italiane e russe abbiano foraggiato diverse imprese.

Il taglio dell’abetaia a Montemiscoso

Michelin è un fiume in piena: racconta senza remore che i tagliaboschi austriaci dalle sue parti sono vissuti come invasori, orde barbariche che distruggono tutto quello che trovano. Mi dice che in Romania e in quasi tutti i paesi dell’Est le autorità hanno messo un freno a tanta disinvoltura, vietando alle imprese austriache, ma anche a quelle locali, di mandare all’estere il legname tondo, preferendo farlo lavorare in loco, creando c0sì lavoro aggiunto e risparmiando sui tagli per approvvigionare le tante centrali a biomassa anche li stanno costruendo.

In Friuli la situazione è notevolmente peggiorata in seguito alla creazione della macroregione con la Carinzia, tant’è che le leggi italiane vengono spesso bypassate da quelle proprie della macroregione – Euregio”. Il legno di conifera viene portato in Austria per essere lavorato là, il ritorno economico è quindi pressoché inesistente. E’ inoltre difficoltoso capire se tutte le imprese boschive sono regolarmente iscritte all’Albo Regionale delle Imprese Boschive e se tutti gli operatori addetti ai tagli hanno il patentino forestale.

E’ una pia illusione sperare che le quantità di legname che esce dai boschi friulani, soprattutto quando ad operare sono ditte straniere, corrisponda almeno solo in parte a quanto previsto nei progetti di taglio; e questo è tanto più vero quando trattasi di boschi privati in cui il proprietario non risiede in loco o semplicemente capisce poco di boschi.

Di sicuro non conoscono gli obblighi previsti dalla nostra normativa (Dlgs 81/2008) sulla sicurezza sui luoghi di lavoro: tantomeno la normativa sui macchinari forestali. E quindi operano liberamente sicuri che nessuno andrà mai a controllare alcunché, tantomeno se gli addetti sono regolarmente assunti; se anche sanzionati se ne vanno sicuri che nessuno li rincorrerà mai per farli pagare.

Per ultimo e non meno grave va sottolineato l’aspetto economico, dato che il legame viene venduto in piedi a prezzi assolutamente irrisori. Anche per quanto riguarda il prezzo citato per la compravendita degli abeti del Monte Ledo non si comprende perché sia assolutamente inferiore al prezzo che viene stabilito in media nelle aste del legno friulane e al mercato austriaco.

Il business reggiano è chiaro, basterà guardare ai membri di AIEL (caldaie a pellet) dove assieme a Valter Francescato – direttore tecnico di AIEL e relatore al convegno organizzato da Confcooperative ed Alto Consorzio Appennino Reggiano per il 3 ottobre a Castelnovo Monti – siedono i più grossi manager e politici internazionali del business dei pannelli di legno, pellet e derivati vari, ma sopratutto spiccano quelli austriaci e della Carinzia. Un caso?

I proprietari dei boschi non ci hanno certamente guadagnato. Come mai? A chi spettava informarsi sui prezzi di mercato? Perché dunque svendere per quattro soldi la nostra quota d’ossigeno per i prossimi sessant’anni?

 

 

 

 

 

Be Sociable, Share!

5 risposte a Abetaie devastate: “Taglio a raso, danni irreversibili”
Michelin, presidente Aibo, punta il dito sui “nuovi barbari”

  1. Agostino Michelin Rispondi

    03/10/2018 alle 18:50

    Non sono un industriale ma semplicemente un operatore forestale con una laurea in tasca. (scienze forestali Padova)che da 28 anni lavora in bosco.
    Mandi a Tutti

  2. Marco Rispondi

    04/10/2018 alle 09:26

    Al presidente di AIBO i miei più sinceri complimenti, per aver tracciato con estrema chiarezza tutte le problematiche inerenti alla filiera del legno. Le sue dichiarazioni ci obbligano tutti a prendere atto dell’ ennesima e tragica realtà dei fatti. Toccherà adesso alla magistratura e ai politici procedere rapidamente per contrastare ogni malaffare.

  3. Aida Rispondi

    04/10/2018 alle 09:45

    Congratulazioni per la stesura lineare e limpida di come avvengono i processi produttivi intorno alla filiera del legno e di aver tracciato una serie di ipotesi di reato di gravissima entità. Confido nella magistratura e nella reazione fattiva e non solo un’indignazione emotiva dei proprietari dei boschi e dei lavoratori onesti che con il bosco ci vivono e contribuiscono alla stabilità idrogeologica della montagna a beneficio di tutti.

  4. carlo baldi Rispondi

    04/10/2018 alle 09:54

    Convengo. E’ stata una devastazione assurda e mi auguro che si indaghi bene, per evitare il ripetersi di fatti simili. Per salvare tali boschi ed aiutare a rinnovarli le piante da abbattere andrebbero segnate una ad una come avviene nella Val di Fiemme.

  5. PEDRAZZOLI GIOACCHINO Rispondi

    05/10/2018 alle 14:16

    Non mi meraviglia che privati possessori di boschi si lascino sedurre da facili (anche se modesti) guadagni e si rivolgano a certe imprese mettendo in atto queste devastazioni. Mi meraviglia che gli enti di controllo le abbiano autorizzate senza valutarne adeguatamente le conseguenze.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *