Don Artoni: le accuse e l’incredulità.
“Non volevo minacciare nessuno”

29/9/2018 – La parola sconcerto è la più ricorrente, però esprime solo in parte i sentimenti provati da chi conosce don Ercole Artoni, il fondatore della comunità Centro Sociale Papa Giovanni XXIII di Villa Sesso – un’opera sociale imponente, con diverse sedi anche in Sardegna. A 88 anni suonati, è finito agli arresti domiciliari come ordinato dal Gip di Ancona Antonella Marrone, su richiesta di quella Procura della Repubblica, con la grave accusa di aver fatto giungere minacce di morte al presidente del tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti, in concorso con il commerciante e affarista Aldo Ruffini, 74 anni, originario di Vetto e residente a Reggio, al centro di un clamoroso caso di evasione fiscale e per il quale il tribunale di Reggio ha disposto il sequestro di beni per 24 milioni di euro.

Don Ercole Artoni

Se don Artoni è ai domiciliari da lunedì nella sua casa di Castelnovo Sotto, dove non può ricevere nessuno e non può comunicare neppure per telefono (possono entrare in casa la signora che lo accudisce e l’avvocato difensore Francesca Corsi), Aldo Ruffini è stato portato in carcere: sarebbe lui il principale artefice delle intimidazioni – vere minacce di morte, secondo l’accusa – nei confronti di Beretti e di altri magistrati. Minacce di cui don Artoni si sarebbe reso strumento più o meno consapevole. Ieri però il “don” della comunità di Sesso ha respinto tutte le accuse nell’interrogatorio di garanzia di fronte al Gip di Reggio Emilia Luca Ramponi.

Nonostante sia malato e riesca a camminare a stento, si è presentato davanti a Palazzo di Giustizia sorretto dalla sua avvocata (figlia di Romano Corsi, indimenticato principe del foro reggiano, che fuamico fraterno di don Artoni). “Non volevo minacciare nessuno”, ha spiegato il vegliardo al magistrato. «No volevo minacciare la Beretti – ha spiegato – Ho voluto incontrarla tramite don Fortunato Monelli per conoscerla e invitarla a parlare coi miei ragazzi della comunità».  A proposito del presunto avvertimento minacciaoso pronunciato di fronte alla presidente del tribunale,  per conto di imputato di Aemilia in carcere (“Mi ha detto di venire da lei e di dirle di stare molto attenta e soprattutto di stare lontana dalle finestre dell’ufficio») l’avvocato Francesca Corsi ha precisato che  don Artoni – ha voluto riportare quelle parole perché era preoccupato. Non minacciarla. La sua indole è quella di aiutare. Ha solamente informato la Beretti di ciò che aveva sentito in carcere dai detenuti».

2017: don Ercole Artoni interviene alla festa per i 40 anni della comunità

Inoltre ha chiarito la natura del rapporto con l’affarista Ruffini ; «Si conoscono da 40 anni, c’è un rapporto storico con quella famiglia.Perciò lui esercitava solamente il suo ruolo e la sua funzione di sacerdote. Può essere che Ruffini si sia sfogato con lui dei suoi problemi». I difensori (presente all’interrogatorio anche l’avvocata Lalla Gherpelli)  «Come ha detto ai giudici, in quell’occasione, durante ben altro tipo di dialogo ha voluto riportare quelle parole perché era preoccupato. Non minacciarla. La sua indole è quella di aiutare. Ha solamente informato la Beretti di ciò che aveva sentito in carcere dai detenuti». Hanno chiesto la revoca sia degli arresti domiciliari, sia il divieto di comunicare al telefono.
Vale la pena, a questo punto, ricapitolare le accuse a carico di don Ercole Artoni, come formulate nell’ordinanza del Gip: ciò che emerge, in effetti, è che la presunta volontà di minacciare, appare quanto meno molto dubbia.

Dicevamo della sorpresa e dello sconcerto suscitati dalla notizia dell’arresto soprattutto tra i suoi collaboratori della comunità, oggi guidata da Matteo Iori, e della fondazione Papa Giovanni, Ma non solo.

La ragione di tanta incredulità è presto detta: don Artoni, un prete che sin dagli anni Settanta andava a raccogliere i tossici accampati in piazza Prampolini intorno alla statua del Crostolo, un uomo certamente fuori dagli schemi (fu anche consigliere comunale del Pci) e che non ha mai avuto timore di «sporcarsi le mani» anche in vicende scottanti, don Artoni, dicevamo, è un prete che si è spogliato di tutto per per mandare avanti la sua comunità terapeutica, ora all’avanguardia in Italia nel campo del recupero dei malati di gioco. Ha pure venduto il suo podere per pagare debiti e investimenti del suo centro sociale.
Inoltre è da tempo malato, e le sue condizioni sono note: cammina con difficoltà e ha vuoti di memoria.
Per questo è apparso difficile credere, come sostiene il Gip di Ancona, che don Ercole Artoni e Ruffini (il quale voleva a tutti i costi il dissequestro dei suoi beni, e a tal fine era disposto a tuttoi) «da mesi cospirano ai danni della Beretti e tentano in ogni modo di incutere in lei timori di portata tale da influenzarla al punto da incidere sulle decisione del collegio che il Giudice presiede». E’ il collegio competente sul sequestro e l’eventuale confisca dei beni di Aldo Ruffini e di altri coimputati.

Nondimeno il Gip parla di «sicura intimidazione della Beretti, minacciata persino con riguardo all’incolumità propria (lì Artoni le suggerisce anche di non stare troppo vicina alla finestra del suo ufficio) e a quella del figlio (di cui l’Artoni la informa essere noto il luogo estero di studio)».
La Procura di Ancona ha tirato le somme delle indagini condotte dai Carabinieri di Reggio Emilia. Ruffini è stato intercettato «mentre offendeva e minacciava il giudice dottoressa Cristina Beretti, il pubblico ministero Valentina Salvi e il maresciallo della Finanza Bruno Pera. In particolare, nel gennaio 2017 Ruffini, riferendosi alla Beretti, disse che «le conviene nascondersi».

Ma successivamente, nel maggio-giugno 2017, a recarsi  nell’ufficio della presidente Beretti (all’epoca reggente del Tribunale): a lei lo  presenta un altro prete, don Monelli,  amico di famiglia, però secondo l’accusa a mandarlo è stato proprio Ruffini.
Don Ercole dice in faccia a Beretti che dove «restituire» i beni sequestrati a Silvano Ferretti (prestanome di Ruffini) in quanto «è una brava persona e non c’entra nulla in quelle cose». Il 18 dicembre il vecchio sacerdote si ripresenta da Beretti  e «riporta nuovamente minacce di cui egli era a conoscenza per essere volontario spirituale del carcere di Reggio Emilia».

In particolare «riferiva che uno degli imputati per ndrangheta del processo Aemilia gli aveva fatto intendere che la Beretti era in pericolo» E le dice: «Sa che a Reggio Emilia c’è un braccio speciale dove sono detenuti gli imputati di Aemilia? Uno di loro mi ha detto di venire da lei e di dirle di stare molto attenta e soprattutto di star lontana dalle finestre dell’ufficio… Perchè dicono che lei nel collegio di Aemilia ha molta influenza sugli altri giudici e che praticamente decide lei e in più per le cose che ha fatto in passato. Un altro ha detto di stare attenta percvhé sanno dove studia suo figlio». Successivamente don Artoni richiama Beretti per dirle che la minaccia al figlio non è vera, tuttavia afferma di sapere che il giovane sarebbe in Francia.
Il tutto avviene mentre Ruffini, e probabilmente altri, stanno alle costole di don Artoni e lo portano diverse volte fuori a cena.
L’accusa nei confronti del prete, stando all’ordinanza del Gip, ruota intorno a queste affermazioni. La difesa avrà buon gioco nello spiegare che probabilmente don Artoni, sinceramente allarmato per le notizie ricevute da Ruffini o in carcere, ha scelto la strada non di presentare denuncia ai carabinieri, ma di andare direttamente ad informare il giudice Beretti. E’, in fondo, nelle corde del personaggio.Ed, è appunto,quello che ha spiegato ieri il prete al Gip Ramponi.
Spiegato anche il rapporto con Ruffini, personaggio chiacchierato da molto tempo, e al centro di una grossa inchiesta per evasione fiscale: e comunque, quale tornaconto economico personale poteva avere questo prete di 88 anni che si è spogliato di tutto per aiutare gli ultimi?

(Pierluigi Ghiggini)

 

 

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Una risposta a 1

  1. Alessandro Davoli Rispondi

    29/09/2018 alle 14:10

    Qui abbiamo un sacerdote di 88 anni che avvisa un magistrato di quanto gli è stato confidato da un imputato carcerato; il magistrato invece di stringergli la mano e di ringraziarlo, lo denuncia! Poi l’organo preposto organizza una dispendiosa quanto inutile scorta, e l’ultra ottantenne sacerdote viene messo agli arresti domiciliari.
    Ora mi chiedo se mi sia ancora permesso esprimere la mia personale e libera opinione su una vicenda tanto grottesca …
    I miei saluti e la mia solidarietà a don Ercole Artoni,
    Alessandro Davoli

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