E’ il giorno di Facio, eroe partigiano ucciso su ordine del Pci
Celebrazione ad Adelano, ma la verità non è invitata

di Pierluigi Ghiggini

21/7/2018 – Dante  Castellucci, il partigiano calabrese del gruppo Cervi, il comandante Facio eroe della battaglia del Lago Santo, comandante del battaglione Picelli in Lunigiana, fucilato ad Adelano di Zeri all’alba del 22 luglio 1944 dopo un processo farsa ordito da Antonio Cabrelli (Salvatore) con la copertura del vertice del Partito comunista in zona partigiana, viene ricordato domenica 22 luglio, nel 74mo  anniversario della morte, con una manifestazione organizzata dall’Anpi di Pontremoli e di Massa, alle 18, alla stele dedicata a Facio nel bosco di Adelano dove avvenne l’assassinio.

Dante Castellucci “Facio”

Interverrà  l’ ex senatrice Albertina Soliani, presidente dell’Istituto Cervi di Gattatico. Una presenza, quella, di Soliani, di particolare rilievo proprio per il ruolo di primo piano svolto da Castellucci nella banda Cervi, ruolo però mai pienamente riconosciuto neppure dopo la scoperta  quindici anni fa dei verbali degli interrogatori dei fratelli Cervi, da parte dello storico Luca Tadolini, che li aveva rintracciati nei depositi del tribunale di Reggio Emilia. Oggi gli originali sono all’archivio di Stato di Reggio, ma se non li avesse pubblicati uno storico non dipendente dal Cervi e da Istoreco Reggio, sarebbero inghiottiti nel buco nero dell’oblio.

E’ questa la prima commemorazione dopo la scomparsa di Laura Seghettini, maestra e partigiana – una delle poche donne comandante di reparto nella Resistenza – che fu la compagna di Facio e con lui trascorse le ultime ore dopo la cattura a tradimento, dopo la sentenza menzognera e illegale e  prima di essere portato nel bosco per essere  immolato in uno dei delitti politici , pianificato a tavolino da quei comandanti partigiani che erano compagni di Facio,   più infami della Resistenza e della guerra civile in Italia. Sino all’ultimo, sino a quando le forze e la testa glielo hanno permesso, aveva raccontato da testimone oculare l’orrore di quel processo illegale e della condanna a morte, additandone i responsabili di fronte alla storia.

Laura Seghettini davanti alla tomba di Facio. A sinistra Mafalda Castellucci, sorella di Dante

Il movimento per la verità su Facio e per restituirgli il posto che merita nella storia d’Italia era nato spontaneamente  nei primi anni 90 sull’onda dell’inchiesta storica condotta da Pierluigi Ghiggini e a pubblicata a puntate sul giornale Lunigiana La Sera, dopo un primo articolo di Maurizio Bardi,  al quale contribui’ l’avvocato Gianfranco Corradino,  e culminato undici anni fa con il magistrale ” Il piombo e l’argento” di Carlo Spartaco Capogreco: libro che ha contribuito a dare una svolta alla storiografia della Resistenza e dal quale sono nate le petizioni per la medaglia d’oro a Facio e soprattutto per la correzione della motivazione bugiarda della medaglia d’argento concessa negli anni 60, in cui furono falsificate  le circostanze della morte del partigiano calabrese di Sant’Agata d’Esaro.
La prima petizione ebbe come prima firmataria Maria Cervi, morta solo un mese più tardi, la seconda fu sottoscritta da una quarantina di storici italiani. I testi furono elaborati da un gruppo  formato da Pierluigi Ghiggini, Spartaco Capogreco, Giuseppe Meneghini (lo storico sarzanese prematuramente scomparso pochi mesi fa), Anna Longo e Max Salsi.
Entrambe furono consegnate al presidente Napolitano, e giacciono al Quirinale. Il comune di Sant’Agata d’Esaro, approfittando di una disposizione del governo Renzi, ha riaperto il procedimento per il riconoscimento della medaglia d’oro. Tuttavia un ostacolo forse insormontabile è rappresentato dalla revisione della motivazione dettata negli anni 60: si dovrà trovare il coraggio di ristabilire la verità e  di una inevitabile inchiesta su chi volle, dopo il piombo della fucilazione,  massacrare Facio anche con l’argento di una medaglia coniata nella menzogna.

Quest’anno  è morto anche Otello Montanari, l’uomo del Chi sa parli, che  rivolse più di un appello per la verità su Facio. E anni fa è morto Paolino Ranieri, il comandante partigiano che nei primi anni 90 consegnò a Pierluigi Ghiggini le trascrizioni delle ultime lettere del partigiano Castellucci,  tra  cui una relazione nella quale rivelò di essere stato condannato a morte dal comando militare del Pci di Reggio Emilia, nel gennaio 1944 dopo la cattura insieme ai fratelli Cervi, la fuga dal carcere tedesco di Parma e il tentativo di far evadere i sette fratelli dal carcere di Reggio: tentativo fallito a causa dell’assassinio del segretario comunale di Bagnolo da parte dei Gap, un atto terroristico che provocò la terribile rappresaglia della fucilazione dei Cervi, il 28 dicembre 1943 al poligono di tiro di Reggio Emilia.
Per quale ragione politica il Pci in montagna decise  la fucilazione del comandante Facio? Dopo gli articoli di Lunigiana La Sera le ricerche e le rivelazioni sono continuate,  e ormai si è arrivati anche ad aggredire il nodo cruciale della relazione tra la fine di Castellucci e il martirio dei Cervi.
Facio si opponeva ai maneggi politici che portarono alla formazione del comando unico Liguria, ma era anche deciso a regolare i conti con i responsabili del tradimento dei Fratelli Cervi. E sapeva, con nomi e cognomi, che quel tradimento arrivava dal cuore della resistenza comunista del reggiano.

Ma se il movimento per la verità si è fatto strada nonostante le reticenze e le falsificazioni coperte dal vecchio Cln e dai comandanti partigiani, nondimeno il tentativo  di negare quella verità e di annebbiare la luminosa figura di Facio, continua. E ad Adelano anche quest’anno a celebrare Facio accanto al cippo che lo ricorda  con un’epigrafe anch’essa vergognosamente  reticente, ci saranno gli esponenti di un mondo negazionista che hanno occupato l’Anpi e per molto tempo hanno girato ostentatamente la testa dall’altra parte, e continuano a farlo,  pur di coprire le responsabilità storiche del PCI nel delitto Facio.

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16 risposte a E’ il giorno di Facio, eroe partigiano ucciso su ordine del Pci
Celebrazione ad Adelano, ma la verità non è invitata

  1. Gianni Marconi Rispondi

    22/07/2018 alle 10:24

    L’esecuzione della sentenza di morte nell’immediatezza dei fatti di Campegine fu commissionata a Otello Sarzi. Sarzi era grande amico e compagno di lotta con Dante e quindi si guardò bene dal catturarlo, anzi, si lasciavano saluti ed indicazioni nei luoghi del loro transito. La sentenza arrivò in esecuzione molto tempo dopo, condannando a morte con viltà un sincero e veramente valoroso combattente. Pagina molto buia della Resistenza alla quale Facio non volle sottrarsi nonostante le guardie lo invitarono a scappare. Quel primo nucleo resistenziale coagulato coi Cervi fu azzerato, scomodo al fascismo ma anche allo stesso comando del PC che lo vedeva come un confuso rivale rispetto alla propria organizzazione gerarchica.

    • Pierluigi Rispondi

      22/07/2018 alle 13:51

      Fummo in due quasi trent’anni fa a raccogliere e pubblicare quasi in contemporanea le rivelazioni di Otello Sarzi Madidini sulla vicenda di Dante Castellucci: il grande Liano Fanti, che le pubblico’ sulla Storia di Campagna, e io che intervistai Sarzi nella.mia inchiesta su Lunigiana la Sera. Rivelo’ anche il nome di chi porto’ l’ordine del PCI di uccidere il Calabrese: era lo stesso che, il giorno dopo l’assassinio di don Pessina entro’ nell’ufficio del segretario provinciale del PCI e gli disse: “Questa notte abbiamo avuto un incidente”.
      Sarzi mi fece anche una confidenza che non ho mai pubblicato: rimase stupito della richiesta perché era noto che sua sorella Lucia (Sarzi) era la morosa di Castellucci. Ma i Gap e lo stalinismo funzionavano così, con questa perfidia.

  2. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    22/07/2018 alle 14:09

    Inchiesta e articolo che ti fa onore.
    Alessandro Raniero Davoli

  3. Guido Rispondi

    23/07/2018 alle 15:57

    Sarebbe importante un commento del prof Rangoni, in merito a questa ennesima porcheria, adesso andrò a rivedermi comunisti, per capire il nome di chi andò dal sig Valdo Magnani a dirgli stanotte abbiamo avuto un incidente. La verità rende l’uomo libero, credo che molte persone nella ns meravigliosa provincia non dormano sonni tranquilli, se hanno un briciolo di coscienza! Ma su questo ho molti dubbi.

    • Pierluigi Rispondi

      23/07/2018 alle 16:06

      Allì’epoca il segretario del Pci era Arrigo Nizzoli. Magnani venne dopo, poi uscì nel 51 dal partito.

  4. Gianni Neri Rispondi

    23/07/2018 alle 17:35

    Nessuno è mai stato dalla parte di Facio fino infondo, neppure le onorevoli persone citate nel tuo articolo caro Pierluigi. Salvo solo il nostro amico comune Pino Meneghini con la sua capacità di ricerca e la sua onestà intellettuale, mai toccata dalla sua nota rivalsa riformista. A lui posso sommare solo Giulio Mongatti, senza di lui Facio sarebbe stato dimenticato da tempo e anche le tue ricerche e i tuoi articoli assai più complicate/i.Fu il buon Giulio infatti, solo per un fatto di coscienza e curiosità storica che, passando le prime estati del dopoguerra ad Adelano di Zeri, attraverso la memoria orale, prese a occuparsi del caso. Aiutato dalla sua occupazione in provincia e soprattutto da Lupi e Mirabello (dirigenti PCI La Spezia) {sono le sue parole scritte e firmate} riuscì a salvare, ricopiandoli fedelmente (oggi ne abbiamo la prova lampante dalle copie originali ritrovate in casa Jacopini) quei documenti del famigerato processo a Facio,che veri o falsificati all’origine, hanno rappresentato l’unica base scientifica di ricostruzione dei fatti depositata negli istituti storici, prima di Parma e poi della Spezia. Insieme alle testimonianze partigiane del Picelli raccolte da Laura Seghettini nel primo dopoguerra per tentare un processo legale agli assassini di Facio. Tutto il resto è parziale e discutibile è non può essere questa la sede per dimostrarlo. Mi limito a denunciare dopo undici anni di ricerche che pure Laura Seghettini è Carlo Spartaco Capogreco, quelli che più facilmente sono accostati alla figura di Facio, non hanno fatto tutto quello che potevano fare per avvicinarci alla verità. Nemmeno Ranieri perché i suoi famosi documenti “segreti”, sempre che siano esistiti, sono rimasti tali anche dopo anni dalla sua morte e da quella dei presunti interessati:Luciano Scotti e Nello Quartieri in primis. Tanto meno ha fatto Otello Montanari. Del buonanima è memorabile la sua campagna del “Chi sa parli” ma troppo spesso sfugge il periodo storico in cui fu lanciata e la sfida politica nazionale in atto in quei giorni, quella riformista tra il Psi di Craxi e il PDS in costruzione di Occhetto, che proprio sui congressi Emiliano-romagnoli si giocava tutto. Non è un caso che Liano Fanti, dopo anni di preziosa ricerca, molto più interessante e ricca di quella politica di Nicolai-Togliatti, sia uscita in quel periodo mentre non collaborava più con l’Unità ma bensì con l’Avanti. Sono passati gli anni anche per l’onorevole Montanari tra contrapposizioni ad hoc con l’ANPI e scivoloni storici come quello di non voler ammettere mai nemmeno difronte all’evidenza scientifica che Riccardo Cocconi era un doppiogiochista. Come se questo non potesse essere anche un merito come è stato per altri, dentro appunto al caso Cervi. I miti non si possono ancora toccare, tanto meno quando è Bruno Vespa ad occuparsene in cronaca nazionale. E allora per eccesso di difesa può capitare anche ai migliori di sbagliare:<> [Montanari a Vespa circa ndr] Ho chiesto conto all’Onorevole Montanari per iscritto di questa affermazione. L’ho fatto da direttore del Museo della Resistenza delle province della Spezia e Massa Carrara. L’ho fatto perché è risaputo e sancito dal 70esimo dalla fucilazione, istituzionale celebrato con il libro di Madrignani “il caso Facio” (presentato anche al Cervi) che Facio non è stato ucciso per tradimento ma per mancato rispetto delle regole partigiane e furto di lancio. Poi tradotto in “testardaggine” dallo stesso Madrignani per non essere rientrato a Parma in tempo. Non quindi per tradimento. Questo termine riporta dritti alla prima condanna sommaria di Reggio e andava spiegato bene. Risposte non ne ho ricevuto e purtroppo da Montanari non ne potrò più ricevere. La storia inizia ad essere troppo complessa. Chiudo dicendo che ho fatto la mia parte anche per la ripresentazione della rettifica della medaglia mendace, offerta nascosta nel decreto milleproroghe. L’ho fatto fino in fondo ben sapendo che l’ANPI, membro fisso e determinante della commissione ministeriale che prende in esame queste domande, non avrebbe mai dato il nulla osta. E così è stato! L’ANPI non mollerà mai su Facio perché evidentemente esiste un collegamento tra la sua fine e quella dei Cervi. Io e te, come Pino e Giulio, lo pensiamo da tempo anche se con sfumature diverse. Spero che un giorno lo potremo anche dimostrare. Viva Facio…Facio vive… sempre!! Un caro saluto a chi non dimentica mai il 22 luglio Gianni Neri Ps:non ritiro più la tessera Anpi dal 2014 per effetto del 70esimo istituzionale dalla morte(assassinio) del Comandante Facio. Ero iscritto dal 1978 essendo nipote di partigiano

  5. Pierluigi Rispondi

    23/07/2018 alle 18:08

    Avrai notato, caro Gianni, che ho scritto di “movimento”, perché questo è stato ed è. C’è il contributo di molti, e credo che nessuno debba essere trascurato, perchè ciascuno ha portato un mattone alla casa della verità. Il lavoro di Mongatti – una persona onesta, luminosa e un grande ricercatore fra l’altro maltrattato in modo indecente in uno spettacolino reticente su Laura e Facio – è stato fondamentale, ma devo insistere sul fatto che fu Paolino Ranieri a rompere gli indugi, consegnandomi le veline delle trascrizioni durante un incontro carbonaro per le strade del centro di Sarzana. E io stesso le portai – d’istinto, perché all’epoca avevo solo una pallida idea della loro rilevanza – agli istituti storici della Resistenza di Parma e a di Spezia (lì consegnandole personalmente al compianto Battolini). Per questo si sono salvate. Non dubito che gli originali fossero a casa Jacopini, visto che pubblicò le prime righe del memoriale di Facio (eliminando furbescamente le parti-chiave) su Canta il Gallo. Spero che siano stati depositati all’Archivio di Stato o almeno a Istoreco Spezia.
    Aggiungo che portai copia delle veline anche all’istituto storico di Reggio Emilia, consegnandole a Zambonelli, che all’epoca non conoscevo ancora.
    Penso che presto dovremo riprendere le fila della “rete Facio” per fare il punto sugli studi, verificare a quali punti siamo arrivati e cosa possiamo e dobbiamo fare ancora.
    Un paio di anni fa Paolo Pisanò ha portato a Reggio alcune pagine del memoriale segreto sulla riunione al comando della Gnr di Reggio per pianificare l’assalto a casa Cervi, e nel quale c’è scritto che Riccardo Cocconi quella sera era presente in caserma. Pagine che abbiamo mostrato in pubblico, e che hanno permesso di confrontare alcune calligrafie, lasciandoci sorpresi e perplessi. Anche questo è un capitolo da esplorare, ma ritengo che – alla luce del trafiletto da me ritrovato sulla Nuova Penna – il Cocconi in questione fosse proprio il comandante Miro. Si troverà mai un Istoreco, o un istituto Cervi, col coraggio di andare sino in fondo nelle ricerche?

  6. Pierluigi Rispondi

    23/07/2018 alle 18:22

    Caro Gianni, in quanto al libro di Madrignani, un penoso ritorno indietro di 30 anni, merita il posto che ha: nel dimenticatoio. Il ricercatore peggiore è quello che chiude gli occhi, per partito preso, anche di fronte ai documenti e alle ricostruzioni inoppugnabili. Io e te certamente possiamo guardarci allo specchio a testa alta, quando al mattino ci facciamo la barba. Di altri non so, anzi direi proprio di no. Un abbraccio.

  7. Gianni Neri Rispondi

    23/07/2018 alle 23:04

    Colgo con favore la tua volontà di riannodare la “rete Facio” e mi farebbe piacere dare ancora il mio contributo nonostante ora rappresenti solo me stesso. Questa è una storia importante che ha cambiato il mio modo di fare politica e mi ha aiutato molto nel capire le persone. Ma permettimi Pierluigi di cogliere un’occasione qui ora visto che hai messo a fuoco una questione importante su cui in privato si è discusso molto senza venirne a capo: le veline di cui parli, quelle che ti ha passato Paolino Ranieri, erano veline vere e proprie, quelle rosa tipo pelle di cipolla? O perlomeno erano focopie delle stesse e quindi comunque firmate? Oppure erano copie di documenti dattiloscritti con al termine la scritta “firmato” tal dei tali? Ti chiedo questo per onorare il 22 luglio 2018.Sarebbe importante capire una volta per tutte se i doc che Ranieri ti ha passato erano quelli trascritti da Mongatti o copie degli originali. Nel primo caso il significato sarebbe storico perché due responsabili importanti della Federazione PCI spezzina, i già citati Lupi e Mirabello, avrebbero depositato il lavoro certosino di Mongatti a Sarzana e non nella loro sede spezzina dove erano responsabili primari “Bruno” e “Apollo”. Lascio intendere l’importanza di tale ipotesi. Nel secondo caso significa che a casa Jacopini ci sono da sempre altre copie identiche che li sono rimaste fino ad oggi, in barba alle maldicenze parmensi e pontremolesi con tanto di patrocinio finanziato delle rispettive province. Ma anche un controsenso:perchè dare del bugiardo a Mongatti quando tu avevi depositato gli originali delle sue trascrizioni?? Scusami ma con uno sforzo di memoria possiamo fare un passo avanti importante nella ricostruzione. Paolino era mio amico, ma i documenti di cui ha parlato a me ed a altri negli anni 90-2000 erano (casomai) altri e più specifici sulle responsabilità personali di alcuni. Questi non sono mai usciti, come non è mai uscita la sua vera biografia che risulta curata dallo stesso Madrignani fin dagli anni ’90.

  8. Pierluigi Rispondi

    24/07/2018 alle 04:58

    Quando parlo di veline parlo di copie.fatte fatte a carta carbone non firmate di pugno, ma col nome di Giulio Mongatti a macchina con la sua dichiarazione in testa che sono trascrizioni degli originali. Mongatti è un ricercatore che ha pubblicato studi importanti su riviste importanti, quindi la veridicità della sua dichiarazione non si discute. Resta da capire cosa si intenda per “originali’: i fogli scritti di pugno da Facio, o prime trascrizioni successive all’esecuzione, e manipolate? E gli originali erano (sono) a casa Jacopini o sono ancora nel famoso archivio del PCI spezzino mai riordinato?
    L’unica cosa certa è che le trascrizioni di Mongatti contengono la rivelazione della condanna a morte decisa dal triangolo sportivo del PCI reggiano, confermata 45 anni dopo da Otello Sarzi a me è a Liano Fanti praticamente in contemporanea.

  9. Gianni Neri Rispondi

    24/07/2018 alle 18:34

    Bene Pierluigi… quindi si può affermare finalmente che i documenti che conservava Ranieri, per lo meno riguardo a quelli che ti ha passato, gli erano pervenuti da Lupi e Mirabello che avevano incaricato Mongatti di trascriverli dagli originali che stavano andando distrutti dall’umidità del magazzino sezione PCI La Spezia di via Napoli. Come già detto si tratta di un punto importante:perchè due dirigenti di tal livello della Federazione spezzina (Lupi era presidente della Commissione probiviri) si sono preoccupati di salvare quei documenti e ne hanno fornito copia a Sarzana? È lo stesso Mongatti a certificare il loro interesse personale. Evidentemente non si fidavano dell’apparato, non trovo altre spiegazioni. Anche perché solo tre anni fa un esponente di quell’apparato ha cercato di impedirmi di parlare di Facio in pubblico con espedienti al limite del ridicolo. Per originali in questo caso si parla dei documenti del cosiddetto processo di Adelano del 21 luglio 1944.Originali rispetto la stesura che come sappiamo può essere stata postuma e di comodo. Infatti questi documenti sono firmati solo dal Commissario generale del Comando Unico “Salvatore” Antonio Cabrelli che il 21 luglio non era ancora costituito. Le copie di questi originali, le veline rosa scolpite dalla carta carbone di Cabrelli, sono quelle da cui ha copiato fedelmente Mongatti. Altre copie gemelle sono quelle rimaste in casa Jacopini fino ad oggi in ottimo stato, insieme a molti altri documenti per me inediti che ho potuto vedere solo in minima parte. Una dritta a messo in contatto Madrignani con la figlia di Jacopini, ma il tutto non ha prodotto frutti se non la prova riportata sul libro successivo dell’onestà di Mongatti. Ma in quella casa c è molto altro e non è mai stato utilizzato storicamente. Forse si tratta degli stessi documenti che sono custoditi nell’archivio della Federazione PCI spezzina oggi Fondazione PDS. Forse c’è ne sono di diversi… nessuno ha mai potuto fare un confronto e credo che questo sia una grossa lacuna (ingiustizia-sottrazione) da colmare e sistemare. Mi sorprende invece la tua certezza rispetto al fatto che le trascrizioni di Mongatti in oggetto contengano già la notizia della prima condanna a morte reggiana. Possono stare solo nelle dichiarazioni di Facio, nessun altro al processo puó averne fatto riferimento, altrimenti sarebbe stato tutto più facile.

  10. Pierluigi Rispondi

    24/07/2018 alle 20:06

    Confermo che il “memoriale Facio”, ossia la lettera di tre pagine indirizzata prima di morire ai “compagni di Parma” e che comincia con la frase fatidica “riconosco di aver sbagliato”, in perfetto stile da processo staliniano, contiene – nella trascrizione curata da Mongatti su disposizione di Tommaso Lupi – proprio la notizia della condanna a morte di Castellucci decisa il 22 gennaio 1944 dal comando militare del Pci di Reggio Emilia. Il documento è stato depositato da me agli istituti storici di Parma e della Spezia (anche a Reggio, ma non fu archiviato, chissà perchè…) dopo che me lo aveva consegnato Paolino Ranieri insieme alle veline della trascrizioni delle ultime lettere. E’ la conferma inoppugnabile della veridicità della testimonianza di Otello Sarzi, che si rifiutò, con un gioco a nascondino, di eseguire l’ordine portato da Ottavo Morgotti di giustiziare Facio.

  11. cesare cattani Rispondi

    31/07/2018 alle 13:36

    E’ stato qui ricordato Facio, ucciso il 22 luglio del 1944 a Adelano di Zeri per colpa di ALCUNI dirigenti della Resistenza che si richiamavano o facevano parte del P.C.d I. Non di TUTTO il P.C.d I. Le colpe gravi, gravissime, del P.C.I. sono state commesse soprattutto nel dopo guerra. Rimozione, omertà. “Corro dietro” a Facio da oltre 25 anni. Ho avuto l’occasione – e il privilegio – di conoscere e registrare diversi testimoni dell’epoca che avevano anche combattuto o solamente conosciuto Dante il Calabrese, Facio. Da Sant’ Agata d’ Esaro a Fenain e Somain, nel Nord Pas de Calais in Francia, in tutto il reggiano, parmense e mantovano. A Adelano di Zeri, il 22 scorso, è intervenuta anche la presidente dell’ Istituto Cervi Albertina Soliani. Forse perché si sono finalmente accorti che le medaglie d’ argento al V.M. della “banda Cervi” sono 9 e non 7. Dobbiamo contare anche quelle di Facio e di Viktor Pirogov, “Danilo” Modena”, sul quale manca una doverosa ricerca storica e sul quale, pure a lui, è stata operata una certa rimozione. Accenno solo al fatto che “Modena” nel ‘”47 era alle Eolie, in quella che sino a 4 anni prima era terra di confino e che nel ’47 aveva cambiato nome in “campo raccolta per stranieri Lipari” (il 6/4),, dove stavano ustascia, domobranci sloveni, mongoli russi, ungheresi e polacchi apolidi che rifiutavano di rientrare in patria. “Modena” emigrò l’8 gennaio 1949 prima in Venezuela quindi in Argentina dove cambiò nome in Victor Pirogiv e poi Barboza e dove cambiava spesso casa perché all’epoca della dittatura non era esattamente igienico essere un russo, tenente dell’ Armata Rossa, partigiano con le formazioni comuniste (anche),decorato in Italia e i Russia di Cavaliere dell’ ordine della guerra patria di 1° grado. Faceva il camionista. I suoi ultimi anni passarono nell’ avvilimento più totale. Morì nel 1985. Anche qui, comunque, ebbe qualche mortificazione. “Sembra” che nel gennaio 1949 sia stato preso per il colletto, caricato su una macchina, “accompagnato” a Genova e fatto salire su un transatlantico con destinazione Venezuela. Come ha scritto Pierluigi Ghiggini il “movimento per la verità su Facio era nato spontaneamente sull’ onda di alcuni suoi articoli e soprattutto grazie al libro di Capogreco. In realtà Capogreco, che ha messo insieme fondamentalmente diverse cose già scritte in anni (oggi) lontani, a cominciare da Vietti e Giulivo Ricci, ha avuto il grande merito di riaprire a livello nazionale la vicenda di Facio. Nel 2002, quando cominciai a lavorare alla mostra sui Sarzi e i Cervi, mostra che si tenne nel 2004, Maria Cervi mi diceva che sostanzialmente di Facio non sapeva nulla. Pure il Cervi non sapeva sostanzialmente nulla. Nel suo sito allora Facio veniva definito “combattente di Spagna”. In realtà Dante aveva conosciuto a Fenain un combattente di Spagna: Ermindo Andreoli, pistoiese la emigrato che suonava la fisarmonica e il sassofono. Faceva parte della cerchia di Eusebio “Fernand” e Gino Ferrari, del P.C.F. clandestino. I Ferrari, pistoiesi, abitavano a 150 metri dalla casa dei Castellucci. Ma lui non aveva mai visto la Spagna. La motivazione della medaglia a Facio oltre che falsa suona come una beffa. A Parma mi è stato detto che è stata proposta in questo modo per fargli ottenere “una sorta di risarcimento”. Stessa tesi la ascoltai pochi anni fa da Marco Minardi in occasione della presentazione al Cervi del libro di Madrignani. Albertina Soliani commentò. “Ecco, possiamo dire che a Parma fanno così!”. D’altra parte Parma, oltre alla motivazione falsa, quando mai ha promosso uno studio serio sulla figura di Facio? Solamente Porcari, in anni lontani ne ricordò la figura positivamente in “Così si resisteva”. Personalmente a Parma mi è stato concesso di consultare un piccolo faldone con intestazione Facio. Nulla più. E dire che di cose ancora da sapere su Facio ce ne sono parecchie. In francia suo padre era in contatto col consolato fascista di Lille. A ginevra, alla Croce Rossa internazionale pare esista un documento che attesta la condanna a morte comminatagli dai tedeschi a Parma. Il contributo alle mie ricerche si è fermato li. Però a Patigno, al lago Santo e Adelano ho conosciuto e visto diverse volte, il 22 luglio, Luigi Rastelli “Annibale”, recentemente scomparso, comandante la 31^ Garibaldi di Parma. Negli anni non è che Reggio o la Spezia abbiano brillato nel promuovere ricerche intorno alla figura di Facio. E dire che anche su episodi “scabrosi” in anni ormai lontani ne scrisse Alfredo Gianolio, nella sua storia di S. Ilario offrendo una luce diversa. Ma chissà perché o per come, il tema, il progetto di evasione dei Cervi da S. Tommaso, Facio come traditore dei Cervi, non è mai stato ripreso. Quando ancora tanti testimoni erano in vita. Il progetto, come è noto, saltò per una serie di circostanze la principale delle quali fu l’uccisione di Onfiani, di Correggio, segretario comunale di Bagnolo. Quattro anni fa Otello Montanari mi chiese di permettergli di utilizzare alcune mie ricerche che riguardano l’ambiente dei Cervi. Otello (Montanari, non Sarzi) stava scrivendo un nuovo libro sui Cervi. Aveva una casa di campagna a Selvapiana. Un pomeriggio d’ estate la mi chiese: “Secondo te i Cervi furono lasciati soli?” Io gli risposi “Di più!” e lui rimase lungamente in silenzio con lo sguardo lontano. Furono lasciati soli dal vertice, dal Triangolo sportivo, non certo dal “Partito” nel suo insieme. Il 7 aprile del 2014 nelle stanze del Comitato Primo Tricolore, nella Galleria S. Maria, stavo illustrando a Otello alcuni passaggi di una trascrizione di una mia registrazione inerente Delio Galassi, Ferdinando Ferrari “Marte”, la Locanda “Palmira”, che stava all’ “Isola”, più o meno dove adesso c’è il bar Piccadilly, e dove si incontravano compagni e staffette provenienti dalla montagna. Quel giorno, un lunedì mattina, Otello mi rivelò quanto dettogli da “Celeste” Renzo Caffarri, su come si era svolto l’agguato a Onfiani. Si era impegnato con “Celeste” a non rivelare il tutto sino alla sua morte. Di “Celeste”. Oggi sono morti entrambi, Otello e Caffarri. L’agguato fu operato da Caffarri e da William Caprati “Dante”, di S. Michele della fossa, che fu poi comandante di distaccamento della 37^ GAP. Caprati è morto nel maggio 1987. Era del 1921. Nel dicembre del ’43 aveva 22 anni. Caffarri ne aveva 27. Avevano ricevuto l’ordine di uccidere Cesare Capiluppi, il segretario del fascio di Correggio. Si sbagliarono e uccisero Onfiani. L’ordine lo portò Ottavio Morgotti (!) e fu dato da un altissimo dirigente del Partito. Vittorio Saltini. Perché poi uccidere il segretario del fascio di Correggio a Bagnolo non l’ho mai capito. Forse quel giorno doveva trovarsi la. All’ epoca Bagnolo e Correggio erano collegate dalla ferrovia per Carpi. O forse uccidere Capiluppi lontano da Correggio poteva in un qualche modo rendere più difficili le indagini. Altre considerazioni, già fatte tante volte da Otello Sarzi, sull’ isolamento o sull’ordine di non muovere foglia sino alla liberazione dei Cervi da San Tommaso non ne faccio. Notoriamente la storia non si fa coi “se” o coi “ma”. Sull’ isolamento dei Cervi è ancora molto utile ascoltare la registrazione del convegno di S. Ilario “Passato e presente nella vicenda dei sette fratelli Cervi”, che si tenne l’8 settembre del 1990. Sta ancora in http://www.radioradicale.it/scheda/37013/37047-passato-e-presente-nella-vicenda-dei-sette-fratelli-cervi-organizzato-dallistituto-fratelli-cervi-i-d. Illuminanti sono le testimonianze di Otello Sarzi, “Sintoni” e di Aldo Magnani. Dubito per altro che la decisione di eliminare Dante “Il calabrese” sia stata presa dal Partito Comunista Reggiano in montagna. Nei giorni di dicembre 1943 Gismondo Veroni era andato a Parma per incontrare Porcari. Il loro contato era “Carnera”. Un comunista parmense. In montagna in quei giorni c’ era ancora poco se non niente, di organizzato. Facio (così dopo Borgotaro, febbraio 1944) si opponeva, si, ai maneggi politici per lka formazione del Comando Unico Liguria ma non era pregiudizialmente contrario. Mandò a Parma Enrico Gatti “El Gato, Musiari”, che allora era comm. Politico del Picelli ( e che poi fece parte del SIM a Parma e infine internato a Bolzano, un altro rimosso da Parma)per chiedere disposizioni. Ma già gli spostamenti del Picelli a Succisa e Lago Santo erano stati fatti per l’ordine della XII Garibaldi di riunirsi nel parmense al Griffith. Quando “El Gato” tornò Facio era già stato fucilato. (A proposito: pure sullo scontro di Succisa sarebbe opportuna una rilettura. A parma esiste una testimonianza manoscritta di Alceste Bertoli, allora commissario del Picelli, che la conta in modo diametralmente opposto alla versione ufficiale). In quanto al tradimento dei Cervi e al suo responsabile l’ho già scritto in altre sedi. Facio nel maggio del ’44 tornò a Campegine per eliminare il geometra Pietro Cocconi, “Pieròun Bala”, che riteneva responsabile di avere denunciato i Cervi. Non cercava l’altro Cocconi “Miro”. D’ altra parte tra Campegine, Poviglio, S. Ilario mezzo mondo ancora oggi si chiama Cocconi. Anche la madre dei Cervi. Preoccupa che oggi sembri che il monopolio della memoria di Facio sia esclusivo di chi assolve “anche per il dopo guerra” il P:C:I. Come ha scritto Gianni Marconi i partigiani che fecero la guardia a Facio l’ultima notte lo invitarono a fuggire e lui rifiutò. Uno di Loro aveva “Topo” come nome di battaglia. (L. Seghettini a me nel 2003). Era calabrese. Non siè mai cercato di sapere chi fosse. Tra i componenti del Segnanini non l’ho trovato ne mi risulta che siano state fatte ricerche a Spezia. Pure “Alda”, il componente della “corte marziale”, che vestiva da ufficiale di marina e che Laura Seghettini mi disse che sospettava fosse una spia non è mai stato oggetto di ricerca. Per quanto riguarda l’archivio storico del PC reggiano (ma quando sarà mai disponibile? Un duomo di Milano) Rangoni, l’ex archivista, ormai 15 anni fa mi disse che non ricordava vi fosse nulla su Facio. Gianni Neri esalta l’ opera di Lupi nel salvare gli ormai “famosi” o “famigerati” documenti su Facio “scoperti” nell’ “archivio” di Oretta Jacopini a La Spezia da Madrignani grazie a “una dritta”. Quella dritta a Luca Madrignani la diedi io a Massa Marittima davanti a due birre, e di fronte a Rina Rossigliosi, vedova dell’ avv. Corradino, che era con me un pomeriggio d’ estate. Conservo ancora le mail con Oretta Jacopini e Madrignani; quella conversazione fu registrata con telecamera da Madrignani e ora sta (dovrebbe) nell’ archivio dell’ Istituto di Pontremoli o dell’ Anpi. A Oretta chiesi naturalmente il permesso di dare i suoi dati a Luca e il motivo. Molto più prosaicamente a me il consiglio di rivolgermi a Oretta fu dato da una ricercatrice dell’ istituto Storico della Spezia. Semplice! Poi se qualcuno vuole annunciare eclatanti nuove scoperte o esserne l’autore sono problemi suoi. Se necessario una o due copie le posso inviare per essere pubblicate. In diversi sappiamo come è andata. In quanto a Lupi che, ricordiamolo, sostituì Cabrelli come commissario politico di divisione negli anni 50 era il responsabile della Commissione Federale di Controllo. Il “tribunale”, il ministero degli interni dell’ ex. PCI. Quei documenti firmati da Lupi e alcuni timbrati col timbro in rosso della commissione federale di controllo , con falce e martello, sono veline dattiloscritte, integre. Sembra evidente che in quel periodo la commissione federale di controllo si sia dunque occupata della vicenda Facio. Eppure, salvo errori od omissioni, in tanti anni io non ho mai trovato un documento che attesti che il PCI di quegli anni, a Spezia, abbia promosso la riabilitazione di Facio. Ha insabbiato. Punto e basta. In quanto al lavoro di Luca Madrignani “Il caso Facio”, che a me pare più un ottimo lavoro su Cabrelli che in parte era già stato “annunciato” su “Historia Magistra” n° 7 del 2011, l’autore si arrampica sugli specchi per dimostrare che Cabrelli fu espulso da PCI e mai riammesso. E’ vero. Però fu espulso dal PCI in Francia e Tunisia (stava anche nell’ U.P.I. la Union Populaire Italenne; ne ho una foto accanto a Eusebio Ferrari). In quanto sospetta spia. Nel dopoguerra non fu riammesso non in quanto principale responsabile dell’ assassinio di Facio, ma in quanto “bigamo” (contava, oh se contava allora), trotzkista (e dico poco) e ancora sospettato in quanto spia. Inoltre conviveva con una signora di Borgotaro anch’ essa sospettata come spia dei tedeschi. Conosciuta nel 1943. Cabrelli nel dopoguerra fu segretario provinciale dell’ Anpi. E’ possibile credere che il PCI “tollerasse” un segretario dell’ ANPI sgradito. Senza contare le numerose fotografie degli anni 50 che ritraggono Cabrelli insieme ai maggiori dirigenti del PC. Nessuno ha mai messo mano agli archivi degli avvocati che difesero gli imputati davanti alla C. Assise Straordinaria di Massa, imputati della morte di Facio. Tutti avvocati della sinistra storica spezzina. Inoltre conviveva con una signora di Borgotaro anch’ essa sospettata come spia. Non esiste un solo documento che attesti che il PC di Spezia abbia riabilitato Facio in quegli anni. Per quanto riguarda invece Reggio è opportuno dire che le “rivelazioni” di Otello Sarzi cominciarono ben presto. Intanto la compagnia teatrale dei Sarzi già dall’ aprile 1945 si chiamava “Compagnia Drammatica Dante Castellucci . Otello andò a Pontremoli nel ’45 per ammazzare Cabrelli. Liano Fanti raccolse le sue testimonianze sui Cervi negli anni ’50, non 30 anni fa. Sarebbe anche questa una storia da raccontare. Il suo libro fu pubblicato da una casa editrice, Camunia, che si occupa principalmente di graffiti che vanno dal paleolitico all’ età romana. Poi negli anni 60 una sua testimonianza fu raccolta da Vittorino (“Vitto”) Marini, amico di Facio e comandante di distaccamento del Picelli, a S. Faustino di Rubiera. E’ depositata a Parma. Nel 2002 mi incontrai con Paolino Ranieri in un bar di Sarzana. Avevamo combinato l’appuntamento telefonicamente. Mi impedì di registrare con la telecamera perché “non l’avevo avvertito che avrei registrato” e non si era preparato. In conclusione. La vicenda storica, politica, artistica e umana di Dante Castellucci sembra che possa essere “ulteriormente” indagata solo da persone di buona volontà. Non vedo attualmente nessuna volontà dalle “istituzioni” preposte. Non è ancora stata indagata la sua vicenda in Russia. Facio vide il combattimento di Taly; l’inferno in terra (tra Russi e altri nella squadra Cervi erano in diversi ad avere conosciuto quell’ inferno). Su di lui circolano ancora leggende prive di fondamento. Non è mai stato fatto uno studio sulla sua formazione, sulla sua origine sociale e sulla sua personalità. Istituti e Anpi diverse sostanzialmente non hanno mai promosso la raccolta di testimonianze quando i testimoni erano viventi. Sarebbe interessante conoscere in modo integrale l’archivio di Giulivo Ricci. Sbobinare integralmente i suoi nastri. Personalmente ritengo che cambiare la medaglia da argento in oro non muti sostanzialmente nulla. Importante è cambiarne la motivazione ipocrita. Altre notizie, che pure esistono, reputo ancora prematuro darne.

    c.c.

  12. Pierluigi Rispondi

    31/07/2018 alle 13:56

    Caro Cesare, solo brevi osservazioni:
    – parliamo di OTTAVO Morgotti, non Ottavio

    – Tutti sapevano dei documenti trascritti da Giulio Mongatti, su disposizione di Lupi, e che li aveva Jacopini visto che nel 1960 pubblicò un piccolo brano – epurandone le parti scabrose per lui e per il partito – della relazione di Facio ai compagni di Parma. Così tutti sapevano, ma tacevano, del fascicolo su Cabrelli conservato all’Archivio Centrale dello Stato. ma se i documenti trascritti da Mongatti sono saltati fuori e ora sono disponibili negli Istoreco di Spezia e di Parma, lo si deve a Paolino Ranieri che ne consegnò copia al sottoscritto quasi trent’anni fa.
    – Jacopini era il responsabile del Comitato federale 2 in montagna ed era nel tribunale di guerra illegale che, su richiesta di Cabrelli, decretò la fucilazione di Facio. Quindi che la sentenza di morte abbia il timbro del Pci è fuori di dubbio.
    – Fra le molte cose non scritte e non dette, una appare decisiva: l’identità della “gola profonda” che negli anni sessanta intrattenne la corrispondenza con i Pisanò attraverso una casella postale della Svizzera italiana:a la stessa gola profonda che spedì ai Pisanò il memoriale di ottanta pagine sull’arresto dei Cervi e la riunione nel comando della Gnr, indicando fra i presenti Riccardo Cocconi.

  13. cesare cattani Rispondi

    01/08/2018 alle 08:08

    Caro Pierluigi

    Fertilio mi aveva promesso che mi avrebbe rivelato la fonte, la “gola profonda”. Niente. Sto ancora aspettando. Un anno fa ho visto e parlato con Paolo Pisanò. Mi ha detto che non ha altri documenti oltre a quelli citati nel “Triangolo” e che quelli di cui parla Fertilio sono gli stessi del “Triangolo”. Il “Baffo” Dante Scolari, che conoscevo e che fece parte del plotone che arrestò i Cervi, ha lasciato alcune sue “memorie”. Consistono solamente in alcune note scritte a margine in qualche pagina del “Martirologio” ovvero “Reggio Emilia 1943-1946” la prima edizione del ’94. Quel libro, con le note del “Baffo” l’ha in mano Luca Tadolini. Ho potuto vederle.I documenti trascritti da Mongatti NON SONO gli stessi che stanno a casa di Oretta Jacopini. O comunque NON SONO tutti quelli da lei conservati e NON STANNO assolutamente a Parma. Quelli di Parma li ho tutti fotocopiati. A meno che non vi sia una cartella riservata. Per altro non li ho visti neanche all’ Istituto di Spezia. Non avrebbe, per altro, senso che mi avessero indirizzato a Oretta per visionare documenti che loro stessi conservano. Però tutto è possibile!In quanto – per completezza – alla biblioteca di Spezia, in via Mazzini, non conserva stranamente le edizioni locali dei giornali dell’ epoca. Tra l’altro l’emeroteca era divisa tra un solaio e degli scantinati con finestre prive di vetri. Impossibile reperire l’articolo di Cabrelli dell’ ottobre 1945 nel quale giustifica e dice legale la sentenza di morte comminata a Facio. A meno di andare a Livorno alla sede del “Tirreno”. Io ne ho solamente la prima puntata. Nei documenti a casa Jacopini NON CI STA scritto “Il trascrittore Giulio Mongatti”. Sono firmati da Lupi e basta. Non riguardano solamente la vicenda di Facio. Ci sono pure, ad esempio, delle reprimende verso “Italiano” successive a quei giorni. Per quanto riguarda quelli “famosi” che sarebbero stati scritti da Facio a Adelano Otello Sarzi non riconosceva per niente lo stile e la prosa di Facio. Soprattutto in quella “ai compagni di Parma”.La lettera indirizzata ai Sarzi a loro non arrivò mai. Però quella lettera contiene cose che Facio poteva avere saputo solo a Campegine nel maggio ’44 “… salutatemi la Lucia se è libera” “parlate di me a mia sorella Francine” (vado a memoria). Lucia era in galera. Francine era il suo occhio destro. Se non l’ha scritta lui quella lettera chi poteva, in Lunigiana, conoscere quelle cose? Tra quelli che vennero a Campegine con Facio c’era Vitto Marini. Assurdo pensare che possa essersi prestato a una simile eventuale infamia. Io ho in mano una ventina di lettere, forse più, ora non le conto, scritte da Facio da Acqui,da Alessandria (fu per brevissimo tempo nel 1° Alpini), dal Monviso e dalla Russia. Ho confrontato le firme tra quelle e quelle di Adelano. Difficile esprimere un giudizio. A prima vista le seconde sembrano false. Non sono un grafologo. L’unica sicuramente autografa è quella indirizzata alla madre e affidata a Laura Seghettini. La firma tra quella e le altre dal ’40 al ’42 è identica. Posso solo dire che se sapessi di essere fucilato il mattino dopo probabilmente la mia firma sarebbe un po’ nervosa.

  14. Pierluigi Rispondi

    01/08/2018 alle 09:57

    Caro Cesare,
    devo dirti che provo un po’ d’invidia per il tempo e la determinazione che metti nelle ricerche su Facio. Ma in tale procedere così ricco e labirintico ti confesso che qualcosa mi sfugge. In primo luogo l’esegesi sui documenti disponibili. Mi sembra che un servizio veramente utile sarebbe fare come ho fatto io a suo tempo, cioè pubblicare o versare in un archivio pubblico tutti i documenti in circolazione (altrimenti finisce che ci si avvita inutilmente come nel caso di don Orsi…) e continuare la ricerca degli olografi di Facio (da qualche parte dovrebbero essere, anche se alluvionati, e forse sono nell’archivio del Pci spezzino).
    In quanto alle trascrizioni, se autentiche o interpolate, un fatto è fuor di dubbio: con il memoriale Facio, sia che fosse fedele all’originale (cosa che non credo) sia che fosse interpolato anche pesantemente (cosa molto probabile) qualcuno ci ha comunque consegnato un frammento di verità, vale a dire la notizia della condanna a morte di Dante Castellucci decisa a Reggio Emilia, a conferma delle rivelazioni consegnate in precedenza a Liano Fanti e a me da Otello Sarzi. Mi sembra che sia questa la pietra miliare, il punto di svolta, a meno di non voler dichiarare inattendibile un testimone oculare, un esponente della Resistenza e un intellettuale della statura di Otello Sarzi Madidini. E’ vero che dai guardiani della vulgata ci si può aspettare di tutto (ad esempio il non aver archiviato le trascrizioni di Mongatti…) ma sarebbe fuori di ogni logica di ricerca. Il resto sono dettagli senza dubbio interessanti, la cui importanza può essere misurata in relazione a quella come ad altre poche pietre miliari (il processo, la vicenda Castellucci dopo la fuga da Parma, la storia noir di Cabrelli etc.). In quanto a Fertilio, non credo che possa rivelare alcunché sull’autore del memoriale, anche perché Pisanò su questo continua a mantenere il segreto. Si potrebbe arrivare a scoprirne l’identità attraverso altre strade, ma l’impegno è francamente gravoso. In questo caso sì che sarebbe utile un bell’esame grafologico…

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