Processo Aemilia: “Dov’è il patto mafioso?”
La difesa vuole l’assoluzione di Gianni Floro Vito, su cui pende una richiesta di 37 anni

12/6/2018 – “Siete proprio sicuri che gli omicidi degli anni ’90 avessero come ‘causale’ proprio il controllo del territorio di Reggio Emilia?”. L’interrogativo e’ posto dall’avvocato Stefano Vezzadini che -nell’arringa svolta questa mattina nell’aula del processo Aemilia in corso a Reggio Emilia,  in difesa dell’imputato Gianni Floro Vito– amplifica al massimo il concetto di fondo già ritrovato nella strategia difensiva di diversi suoi colleghi.

Ovvero che i 149 imputati del maxiprocesso contro la ‘ndrangheta al nord, nel commettere i reati loro contestati (tra cui falsa fatturazione usura ed estorsione) abbiano agito nella forma di un sodalizio criminale, ma non di stampo mafioso.

Un punto dirimente nella requisitoria dei pubblici ministeri Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, che per il difensore di Floro Vito però, “pur puntellata da precise ricostruzioni dei fatti, è contaminata da fortissime suggestioni e fin troppo scontate deduzioni”. Evidenziando inoltre “una mancanza di resistenza rispetto ad alcuni punti chiave come l’esistenza dell’associazione prevista dall’articolo 416 bis (appunto quella di stampo mafioso, ndr)”. Per Vezzadini infatti “anche ammettendo che si stia parlando di una ‘ndrangheta ‘evoluta’ o ‘rivoluzionaria’ manca il dato di dove e quando e’ stato siglato questo patto associativo tra gli affiliati, che e’ il primo dato da scandagliare in ogni processo di mafia”.

Il legale aggiunge “un certo zelo da parte di alcuni imputati nel far passare le cose più grandi di quanto non fossero, vantandosi ad esempio di avere prima 100 e poi 500 ‘soldati’, che gli investigatori non hanno riscontrato”. Infine, spiega Vezzadini, non c’e’ traccia dell’elemento giuridico che connota le associazioni mafiose, vale a dire “l’assoggettamento imposto con la forza intimidatoria che deriva proprio dal vincolo associativo”.

Gianni Floro Vito, accusato di essere l’uomo che monetizzava i proventi delle attivita’ illecite della cosca, “va quindi assolto perche’ il fatto non sussiste”. Al medesimo verdetto, dice il legale, si dovrebbe arrivare anche per le accuse di usura pluriaggravata (non dimostrata per l’avvocato nelle perizie contabili, ndr) e di caporalato. Per quest’ultimo capo di imputazione Floro Vito e’ in sostanza accusato di aver fornito manodopera a basso costo per le ditte edili dell’imputato Michele Bolognino.

Ma, obietta l’avvocato Carla Nicoletta, “sui cantieri dove sarebbe andato a portare i soldi agli operai nessuno lo conosceva”. Diverso il caso delle false fatturazioni, che Floro Vito ha ammesso di aver fatto per “rimanere a galla” negli anni della crisi, asserendo però fortemente di aver impiegato solo risorse proprie. La richiesta della difesa per questo illecito e’ dunque del minimo della pena, escludendo l’aggravante del metodo mafioso. Per Gianni Floro Vito, più di recente accusato anche di aver sfregiato in carcere un altro detenuto con un coltello artigianale ricavato da una lattina, l’accusa ha chiesto invece quasi 37 anni di reclusione (24 nel rito abbreviato di Aemilia e 12 anni e 10 mesi in quello ordinario)

 

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