Aemilia: la Cassazione bacchetta Caruso, processo a rischio
Documento: l’ordinanza della Suprema Corte, il testo integrale

8/6/2018 – Il processo Aemilia è a rischio, almeno per le udienze dal 24 maggio 2017 a oggi. La Cassazione ha dichiarato “abnorme”  e quindi nulla l’ordinanza con cui il Presidente del tribunale Caruso aveva deciso di procedere nel dibattimento  anche con lo sciopero degli avvocati in corso.

Nell’udienza di ieri, il Tribunale chiamato uno stuolo di imputati di ndrangheta, nel più grande processo di mafia mai allestito al Nord,  ha deciso di andare avanti comunque, rigettando le richieste di rinvio avanzate dai difensori. A decidere ora sarà la Corte costituzionale.

La corte del processo Emilia col presidente Caruso

Tutto era  iniziato a maggio di un anno fa, quando gli avvocati penalisti italiani -compresi quelli della Camera penale di Reggio Emilia- avevano promosso una serie di scioperi (dal 22 al 25 maggio, ndr) in dissenso con la riforma del processo penale. Dopo quattro udienze di Aemilia saltate, la Corte, presieduta da Francesco Maria Caruso, aveva alla fine emanato un’ordinanza con cui, ritenendo in sostanza leso il diritto ad una ragionevole durata del processo, aveva disposto la prosecuzione delle udienze pur in costanza dell’astensione degli avvocati. Luca Andrea Brezigar del foro di Modena – difensore di Pasquale Riillo e Antonio Muto (classe 1971) – giudicando illegittimo il provvedimento di Caruso, lo aveva  impugnato con un ricorso in Cassazione. Secondo Brezigar, il presidente avrebbe limitato il diritto allo sciopero degli avvocati sancito dalla Costituzione. Il responso, arrivato il 5 giugno, ha dato ragione al legale. L’udienza che Caruso ha deciso di svolgere in concomitanza con lo sciopero non poteva tenersi e risulterebbe oggi pertanto nulla. Non solo: andrebbe a inficiare automaticamente tutte le altre udienze svolte fino ad oggi.

Il pubblico ministero Beatrice Ronchi, pur “rimettendosi alle decisioni del Tribunale”, ha interpretato la sentenza della Cassazione come “tranquillizzante”: “Abbiamo fatto attività processuale fino ad ora, non si vede perche’ interrompere adesso”. La decisione finale (attesa per il 4 luglio) spetta alla  Corte Costituzionale, a cui Caruso si era rivolto in autotutela chiedendo, nella stessa ordinanza che disponeva la prosecuzione del processo, un parere di legittimità sulla stessa.

Per ora comunque, il processo andrà avanti regolarmente:  Caruso, dopo due ore di camera di consiglio, si e’ espresso sulla sentenza della Corte di Cassazione. Per il presidente del collegio giudicante di Aemilia la  Cassazione, annullando l’ordinanza, ha cancellato anche tutti i suoi possibili effetti sullo svolgimento del processo.

Francesco Maria Caruso

Nello specifico Caruso, prendendo atto della sentenza della Suprema Corte che ha definito “abnorme” l’ordinanza del Tribunale, ha sottolineato  come l’atto della Cassazione “non e’ particolarmente perspicuo nella illustrazione delle ragioni della abnormita’ del provvedimento impugnato e, soprattutto, sugli effetti del suo annullamento sul giudizio in corso”. Citando fonti giurisprudenziali, il giudice ha eccepito che la sentenza fa riferimento ad una fattispecie giuridica leggermente differente da quella rappresentata dai legali. E, infine, sottolinea: “Dovendo il Tribunale prestare ossequio alla decisione della Suprema Corte, si ritiene che dalla lettura combinata delle motivazioni e del dispositivo, l’effetto della sentenza non sia altro che il radicale e totale annullamento dell’ordinanza stessa, compresa la questione di legittimità costituzionale”.  “Attraverso lo strumento del ricorso per abnormità – ha aggiunto – i difensori avevano introdotto una surrettizia impugnazione dell’attività istruttoria svolta successivamente all’ordinanza. Ed è questa, all’evidenza, la ragione per cui la corte di Cassazione ha annullato l’intera ordinanza: eliminare il provvedimento giudicato abnorme per impedire effetti consequenziali sul processo principale”. E ancora: “Di questo vi è traccia peraltro nell’ultima parte della sentenza che, pur nella sua difficoltà di lettura, fornisce comunque un’indicazione precisa sul fatto che bisogna in ogni caso prevenire nella valutazione del caso di specie la violazione del superiore principio di ragionevole durata del processo”.

Insomma per Caruso la sentenza deve leggersi “proprio in funzione della salvaguardia degli atti processuali fin qui compiuti. Dall’annullamento dell’intera ordinanza, consegue che l’attivita’ processuale, non piu’ pregiudicata o condizionata dall’atto annullato per abnormita’, continua a mantenere piena validita’, essendo stato annullato il provvedimento nel suo insieme e i suoi effetti negativi sugli atti successivi”. Con queste argomentazioni il Tribunale ha dunque disposto di “procedersi oltre nella discussione” ed ha respinto anche la nuova richiesta di rinvio delle udienze presentata ieri dalle difese, fino al 4 luglio, data in cui la Consulta dovrebbe esprimersi sul fatto che in Aemilia si è tenuta udienza anche durante lo sciopero dei penalisti.

Nondimeno, proprio la richiesta di pronunciamento della Consulta da parte del presidente Caruso potrebbe comunque provocare la nullità dell’udienza sottoposta a ricorso e delle successive. L’ordinanza redatta dal giudice Irene Scardamaglia, e che pubblichiamo integralmente di seguito, è sufficientemente chiara quando richiama il fatto che “alla stregua della norma di cui all’art. 23, comma 2, I. n. 87/1953, allorché sollevi incidente di costituzionalità, il giudice è tenuto alla sospensione del <<giudizio in corso>>, posto che, secondo il dictum delle Sezioni Unite Vernengo perde la “potestas decidendi” fino alla definizione della pregiudiziale medesima“.

 

IL TESTO INTEGRALE DELL’ORDINANZA

Sezione Penale 5, Num. 25124, Anno 2018

Presidente: SETTEMBRE ANTONIO

Relatore: SCORDAMAGLIA IRENE

Data Udienza: 30/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. E’ impugnata l’ordinanza in data 23 maggio 2017, con la quale il Tribunale

di Reggio Emilia, sollevata eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 2-bis

della I. n. 146 del 13 giugno 1990, nella parte in cui consente che il Codice di

autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati stabilisca –

all’art. 4, comma 1, lett. b) – che nei procedimenti e nei processi in relazione ai

quali l’imputato si trovi in stato di custodia cautelare o di detenzione,

analogamente a quanto previsto dall’art. 420-ter, comma 5, cod. proc. pen., si

proceda malgrado l’astensione del difensore solo ove l’imputato lo consenta, per

violazione degli artt. 1, 3, 13, 24, 27, 70, 97 e 111 della Costituzione, ha sospeso

il giudizio in ordine alla richiesta di rinvio dell’udienza del 23 maggio 2017

formulata dai difensori degli imputati con il consenso degli stessi.

2. Con il ricorso per cassazione a firma dell’avvocato Luca Andrea Brezigar gli

imputati, nel processo n. 555/2016 RG.Trib. Reggio Emilia, Riillo Pasquale e Muto

Antonio denunciano l’abnormità dell’impugnata ordinanza e la violazione dell’art.

23 I. n. 83 dell’Il marzo 1953, posto che la norma evocata, siccome interpretata

dal Giudice delle leggi e dal Giudice di legittimità, imporrebbe la sospensione del

giudizio principale e non solo del giudizio incidentale sull’istanza di rinvio

dell’udienza fondata sull’adesione dei difensori all’astensione proclamata dal

organismo unitario dell’avvocatura con il consenso degli imputati detenuti.

L’eccentricità del provvedimento rispetto alle pacifiche linee ordinamentali sarebbe

determinata, in effetti, dall’assenza in capo al giudice della ‘potestas decidendi’

fino alla definizione della pregiudiziale costituzionale e sarebbe produttiva, al

contempo, sia di una nullità assoluta dell’ordinanza medesima e degli atti

successivi, ai sensi dell’art. 178 lett. a), cod. proc. pen., in ragione del venir meno

delle condizioni di capacità del giudice, sia di una nullità a regime intermedio, posto

che, in caso di declaratoria di infondatezza della prospettata questione di

legittimità costituzionale, sarebbero travolte tutte le attività istruttorie espletate

nel giudizio principale con irrimediabile pregiudizio dell’attività difensiva.

Nondimeno l’ordinanza de quo sarebbe in ogni caso ricorribile per cassazione,

ex art. 586, comma 3, cod. proc. pen., trattandosi di provvedimento in materia di

libertà personale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è fondato.

1.1 Essendo lo stesso basato su una denunzia di abnormità, non risultando

altrimenti impugnabile l’ordinanza in esame, con cui, per effetto della sollevata

questione di illegittimità costituzionale dell’art. 2-bis della I. n. 146 del 13 giugno

1990, si è disposta la sospensione del solo giudizio incidentale relativo al rinvio

dell’udienza fondata sull’adesione dei difensori all’astensione proclamata dal

organismo unitario dell’avvocatura con il consenso degli imputati detenuti, è

d’uopo delineare il quadro della dedotta invalidità processuale di matrice

giurisprudenziale.

La categoria concettuale dell’abnormità risponde, in effetti, alla necessità di

porre rimedio a comportamenti procedimentali e processuali posti in essere

dall’organo giudicante da cui derivano atti non altrimenti impugnabili – in virtù del

principio di tassatività delle sanzioni processuali e dei relativi rimedi – e al

contempo espressivi, in concreto, di uno “sviamento” della funzione

giurisdizionale.

In particolare, il più autorevole Consesso di questa Corte (Sez. U, n. 25957

del 26/03/2009, P.M. in proc. Toni e altro, Rv. 243590; Sez. U, n. 5307 del

20/12/2007 – dep. 01/02/2008, P.M. in proc. Battistella, Rv. 238240; Sez. U, n.

28807 del 29/05/2002, Manca, Rv. 221999; Sez. U, n. 33 del 22/11/2000,

Boniotti, Rv. 217244; Sez. U, n. 17 del 10/12/1997 – dep. 12/02/1998, Di Battista,

Rv. 209603), al fine di porre un discrinnine tra l’atto abnorme e l’atto illegittimo,

ha precisato che ricorre l’ipotesi di abnormità strutturale nel caso di esercizio da

parte del giudice di un potere non attribuitogli dall’ordinamento processuale

(carenza di potere in astratto) ovvero di deviazione del provvedimento giudiziale

rispetto allo scopo del modello legale, nel senso di esercizio di un potere previsto

dall’ordinamento, ma in una situazione processuale radicalmente diversa da quella

configurata dalla legge e cioè completamente al di fuori dei casi consentiti, perché

oltre ogni ragionevole limite (carenza di potere in concreto); mentre si verte in

ipotesi di abnormità funzionale nel caso di stasi del processo e di impossibilità di

proseguirlo.

Dunque ciò che rileva – al fine di qualificare un atto emesso dal giudice come

abnorme – risulta essere:

a) il confronto tra l’atto posto in essere dal giudice ed il modello legale di

riferimento, nel senso che lì dove l’atto sia astrattamente “espressivo” di un potere

conferito dalla legge, pur se erroneamente applicato, non può essere l’atto stesso

qualificato abnorme se non nel caso in cui la copertura del modello legale risulti,

in realtà, solo apparente, essendo stato emesso al di fuori dei casi consentiti e al

di là di ogni ragionevole limite;

b) l’analisi delle conseguenze dell’atto, da qualificarsi abnorme solo ove

imponga il compimento di una ulteriore attività viziata e, dunque, ponga in pericolo

l’equilibrio funzionale del procedimento e la stessa nozione di processo come “serie

ordinata” di atti tendenti alla stabilità della sua conclusione.

1.2. Ai fini della verifica demandata a questa Corte, gli evocati parametri

ermeneutici vanno confrontati con la norma di cui all’art. 23, comma 2, I. n.

87/1953, a mente della quale:<< L’ autorità giurisdizionale, qualora il giudizio non

possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di

legittimità costituzionale o non ritenga che la questione sollevata sia

manifestamente infondata, emette ordinanza con la quale, riferiti i termini ed i

motivi della istanza con cui fu sollevata la questione, dispone l’immediata

trasmissione degli atti alla Corte costituzionale e sospende il giudizio in corso»,

e con l’interpretazione che le Sezioni Unite di questa Corte hanno fornito di tale

precetto, secondo la quale:<<La pregiudiziale costituzionale, per espressa

previsione normativa (legge 11 marzo 1953, n. 87, art. 23, secondo comma),

determina la sospensione obbligatoria del procedimento che priva il giudice della

“potestas decidendi” fino alla definizione della pregiudiziale medesima, né alle

parti è attribuito alcun potere di rimuovere tale stasi processuale, essendo

immodificabili ed insindacabili sia l’ordinanza di rimessione degli atti alla Corte

costituzionale sia il pedissequo provvedimento di sospensione; tuttavia,

nell’ipotesi in cui venga obbligatoriamente sospeso un procedimento in cui sia in

corso di applicazione una misura cautelare, il soggetto ad essa sottoposto che

ritenga di aver maturato il diritto a riacquistare lo “status libertatis” per il verificarsi

di una delle cause estintive del provvedimento coercitivo di cui all’art. 306 cod.

proc. pen., non incontra alcun ostacolo a far valere la sua pretesa in giudizio e può

quindi promuovere davanti al giudice per le indagini preliminari, o ad uno dei

giudici competenti per i vari gradi ai sensi dell’art. 279 cod. proc. pen., un’azione

di accertamento finalizzata alla declaratoria della sopravvenuta caducazione della

misura ed all’ottenimento dell’ordinanza di immediata liberazione o di cessazione

della misura estinta, secondo quanto dispongono, rispettivamente, il primo e il

secondo comma del predetto articolo 306 cod. proc. pen.; trattasi, invero, di

azione di natura dichiarativa, rivolta alla tutela di un diritto assoluto ed inviolabile,

esperibile in ogni tempo salvo il limite della preclusione ove la questione abbia già

formato oggetto di giudicato cautelare nelle sedi proprie (Sez. U, n. 8 del

17/04/1996, Vernengo, Rv. 205258).

Né può tacersi che lo stesso Supremo Consesso, nell’affermare che l’adesione

del difensore all’astensione proclamata dagli organismi rappresentativi della

categoria costituisce un diritto di rilievo costituzionale (Sez. U, n. 40187 del

27/03/2014, Lattanzio, Rv. 259927), ha statuito che, salvo il caso di prove non

rinviabili ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 467 e 392 cod. proc. pen.,

il rigetto dell’istanza di rinvio dell’udienza motivata dall’adesione del difensore

all’astensione collettiva, attuata in ottemperanza alle prescrizioni delle norme

speciali regolatrici della materia, determina una nullità assoluta, riconducibile

all’art. 178, comma 1, lett. c), e all’art. 179 cod. proc. pen., rilevabile anche di

ufficio in ogni grado e stato del procedimento, per violazione del diritto di difesa.

2. Le riferite indicazioni inducono, quindi, a ritenere che la pronunciata

sospensione del solo giudizio incidentale in ordine al rinvio dell’udienza – con

prosecuzione del processo per l’assunzione delle prove, come dimostrato dalla

calendarizzazione delle udienze all’uopo predisposte al 30 maggio e al 1°giugno

2017 – integri un provvedimento abnorme. E ciò perché, alla stregua della norma

di cui all’art. 23, comma 2, I. n. 87/1953, allorché sollevi incidente di

costituzionalità, il giudice è tenuto alla sospensione del <<giudizio in corso>>,

posto che, secondo il dictum delle Sezioni Unite Vernengo perde la “potestas

decidendi” fino alla definizione della pregiudiziale medesima. Nondimeno, v’è pure

da considerare che, per effetto dell’evidente mancanza di autonomia, nel caso

all’esame, tra il giudizio principale e il giudizio incidentale sulla richiesta di rinvio,

in ipotesi di mancato accoglimento dell’eccezione di costituzionalità, la regressione

del procedimento determinata dalla nullità assoluta per violazione del diritto di

difesa sino all’udienza per la quale avrebbe dovuto essere disposto il rinvio,

imposta ai sensi dell’art. 185, comma 3, cod. proc. pen., determinerebbe un inutile

dispendio di attività processuali – non altrimenti recuperabili, non essendosi dato

atto di ragioni di urgenza del tipo di quelle prese in considerazione dall’art. 467

cod. proc. pen. -, in spregio del principio di ragionevole durata del processo.

3. L’ordinanza impugnata va, quindi, annullata senza rinvio e gli atti devono

essere trasmessi al Tribunale di Reggio Emilia.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Reggio Emilia. Così deciso il 30/03/2018

Il consigliere estensore.

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