Aemilia, le armi e i parenti del clan
“Aggravante mafiosa per il campione Iaquinta”

Vincenzo Iaquinta (frame da Telereggio)

18/5/2018 – Al processo Aemilia si profilano severe richieste di condanna da parte della pubblica accusa rappresentata dai sostituti Marco Mescolini e Beatrice Ronchi della Direzione Distrettuale Antimafia. Richieste che potrebbero già avvenire nella giornata di martedì, salvo slittamenti nelle requisitorie. Alla sbarra, è noto, 147 imputati ,alcuni dei quali hanno scelto il nuovo rito abbreviato.

I toni delle requisitorie, nelle udienze di martedì e di ieri, giovedì, non lasciano dubbi sulle convinzioni della pubblica accusa. Significativa un’affermazione di Mescolini, secondo cui “le dichiarazione dei collaboratori di giustizia basgterebbero da sole a far condannare gli imputati”.

Nell’udienza di ieri il pm Ronchi ha messo in graticola il costruttore reggiolese di Cutro Giuseppe Iaquinta e il figlio Vincenzo, celebre  ex calciatore della Juventus e campione del mondo, sino a chiedere per quest’ultimo l’aggravante mafiosa per la detenzioni illegali di armi. Secondo l’accusa, Vicenzo Iaquinta avrebbe lasciato le sue armi nella disponibilità della ndrangheta. Gia in marzo, tuttavia, Vincenzo Iaquinta aveva dichiarato di sentirsi “sconvolto” dal fatto stesso di esser considerato un mafioso.

“Per il tramite di Giuseppe Iaquinta e nella consapevolezza del figlio Vincenzo la consorteria dell’Emilia, che è un sodalizio armato, poteva avere immediata disponibilita’ di armi”. E’ un passaggio della requisitoria del Pm Beatrice Ronchi che ha aggravato la posizione dell’ex campione del mondo di calcio, coinvolto nel processo per un reato in apparenza minore.

Vincenzo Iaquinta infatti ottiene il porto d’armi nel 2005, compra due pistole e rinnova la licenza per sette anni fino al 2012. Nel frattempo, dal 2002, a suo padre- Giuseppe-  la Prefettura di Reggio aveva vietato di detenere armi nella propria abitazione. Cosi’, quando le pistole intestate a Vincenzo vengono spostate a casa del padre, Iaquinta junior non lo denuncia e finisce tra gli imputati. Una vicenda che può sembrare banale ma su cui Ronchi afferma: <Non e’ pari a zero il fatto che Giuseppe Iaquinta, esponente del sodalizio ‘ndranghetistico emiliano, abbia una sostanziale disponibilita’ di armi non essendo legittimato in alcun modo, perchè anche il porto d’armi gli era stato ritirato”. Infatti “questo e’ un fatto di grande importanza e utilita’ per l’organizzazione, tanto è vero che i mafiosi cercano di ottenere il porto d’armi non solo per sè, ma anche per i loro parenti, dipendenti o factotum cosi’, se hanno problemi, possono tuttavia disporre ugualmente delle armi”.

Questo fatto, ha proseguito il magistrato, “va considerato molto attentamente: facciamo attenzione a dire che se l’arma ce l’ha il parente del mafioso la cosca non trae alcun vantaggio”. Il ragionamento di Ronchi si è sviluppato a partire da una serie di contraddizioni in cui Vincenzo Iaquinta sarebbe caduto, spiegando il motivo per cui si era dotato di due pistole. La richiesta di porto d’armi era stata giustificata col fatto di essere “una persona famosa” che si spostava da solo e dal timore di tifosi facinorosi. Il calciatore ha poi dichiarato di non aver mai portato in giro le armi, lasciate a casa, con cui si divertiva ad andare al poligono.

Le successive indagini della Dda di Bologna hanno accertato pero’ che Vincenzo Iaquinta non è mai stato iscritto al poligono di tiro di Reggio Emilia (condizione essenziale per entrarci) ne’ si e’ mai esercitato nell’armeria dove ha comprato le pistole, dotata di un poligono interno. Da ciò il pubblico ministero conclude: “Vincenzo Iaquinta è figlio di un mafioso, ha il porto d’armi ma non nutre interesse per le armi che erano invece nella immediata disponibilita’ del padre, avendo questi le chiavi di casa del figlio”. Ad avvalorare la sua tesi, Ronchi ricorda anche i numerosi movimenti in fatto di armi che hanno riguardato altri imputati del processo come Pasquale Brescia, Alfonso Paolini e Antonio Muto (classe ’55). “Tutti, quando la Prefettura gli ha revocato il porto o l’autorizzazione a detenere armi, le hanno cedute a parenti”.

Così ha fatto Giuseppe Iaquinta “che le ha date ai fratelli che abitano a 5 minuti da casa sua”. Senza contare il ruolo, sottolinea inoltre l’accusa, del poliziotto infedele Domenico Mesiano, autista dell’ex questore di Reggio Emilia condannato in abbreviato, che si adoperava per il rinnovo delle licenze anche in situazioni “estreme” (emblematico il rinnovo del porto d’armi a Pasquale Brescia che nel 2007 sparo’ da casa ad un ragazzo che giocava a pallone in strada).

Infine Ronchi ha citato le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia di un processo di Reggio Calabria contro la cosca Lo Giudice, che ha spiegato: “Le armi di attacco sono detenute illegalmente, sono clandestine e buttate via dopo l’uso. Quelle di difesa sono legali, intestate a persone che le detengono nell’interesse della cosca”. Per tutti questi motivi, il pm ha contestato agli Iaquinta anche l’aggravante mafiosa nel reato di detenzione illegale di armi.

(FONTE: AGENZIA DIRE) 

 

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