Comunità fantasma: anche il barbiere e un take away
nella città clandestina delle ex-Reggiane

di Nicola Fornaciari
2/4/2018 – Una comunità autogestita, una città nella città con leggi, usi e attività parallele a quelle in cui viviamo.
Le ex Reggiane, una volta punta di diamante dell’economia emiliana, si configurano come una vero villaggio fantasma dove la popolazione, costituita da immigrati senza tetto nè papier o da italiani in condizioni di emarginazione, si è spartita i capannoni abbandonati in base a nazionalità, fasce di età e legami famigliari.

Degrado e desolazione nei capannoni ex Reggiane


Degrado e desolazione nei capannoni ex Reggiane

Gli abitanti (tra loro c’è chi ha un lavoro, spesso pagato in nero, e c’è chi aspetta un colloquio per ottenere il riconoscimento di profugo) hanno ricreato, all’interno degli stabilimenti di via Agosti, una società parallela con tanto di attività commerciali, appartamenti singoli o famigliari e luoghi di culto.
Siamo entrati in questo luogo per conoscere le persone che vivono e lavorano all’interno.

Unaltare improvvisato nelle ex-Reggiane

Unaltare improvvisato nelle ex-Reggiane

Arrivati all’interno dell’ex complesso industriale veniamo accolti da una coppia di ragazzi africani, i cui nomi saranno per noi Mena e Kamau, lei cuoca e lui meccanico. Dopo i primi saluti, in inglese, ci fanno accomodare nel loro “appartamento” nonché laboratorio: la zona è pulita, perfettamente spazzata e, mentre Mena continua a cucinare la
sua specialità, ovvero tacchino alle spezie, Kamau ci spiega le dinamiche economiche all’interno dei capannoni: lui si occupa di ripristinare e sistemare le biciclette, lei vende il tacchino gli abitanti, ai “vicini”, usando le sue parole.
Due euro bastano per una coscia di tacchino, e con altri due possiamo riparare la gomma.
Il centro nevralgico della vita alle Reggiane è il capannone dell’ex carpenteria dove gli «inquilini» sono provengono in prevalenza dal Centrafrica. Saliamo le scale dell’edificio dove una volta era situato il reparto sabbiatura: oltre a panni stesi e cataste di legna ci imbattiamo in un’altra attività, un barbiere. Il ragazzo è molto occupato, la lista
delle persone che sono in attesa per il taglio dei capelli è lunga.
REGGIANE 8
Improvvisamente un rumore, quello di un’auto, attira la nostra attenzione. Una Seat parcheggia nel piazzale: scopriamo che nella più normale tranquillità, la comunità riceve una visita da un parente.
Nella sua complessità e nelle sue sfaccettature la «società reggiane» presenta molte delle caratteristiche di un insediamento ormai consolidato. E’ un luogo abbandonato, non solo fisicamente ma anche dalle istituzioni. E’ un raccoglitore di marginalità, dove chi ha il sostegno della propria comunità, chi ha un lavoro (seppur in nero come muratore o operaio) riesce a sopravvivere, chi è da solo invece entra in contatto facilmente con i racket della tossicodipendenza e dello spaccio, con la prostituzione e lo
sfruttamento. E infatti si sa da anni che certe parti delle ex-Reggiane sono un centro di scambi tra spacciatori.

Cumuli di rifiuti nei capannoni

Cumuli di rifiuti nei capannoni

La popolazione complessiva si aggira intorno alle cento persone, numero assolutamente approssimativo vista l’impossibilità di capire chi effettivamente risiede all’interno e chi invece vi entra solo per qualche giorno.
L’intervento del sindaco, Luca Vecchi, e la visita del Vescovo, Massimo Camisasca, prendono atto, dopo il nostro reportage e dopo un accoltellamento, di una zona di forte
disagio proprio nel cuore della nostra città, a pochi da ciò per cui Reggio è celebre, ovvero il progetto sull’infanzia portato avanti con orgoglio dalla nostra amministrazione.

(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA)

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