Unicredit, svelati i misteri di via Gattalupa
L’ex direttrice: “C’erano clienti garantiti
ma agli altri piazzavano titoli spazzatura”

di Pierluigi Ghiggini 

28/3/2018 – Cosa accadde veramente nei conti e nei fondi d’investimento sottoscritti dai clienti Unicredit di via Gattalupa a Reggio Emilia ? Nel settembre del 2009 la direttrice della filiale, una delle più importanti di Reggio, fu travolta e fatta a pezzi da uno tsunami interno innescato da un affidamento di alcuni milioni rilasciato a favore dell’industriale Erminio Spallanzani.

A più di nove anni di distanza l’ex direttrice Maria Maniscalco ha avuto  la possibilità di raccontare la propria versione dei fatti – di fronte al giudice di Reggio Emilia, Luca Ramponi, e assistita dall’avvocato Giovanni Tarquini, con l’accusa rappresentata da un magistrato onorario – e di rispondere punto per punto alle contestazioni di 54 clienti della filiale, i soli chiamati a testimoniare dalla Procura rispetto a 164 conti ai quali secondo l’accusa Maniscalco avrebbe sottratto l’astronomica somma di 89 milioni di euro.

Una manifestazione di anni fa dei correntisti davanti alla sede Unicredit di via Gattalupa

Una manifestazione di anni fa dei correntisti davanti alla sede Unicredit di via Gattalupa

A parte il dettaglio che nessuno ha mai trovato traccia del fantomatico tesoro, l’accusa di furto è l’unica rimasta in piedi dopo indagini e procedimenti che vanno avanti dal settembre 2009: il falso è depenalizzato, mentre per le imputazioni di truffa e appropriazione indebita Maniscalco è stata prosciolta lo scorso anno in quanto è intervenuta la prescrizione del reato.
Lunedì scorso, in una deposizione durata oltre quattro ore, Maniscalco ha analizzato una per una tutte le posizioni bancarie contestate, e per ciascuna ha dato una risposta.
Ma ciò che è emerso va ben oltre la vicenda dei cosiddetti ammanchi: entra nelle viscere delle gestioni dei prodotti finanziari venduti da Unicredit ai propri risparmiatori.
Maniscalco lo ha detto chiaro: i clienti dei 54 conti correnti avevano tutti posizioni finanziarie (fondi di investimento) che non rispettavano l’andamento atteso, anzi andavano in perdita a rotta di collo. E perdevano perchè i fondi erano riempiti di «titoli spazzatura», materiali ad alto rischio.

Maria Maniscalco

Maria Maniscalco

Un esempio: «Mi sono trovata anche a vendere diamanti – ha spiegato l’ex direttrice – A un certo punto ho ricevuto come premio un diamante, l’ho fatto valutare e ho scoperto che il suo valore reale era un terzo di quello dichiarato». L’affare dei diamanti piazzati dalle banche è diventata un caso nazionale. quasi il cento per cento delle vendite è avvenuto negli sportelli di Parma, Reggio Emilia e Modena. Una spaccato emblematico della spazzatura nascosta sotto il tappeto luccicante dei fondi d’investimento.
Gira e rigira, quella di via gattalupa è un dèjà vu: i presunti ammanchi nei conti correnti sono perdite subite dagli investimenti.
Il torto di Maniscalco è stato semmai di aver indorato le pillole quando i clienti chiedevano notizie sull’andamento dei fondi. Nei post it scriveva i valori attesi in base alle previsioni, non quelli reali che erano molto inferiori o in perdita secca. A un certo punto però si è allarmata, cominciato a segnalare determinate situazioni e a chiedere chiarimenti alla direzione centrale. Sempre segnalazioni orali, di cui dunque non vi è traccia. In ogni caso dal giorno in cui sono entrati gli ispettori, Maniscalco non ha potuto più mettere piede nella filiale, neppure per recuperare gli effetti personali e la sua corrispondenza nella mail.
Nondimeno in udienza ha potuto rispondere su ciascuno dei 54 conti presi in considerazione dalla Procura per gli anni fra il 2005 e il 2009. Nel 2006 e nel 2007 la filiale subì delle ispezioni di routine, però non fu rilevato nulla di irregolare. Nè va trascurato il fatto che Maniscalco diventò direttrice solo nel 2008. Comunque ha avuto buon gioco nel rilevare, in tribunale, la singolarità del fatto che i clienti si accorsero solo nel 2009, e solo perché gli ha scritto Unicredit, di aver subito anni prima, nel 2005-2006 – «ammanchi» anche per decine e centinaia di migliaia di euro.

L'avvocato Giovanni Tarquini

L’avvocato Giovanni Tarquini

E’ possibile che un cliente non si accorga, ad esempio, di aver perso 89 mila euro? Tutto è possibile, però è altamente improbabile.
Tuttavia – ha rivelato l’ex direttrice – a fronte dei clienti inzeppati di titoli spazzatura, c’erano alcuni grossi nomi, orwellianamente più eguali degli altri, che godevano di rendite privilegiate con interessi garantiti dalla banca qualsiasi cosa accadesse alle quotazioni. L’ex direttrice ha fatto tre nomi: Aleotti, Mosso, Spallanzani. E per quei conti privilegiati, ha aggiunto, la filiale di via Gattalupa era arrivata al collasso.
A conferma ulteriore che i soldi mancanti non era ammanchi, bensì perdite secche nei panieri di titoli affibbiati alla clientela normale (un tempo lo chiamavano “parco buoi”) attraverso i fondi d’investimento.
Un meccanismo pari pari a quello rovinoso messo in moto, alcuni anni prima a Bipop Carire, e che è stato riprodotto in forme analoghe molte volte, non soltanto all’Unicredit di via Gattalupa.
Anche nei confronti dei privilegiati Maniscalco ha avuto da ridire: il cliente Mosso ha disconosciuto 23 operazioni per un totale di 32 milioni, «ma lui – ha detto – 32 milioni non li aveva certo».
Per quanto riguarda Spallanzani, ci fu la forzatura di un bonifico milionario per finanziare un aumento di capitale. Operazioni del genere erano sempre state autorizzate nei confronti del cliente di lusso, il principale e il più facoltoso della filiale, però quella volta l’autorizzazione non arrivò, o forse fu bloccata dai piani alti.
Ma allora, per quale ragione i clienti si sono avventati contro l’ex direttrice, presentando un pacco di querele nei suoi confronti, e non come in molti altri casi contro la banca che ha venduto e gestito, i proprio o attraverso terzi, i fondi spacciati allo sportello come lucrosi investimenti?
La risposta dell’imputata è stata lineare: «I clienti hanno ricevuto i conteggi dalla banca che li ha incoraggiati a presentare querela nei miei confronti. In quel mondo è intervenuta l’assicurazione con i rimborsi, e la banca ha coperto le perdite senza dover subire i reclami e le cause dei clienti. Unicredit ha trovato in me il capro espiatorio ideale».
Comunque la si veda, un fatto è incontrovertibile: Maria Maniscalco, e nemmeno i suoi famigliari, ha mai avuto nè nascosto gli 89 milioni dei presunti ammanchi.
Anzi, l’imputata ha chiarito che il suo premio di produzione era di 1.200 euro l’anno somma che non giustificava certo il voler ingannare a tutti i costi clienti che erano anche parenti, amici di famiglia e vicini di casa.
Gli ottomila euro scovati dalla Guardia di finanza nel suo conto corrente erano in realtà pagamenti di affitti che il padre faceva versare nel conto della figlia. Inoltre il famoso elenco di «clienti» sequestrato nel corso di una perquisizione – che a qualcuno era sembrato una contabilità a doppio fondo – era solo un tabulato con i nomi dei colleghi di lavoro del marito.
Bisogna chiedersi allora dove siano finiti i soldi della filiale di via Gattalupa, che secondo Unicredit sarebbero spariti nel nulla. La risposta è per l’ennesima volta nei destini incrociati: nel cocktail avvelenato fra le gestioni privilegiate e garantite riconosciute ai clienti facoltosi, e le perdite vertiginose subite dai fondi piazzati al parco buoi. La chiave del mistero è qui, in una storia meschina ed emblematica dell’Italia di oggi, una storia di titoli spazzatura caricati sulla schiena del capro espiatorio mandato a morire nel deserto.

(DALLA VOCE DI REGGIO EMILIA) 

Be Sociable, Share!

3 risposte a Unicredit, svelati i misteri di via Gattalupa
L’ex direttrice: “C’erano clienti garantiti
ma agli altri piazzavano titoli spazzatura”

  1. susanna Rispondi

    28/03/2018 alle 20:35

    Ma toh, ma veh, che …strano, nevvero?????Chi lo avrebbe mai detto???

    ” fronte dei clienti inzeppati di titoli spazzatura, c’erano alcuni grossi nomi, orwellianamente più eguali degli altri, che godevano di rendite privilegiate con interessi garantiti dalla banca qualsiasi cosa accadesse alle quotazioni”

  2. Giovanni Maria Rispondi

    29/03/2018 alle 06:15

    Bravissimo Ghiggini, da sempre si è schierato dalla parte giusta.
    Complimenti per tutti gli articoli scritti con serietà e correttezza.
    Si tratta di una vicenda complessa,i poteri forti son sempre tutelati
    da tutti mentre il capro espiatorio paga per tutti……………….

  3. Lorenzo Rispondi

    29/03/2018 alle 14:34

    Vox populi vox dei…sempre attuale ma non sempre vera…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.