Il sequestro di Aldo Moro 40 anni fa
Così i Br reggiani sconfissero lo Stato

di Pierluigi Ghiggini 

Il 16 marzo 1978, esattamente 40 anni fa, alle 9 e 3 minuti del mattino un commando armato delle Brigate Rosse sequestrò in via Fani a Roma il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro che andava in Parlamento per il voto di fiducia al governo Andreotti, il primo della storia repubblicana con il Partito Comunista nella maggioranza di governo.

Ma nessuno voleva quell’alleanza che decretava la fine del fattore K in Italia (in Francia era stato superato molto prima da Mitterrand) : nè l’America e la Nato, nè l’Unione Sovietica che preparava un piano di invasione dell’Europa, neppure Israele che non mandava giù il “lodo Moro” stipulato con i palestinesi, e tanto meno i palestinesi stessi che temevano di perdere il transito delle armi e l’impunità ai propri militanti terroristi nel nostro Paese.
Del lavoro sporco si incaricarono le Brigate Rosse che, contrariamente a quanto si crede ancora oggi, non erano quattro scalzacani, ancorchè assassini, bensì un partito armato in piena regola molto compartimentato, clandestino, con una rete di rapporti internazionali, finanziamenti, un’organizzazione logistica di prim’ordine, teste pensanti (il famoso e mai individuato Grande Vecchio) e soprattutto con un consenso diffuso nelle grandi fabbriche e nelle università: una base sicura, una sorta di “livello emerso” di simpatizzanti e sostenitori radicato in tutto il Paese.

Aldo Moro fotografato dai brigatisti nella prigione di via Moltalcini

Aldo Moro fotografato dai brigatisti nella prigione di via Moltalcini

Per questo il carceriere di Moro Prospero Gallinari potè affermare, non smentito, che era almeno mille le persone a conoscenza del luogo dove rimase detenuto lo statista nei 55 giorni più lunghi e tremendi degli anni di piombo, conclusi tragicamente il 9 maggio con l’assassinio del presidente della Dc, il cui corpo fu fatto ritrovare crivellato di colpi in una Renault  R4 rossa in via Caetani a Roma, simbolicamente a metà strada fra la sede del Pci di Botteghe Oscure, e quella della Dc di piazza del Gesù.
In questo quadro il mattino del 16 marzo 1978 un gruppo di fuoco di almeno nove persone (con un killer tedesco mai individuato) bloccò l’auto di Aldo Moro e la sua scorta, sparò 91 proiettili, uccise i due carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci che viaggiavano con lo statista e i tre poliziotti della scorta che li seguivano su un’Alfetta.
Fu determinante il ruolo del nucleo reggiano delle Brigate Rosse, nato nel Pci e nella Fgci sino a prendere forma nel collettivo Operai Studenti, conosciuto anche come “gruppo dell’appartamento”. Va ricordato che i reggiani organizzarono il convegno nell’osteria di Pecorile in cui fu deliberato il passaggio alla lotta armata, circostanza ricordata dai reduci con un pranzo di alcuni anni fa organizzato da Loris Tonino Paroli.
Prospero Gallinari, che all’epoca aveva 27 anni ed era evaso l’anno prima dal carcere di Treviso, e Franco Bonisoli che di anni ne aveva 23, furono i killer che, travestiti da piloti Alitalia e armati di mitragliette e pistole, fecero fuori i tre poliziotti dell’Alfetta. Tempo fa, inoltre, Bonisoli ha detto a Guido Bodrato di esser stato lui ad aver freddato il maresciallo Leonardi.
Bonisoli era anche nel comitato esecutivo delle Br, l’organismo che diresse l’ intera operazione Moro. E in quel Comitato c’era anche Lauro Azzolini, di Casina, che aveva 35 anni e oggi ne ha 75, ex operaio della Lombardini iscritto al Pci. Fu proprio Azzolini a inguaiare tutti, dimenticando un borsello con nomi e pistola su un autobus a Firenza: una sventatezza che gli costò l’accusa di essere un infiltrato, e che permise ai carabinieri di Dalla Chiesa di arrivare al covo milanese di via Monte Nevoso, dove furono catturati otto brigatisti tra cui lo stesso Azzolini, Bonisoli e Nadia Mantovani, ex compagna di Renato Curcio che nel 1983 si legherà sentimentalmente a Roberto Ognibene, altro esponente del gruppo reggiano, all’epoca in carcere.

Prospero Gallinari, br, del gruppo reggiano: fu il carceriere di Moro. Moretti lo scagionò dall'accusa di aver ucciso lo statista democristiano

Prospero Gallinari, br, del gruppo reggiano: fu il carceriere di Moro. Moretti lo scagionò dall’accusa di aver ucciso lo statista democristiano

I 55 giorni del rapimento furono contrassegnati dal caos istituzionale, con uno Stato all’epoca completamente impreparato a fronteggiare l’eversione armata. Il film della tragedia fu scandito dalle lettere di Moro scritte dalla prigione brigatista di di via Montalcini n. 8, dalla strategia della fermezza che lo lasciò nelle mani dei suoi carnefici (Pertini disse “Non voglio assistere al funerale di Moro, ma nemmeno a quello della Repubblica”) ma al tempo stesso segnò la sconfitta politica e militare del partito armato; e fu scandito anche da un gran movimento di entità straniere, piduisti e di servizi segreti. l’ex senatore Sergio Flamigni, nel suo fondamentale La tela del ragno ristampato e ampliato molte volte, documentò già nel 1988 che l’impronta dei servizi segreti appariva in numerose circostanze: dal Bar Olivetti di via Fani, stranamente chiuso il giorno del sequestro, gestito da un personaggio implicato in traffico internazionale d’armi, alla macchina Ibm a testina rotante con cui venivano scritti i comunicati delle Br e che arrivava da uno stock di attrezzature vendute da una società dei servizi segreti; sino al covo di via Gradoli, in una palazzina dove una immobiliare legata sempre ai servizi aveva una sede e, sembra, diverse proprietà.
A un certo punto del sequestro entra in scena un altro reggiano davvero eccellente: Romano Prodi. All’epoca manager già famoso come risanatore di aziende in crisi, prossimo a diventare ministro dell’Industria, Prodi si incaricherà di far sapere a piazza del Gesù che si doveva cercare qualcosa legato a Gradoli. Per coprire la fonte, raccontò la storia della seduta spiritica allestita in un pomeriggio piovoso nell’appennino bolognese insieme ad Alberto Clò. L’anno scorso, durante i lavori della commissione parlamentare presieduta da Beppe Fioroni, è saltato fuori che l’informazione arrivava in realtà dal professor Beniamino Andreatta, dopo averla ricevuta all’università di Cosenza da Franco Piperno, il quale ha smentito. Tuttavia, l’ex presidente Cossiga, ministro dell’Interno nei giorni del sequestro, affermò a sjuo tempo che «Andreatta non partecipò alla seduta spiritica, però era in quella casa».
Sia come sia (e Prodi prima o poi dovrà certificare la verità), i depistaggi e l’inefficienza dello Stato fecero sì che polizia e carabinieri andarono a mettere sottosopra, e inutilmente, il tranquillo paesino di Gradoli, però non si avvicinarono nemmeno al covo brigatista di via Gradoli a Roma, che avrebbe potuto portare alla prigione di Moro.
Durante i 55 giorni del sequestro, il carceriere fu Prospero Gallinari al quale per lungo tempo è stato attribuita anche la responsabilità di aver ucciso materialmente lo statista, sino a quando non è stato scagionato da Mario Moretti. Gallinari avrebbe distrutto anche i nastri con le registrazioni degli interrogatori e le minute delle lettere di Moro. Fu catturato nel 1979 e rimase ferito alla testa nello scontro a fuoco con la polizia. Condannato all’ergastolo per otto omicidi, uscì dal carcere in libertà condizionale negli anni novanta per gravi motivi di salute e si stabilì a Reggio, dov’è morto nel 2013: ha avuto tutto il tempo il tempo di scrivere il libro “Un contadino nella metropoli”. Ha portato nella tomba molti segreti.
Franco Bonisoli, l’altro componente del gruppo di fuoco di via Fani (che già aveva partecipato all’attentato a Montanelli) è stato condannato all’ergastolo. Poi si è dissociato: è in regime di semilibertà e lavora a Milano in una società di servizi ambientali.
Lauro Azzolini, condannato all’ergastolo, ha lavorato in una cooperativa che si occupa di assistenza ai disabili.
Roberto Ognibene, dopo aver scontato 30 anni di carcere, lavora in una cooperativa di Servizi sociali di Bologna. Ha partecipato come attore al film “Il sol dell’avvenire” di Fasanella e Pannone.
Sono ancora molti i misteri, troppe le domande senza risposta sui 55 giorni più bui della storia della Repubblica. I fatti scoperti e raccontati da Sergio Flamigni per la prima volta sono entrati nelle relazione della commissione presieduta da Fioroni. Si è scoperto che alcune settimane prima del rapimento, il colonnello Giovannone informò da Beirut  su un summit europeo di gfruppi terroristici per preparare una grossa operazione in Italia. Nessuno lo asc olto, o forse era troppo tardi. Giovannone tuttavia informò anche Moro, che infatti chiese una protezione per il suo studio: ma era ormai la sera precedente al squestro
Nel gennaio 2013, ai funerali di Prospero Gallinari, in pochi notarono che sulla bara del brigatista era posata una fascia con scritto Palestine e la bandiera dell’Anp: forse  la chiave per comprendere molti misteri era proprio lì.

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7 risposte a Il sequestro di Aldo Moro 40 anni fa
Così i Br reggiani sconfissero lo Stato

  1. Alessandro Raniero Davoli Rispondi

    14/03/2018 alle 23:17

    Ho lavorato nel 1997 con un alto ufficiale della Marina Militare italiana. Ero in missione a Vilnius, Lituania, come consulente a contratto per un progetto finanziato dal Ministero del Commercio con l’estero, le Camere di Commercio dell’Emilia Romagna in cooperazione con le Camere di Commercio lituane.
    Durante l’organizzazione di alcune conferenze, si a Vilnius che a Kaunas, Panevesis e Klaipeda, ho avuto modo di parlare a lungo con XX, che mi confido di aver lavorato anche per i servizi della Marina.
    Mi disse tra l’altro di aver chiesto più volte di parlare con gli inquirenti del caso Moro, dato che la mattina del sequestro si trovava in via Fani, e poco prima dell’attentato aveva casualmente incontrato un vicedirettore dei Servzi italiani … poiché lo conosceva personalmente gli chiese cosa facesse li. La risposta lo lascio perplesso: gli fu detto che aveva un incontro a pranzo in zona. Ma erano le nove del mattino!
    Riuscì a lasciare una deposizione, dettagliata, ma la Procura non approfondi …
    Assieme a lui, nel gruppo di esperti italiani venuti a tenere conferenze agli imprenditori lituani, vi era anche A. Evangelisti, cugino di Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti. Antonino Evangelisti aggiunse ulteriori dettagli, parlando chiaramente di una squadra di professionisti, di un noto paese mediorientale, intervenuti al posto dei brigatisti, questi ultimi relegati al ruolo di pali. I veri sicari, coadiuvati da elementi dei nostri servizi, furono i militari stranieri del M….., che operavano su indicazione del Dipartimento di Stato americano.
    Come sempre mi assumo piena responsabilità di quanto ho appena affermato.

  2. Diotima Rispondi

    16/03/2018 alle 08:31

    Gli ex brigatisti reggiani ora hanno quasi tutti una vita più straborghese e conformista, oltrechè ricca, di tante altre persone..oltre a detenere cariche professionali di potere.
    Andate affankiulo.

  3. Gianni Rispondi

    16/03/2018 alle 08:41

    Caro Direttore che brutto titolo!
    A quarant’anni da quel colpo di stato sostenere ancora che le BR furono i responsabili e gli esecutori suona davvero male.
    Prima di tutto perché quanto è emerso dalle testimonianze e dalle incongruenze rende chiaro che via Fani fu un teatro d’azione presidiato dai servizi segreti nostri, stranieri e dalla Gladio.
    E poi perché tutto porta alla politica anticomunista della segreteria di stato americana che fieramente interveniva negli affari interni dei paesi satelliti con un golpe in Cile o un rapimento altrove.
    Uno dei quattro uomini del gruppo di fuoco delle BR, Fiore, l’altra sera nella trasmissione Atlantide ha candidamente dichiarato che erano inesperti nell’uso delle armi, avendo sparato solo una raffica di mitra in montagna, giusto per capire come si sarebbe mossa l’arma tra le mani.
    Eppure la storia ufficiale vuole che questi sarebbero riusciti a sorprendere e a fulminare con 91 colpi 5 uomini di scorta e ad estrarre Aldo Moro incolume dalla macchina.
    E poi via con l’incredibile nascondino dove le forze dell’ordine arrivate davanti alla porta del covo giravano i tacchi e andavano via, le soffiate dagli ambienti dell’università che riuscivano ad essere travisate….
    Quindi le BR non c’entrano o non sono autentiche?
    No, le BR c’entrano e sono autentiche, seppur tragicamente usate per un gioco molto più grande di loro, il cui obbiettivo era il medesimo: impedire la legittimazione del PCI al governo del paese attraverso un accordo popolare e democratico.
    E se la dirigenza del PCI fu coerente e reattiva nel suo comportamento rispetto al proprio punto di vista, cosa dobbiamo dire della DC che invece subiva cosciente questa situazione immolando il più alto in grado di loro per ragion di stato attraverso un eccezionale gioco di melina ed inefficienza?
    La verità di comodo costruita e sottoscritta da tutti che pose fine alla vicenda con la scarcerazione degli imputati è una insostenibile bugia storica che giorno dopo giorno viene scardinata, come se agli italiani la notizia dovesse essere somministrata per gradi. Ma non è agli italiani che serve questa premura, bensì alle coscienze delle belle anime che la famiglia Moro ha chiuso fuori dalla porta all’indomani dell’assassinio del loro capofamiglia. Loro i conti non vogliono ancora farli e continuano a scaricare tutto sulle BR.

  4. Pierluigi Ghiggini Rispondi

    16/03/2018 alle 09:28

    Gentile Gianni, 
    legga l’articolo e vi troverà anche molte delle sue considerazioni. Di certo continueremo a discutere a lungo se le Br fossero genuine, eterodirette o a metà strada. sappiamo entrambi di cosa si parla perchè, per quanto mi riguarda, nel 1988 ebbi l’onore di condurre la prima presentazione pubblica, dopo l’esordio romano, della prima edizione della Tela del Ragno, insieme all’autore Sergio Flamigni. Quel libro fu per me una folgorazione, e da quel momento non ho smesso di approfondire e di raccogliere materiali.
    Che servizi segreti e potenti entità di varia natura si fossero affollati in via Fani e nei luoghi fisici e politici del rapimento e dell’assassinio di Moro, è purtroppo pacifico, anche se molto annebbiato. ma é altrettanto vero che le Br erano un partito armato autentico, bene organizzato e potente, non un teatro dei burattini come si è voluto far credere. Aveva rapporti col terrorismo internazionale, alimentato da palestinesi e dal Kgb soprattutto attaverso Cecoslovacchia e Ddr, però era autocefalo  e strutturato in proprio, potendo contare su una base emersa e diffusa di migliaia, forse decine di migliaia di fiancheggiatori e simpatizzanti nelle fabbriche, nelle università, nel mondo sindacale, tra gli intellettuali, nella finanza, negli stessi partiti e pure in qualche canonica. non a caso Cossiga affermò che in quegli anni erano scomparsi dai radar 14 mila giovani, ed era una delle ragioni per cui insisteva sull’amnistia. Per questo Gallinari aveva ragione, pur tra tanti silenzi e menzogne, nell’affermare che “Aldo Moro è roba nostra”, cioè un progetto, un sequestro e un delitto proprio delle Br e di nessun altro. Che lo stato fosse sconfitto è fuori discussione, e che a sconfiggerlo siano stati i terroristi, magari con qualche aiutino, altrettanto. io penso piuttosto che troppe persone continuino a tacere sia su fatti di scenario sia su elementi apparentemente secondari, però utili a rimettere insieme i cocci della verità. avremmo davvero il bisogno di un Chi Sa Parli, a 40 anni di distanza. E questa stagione potrebbe inaugurarla Romano Prodi, raccontando finalmente la verità sottostante alla storiella della seduta  spiritica. Mi auguro anzi che i suoi amici lo spronino in tale direzione.

  5. Gianni Rispondi

    16/03/2018 alle 10:01

    Caro Direttore, certo che l’ho letto l’articolo e come dice lei è ricco di stimoli. Purtroppo il titolo è brutto perché invece li esclude e liscia il pelo a tutti quelli che vogliono vera la versione ufficiale, molto di comodo per loro. Anche oggi emergono fatti nuovi dalla desecretazione dei documenti ufficiali NATO, riportati oggi dal Fatto, che vedono un tavolo congiunto di USA, UK, Francia e Germania unite a complottare contro Moro.
    I BR erano autentici, nello spirito, nell’organizzazione, nella buona fede.
    Non ho alcun dubbio in proposito.
    Ma lo sono anche quei movimenti che oggi sono additati per terrorismo islamico e che in passato hanno goduto dei favori diretti o indiretti delle super potenze in campo.
    In via Fani c’erano forze speciali addestrate dai servizi oltre ai rivoluzionari allenatisi in Cecoslovacchia.
    Ha ragione nel sostenere che la verità dovrebbe venire alla luce proprio a partire dagli ambienti democristiani di un tempo, sarebbe una espiazione doverosa anche per loro.
    Ma la verità non ha comunque bisogno di quel contributo, è già palese e sarà ufficiale nella storia quando gli archivi verranno aperti.
    Scappare non si può.

  6. Gianni Rispondi

    16/03/2018 alle 11:44

    mi faccia aggiungere:
    scappare non si può e si avvererà la profezia di Moro quando scrisse che il suo sangue ricadrà su di loro.

  7. Giovanna Rispondi

    17/03/2018 alle 09:41

    17/03/2018 Giovanna In Italia c’erano molti fiancheggiatori delle BR e non è vero che oggi non ci siano Finchè ci sarà ingiustizia, povertà e disuguaglianza l’ideologia comunista sopravviverà Checchè ne dicano quei frocetti radical-chic che compaiano a commentare ogni giorno in tv, la costituzione non è stata per niente attuata (o meglio solo quelle parti che fanno comodo al potere) I partito attuali non sanno quanto sono odiati dalla popolazione: Oggi sembra la repubblica di Weimar prima del diluvi . Anch’io credo che il rapimento non sia stato solo farina del sacco delle BR. Come nel caso Falcone e Borsellino c’erano molti interessi convergenti a far fuori Moro per impedire la legittimazione del partito comunista nell’area di governo:

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