Ruppero le vertebre a camionista
Tre arresti, in carcere Giuseppe Arabia

19/1/2018 – Era stata un’aggressione particolarmente violenta, ma sulle prime era sembrata  una rapina come tante. Invece il pestaggio di un’autotrasportatore avvenuto nel giugno dello scorso anno al Ghiardo di Bibbiano – a meta’ strada tra Reggio Emilia e Quattro Castella- era avvenuto in un contesto criminale ben più pesante.
Secondo la Polizia, infatti, i tre uomini che si recarono a casa del camionista, reggiano d’adozione, per massacrarlo di botte, misero in atto una vera e propria “spedizione punitiva” per insegnargli “a stare al suo posto”.
Difficile poi non vedere sullo sfondo, un possibile coinvolgimento della ‘ndrangheta nell’episodio, considerato soprattutto il “profilo” dei responsabili della violenza, arrestati stanotte dagli uomini della Questura reggiana in esecuzione di tre ordinanze di custodia cautelare emesse dal pm della Procura Giacomo Forte.

Si tratta di tre uomini originari di Cutro due dei quali, padre e figlio, portano il cognome “pesante” di una famiglia coinvolta nella guerra di mafia della fine degli anni 90 tra il clan del vecchio boss Antonio Dragone e quello di Nicolino Grande Aracri, il suo luogotenente che nel 2004 lo uccise e lo soppiantò al comando.

In carcere a Reggio è finito Giuseppe Arabia di 52 anni, mentre per il figlio 25 enne, Salvatore Arabia, incensurato, sono stati disposti gli arresti domiciliari. Dietro le sbarre anche il terzo autore dell’aggressione all’autotrasportatore, Salvatore Spagnolo, 27 anni, che secondo quanto ricostruito dai poliziotti fece anche da autista nel  raid punitivo.

Giuseppe Arabia e’ fratello di Salvatore Arabia, soprannominato Petti Palumba, considerato un luogotenente dei Dragone che fu ucciso nel 2003 sulla spiaggia di Cutro durante un soggiorno nel paese natale. La loro sorella, inoltre, sposo’ prima uno e poi l’altro figlio di Antonio Dragone, morti il primo di overdose e il secondo ucciso.

Giuseppe Arabia, nell’ambito del processo Grande Drago, era stato condannato a 10 anni e 8 mesi di reclusione per concorso in associazione mafiosa e per una serie di estorsioni ai danni dell’impresa edile di Vincenzo Talarico.

Tornando al pestaggio dell’estate del 2017, la Polizia ha appurato che la vittima, dipendente di una società, voleva lasciarla per cambiare lavoro e rivendicava alcune pendenze contrattuali di fine rapporto. A dirimere il contenzioso si presentarono però -per cause non chiare- non il suo formale datore di lavoro, ma i tre calabresi che risolsero la questione a modo loro.

Dopo le botte al camionista, ferito gravemente con lesioni multiple alle vertebre con prognosi di 90 giorni, i tre rubarono alla vittima portafoglio e telefono cellulare. L’aggredito non ha mai sporto denuncia ed è stato ascoltato solo come persona informata dei fatti. Determinante per individuare gli aggressori è stata invece la testimonianza della fidanzata della vittima.

I tre calabresi sono stati arrestati con l’accusa di lesioni gravi, ma sono indagati anche per violenza privata (reato che nell’ordinanza del Gip ha sostituito la rapina) e minacce. Circa un mese dopo i fatti, i calabresi continuavano a perseguitare il camionista, dicendogli: “Allora non hai ancora capito. Io ti brucio. Non ho paura di te, nè della Polizia, nè dei Carabinieri. Non hai capito che ti vengo a prendere fino a sotto casa. Non mi interessa della denuncia”.

Sulla vicenda indaga la Procura di Reggio Emilia, per ilo momento gli  atti non sono stati trasmessi alla Direzione distrettuale antimafia.

 

 

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